Monsignor Dario Edoardo Viganò, figura di spicco nel panorama della comunicazione vaticana, è noto per la sua profonda passione per il cinema e il suo impegno nella valorizzazione delle sale parrocchiali, oggi ribattezzate "sale della comunità". La sua carriera, che lo ha visto alla guida di importanti organismi mediatici della Santa Sede, è intrinsecamente legata alla sua visione di questi spazi come centri strategici per la cultura e il dialogo.
La Carriera di Dario Edoardo Viganò e la Passione per il Cinema
Nato a Rio de Janeiro nel 1962 e sacerdote dell’arcidiocesi di Milano dal 1987, monsignor Dario Edoardo Viganò ha sempre coltivato una spiccata passione per il cinema. Questa passione lo ha condotto dalle sale parrocchiali milanesi a ruoli di prestigio, come la presidenza della Commissione nazionale valutazione film presso la CEI dal 2004 al 2013. Successivamente, è divenuto membro della sottocommissione lungometraggi della Direzione generale Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo e direttore della "Rivista del Cinematografo".

Nel 2013, Benedetto XVI lo ha chiamato alla direzione del Centro Televisivo Vaticano (Ctv), ruolo in cui Viganò ha rafforzato collaborazioni e ampliato le attività. Per la sua competenza nella comunicazione e nel giornalismo, ha ricevuto il prestigioso Premio Biagio Agnes nel 2013. La sua profonda esperienza nel settore lo ha portato a ricoprire una posizione chiave nella riforma della comunicazione vaticana. Il 27 giugno 2015, Papa Francesco lo ha nominato prefetto della neonata Segreteria per la Comunicazione, con il compito di riorganizzare il vasto mondo dei media della Santa Sede e metterlo al passo con i tempi moderni.
In questo ruolo, la Segreteria per la Comunicazione, sotto la sua guida, è destinata ad assorbire e coordinare organismi come il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, la Sala Stampa della Santa Sede, il Servizio Internet Vaticano, la Radio Vaticana, il Centro Televisivo Vaticano, L’Osservatore Romano, la Tipografia Vaticana, il Servizio Fotografico e la Libreria Editrice Vaticana. Questa complessa riorganizzazione, che ha ricevuto il placet del C9, il consiglio di nove cardinali incaricato della riforma della Curia Romana, mira a creare tre dipartimenti principali: tecnologia, orientamento teologico-pastorale e linea editoriale. L'obiettivo è un sistema di comunicazione più efficiente e moderno, non senza tenere conto delle situazioni dei numerosi dipendenti, come nel caso della Radio Vaticana con oltre 300 persone.
Le origini della Filmoteca Vaticana
Le Origini della Passione
La connessione di Viganò con il cinema affonda le radici nella sua infanzia e giovinezza. "Sono cresciuto in un paese che si chiama Vedano al Lambro, noto più che altro per l’ingresso dell’autodromo di Formula 1 di Monza. Lì grandi intrattenimenti non ce n’erano: solo l’oratorio e il cinema dell’oratorio", ha raccontato. Ricorda di come "all’oratorio si andava a vedere i western, cose così. Ma da ragazzino al cinema era affascinante andarci in gruppo, indipendentemente dal film." Anche dopo essere diventato prete a Milano, in una parrocchia con un cinema teatro, questa passione si è consolidata.
La sua formazione cinematografica si è perfezionata in seminario: "Devo dire che durante il seminario sono stato educato alla raffinatezza del gusto cinematografico. Abbiamo avuto prima un professore, poi diventato anche rettore, monsignor Gianfranco Poma, che ci ha fatto vedere tutto Akira Kurosawa." La sua carriera è stata "resa unica dall’incontro con il cinema e i nuovi media", formandosi nella gestione e nel rilancio dello storico circuito delle sale parrocchiali. Viganò si è distinto anche per posizioni controcorrente, come il suo voto a favore de L’ora di religione di Marco Bellocchio nel 2002, affermando: "Noi non siamo una commissione censura: le opere di valore artistico, anche quelle controverse, si discutono ma non si vietano." La sua conoscenza del medium lo ha portato anche a scrivere un Manuale del Filmmaker e a sviluppare un'app per suggerire omelie ai parroci.
L'Evoluzione delle "Sale della Comunità"
Le sale della comunità, un tempo conosciute come cinema parrocchiali, stanno vivendo una profonda trasformazione del loro ruolo. Se in passato erano considerate un semplice premio per i ragazzi che frequentavano il catechismo, oggi sono chiamate a svolgere una funzione molto più ampia e significativa all'interno della società.

