L'aspettativa di vita al tempo di Gesù e nell'antichità biblica

Grazie ai progressi scientifici, medici e in altri campi oggi si vive più a lungo, eppure pochi raggiungono o superano il traguardo dei cento anni. La domanda sulla durata della vita umana e sulle aspettative di vita nelle epoche passate, in particolare ai tempi biblici e nell'era di Gesù, ha affascinato a lungo studiosi e credenti.

La longevità eccezionale nelle narrazioni bibliche

La Bibbia riferisce che nell’antichità le persone vivevano molto più a lungo, arrivando in alcuni casi a sfiorare i mille anni. Questa straordinaria longevità è verosimile?

I Patriarchi antediluviani e la loro età

Il libro biblico della Genesi menziona sette uomini che vissero più di 900 anni, tutti nati prima del Diluvio. Si tratta di Adamo, Set, Enos, Chenan, Iared, Metusela (conosciuto anche come Matusalemme) e Noè (Genesi 5:5-27; 9:29). Tutti loro, molti dei quali forse sconosciuti ai più, appartenevano alle prime dieci generazioni della storia umana. Nella Bibbia sono citate almeno altre 25 persone che raggiunsero età fuori del comune per i nostri giorni. Alcune vissero 300, 400 o persino 700 anni e più (Genesi 5:28-31; 11:10-25).

Per molti, però, le cose che la Bibbia dice in merito a persone tanto longeve non sono altro che leggende. Tuttavia, i fatti hanno più volte dimostrato che ciò che leggiamo nella Bibbia è attendibile dal punto di vista storico, scientifico e cronologico. Ciò non dovrebbe sorprendere, perché la Bibbia stessa dice: “Dio è veritiero, mentre ogni uomo è mentitore” (Romani 3:4, CEI). Ed essendo “ispirata da Dio”, la Bibbia non è un libro che propina storie inventate. Mosè, che fu ispirato da Geova Dio a scrivere il Pentateuco (i primi cinque libri biblici), è giustamente annoverato tra gli uomini più autorevoli e rispettati della storia.

L'interpretazione del concetto di "anno" nell'antichità

Alcuni hanno sostenuto che in quei giorni il tempo venisse calcolato diversamente e che con il termine “anno” ci si riferisse in realtà al mese. Un’analisi della Genesi, comunque, conferma senza ombra di dubbio che all’epoca la gente aveva lo stesso concetto del tempo che abbiamo oggi.

Due esempi chiariscono questo punto:

  1. Nel racconto del Diluvio leggiamo che esso iniziò quando Noè aveva 600 anni, “nel secondo mese, il diciassettesimo giorno del mese”. La narrazione continua dicendo che le acque coprirono la terra per 150 giorni e che “il settimo mese, il diciassettesimo giorno del mese, l’arca si posò sui monti di Ararat” (Genesi 7:11, 24; 8:4). Quindi un periodo di cinque mesi (dal diciassettesimo giorno del secondo mese al diciassettesimo giorno del settimo mese dello stesso anno) viene equiparato a 150 giorni.
  2. Un altro esempio si trova in Genesi 5:15-18, dove si riferisce che Maalalel diventò padre a 65 anni e visse per altri 830 anni, morendo all’età di 895 anni. Anche suo nipote Enoc ebbe un figlio a 65 anni (Genesi 5:21). Se un anno corrispondeva veramente a un mese, questi due uomini divennero genitori quando avevano solo cinque anni, un’ipotesi chiaramente insostenibile.

Conferme archeologiche e storiche

Va tenuta presente anche l’archeologia, perché ci offre delle prove che concordano con quanto afferma la Bibbia riguardo a persone assai longeve e alla precisione dei suoi resoconti. Del patriarca Abraamo la Bibbia dice che era originario della città di Ur, che visse in seguito nella città di Haran e poi nella regione di Canaan, che combatté contro Chedorlaomer, re di Elam, e che lo sconfisse (Genesi 11:31; 12:5; 14:13-17). Le scoperte archeologiche hanno confermato l’esistenza di questi luoghi e personaggi. Hanno permesso inoltre di conoscere meglio la geografia dei luoghi nonché gli usi e costumi dei popoli menzionati in relazione ad Abraamo. Data l’accuratezza di queste informazioni su Abraamo fornite dalla Bibbia, perché dovremmo avanzare riserve sul fatto che sia vissuto 175 anni? Non c’è dunque motivo di dubitare di quello che la Bibbia dice riguardo a uomini estremamente longevi esistiti nei tempi antichi.

