L'Altare di Pergamo, noto anche come Altare di Zeus, è uno dei monumenti più spettacolari dell'età ellenistica giunti fino ai nostri giorni. Fu fatto erigere dal re di Pergamo Eumene II (197 a.C.-159 a.C.) tra il 190 e il 160 a.C. per celebrare la vittoria di Attalo sui Galati, una tribù di origine celtica stanziata in Asia Minore. L'altare è stato dedicato a Zeus Soter (salvatore) e Athena Nikephoros (portatrice di vittoria), proprio per celebrare la fine della guerra e il trionfo contro i Galati.
La sua importanza è testimoniata anche da Lucio Ampelio, che nel suo Liber Memorialis (III/IV sec. d.C.) annotò: «A Pergamo c’è un grande altare di marmo alto 40 piedi, con bellissime sculture; include tra l’altro anche una gigantomachia». Questa scarna ma essenziale frase ha contribuito in modo decisivo a orientarne il riconoscimento e la ricostruzione moderna.
Contesto Storico e Culturale di Pergamo
Il regno di Pergamo, situato nella parte occidentale della penisola anatolica, fu fondato nel III secolo a.C. da Lisimaco, un generale di Alessandro Magno. Dopo la morte di Alessandro Magno, la frammentazione del suo impero generò una serie di centri di potere che si affermarono in modo autonomo. Tra questi, Pergamo occupò una posizione di primo piano. Nel giro di pochi decenni, tra il 283 a.C. e il 133 a.C., la città si impose come una delle realtà più forti dell’Asia Minore, non solo per capacità politica e militare, ma per l’intensità con cui costruì una propria identità culturale.
L'antica Pergamo sorgeva nella valle del Caico, a una distanza relativamente breve dalla costa egea, in un asse strategico che metteva in relazione Macedonia e Siria, favorendo scambi e contatti. La svolta nella sua storia si produsse con Filetero, che tra il 283 e il 263 a.C. pose le basi della dinastia degli Attalidi. Da quel momento la città crebbe rapidamente, sostenuta da una politica estera accorta e da un solido sistema economico.
Sull’acropoli, i sovrani Attalo I (269-197 a.C.), Eumene II (221-159 a.C.) e Attalo II (220-138 a.C.) promossero un programma monumentale che non aveva il solo scopo di celebrare il potere, ma di definirlo. I monumenti eretti in questo contesto divennero modelli, al punto che il nome stesso di Pergamo finì per indicare uno stile specifico dell’arte ellenistica matura. A Pergamo si elaborò un linguaggio consapevole, capace di porsi come erede della grande tradizione classica, non per imitare Atene, ma per raccoglierne l'eredità in un contesto nuovo.
Le principali risorse e le entrate provenienti dai tributi delle province erano concentrate nelle mani del sovrano. Anche la distribuzione della terra si discostava dal modello delle poleis tradizionali: essa era nelle mani dell’aristocrazia e del ceto sacerdotale, non dei cittadini liberi. Questo assetto, tuttavia, alimentò sviluppo e crescita.

Le Vittorie sui Galati e la Rappresentazione del Nemico
La stabilità interna di Pergamo non eliminava le minacce esterne. Ai confini premevano i Galati, popolazioni celtiche stanziate nelle regioni interne dell’Anatolia. La loro pressione si trasformò presto in invasione, e il confronto divenne inevitabile. La vittoria di Attalo I segnò un momento decisivo: per celebrarla, il sovrano fece erigere un tempio ad Atena corredato di statue raffiguranti i nemici vinti. La rappresentazione del nemico sconfitto non era un dettaglio decorativo, ma un dispositivo simbolico che amplificava la portata della vittoria.
Questo principio si sviluppò ulteriormente con Attalo II, che nel recinto sacro fece collocare un donario composto da un grande podio cilindrico sul quale si disponevano, radialmente, figure di Galati feriti a morte e, al centro, il gruppo di un guerriero che uccide la moglie e si dà la morte. Il monumento è perduto, ma ne restano copie romane che consentono di coglierne l’impostazione. L’immagine del vinto, colta nel momento estremo, non diminuiva il vincitore: ne accresceva la grandezza.
Esempi celebri di tale rappresentazione sono il Galata morente, esposto ai Musei Capitolini a Roma, che rappresenta un guerriero a terra, gravemente ferito e in attesa della morte imminente, e il Galata suicida, conservato a Palazzo Altemps, un gruppo scultoreo che rappresenta un guerriero celtico intento a togliersi la vita. Sono queste opere che a modo loro rappresentano la vulnerabilità e la fragilità della vita umana, anche in un contesto di guerra e violenza.

