L'Altare Cristiano Cattolico: Simbolismo, Storia e Arredi Liturgici

L'altare, secondo il cristianesimo, è un luogo sacro centrale per il culto, una struttura dove si offrono sacrifici, preghiere e lodi, simbolo di connessione con il divino. Il suo significato profondo si è evoluto nel tempo, mantenendo però una costante centralità nella vita liturgica e spirituale.

Significato Teologico dell'Altare

Nell'ambito del Cristianesimo, l'altare rappresenta un elemento poliedrico, intriso di significati teologici e liturgici profondi. È primariamente il luogo designato per l'offerta di sacrifici e doni a Dio, un punto focale dove il divino e l'umano si incontrano. In origine, l'altare era la sede dei sacrifici cruenti, dove il sangue degli animali veniva sparso per ottenere la riconciliazione e l'espiazione dei peccati, sottolineando la necessità di un intermediario e di un atto di propiziazione per ristabilire il rapporto tra l'uomo e Dio. Nel contesto cristiano, l'altare assume un significato che trascende il sacrificio letterale, diventando il luogo dove si celebra il sacrificio eucaristico, il culmine della liturgia, in cui il pane e il vino vengono consacrati e trasformati nel Corpo e Sangue di Cristo.

L'altare è la tavola sacra dove il sacramento viene celebrato, un punto di comunione con Dio e il centro della vita cristiana, che richiede devozione e la consacrazione delle attività a Dio. È anche visto come un luogo di rifugio e sicurezza; la tradizione biblica narra di come le persone fuggissero verso l'altare in cerca di protezione, sebbene questo rifugio fosse limitato a determinati contesti. È un luogo dove si manifesta la presenza divina e dove si compiono atti di adorazione e servizio. L'altare è un simbolo di santità e purezza; il sangue veniva sparso intorno all'altare come parte della cerimonia sacrificale e l'altare stesso veniva purificato.

Nella religione Cristiana Cattolica, in particolare, è molto frequente che il fedele si inchini passando di fronte all'altare, poiché quest'ultimo simboleggia Cristo, data la presenza del tabernacolo. Il Catechismo della Chiesa Cattolica rammenta che «L’altare, attorno al quale la Chiesa è riunita nella celebrazione dell’Eucaristia, rappresenta i due aspetti di uno stesso mistero: l’altare del sacrificio e la mensa del Signore, e tanto più in quanto l’altare cristiano è il simbolo di Cristo stesso, presente sia come vittima offerta per la nostra riconciliazione, sia come alimento celeste che si dona a noi» (n. 1383). La venerazione per l’altare, che si manifesta baciandolo, incensandolo e inchinandosi davanti ad esso, è motivata dal suo legame col sacrificio di Cristo, al quale nel sacramento si associa il sacrificio della Chiesa orante.

Il simbolo nel tuo albero di Natale che la Chiesa ha nascosto per 400 anni

L'Altare nell'Antico Testamento

Nell'Antico Testamento, l'altare rappresenta il punto focale del tempio e luogo di espiazione. La sua presenza è costante nelle narrazioni bibliche, da Abramo che lo costruisce per offrire Isacco, a Giacobbe che lo consacra con olio, a Salomone che vi offre mille olocausti. È il luogo dove i profeti di Baal invocavano il loro dio e dove Elia ripristinò l'altare del Signore.

In epoca biblica più antica, chi costruiva un altare lo faceva per rispondere a YHWH che l'aveva visitato, come testimonia la formula frequente che accompagna il gesto dei patriarchi: "Edificò un altare a YHWH e invocò il suo nome". Prima di essere un luogo in cui si offrono sacrifici, l'altare era quindi un memoriale del favore divino; i nomi simbolici che questi altari ricevono ne sono una testimonianza. Per i discendenti dei patriarchi il luogo del culto tendeva ad avere maggior valore del ricordo della teofania che vi aveva dato occasione, trasformandosi spesso in un luogo di pellegrinaggio. Questo primato del luogo sul memoriale si manifestava già nel fatto che si sceglievano spesso antichi luoghi di culto cananei, come Bethel o Sichem, e più tardi Gilgal o Gerusalemme. Di fatto, quando entra in Canaan, il popolo d'Israele è in presenza degli altari pagani, che la legge gli impone di demolire senza pietà, come fecero Gedeone o Jehu con gli altari di Baal.