Mappa delle rotte migratorie di Abramo e delle città antiche menzionate nella Bibbia

Il potenziale umano e la ragione della mortalità secondo la Bibbia

L’eccezionale longevità di quegli uomini vissuti prima del Diluvio dimostra che il corpo umano, in quanto ad aspettative di vita, ha un enorme potenziale. Grazie alle moderne tecnologie gli scienziati hanno studiato più accuratamente il corpo umano e il modo meraviglioso in cui è fatto, inclusa la sua straordinaria capacità di rigenerarsi e autoripararsi. La loro conclusione? Il corpo ha il potenziale per continuare a vivere all’infinito.

Per Geova Dio, invece, l’invecchiamento non è né un mistero né un problema irrisolvibile. Il primo uomo Adamo fu creato perfetto da Dio, il quale si propose che gli esseri umani vivessero per sempre. Purtroppo Adamo decise di voltare le spalle a Dio. Di conseguenza peccò e divenne imperfetto. Qui sta la spiegazione che gli scienziati continuano a cercare: “Per mezzo di un solo uomo il peccato entrò nel mondo e la morte per mezzo del peccato, e così la morte si estese a tutti gli uomini perché tutti avevano peccato”. Il proposito del nostro amorevole Creatore, comunque, non è mai cambiato. Ne è una prova schiacciante il fatto che abbia provveduto il sacrificio di riscatto di suo Figlio, Gesù Cristo, sacrificio grazie al quale è possibile ottenere la perfezione e la vita eterna. La Bibbia dichiara: “Come in Adamo tutti muoiono, così anche nel Cristo tutti saranno resi viventi” (1 Corinti 15:22). La gente vissuta prima del Diluvio era più vicina di noi alla perfezione, ed è per questo che viveva molto, molto più a lungo. Noi, d’altro canto, siamo più vicini al tempo in cui si realizzerà la promessa di Dio. Del peccato e dell’imperfezione presto non rimarrà alcuna traccia, e l’umanità non dovrà più subire un processo degenerativo per poi morire.

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L'aspettativa di vita e la società nell'epoca di Gesù

Interpretazioni delle età patriarcali: dal letterale al simbolico

Quello che però colpisce è la durata della vita dei patriarchi che appare assolutamente fuori da ogni realtà per gli standard attuali. La loro età, pur essendo compresa tra i 700 e i 969 anni (cifre di molto inferiori all’età attribuita ai diversi re sumeri), resta comunque ragguardevole. Nessuno però arriva a mille anni, numero che indica la pienezza della vita. Chiaramente non si tratta sempre di numeri reali, ma di cifre che possono avere un valore simbolico. L’idea che il testo vuole esprimere è la seguente: gli anni della vita dell’uomo diminuiscono quanto più ci si allontana da Dio, sorgente della vita. Sorprende allora che Enoc, il quale «camminò con Dio», sia vissuto «solo» 365 anni.

L'età di maturità e la demografia della Galilea

Oggi un trentenne è poco più che un ragazzo, che spesso vive ancora con i genitori. Duemila anni fa non era così: un uomo di quell’età era un adulto, accasato e padre di numerosi figli anche grandicelli. È una considerazione importante persino per capire Gesù, che intorno ai trent’anni iniziò a predicare e a trentatré morì sulla croce (anche se poi sarebbe risorto). A essere sinceri nemmeno Gesù abbandonò la famiglia molto presto. Si dice a trentadue anni. Ma di certo quando lo fece era un uomo più che maturo, vista anche l’età media dell’epoca.

Un interessante scenario demografico sull'epoca di Gesù e le origini del cristianesimo ci viene fornito da Roberto Volpi con il volume In quel tempo. Volpi, statistico, offre un lavoro «di tipo quantitativo» che «aiuta a inquadrare la figura e l’opera di Gesù». Per cui non dobbiamo farci ingannare dall’iconografia occidentale e «dobbiamo proiettare e immaginare - spiega Volpi - un uomo di 32-33 anni nella Galilea della sua predicazione 2.000 anni fa: al più 120.000 abitanti di un’età media di 25-26 anni, dei quali almeno 40.000 tra bambini e ragazzi e non più di 5.000-6.000 persone di 60 anni». Volpi non rinuncia ai suoi amati numeri per dimostrare che «Gesù aveva l’età giusta per essere preso e tenuto in grande considerazione, per essere visto con serietà, ascoltato in raccoglimento, seguito con devozione».