Scoperta e Posizionamento Attuale
L'Altare di Pergamo, eretto nella città omonima in Asia Minore (nell’attuale Turchia), fu scoperto dagli archeologi tedeschi Carl Humann e Alexander Conze, in una successione di campagne di scavo a partire dal 1878. Un’accurata campagna di scavo permise di portare alla luce parte della struttura dell’altare e le lastre di marmo scolpite che lo decoravano. Oggi ciò che rimane dell’altare è conservato ed esposto al Pergamonmuseum di Berlino, dove il frammento si ricompone in una forma che, pur inevitabilmente parziale, restituisce con forza la portata dell’opera.
Architettura e Struttura dell'Altare
L'Altare di Pergamo si impostava su un basamento che sfiorava la forma quadrata, con un fronte di oltre 26,50 metri e una profondità di quasi 34,50 metri. L'intera struttura era alta 25 metri, con una lunghezza di 35 metri e una larghezza di 33 metri, decorata con 118 colonne. Da un basamento quadrangolare poggiato su cinque gradini si elevava un alto zoccolo rivestito di marmi, sul quale si ergeva l'altare vero e proprio, al centro di un cortile circondato da porticati ionici.

La struttura dell’altare era caratterizzata da una scalinata centrale incastrata tra due ali simmetriche. Sul lato occidentale del complesso saliva un immenso scalone, delimitato da due ante, sulle quali si prolungava il colonnato. Questa scalinata non si limitava a collegare due livelli, ma incideva il volume, definendo l’assetto complessivo dell’edificio. L’innesto della scala generava due risalti laterali, sui quali il fregio si innalzava seguendo l’andamento architettonico, fino a concludersi in corrispondenza degli angoli con un andamento acuto.
Al di sopra del podio si impostava uno stilobate sul quale si sviluppava un recinto colonnato. Il portico, di ordine ionico, circondava l’ara sacrificale creando uno spazio interno separato. Sul fronte, in corrispondenza dei risalti, il colonnato si prolungava formando due ali parallele, che accentuavano la profondità e guidavano lo sguardo verso la scalinata. La trabeazione era ridotta all’essenziale: un architrave ionico tripartito e una cornice, senza fregio. Al di sopra si disponeva una serie di acroteri che completavano l’alzato. L’altare, tuttavia, non fu mai portato a termine: alcuni doccioni rimasti allo stato di abbozzo lo testimoniano in modo inequivocabile.
Al centro del cortile porticato si trovava l’ara sacrificale, circondata su tre lati da un muro decorato a bassorilievo, che fungeva da supporto al fregio interno. Le superfici marmoree erano vivacizzate dal colore, e il fondo blu del fregio esterno doveva risaltare con forza, accentuando il contrasto con le figure.
CAP 06 Altare di Zeus Soter e Athena Nikephoros a Pergamo
Il Grande Fregio: La Gigantomachia
Su tutta la superficie dello zoccolo dell'altare correva un fregio continuo, il Grande Fregio, lungo 120 metri e alto più di due (circa 2,30 metri), realizzato in altorilievo su fondo liscio. Questo fregio sviluppa uno dei temi più noti della tradizione greca: la Gigantomachia, lo scontro tra gli dèi dell’Olimpo e i Giganti (figli di Gea e Urano). Il tema è un'allusione ai conflitti fra gli abitanti di Pergamo e i Galati, rappresentando la vittoria dell’ordine sulla forza caotica, della civiltà sulla barbarie.
L’estensione eccezionale del fregio impone un ampliamento del racconto, che ingloba elementi della teogonia ed episodi di tradizione omerica, insieme a varianti più recenti della narrazione mitica. Tra queste, la presenza di Eracle introduce un elemento decisivo: secondo la versione adottata, la ribellione dei Giganti spinse gli dèi a consultare un oracolo, il quale stabilì che la vittoria sarebbe stata possibile solo con l’intervento di un essere mortale, ruolo che spettava a Eracle.
Il fregio non è concepito come una sequenza narrativa lineare, ma rappresenta il momento culminante della battaglia, nel quale tutte le forze sono simultaneamente in azione. La scena si sviluppa lungo l’intero perimetro, avvolgendo lo spettatore e costringendolo a costruire relazioni tra le figure.
