Un Dipinto Celato per Secoli: La Riscoperta e il suo Fascino
Il Bambin Gesù delle Mani di Pinturicchio è un capolavoro enigmatico che per secoli è rimasto avvolto nel mistero. Questo dipinto, gemma dell’arte umbra rinascimentale, è custode di uno scandaloso e intrigante mistero che ne accresce il valore intrinseco, connaturato alla storia celata nella trama della sua genesi. Un affresco scomparso cinque secoli orsono, raffigurante la Madonna, il Bambino e Papa Alessandro VI Borgia, è oggi riconsegnato al pubblico, grazie all’intervento della Fondazione Guglielmo Giordano, da sempre impegnata nello studio e nella divulgazione di opere dalla portata internazionale.
Il dipinto di Pinturicchio, scomparso per 500 anni, è stato ritrovato nel 1984. È una delle poche volte che questo straordinario dipinto, appartenente ad una collezione privata, viene mostrato al pubblico da quando è stato ritrovato, a 500 anni dalla sua scomparsa. Dopo essere stato esposto a Roma, New York, Napoli e Cipro, Il Bambin Gesù delle Mani è stato ospitato a Chiusi della Verna (Ar), nella Podesteria che fu della famiglia Buonarroti, nei luoghi dove Michelangelo visse la sua infanzia.

La Genesi Scandalosa: Alessandro VI Borgia e Giulia Farnese
L'opera è il frammento di un più importante dipinto murale, realizzato negli appartamenti privati di Papa Alessandro VI Borgia (1431 - 1503). La sua storia è intrisa di intrighi, amore e passione che ha per protagonisti la controversa figura di Papa Alessandro VI Borgia e l’ammaliante bellezza della sua favorita, la ventenne Giulia Farnese.
Fu il Vasari a rivelarne l’esistenza nelle sue Vite, ma la scena raccontata sembrava così scandalosamente impossibile da far ritenere la notizia un falso. «Ritrasse sopra la porta d’una camera La Signora Giulia Farnese nel volto d’una Nostra Donna, e nel medesimo quadro, la testa d’esso Papa Alessandro che l’adora», una delle frasi più celebri, ambigue e discusse del Vasari. Il contenuto era particolarmente piccante per l’epoca e per i pettegolezzi dei secoli successivi, in modo particolare nel periodo della Controriforma, perché descriveva una scena in cui un prelato, addirittura il Papa, si faceva ritrarre inginocchiato di fronte a una Madonna che aveva le sembianze di Giulia Farnese, tradizionalmente nota per essere la sua amante e concubina. Sembrava proprio un quadretto famigliare di profonda e calda intimità.
Il dipinto di Pinturicchio era, in altre parole, la testimonianza indiretta di una relazione che "stava sulla bocca di tutti ma che a tutti i costi andava taciuta". Per questo l’opera fu nascosta a lungo, celata da occhi indiscreti, poi divisa in parti più piccole, forse trafugata. Dopo la morte del Papa non vi fu più notizia certa della sua esistenza, per cinquecento anni, tanto da far ritenere che il dipinto fosse andato distrutto o che non esistesse affatto.
La "Damnatio Memoriae" e la Distruzione dell'Affresco
Alla morte di Rodrigo Borgia, Giulio II, suo acerrimo nemico, si rifiutò di dormire nella stessa camera da letto, circondato dagli stemmi del predecessore e con di fronte agli occhi l’opera considerata scandalosa: Borgia in adorazione della sua amante. Il nuovo papa commissionò quindi a Raffaello l’affresco degli alloggi superiori, dove andò a risiedere. Gli appartamenti Borgia vennero chiusi, e l’accesso fu consentito solo a pochissimi occhi assolutamente fidati. Dopo la morte del Papa si volle annullare tutto quanto lo rappresentasse, proprio a volerlo dimenticare dalla storia e dai ricordi, dal Vaticano, da tutto, quasi non fosse mai esistito.
La Copia di Pietro Facchetti (1612)
Siamo nel 1612, anno in cui termina l’infinito cantiere di San Pietro. Il Duca di Mantova, Francesco IV Gonzaga, ricevette dal proprio ambasciatore la notizia che l’opera esisteva veramente ed era custodita segretamente in Vaticano. Così, due personaggi si introdussero furtivamente in Vaticano: Aurelio Recordati, ambasciatore del Duca di Mantova, e Pietro Facchetti, il pittore personale e straordinario copista. Pagato profumatamente, Facchetti riuscì ad entrare negli appartamenti Borgia di nascosto, dopo aver corrotto un guardarobiere con un paio di calze di seta. Riuscì a farsi svelare l’affresco, prudente mente occultato con un panno di stoffa; eseguì quindi una copia su tela e la inviò a Mantova. Il Duca si ritrovò così tra le mani una testimonianza alquanto scomoda per la rivale famiglia Farnese, una "prova provata" della nascita scandalosa della casa Farnese.