Secondo il segretario generale della CEI, il vescovo Mariano Crociata, intervenuto al VI Congresso dell’Associazione cattolica esercenti cinema (Acec), "mentre prima erano successive alla celebrazione, ora invece si pongono come propedeutiche al tempio e punto di riferimento ed interesse anche per i lontani." Monsignor Crociata ha sottolineato l'urgenza di trasformare queste sale in "nuclei strategici per la realizzazione del Progetto culturale della Chiesa italiana orientato in senso cristiano", specialmente in un'epoca "segnata dal pluralismo, dall’indifferenza e dalla complessità", caratterizzata da uno "spiazzamento antropologico" e da un uomo sempre più "in balia della tecnica che, forte della sua pervasività, lo imprigiona in un mondo complesso e privo di senso." Per la Chiesa, è quindi fondamentale "percorrere nuove strade e usare nuovi linguaggi che riescano a metabolizzare i semi della cultura odierna."
Anche l’arcivescovo Claudio Maria Celli, ex presidente del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, ha ribadito l'importanza di questi spazi: "In una realtà multietnica, la sala della comunità deve diventare strumento di incontro e di dialogo basato sul rispetto e sull’amicizia." Ha chiarito che non si tratta solo di "luoghi dove trascorrere del tempo, ma in cui è possibile condividere esperienze e confrontarsi." Il ministro per i Beni e le Attività culturali Sandro Bondi, in un messaggio agli organizzatori del Convegno, le ha definite "l’ultimo baluardo di un certo modo di fare cinema."
Valore Culturale e Sociale: La Prospettiva di Monsignor Viganò
Il "valore culturale e sociale delle sale della comunità" è innegabile, come evidenziato da monsignor Roberto Busti, presidente dell’Acec e vescovo di Mantova. Queste sale godono di una straordinaria diffusione sul territorio italiano, contando circa mille strutture con una media di 4 milioni di spettatori all’anno e un incasso medio di 20 milioni di euro. Significativamente, "il 56% delle sale sono presenti in comuni con meno di 10.000 abitanti e oltre il 24% sono in attività da quasi 50 anni." Monsignor Busti ha spiegato come, dopo la Seconda Guerra Mondiale, "il ricco mercato cinematografico e la sensibilità delle comunità locali consentì la creazione di moltissime sale del cinema, non solo in città ma anche nelle piccole parrocchie."
Le origini del cinema nella diocesi di Milano, in particolare, sono legate alla figura di don Giuseppe Gaffuri, un prete animato da una grande passione per la cultura e il Vangelo. Don Gaffuri è stato un pioniere nell'uso delle sale parrocchiali per animare cineforum, fungendo da coordinatore del Centro studi cinematografici e ideando corsi di formazione per i conduttori. La sua opera, negli anni '60, ha contribuito a far respirare "aria di primi fermenti nella società e nella Chiesa."
I punti di forza attuali delle sale della comunità risiedono nel loro radicamento sul territorio e nella molteplicità dei contenuti. Permangono come luoghi di socializzazione, incontro e cultura nei centri abitativi. Inoltre, si sono evolute da sale esclusivamente cinematografiche a spazi che offrono diverse proposte: oltre al cinema, ospitano teatro per ragazzi, filodrammatiche, incontri di formazione e teleforum. Un ulteriore vantaggio è che queste sale "non sono condizionate dalle logiche del mercato", permettendo innovazioni difficilmente realizzabili altrove.

La Visione di Viganò per le Sale della Comunità: Un Ponte tra Chiesa e Società
Monsignor Dario Edoardo Viganò ha più volte sottolineato l'importanza strategica di questi luoghi. Come preside dell’Istituto Redemptor Hominis della Pontificia Università Lateranense, ha affermato che "le sale della comunità contribuiscono allo sviluppo della democrazia e della società civile, erogano e costituiscono un bene pubblico che lo Stato deve sostenere." Ha inoltre aggiunto che "anche in un contesto di crisi, si rivelerebbe un errore trascurare l’importanza che l’ambito culturale riveste per la storia e l’economia del Paese."
In una riflessione pubblicata nel volume “I nuovi Cinema Paradiso”, Viganò, in qualità di prefetto della Segreteria per la Comunicazione, ha descritto la Sala della Comunità come un "luogo di confine, tra la Chiesa e la piazza", capace di "costruire quel ponte indispensabile con la cultura e con il mondo esplicitamente laico." Egli osserva che le persone "che di solito si fermano sulla piazza, non entrano nel tempio, nello spazio sacro", ma sono "incuriosite, attratte dall’esistenza di una ‘zona’ aperta, accogliente, culturalmente stimolante, socialmente inclusiva, dove la multimedialità comunicativa consente una proposta di dialogo, di dibattito e di confronto sui temi alti della vita, attraverso il cinema, il teatro, la tavola rotonda, la conferenza, la musica."
In questa visione, "la Chiesa diventa un centro di dinamismo culturale, laboratorio effettivo di proposte e di percorsi antropologici e sociali capaci di rispondere alle nuove attese e agli interrogativi suscitati dai mutati scenari dell’esistenza umana." Questo approccio olistico alla comunicazione e alla cultura, radicato nella sua esperienza personale e professionale, posiziona monsignor Viganò come un sostenitore chiave del ruolo vitale e rinnovato delle sale della comunità nel panorama contemporaneo.
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