Il percorso di fede del cristiano è un cammino che si sviluppa oltre la semplice conoscenza di Dio. Sebbene questa conoscenza sia il punto di partenza fondamentale, spesso acquisita fin dall'infanzia attraverso la famiglia, il catechismo e la vita ecclesiale, essa rappresenta solo il primo passo.
Dalla Conoscenza all'Amore: Il Primo Passo del Credente
Secondo San Bonaventura, l'anima è chiamata a compiere un gradino ulteriore in questo cammino di perfezione. Conoscere Dio non è sufficiente; anche i demoni ne sono capaci. Perché Dio possa essere significativo per la propria vita, Egli deve essere amato, proprio come Egli da sempre ama noi.
Non basta conoscere Dio per essere credenti: anche chi non crede può sapere molto di Dio e di Gesù, se lo studia e ne approfondisce la sua persona e la sua dottrina. Addirittura, chi va contro Dio può saperne molto, come dimostra Satana nel deserto citando le Scritture.
Non si conosce una persona come fosse un oggetto, osservando e calcolando. Nel suo nucleo più intimo, una persona può essere conosciuta solo se si esprime liberamente, se comunica agli altri i suoi sentimenti, le sue intenzioni, i suoi pensieri e le sue decisioni, in un dialogo fatto di parole e di azioni, cioè in una storia concreta. Qualcosa di simile avviene nella rivelazione che Dio fa di sé stesso e del suo disegno di amore verso l'uomo. Nella sua intima vita personale, Dio non può essere conosciuto per via di intuizione o riflessione umana, ma solo per sua libera iniziativa. Per il suo immenso amore, Egli parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé; pur rimanendo invisibile, parla e si dona attraverso eventi e parole intimamente connessi tra loro.

L'Insegnamento di Gesù a Cesarea di Filippo: Servizio e Amore
È molto probabile che Bonaventura abbia avuto ben presente l'insegnamento di Gesù, che pare invitare i suoi discepoli a fare questo cammino di piena comunione con Lui. Gesù sceglie la città di Cesarea di Filippo, costruita per autoesaltazione, per impartire un insegnamento sul servizio e su chi sia veramente Dio, il vero signore della storia.
Questo insegnamento parte proprio dalla domanda sulla conoscenza di Dio: "Quanto sai di Dio? Quanto conosci di lui?". Gesù inizia chiedendo ai discepoli cosa si dice di Lui. Le risposte sono disparate e non errate, indicando che nella dottrina di Gesù c'è molto più di "Dio" che "dell'uomo", che non è una filosofia umana ma un vero insegnamento di fede. Ma per essere suoi discepoli non basta "sapere ciò che la gente sa del Dio di Gesù Cristo": occorre la consapevolezza di chi è Gesù "per te", di chi è Gesù nella tua vita. E questo non lo si sa solo con la conoscenza: ci vuole l'amore.
Non basta sapere chi è Dio: occorre sapere chi è per te, e sapere che per te Egli conta, che per te Lui ha dato la sua vita, che Dio ti ha amato talmente tanto da mandarti non solo profeti saggi e sapienti, ma suo Figlio in carne ed ossa. E ti chiede di amarlo, di fare di Lui il fondamento della tua vita. I signori di questo mondo edificano città sublimi per autoesaltarsi; il Signore della vita ci edifica sopra l'unica roccia sicura, la sua Parola.
Le chiavi affidate a Pietro e ai suoi discepoli sono una responsabilità: se rappresentano un potere che domina, hanno fallito il loro scopo. Non c'è conoscenza di Dio senza amore per Lui; non c'è amore per Lui senza la capacità di metterci al servizio suo e dei fratelli. Questa esperienza di Gesù a Cesarea di Filippo insegna ancora molto sul cammino di conoscenza, amore e servizio.
Una parola del Vangelo non viene sempre sottolineata abbastanza dai cristiani: servire. Ci sembra antiquata, indegna della dignità dell'uomo. Eppure il Vangelo è tutto qui, perché è amore. E amare significa servire. Gesù non è venuto per comandare ma per servire. Un esempio di questa vita è Igino Giordani, scrittore e politico, che definiva la politica "una ancella", non padrona. Tutti abbiamo piccole o grandi responsabilità e spazi di autorità, e attraverso di esse siamo chiamati al servizio.