In pratica, fu Salomone a inaugurare un regime di tolleranza per gli idoli portati a Gerusalemme dalle sue mogli straniere. Acab agì allo stesso modo, Acaz e Manasse introdussero nel Tempio stesso degli altari, secondo l'usanza pagana. I profeti vituperarono la moltiplicazione degli altari. Un rimedio alla situazione fu apportato con la centralizzazione del culto a Gerusalemme. Quando Ezechiele descrive il tempio futuro, l'altare è oggetto di descrizioni minuziose, e la legislazione sacerdotale che lo concerne è collegata a Mosè. I corni dell'altare, menzionati già da gran tempo come luogo d'asilo, assumono una grande importanza: saranno frequentemente aspersi di sangue per il rito dell'espiazione. Questi riti indicano chiaramente che l'altare simboleggia la presenza di YHWH. Nello stesso tempo si precisano le funzioni sacerdotali: i sacerdoti diventano in modo esclusivo i ministri dell'altare, mentre i leviti sono incaricati delle cure materiali.

L'Altare nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento, l'enfasi si sposta dal sacrificio animale al sacrificio spirituale. L'altare diventa il luogo dove si offrono le preghiere e le lodi a Dio e dove si presenta il sacrificio di un cuore devoto. Viene insegnato che se si ricorda che un fratello ha qualcosa contro di noi mentre si porta un dono all'altare, si deve lasciare il dono e prima riconciliarsi. Per Gesù l'altare rimane santo, ma è tale in virtù di ciò che significa. Cristo non soltanto dà il vero senso del culto antico, ma vi pone termine. Nel nuovo tempio, che è il suo corpo, non c'è più altro altare che lui. Siccome è l'altare che santifica la vittima, quando Cristo si offre, vittima perfetta, è egli stesso a santificarsi; è a un tempo il sacerdote e l'altare. E quindi, comunicare con il corpo e con il sangue del Signore significa comunicare con l'altare che è il Signore, significa condividere la sua mensa.

L'altare celeste di cui parla l'Apocalisse, e sotto il quale stanno i martiri, altare d'oro la cui fiamma fa salire a Dio un fumo abbondante e odoroso al quale sono unite le preghiere dei santi, è un simbolo che designa Cristo e completa il simbolismo dell'agnello. Esso è l'unico altare del solo sacrificio il cui profumo sia gradito a Dio; è l'altare celeste di cui parla la liturgia e sul quale le offerte della Chiesa sono presentate a Dio, unite all'unica e perfetta offerta di Cristo.

Evoluzione Storica e Architettonica dell'Altare Cristiano

Di etimologia incerta (dal latino altus, elevato, ma anche da adolere, ardere, allusivo al fuoco che consuma la vittima), l'altare è il luogo dove viene offerto il sacrificio. Fatto di pietra, presso greci e romani aveva dimensioni ridotte senza escluderne di più ampie, come l'Ara Pacis di Augusto. Nell’economia cultuale del popolo ebraico rivestiva un ruolo preciso: pensiamo all’altare eretto da Noè, da Abramo, da Isacco; Mosè lo innalzò per suggellarvi col sangue l’alleanza sinaitica; nel tempio di Gerusalemme l’altare era il luogo cultuale per eccellenza.

I cristiani dei primi secoli, coscienti della novità del cristianesimo, hanno preso le distanze dall’idea ebraica e pagana dell’altare: «Ara et delubra non habemus» diceva Minucio Felice, significando così la peculiarità del culto «in spirito e verità» inaugurato da Cristo, vero altare, sacrificio, sacerdote e tempio dell’eterna alleanza tra Dio e uomo. Nella “domus ecclesiae” il pane e il vino per il sacrificio eucaristico erano posti su una tavola mobile di legno (come il tripode, comune nelle case romane, raffigurato nella cappella dei sacramenti nel cimitero di Callisto): tale mensa ha valore di altare, essendo l’Eucaristia un convito sacrificale, modellato sull’Ultima Cena; spiegando la comunione al sacrificio di Cristo san Paolo parla infatti di «mensa Domini».

Con l’avvento delle basiliche, nel secolo IV, compare in esse l’altare fisso, di pietra o metallo prezioso: san Pier Crisologo commenta che «commutantur in ecclesias delubra, in altaria vertentur arae». All’adozione dell’altare lapideo non fu estraneo il simbolo biblico di Cristo «pietra angolare dell’edificio spirituale». Contribuì anche l’uso di celebrare l’Eucaristia sulle tombe dei martiri, i “confessori” della fede: la visione giovannea di Ap 6, 9 («Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso»), trovò infatti concreta traduzione sia nella costruzione di altari sopra i sepolcri dei martiri, sia nella traslazione delle loro reliquie sotto gli altari delle nuove basiliche. Al riguardo sant’Ambrogio scrive: «Nel luogo in cui Cristo è vittima, vi siano anche le vittime trionfali. Sopra l’altare lui, che è morto per tutti; questi, redenti dalla sua passione, sotto l’altare».

rappresentazione artistica di altari storici

Forme e Tipologie di Altare

Fino circa al VI secolo d.C. l'altare era posizionato al centro della navata, aperto su ogni lato in modo da consentire al sacerdote di passare e girare. Nelle basiliche romane di San Pietro e di San Paolo l’altare, eretto sopra la tomba dell’apostolo martire, è ancora oggi chiamato della «confessione». Di dimensioni ridotte, fino al secolo IX l’altare si ergeva al centro dell’abside sul pavimento a capo della navata, oppure su un piano rialzato.