Il Ruolo di Papa Alessandro VII Chigi nella Mutilazione
Papa Alessandro VII, Fabio Chigi, al suo insediamento, volle cancellare ogni traccia di Borgia, in modo particolare l’affresco tanto incriminato. Ma il nipote lo fermò. Anziché essere distrutta, l’opera venne asportata staccando l’intera porzione di muro di uno spessore di ben 6,5 cm. Dell’intera scena vennero suddivisi i 3 personaggi; sicuramente fu distrutto il Borgia. Le due cornici, quella del Bambin Gesù e quella della Madonna, sono le sole e uniche opere uscite dal Vaticano. Il Chigi le portò a casa nella sua personale collezione, a Palazzo Chigi, separate l’una dall’altra da altre 99 opere di distanza per camuffare il riconoscimento. E così fu, per secoli.
Il Ritorno alla Luce: Dalla Ricerca del Vaticano alla Riscoperta dei Frammenti
Nel 1897, Leone XIII, che fu vescovo di Perugia, si rese conto che gli appartamenti Borgia, che avevano la fama di contenere opere scandalose, erano uno dei più grandi cicli di affreschi del Quattrocento; così li riaprì al pubblico. Subito si avviò una vera e propria caccia al tesoro della tanto sacrilega opera perduta. Nessuna opera corrispondeva né per collocazione né per personaggi: Vasari aveva inventato tutto! Quello che restava era solo una serie di eventi fortuiti che si legano con la storia dei liberi comuni e delle famiglie nobili del Cinquecento, che ha permesso di non dimenticare del tutto le tracce storiche.
Nel novembre del 1940, una principessa romana in visita a Mantova, Eleonora Chigi Albani della Rovere, accompagnata dal figlio Giovanni Incisa della Rocchetta, storico dell’arte, accolsero l’invito di una Marchesa strettamente legata ai Gonzaga, e furono invitati a vedere straordinarie opere d’arte. In fondo a un corridoio, trovarono una tela che rappresentava una Madonna con Bambino e un prelato inginocchiato. Era la tela del Facchetti, e loro furono le uniche persone che poterono riconoscerla e dare un significato al quadro in una città che non aveva niente a che fare con Roma, e soprattutto una scena completa che loro non possedevano. I due personaggi della scena corrispondevano a quelli raffigurati in due dipinti distinti che appartenevano da secoli alla propria famiglia materna: una Madonna e un Bambino. I due quadri erano gli unici superstiti alla distruzione del dipinto Vaticano originario, ordinata a metà Seicento dal suo antenato Fabio Chigi, eletto Papa con il nome di Alessandro VII. Dopo numerose ricerche, Giovanni Incisa della Rocchetta comprese e ebbe la certezza dell’opera e della veridicità della frase del Vasari. La sconcertante scoperta, però, così come era apparsa, sprofondò nuovamente nell’oblio a causa dell'ingresso dell'Italia in guerra.
Per fortuna, la storia volle diversamente. Gli intrecci e gli enigmi sono stati svelati solo da pochi anni. Nel 2004, il caso, o la sorte, decise che la tormentata opera tornasse alla luce. Nel circuito antiquario comparve un magnifico dipinto murale: venne individuato un Pinturicchio che raffigurava il Bambin Gesù, caratterizzato però da un ambiguo quanto enigmatico intreccio di ben cinque mani. È lo snodo centrale dell’affresco perduto. Fu Franco Ivan Nucciarelli, storico dell’arte, a proporlo a diversi soggetti, fino a che venne studiato dalla Fondazione Giordano. Vennero rintracciate fonti e carteggi, e si riuscì a ricostruirne la storia a prova provata che il Bambin Gesù è la chiave, lo snodo di uno dei più affascinanti e straordinari misteri italiani.
Descrizione del "Bambin Gesù delle Mani" e Altri Frammenti
Il Bambin Gesù delle Mani è un murale di soli 48,5 per 33,5 centimetri, realizzato negli ultimi anni del Quattrocento a tempera arricchita da inserimenti di foglia d’oro e da rilievi in cera dorata. Si tratta del frammento di un capolavoro smembrato in più parti e mai più ricomposto interamente.