Nuove prospettive sull'anzianità nelle società antiche

È un’idea radicata sia per il senso comune sia per gran parte degli studiosi che la durata della vita fosse nei secoli passati decisamente inferiore a quella di oggi. Tuttavia, un’archeologa dell’Australian National University, Christine Cave, sostiene invece che anche nelle società del passato non fossero una minoranza le persone che arrivavano ai 75 anni e oltre. La sua idea è che, semplicemente, gli anziani delle epoche trascorse non fossero contati nel numero perché gli studiosi non avevano i mezzi per identificarli.

La sua ipotesi nasce dall’analisi dei corpi di oltre 300 persone sepolte in cimiteri inglesi tra il 475 e il 625 dopo Cristo. Secondo Cave, molti di loro sono morti ultrasettantacinquenni. Normalmente, la stima dell’età degli scheletri del passato viene fatta in base alla valutazione dello stato delle ossa. Per i bambini e le persone più giovani l’età della morte può essere stimata in modo abbastanza corretto, mentre per gli anziani è più difficile da valutare. «Dai soli resti non è facile distinguere un quarantenne in perfetta forma da un fragile novantenne», dichiara l’archeologa. Cave pensa di essere riuscita a trovare un modo per stimarle in maniera più corretta: lo studio dei denti. La ricercatrice ha sviluppato il suo metodo confrontando l’usura dei denti in resti scheletrici antichi con quella di individui viventi di varie popolazioni: basandosi sull’analisi di quanto è consumata la dentatura, l’età al momento della morte può essere calcolata con notevole precisione. Dall’analisi dei resti di epoca medievale in tre cimiteri anglosassoni, l’archeologa ha stimato che le persone morte a oltre settanta anni di età non erano rare eccezioni. Secondo Cave, il nuovo metodo fornirà agli archeologi una visione più accurata delle società passate e della vita degli anziani del tempo.

Infografica: Metodi di datazione scheletrica e focus sull'usura dei denti

Le credenze sulla vita dopo la morte al tempo di Gesù

Il concetto di vita dopo la morte era un tema dibattuto ai tempi di Gesù. Il termine “risurrezione” significa che Dio fa rivivere i morti “per diventare immortali, con un corpo di carne ed ossa”. Molte persone ai tempi di Gesù non accettavano la nozione di una vita dopo la morte, ma credevano che i morti semplicemente cessassero di esistere. Tra coloro che credevano nella vita dopo la morte, alcuni pensavano che solo lo spirito sopravvivesse e che la vita dopo la morte fosse un regno oscuro dove sarebbero andati tutti, a prescindere dalle loro azioni nella mortalità.

Fonti antiche indicano che ai tempi di Gesù i Giudei sostenevano diverse ipotesi sul destino del corpo fisico dopo la morte. Come riporta lo storico ebreo Giuseppe Flavio, i Farisei insegnavano che i giusti “avranno il potere di risorgere e vivere di nuovo”, mentre i Sadducei credevano che “le anime morissero con il corpo”. Gesù e i Suoi primi discepoli conoscevano tali credenze. Le opinioni giudaiche sulla risurrezione derivavano da una letteratura preziosa per i Giudei, che conteneva quello che oggi è l’Antico Testamento. Il libro di Daniele, per esempio, parla di un tempo in cui “molti di coloro che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni per la vita eterna, gli altri per l’obbrobrio, per una eterna infamia” (Daniele 12:2). Un altro famoso testo ebraico parla di sette fratelli giudei che furono martirizzati per la loro fede. Prima che l’ultimo fratello fosse giustiziato, sua madre lo incoraggiò a rimanere fedele “affinché nella misericordia di Dio io possa riaverti di nuovo insieme ai tuoi fratelli” (2 Maccabees 7:29, New Revised Standard Version). Anche gli insegnamenti sulla risurrezione contenuti nel Nuovo Testamento promuovono la speranza e offrono conforto. Paolo sottolinea che tramite la risurrezione possiamo vincere la morte, il dolore e la perdita. Egli scrisse ai santi di Corinto: “La morte è stata sommersa nella vittoria. O morte, dov’è la tua vittoria?”. Proprio come nell’antichità, la dottrina della risurrezione può dare ai seguaci moderni di Gesù Cristo speranza per il futuro, nonché conforto, coraggio e un incentivo a vivere rettamente nel presente.

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