Gesù è una cosa sola con il Padre e ne impersona il regno. Nel servizio e nel dono di sé, non meno che nell'autorità, lo rivela e lo glorifica: «Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi» (Gv 15,9). Il Padre è il primo ad amare, a donarsi, anzi è l'amore stesso; e il modo più appropriato di manifestarlo è amare, servire, dare se stesso. Ecco perché Gesù ha interpretato il suo messianismo come servizio fino alla morte in croce e alla risurrezione.
Durante l'ultima cena, Gesù lavò i piedi dei suoi discepoli (Gv 13,1-15), affermando: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27). Questo gesto e questa parola sintetizzano il senso della sua vita e della sua morte come servizio a Dio a favore dell'umanità; un appello ai credenti perché seguano il suo esempio e diano testimonianza ogni giorno all'amore senza limiti con cui Dio ha amato il mondo. La cena viene consegnata come "memoriale", ricordo e attualizzazione della sua dedizione: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19).

Dio Padre: L'Iniziatore di Ogni Amore e Redenzione
La storia obbedisce a un disegno di amore, nascosto da secoli nella mente di Dio. Egli ha voluto condividere con altri la sua vita, creando gli uomini per introdurli nella comunione trinitaria: «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà» (Ef 1,4-6).
Ha deciso di associare dei fratelli al Figlio unigenito mediante la sua incarnazione e il dono dello Spirito Santo. Noi siamo progettati in modo da poter realizzare la nostra identità in dipendenza da Cristo, il primo eletto. Questa è la nostra vocazione costitutiva, che può essere rifiutata, ma non annullata. Da parte sua, Dio vuole che tutti si salvino.
Dio non ricava da noi alcuna utilità: Sant'Ireneo di Lione scrive che «Dio non creò Adamo, perché aveva bisogno dell’uomo, ma per avere qualcuno in cui riporre i suoi benefici». Il suo amore è del tutto disinteressato; gli sta a cuore unicamente la nostra riuscita e la nostra felicità.
Il mistero della redenzione, secondo il Nuovo Testamento, è un mistero di amore. Dio è perfettissimo, felice e immutabile: non può diminuire né crescere, né perdere né acquistare. È per amore, del tutto libero e gratuito, che chiama in essere le creature e concede la sua alleanza. L'uomo, creato libero, si chiude con il peccato all'amore e ai doni di Dio, danneggiando se stesso, non Dio. Il peccato è una diminuzione per l'uomo stesso, impedendogli di conseguire la propria pienezza.
Tuttavia, il peccatore offende Dio e gli procura una misteriosa "sofferenza", che, secondo la Bibbia, è amarezza, delusione, gelosia, ira e soprattutto compassione. Nel suo amore sempre fedele e nella sua misericordia senza limiti, «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Lo ha mandato, uomo tra gli uomini, gli ha ispirato e comunicato il suo amore misericordioso per i peccatori, lo ha consegnato nelle loro mani, donandolo incondizionatamente, nonostante il rifiuto ostinato e omicida.
L'iniziativa è del Padre: «È stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo» (2Cor 5,19). È Lui che ama per primo, che per primo soffre una "passione d'amore", la "passione dell'impassibile". È Lui che infonde nel Cristo la carità e suscita la sua mediazione redentrice, da cui derivano a noi tutti i benefici della salvezza. Questo "dolore" imperscrutabile e indicibile del Padre suscita l'ammirabile economia dell'amore redentivo di Gesù Cristo.
Cristo accoglie liberamente l'iniziativa del Padre: «Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa» (Gv 5,19). Condivide l'atteggiamento misericordioso del Padre, la sua volontà e il suo progetto: «Ha dato se stesso per i nostri peccati..., secondo la volontà di Dio e Padre nostro» (Gal 1,4). Si è donato agli uomini senza riserve, si è consegnato nelle loro mani, senza tirarsi indietro di fronte alla loro ostilità, prendendo su di sé il peso del loro peccato: «Uno è morto per tutti» (2Cor 5,14). Così ha vissuto e testimoniato nella sua carne la fedeltà incondizionata di Dio all'umanità peccatrice. Si è offerto «con uno Spirito eterno» (Eb 9,14). Come il fuoco consumava le vittime sacrificali degli antichi riti, così lo Spirito Santo agì in modo speciale in questa assoluta autodonazione del Figlio dell'uomo, per trasformare la sofferenza in amore redentivo.