Il Bambino è nudo, con il capo rotondo e ricci castani che scendono sulle orecchie. La testa è incorniciata da un’aureola crociata lievemente a rilievo, divisa da una croce rossa templare, sfolgorante d’oro e porpora. Il Bimbo è appoggiato su un cuscino con agli angoli due ghiande dorate, simbolo alchemico con la pianta della quercia, emblemi di vita rinnovata e di immortalità. L’atto del Bambino è benedicente, porge con la mano sinistra al suo interlocutore la sfera del globo terraqueo sormontato dalla croce, allegoria della signoria sul mondo, confermando l’esistenza di una persona di altissimo rango sulla sinistra dell’affresco. Il frammento ci restituisce solo le mani dei personaggi: un gioco di mani straordinariamente avvolgente, quasi musicale. La destra del Bambinello è levata verso il cielo, il piccolo pugno è chiuso, tranne l’indice e il medio sollevati. La sinistra tiene il globo dorato tripartito a T in una profusione di pastiglie d’oro in rilievo, che vanno dall’aureola ad alcuni particolari, un virtuosismo da alta oreficeria o da alchimista.
Da dietro, le mani della donna, della Madonna, avvolgono e sostengono il Bambino sotto l’ascella e a un fianco, in un gesto materno e delicato. Ma lei non c’è più, è stata tagliata. La figura della Vergine è ridotta a quello che è rimasto del quadro originario: pochi particolari, le mani affusolate, il manto blu con fodera verde, i bordi dorati e la veste rossa. Strani geroglifici di "gusto orientaleggiante" adornano il manto della Vergine, interpretati da alcuni come frutto della simbologia alchemica. In basso a sinistra si vede solamente un’altra mano, di qualcuno inginocchiato, che sorregge amorevolmente al Bambinello un piede. Ma anche lui non c’è più, è stato tagliato, colpito e cancellato dalla mannaia della censura. Dei due personaggi fatti sparire restano, come detto, solo le mani. Una "damnatio"? Sicuramente.

A completare le esposizioni del frammento di affresco con la figura del Gesù Bambino benedicente (proprietà Fondazione Guglielmo Giordano), viene affiancata una preziosa tavola raffigurante la Madonna col Bambino benedicente (proprietà Fondazione Sorgente Group, Istituzione per l’Arte e la Cultura). La tavola, databile agli ultimi anni del Quattrocento, è tutta incentrata sul tema della benedizione. Il Bambino e la Madonna guardano verso un punto in basso, al di sotto del dipinto, dove presumibilmente poteva osservarlo il donatore o committente dell’opera o, in alternativa, trovarsi un oggetto di venerazione particolare da tenere sotto la perenne protezione della Madre e del Figlio. Il tipo iconografico della Vergine è stato identificato come quello della Stella del Mare, suggerendo una sorta di ex voto o quadro apotropaico legato alla figura di un navigatore.
Una Nuova Prospettiva: Il Bambino Gesù e Papa Innocenzo VIII
Una teoria alternativa propone che il capolavoro "indecente", a nostro avviso, sarebbe stato realizzato per Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo, predecessore di Alessandro VI. Alcuni ne collocano la realizzazione, infatti, tra il 1486 e il 1492, in pieno pontificato Cybo (1484-1492). Questa tesi smentirebbe la versione vasariana.
Innocenzo VIII, figlio di un Aronne e nipote di una Sarracina, di ascendenze greche, univa in sé le tre grandi religioni del libro. Ciò giustificherebbe in parte l’azzardo del quadro, frutto di una mentalità diversa, con l’incredibile posizione paritaria dei tre protagonisti del dipinto in un’epoca in cui il sacro doveva essere predominante e assolutamente intoccabile. L’atto del successore di Pietro che sorregge il piede del Bambino, una gestualità possibile per un pontefice dai costumi più aperti, come Innocenzo VIII, è dimostrata dai plateali matrimoni dei suoi tanti figli in San Pietro, divenendo consuocero di Lorenzo il Magnifico. In effetti, nel dipinto dello scandalo, il papa sembrerebbe essere proprio Giovanni Battista Cybo, eternato in una tenera intimità con il piccolo Gesù, in un contatto quasi da padre a figlio.