Scene e Personaggi del Grande Fregio
- Lato Orientale: Al centro si impone Hera, lanciata nella battaglia sul suo carro trainato da quattro cavalli alati, identificabili con i venti (Noto, Borea, Zefiro ed Euro), che introducono una dimensione cosmica nello scontro. Tra Hera e Zeus compare Eracle, di cui resta oggi soltanto la pelle del leone di Nemea. La sua presenza, pur frammentaria, mantiene intatto il significato: è l’elemento umano che rende possibile la vittoria divina. Chiude il lato est lo scontro tra Clizio ed Ecate, rappresentata nella sua forma triplice e armata di fiaccola, spada e lancia.
- Verso Nord (e sui risalti della scalinata): Emergono Zeus e Atena. Atena afferra il gigante Alcioneo per i capelli e lo strappa dalla terra, mentre Gea emerge dal suolo cercando di trattenerlo. Il gigante Alcioneo è alato e con un serpente che lo avvolge nelle sue spire. Questo gesto chiarisce visivamente un principio fondamentale del mito: i Giganti traggono forza dalla terra, e separarli da essa significa privarli della loro potenza. La vittoria si costruisce in questo atto, confermata dall'intervento di Nike, che sopraggiunge in volo. All’angolo nord-est irrompe Ares alla guida della sua biga, mentre un gigante alato gli si oppone. Poco oltre si sviluppa un gruppo in cui compare verosimilmente Demetra, impegnata nello scontro con un avversario. Segue Apollo, riconoscibile dalla faretra, ai cui piedi giace Efialte, colpito all’occhio. Accanto a lui si dispongono Latona e Artemide: la prima brandisce una fiaccola, la seconda avanza con decisione, scavalcando un corpo già abbattuto.
- Verso Sud: La composizione si apre con la triade formata da Ecate, Asteria e Febe, che introduce il gruppo delle divinità astrali (Selene, Elio che avanza con la quadriga travolgendo i nemici, ed Eos). Il loro intervento suggerisce un principio che trascende il conflitto: il tempo procede inesorabile, e nulla può arrestarlo. La sequenza prosegue con un intreccio fitto di figure, tra cui emerge un gigante dalle sembianze taurine e la presenza di Cibele, riconoscibile per il leone che la accompagna. Sul risalto sud domina Dioniso, che irrompe nella battaglia alla guida di un leone, affiancato da Semele e seguito da satiri e ninfe.
- Divinità Marine: Sul lato opposto e lungo il fregio nord intervengono le divinità marine. Poseidone avanza con la sua quadriga trainata da cavalli marini, seguito da figure legate al mondo acquatico: Oceano, Teti, Anfitrite, Tritone. Il mare entra nello scontro, ampliandone ulteriormente la portata. Tra queste compaiono anche figure di interpretazione meno certa, come le Moire o le Erinni, riconoscibili dagli attributi, tra cui il vaso colmo di serpenti. La loro presenza introduce il tema della giustizia e della punizione.
Il Grande Fregio si impone per la sua forza drammatica. Le figure, trattate in altorilievo, emergono con decisione dal fondo, fino a dare l’impressione di oltrepassare il limite della superficie. L’incisione profonda accentua il contrasto tra luce e ombra, rendendo ogni gesto più incisivo. La tensione si concentra soprattutto sui Giganti, la cui sofferenza è resa attraverso torsioni, contrazioni, espressioni deformate. Il repertorio formale, che richiamava modelli già sperimentati, fu qui portato a un livello di intensità superiore. L’obiettivo non era più quello di esprimere una condizione esistenziale, come accadeva in età classica, ma di coinvolgere lo spettatore, colpirlo e impressionarlo.

Il Piccolo Fregio: Le Storie di Telefo
Sotto il portico, un fregio interno, il Piccolo Fregio, a bassorilievo, di circa 80 metri di lunghezza per circa 1,5 metri di altezza, narrava le vicende di Telefo, figlio di Eracle e Auge, mitico fondatore della città di Pergamo. La narrazione si svolge secondo una successione temporale delle scene, separate da alberi, colonne, pilastri o semplicemente da personaggi posti di spalle l’uno all’altro. Auge, madre di Telefo, è rappresentata in alto a destra, sullo sfondo, seduta su una roccia in attesa del proprio destino. Questo fregio si distingueva per la sua funzione narrativa e per la ricchezza dei dettagli.
Iconografia e Sculture Aggiuntive
Oltre ai fregi, sotto le colonne dell’altare erano collocate anche una serie di statue di divinità, tra cui quella di Zeus seduto su un trono, una figura di Atena e quella di Nike (la dea della vittoria). La base dell’altare è istoriata con una lunga sequenza di raffigurazioni scultoree che hanno un forte impatto visivo verso chi guarda. I rilievi dell’altare sono dotati di figure eseguite con un grande realismo e una forte espressività, con pose drammatiche e intense tensioni emotive.