Il SACRIFICIO E LA REDENZIONE, L' ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE
La Trinità: Mistero di Amore e Donazione Infinita
«Dio è amore» (1Gv 4,8). Il principio originario di tutta la realtà è "uno, ma non solitario": è Amore e comunicazione infinita. Prima ancora di creare le creature, Egli da sempre comunica tutta la propria perfezione al Figlio eterno e allo Spirito Santo. Il Padre è dunque la pura gioia del donare senza riserve, il principio senza principio delle altre persone divine e poi di tutta la realtà creata, verso il quale tutto deve ritornare nella gratitudine, nella lode e nell'obbedienza. «Io sono l'Alfa e l'Omega, dice il Signore Dio, Colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente» (Ap 1,8).
Davanti a Lui riconosciamo: «Tutto il bene è Dio; tutto il bene viene da Dio; tutto il bene ritorna in Dio», come afferma Santa Veronica Giuliani. È opportuno che, secondo l'uso del Nuovo Testamento, il nome "Dio" indichi normalmente il Padre, perché egli solo è Dio da se stesso e principio senza principio, «sorgente e origine di tutta la divinità», mentre il Figlio è «Dio da Dio» e lo Spirito Santo è Dio «dal Padre e dal Figlio».
Lo Spirito Santo è «Persona-amore; è Persona-dono»; è amore donato dal Padre e accolto dal Figlio, dinamismo infinito e bellezza dell'essere insieme, per cui il Donatore e il Recettore sono uno nell'altro: «È il soffio del Padre, mentre dice il Verbo», secondo San Giovanni Damasceno. In questo "Amore-dono" increato, trovano il loro supremo motivo i doni fatti da Dio alle creature: la vita, la santificazione, la gloria. Lo Spirito è la forza dell'amore, il movimento per condurre ogni cosa al suo pieno compimento in Dio.
Sarebbe ingenuità e presunzione cercare una chiarezza completa del mistero trinitario. San Agostino afferma: «Se vedi la carità, tu vedi la Trinità». La carità divina in quanto donazione infinita senza riserve è il Padre; in quanto accoglienza attiva è il Figlio; in quanto perfetta unità di colui che dona e di colui che accoglie è lo Spirito Santo. «Ecco sono tre: l'Amante, l'Amato e l'Amore», conclude Sant'Agostino.
Nessuna delle tre persone supera le altre nell'eternità, nella perfezione o nel potere. Tuttavia il Padre è il primo perché dona e non riceve; il Figlio è secondo perché riceve dal Padre; lo Spirito Santo è terzo perché procede dal Padre attraverso il Figlio. Vivono uno per l'altro, con l'altro e nell'altro in perfetta unità e reciprocità dinamica. L'unità di Dio rimane fuori discussione: il Padre è l'unico principio di tutta la vita divina; le tre persone insieme sono l'unico principio di tutta la realtà creata. «Un solo Dio e Padre, dal quale sono tutte le cose; e un solo Signore Gesù Cristo, per mezzo del quale sono tutte le cose; e un solo Spirito Santo, nel quale sono tutte le cose», proclama il II Concilio di Costantinopoli. Essendo tre correlati tra loro, non si addizionano, se non nel nostro povero modo di parlare; ma ciascuno contiene gli altri ed è l'unico Dio e l'unico Creatore, «a somiglianza di tre soli, ciascuno contenuto nell'altro, in modo che ci sia una sola luce a motivo dell'intima compenetrazione», secondo San Giovanni Damasceno.

La Legge Morale e i Comandamenti: Vie Concrete per Amare
La vita è dono di Dio, che esige la nostra libera cooperazione. Se vogliamo vivere in pienezza, dobbiamo osservare la legge morale, che indica la direzione del nostro vero bene. Ogni dono di Dio è anche un compito per noi. Il Signore libera Israele e gli concede la sua alleanza, ma vuole anche essere riconosciuto come unico Dio e amato «con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6,5). Gesù annuncia e inaugura il regno di Dio, ma nello stesso tempo rivolge un pressante appello alla conversione.
Gli apostoli proclamano l'amore di Dio che ci salva gratuitamente mediante il Cristo morto e risorto, ma esortano anche ad assumere un comportamento conseguente. Il Vangelo è innanzitutto una buona notizia, non un codice. Narra le meraviglie che Dio ha compiuto, compie e compirà a nostro favore. Tuttavia, contiene al suo interno anche una legge, quella della carità, che accoglie il dono divino della vita e ne promuove la crescita integrale in se stessi e negli altri.