Innocenzo VIII e la Scoperta delle Americhe
Da oltre 30 anni si sostiene che il vero "Deus ex machina", lo "sponsor" dell’impresa di Cristoforo Colombo, fu Innocenzo VIII, legato da affetto paterno al navigatore. Il globo che offre il Bambino delle mani è tipico e ricorrente proprio nell’iconografia di San Cristoforo, il "portatore di Cristo" (Christo Ferens), come si firmava Colombo. Il navigatore avrebbe così portato la parola di Gesù oltre l’Oceano Atlantico e consegnato la sfera completata del globo sotto la croce al successore di Pietro, esattamente come il Bambin Gesù del Pinturicchio sembra consegnare al pontefice il globo per il dominio del mondo. Questa sovranità sarebbe stata confermata dall’esoterica lancia di Longino, custodita nelle mani di Innocenzo VIII e ricevuta in dono da Bajazet, figlio di Maometto II, uno dei talismani più ricercati per la sua potenza divina che garantiva immortalità e dominio del mondo.
La tomba di Giovanni Battista Cybo del Pollaiolo in San Pietro reca inciso: «Novi orbis suo aevo inventi gloria», ovvero «Nel tempo del suo pontificato la gloria della scoperta di un Mondo Nuovo». Mentre la vulgata attribuisce la "scoperta" al ritorno dal viaggio quando il papa era Alessandro VI, sulla misera tomba del Borgia, confinata fuori San Pietro in via Monserrato, non c’è nessun riferimento. La prescoperta nel tempo di papa Cybo, antecedente al 1492, è confermata da Panvinio, Oviedo, Guicciardini, Piri Reis e molti altri storici. Ciò spiegherebbe l’oro usato, nel tempo di Innocenzo, per i capolavori del Pinturicchio. L’oro utilizzato nell’aureola e nel globo del Bambin Gesù delle Mani sarebbe lo stesso oro del primo carico portato da Cristoforo Colombo, lo stesso impiegato per la doratura del soffitto ligneo di Santa Maria Maggiore e per quello dell’abbazia di Farfa.

La somiglianza tra Colombo e Innocenzo VIII è stata più volte definita inquietante, così come la somiglianza del profilo tra le immagini iconiche del pontefice e il volto del suo omologo genuflesso davanti alla Madonna nelle cosiddette "stanze Borgia". A quell'epoca, si aspettava spasmodicamente la fine dei tempi e una nuova Resurrezione, una nascita nuova. La Chiesa non era affatto insensibile a simili richiami. La data più vaticinata era il 1484, l’anno dell’intronizzazione di Innocenzo VIII, che si sarebbe poi concretizzata nel Mondo Nuovo di Cristoforo Colombo e del papa genovese. Secondo le profezie di Gioacchino da Fiore, di cui Colombo e i francescani spiritualisti erano seguaci, si attendeva il tempo dello Spirito Santo.
Innocenzo VIII progettò per l’asta divina uno stupendo ciborio in San Pietro, che venne successivamente demolito e dove era presente una composizione sempre del Pinturicchio decisamente simile nelle posizioni al Bambino delle mani. Per questo l’opera del Bambino Gesù delle Mani, nell’intento del Borgia, o di chi per lui o dopo di lui, andava distrutta e sezionata, contraffatta, in modo che se ne celasse il significato. Fu colpita come tutto il resto relativo alla famiglia Cybo allo scopo di cancellare i meriti di Innocenzo VIII e appropriarsi, fra la Roma del Borgia e i re spagnoli, del Nuovo Mondo con le relative ricchezze.
Mostre e Diffusione
La storia particolare del frammento di affresco con la figura del Gesù Bambino benedicente, databile al 1492-1493, è stata ricostruita con precisione da Franco Ivan Nucciarelli (Pinturicchio. Il Bambin Gesù delle mani, Perugia, 2007). La tavola raffigurante la Madonna col Bambino benedicente, sottoposta dallo Stato italiano al vincolo di importante interesse dal 1990, fu esposta per la prima volta nel 1945 in occasione della Mostra d’Arte italiana a Palazzo Venezia. Successivamente è stata esposta nel 2008 alla mostra del Pintoricchio alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia ed infine pubblicata nel catalogo della collezione d’arte della Fondazione Sorgente Group (Roma, 2010).
Mostre-evento sono dedicate al dipinto rinascimentale per approfondire l’intrigo che avvolge la scandalosa genesi dell’opera. Roma Capitale ha scelto Pinturicchio a rappresentare un momento di augurio e benessere spirituale per la collettività. Un esempio è l'esposizione al Museo Diocesano di Sarzana, che valorizza il dialogo tra arte, storia e spiritualità, offrendo ai visitatori un percorso critico dettagliato che illustra tutte le fasi del recupero, del restauro e della ricostruzione dell’identità dei protagonisti.