La legge evangelica si riassume nei due precetti fondamentali della carità verso Dio e verso il prossimo: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente... Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Mt 22,37-39). Amare Dio significa fare la sua volontà; amare gli altri significa volere il loro vero bene. I due comandamenti sono inseparabili: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20). Amare il Padre significa amare anche i suoi figli e volere per essi il bene da lui desiderato: «Chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato» (1Gv 5,1).
Nei due comandamenti della carità, Gesù riassume «tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,40). Egli conferma i dieci comandamenti, o decalogo, dell'antica alleanza e vede in essi la via necessaria per giungere alla vita eterna: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19,17).
La carità porta innanzitutto a osservare il decalogo. Quasi tutti i comandamenti sono formulati in maniera negativa (es. non uccidere, non rubare); essi indicano il livello minimo sotto il quale non si deve scendere, dove non può sussistere il rispetto per la santità di Dio e per la dignità della persona umana, e quindi neppure la carità. L'osservanza dei comandamenti è la condizione di base per l'amore, l'inizio della libertà, non la libertà perfetta.
L'amore promuove il bene della persona, che si concretizza in molti beni particolari, trovando nelle molteplici norme morali la sua attuazione e verifica. I diversi comandamenti del decalogo non sono che la rifrazione dell'unico comandamento riguardante il bene della persona, destinati a tutelare l'immagine di Dio in essa. Chi è animato dall'amore e "cammina secondo lo Spirito" (Gal 5,16) e desidera servire gli altri, trova nella legge di Dio la via fondamentale e necessaria per praticare l'amore.
I dieci comandamenti dell'Antico Testamento mantengono il loro valore e costituiscono un riferimento essenziale per l'etica cristiana. L'apostolo Paolo indica spesso le esigenze della vita cristiana mediante elenchi di vizi e virtù e norme di comportamento sociale. In se stessi, i comandamenti di Dio contengono una sapienza che può essere riconosciuta da tutti i popoli, riflettendo l'ordine della creazione, accessibile anche attraverso la ragione. Sant'Ireneo di Lione dice: «Fin dalle origini, Dio radicò nel cuore degli uomini i precetti della legge naturale. Poi si limita a richiamarli alla loro mente: è il decalogo».
Sant'Agostino aggiunge che «Dio ha scritto sulle tavole quella legge che gli uomini non leggevano più nel loro cuore». La legge evangelica accoglie ed eleva a livello di rapporto filiale con Dio i precetti morali dell'antica alleanza, confermando e perfezionando l'ordine della creazione senza aggiungere imposizioni estranee. La carità eleva l'uomo, rispettando la sua dimensione creaturale e promuovendo i beni che rispondono alle sue tendenze naturali. La legge naturale può essere considerata un anticipo della rivelazione, un primo abbozzo della legge evangelica, indicando le vie di una crescita autentica.
Gesù stesso, quando enuncia la "regola aurea" o presenta il giudizio universale, suppone che il bene e il male siano qualcosa di oggettivo, che si può conoscere anche per esperienza e riflessione. I consigli evangelici, inoltre, esprimono la pienezza vivente della carità, sempre insoddisfatta di non dare di più, e sollecitano la prontezza spirituale. La perfezione della Nuova Legge consiste essenzialmente nei comandamenti dell'amore di Dio e del prossimo, che la carità, come regina di tutte le virtù, ordina e valorizza secondo le diverse situazioni.

L'Obbligo di Amare Dio: Una Risposta al Dono Nello Spirito
Ci si può costringere ad amare? Consideriamo l'amore come qualcosa di spontaneo e l'obbligo come forzato. Tuttavia, quando si tratta di un obbligo gradito, come amare i genitori o gli amici, il significato cambia. Così, quando scopriamo che Dio ci ha amati per primo, l'obbligo di amarlo si intende come una risposta a un grande dono che supera la nostra esistenza.
«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Questa è la grande verità che illumina la vita di un cristiano e spiega l'obbligo di amare Dio. Che Dio ci abbia amati per primo significa che esiste un amore che fonda la nostra esistenza, anteriore a tutto ciò che abbiamo fatto o faremo, indipendente dalla nostra bontà o cattiveria, e sempre disponibile. È una certezza che commuove il cuore quando la si sperimenta, e che si traduce nella capacità di vedere la vita come un dono e un'opportunità per sviluppare questo amore fondante.
Questo comandamento, come i nove successivi, rappresenta la migliore direzione per la nostra libertà. I dieci comandamenti sono in realtà uno solo: amare Dio. Ciò che cambia nei nove restanti è la manifestazione di questo amore, sapendo che in tutti c'è Dio. Ad esempio, onorare i nostri genitori significa amare Dio nei nostri genitori, cercando di scoprire l'amore di Dio che ci arriva attraverso di loro.
Amare Dio nella Pratica Quotidiana: Lasciarsi Amare e Accettare la Sua Volontà
Cosa significa amare Dio? Amare Dio è lasciarsi amare da Lui. Potrebbe sembrarci impossibile amare qualcuno che non vediamo, ma questo amore è diverso. Per amare Dio bisogna aprire il nostro cuore proprio nel punto in cui ci crediamo autosufficienti. È ricevere la sua misericordia dove ci vediamo peccatori, il suo perdono per poter perdonare, il suo aiuto per realizzare desideri impossibili, la sua grazia per arrivare a Lui.
Il nostro amore è imperfetto. Sentiremo sempre che i nostri sforzi non sono sufficienti, o che i suoi precetti non li vogliamo con «tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente». Molte volte lo amiamo in modo interessato. Ma questa imperfezione è segno del bisogno assoluto che abbiamo di Lui. Amarlo significa riconoscere la nostra vulnerabilità e aprirci al suo messaggio. San Giovanni lo esprime chiaramente: «In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio» (1Gv 4,10).
Questo amore è un cammino che cresce con la nostra maturazione. Quando sperimentiamo l'amore di Dio, è facile sentirsi amati; questo è il primo passo, simile a un innamoramento. Ma perché questo inizio continui, bisogna coinvolgere volontà e intelligenza in un unico atto d'amore: con il passare del tempo arrivare a desiderare ciò che Dio desidera e a rifiutare ciò che Dio rifiuta.
Gesù Cristo ci ha insegnato nel Padre Nostro a chiedere che «sia fatta la Tua volontà», non la nostra. Questo è strettamente legato all'amore che dobbiamo a Dio: amare Dio significa volere che si realizzi la sua volontà, non il contrario. Una prima volontà di Dio su di noi sono proprio i comandamenti, che implicano una lotta contro il peccato. Esiste anche una volontà particolare per la vita di ciascuno, che può essere difficile da chiarire. Dio ci vuole liberi, con la libertà di chi vive la vita dello Spirito, che è l'amore di Dio. Perciò, molte decisioni sono lasciate alla libertà dell'uomo, e dobbiamo cercare una risposta dentro di noi, aprendo il nostro cuore all'amore che ci ha creati e rispondendo con amore.
Una difficoltà che prima o poi dovremo affrontare è il dolore nella nostra vita. È difficile accettare la volontà di Dio quando assume la forma del dolore. In queste situazioni, amare Dio diventa qualcosa di più profondo che richiede un'apertura al mistero della Passione del Signore. Dio è sempre buono, tutto ciò che viene da Lui è buono, anche se questa bontà non è sempre evidente in questo mondo. Abbiamo bisogno della sua luce affinché quel dolore non chiuda il nostro cuore, ma gli dia un senso.

Servire Dio: Superare i Falsi Idoli e Accogliere il Dio della Pace
Tutti abbiamo un cuore inquieto che cerca di saziarsi. Ma possiamo tranquillizzare questo cuore con dèi falsi come il denaro, il piacere, il successo, il potere o il nostro stesso ego. Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma: «L'uomo è stato creato per servire e amare Dio».
Questo linguaggio può disturbarci, in particolare l'idea di un Dio che crea l'essere umano affinché lo serva, quando Gesù stesso dice di essere venuto per servire. Purtroppo, popoli e chiese cristiane cadono nella tentazione di servirsi di Dio, facendolo diventare il proprio Dio che combatte dalla nostra parte contro i nemici, rendendo "santa" la guerra e "benedetti" gli eserciti. Pensiamo al tragico paradosso della Prima Guerra Mondiale, dove eserciti si fronteggiavano invocando ciascuno il Dio cristiano. La domanda pertanto è: quale Dio davvero serviamo?
Paolo saluta i cristiani con l'augurio: «Il Dio della pace sia con tutti voi» (Romani 15,33). Dio non può che essere così, soprattutto il Dio di Gesù Cristo. Già nell'antico racconto del diluvio si narra del pentimento di Dio, a fronte della distruzione operata per la malvagità degli esseri umani. Promette di non farlo più e in segno di pace appende al cielo l'arco, così d'ora in poi non trafiggerà violentemente chi gli si oppone.
Il SACRIFICIO E LA REDENZIONE, L' ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE
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