Nel V-VI secolo l’altare, posto anche sotto un ciborio per rimarcarne l’importanza nello spazio basilicale, si presenta in tre forme:

  • Una lastra di marmo sostenuta da un pilastro centrale o da colonnine ai quattro angoli (l’altare in San Vitale a Ravenna, raffigurato anche nei mosaici del presbiterio).
  • Un cubo vuoto, al cui interno sono poste le reliquie, visibili e accessibili per deporvi fazzoletti o indumenti tramite la «fenestrella confessionis», ossia una grata o porticina.
  • Un blocco squadrato di pietra, innalzato sopra il sepolcro del martire (confessio), al quale si accedeva mediante una scala.

Dal secolo VI cominciò a disattendersi l’antica norma di «un solo altare» e di «una sola messa» in ogni chiesa, a motivo del crescente numero di sacerdoti e della moltiplicazione di messe, specie di suffragio per i defunti. Dal secolo IX, l’uso di porre le reliquie dei santi sulla mensa dell’altare come di elevare, dietro a esso, l’urna di un santo, lo trasformano in altare reliquiario. Poiché non tutte le chiese disponevano di reliquie insigni, si diffuse l’uso dell’altare a dossale, sul quale sono raffigurati Cristo, Maria, i santi patroni. Progressivamente la pala si sviluppa in elaborate costruzioni, fino a giungere all’altare monumento, che sarà addossato al fondo dell’abside. In Spagna sono famosi i retablos, ossia elevate pareti in legno policromo istoriato, dapprima intorno ai misteri della vita di Cristo e poi a glorificazione di un santo, specie nel barocco. Si assiste così a uno spostamento d’accento: le immagini non sono più un accessorio dell’altare, ma è la mensa dell’altare a risultare un accessorio del complesso monumentale. Ne consegue che la mensa del sacrificio eucaristico non attira più l’attenzione dei fedeli, perché visivamente è più importante l’urna del santo o l’immagine che la sovrasta; scompare il ciborio; lungo le pareti della chiesa o in cappelle vi sono gli altari laterali o minori, in onore della Vergine e dei santi, a seconda delle devozioni. L’idea dell’unicità è tuttavia custodita dall’altare maggiore.

Un'ulteriore fase evolutiva è la collocazione del tabernacolo al centro della mensa dell’altare. Il primo sostenitore fu il vescovo di Verona, Matteo Giberti (+ 1543). A Milano, ne fu convinto assertore san Carlo Borromeo. Il Rituale di Paolo V (1614) lo prescriveva a Roma e lo raccomandava alle altre diocesi. Nel secolo XVIII, quest’uso era universalmente seguito - eccetto nelle cattedrali che spesso seguivano la prassi antica - fino a sviluppare l’altare tabernacolo. Non sempre però il tabernacolo e, al di sopra, il luogo della solenne esposizione del Santissimo Sacramento mantennero la giusta proporzione in rapporto alla mensa dell’altare.

Arredi Liturgici dell'Altare Cattolico

È un luogo comune ritenere che gli arredi dell’altare siano casuali o comunque di poca importanza e, di conseguenza, vengano disposti in modo improprio o eliminati. In realtà, anche l’arredo liturgico dell’altare rivela aspetti essenziali del Mistero e rende visibile nel simbolo le dimensioni interiori del Sacrificio e del Convito, che sull’altare si compie. Per arredo liturgico dell’altare non si intende la materia del divin Sacrificio, ossia le oblate (pane, vino ed acqua), ma quegli oggetti che costituiscono quasi le ‘insegne’ dell’altare stesso e lo configurano come ‘icona’ di Cristo Sommo Sacerdote, che compie l’azione liturgica. Ed ecco che la tovaglia, la croce e almeno i due ceri proclamano le tre parti indissolubili dell’evento eucaristico: la reale Presenza, il Sacrificio e il Convito.

Gli arredi liturgici rendono visibile l’intero mistero nei suoi tre aspetti teologici essenziali e indivisibili: Presenza, Sacrificio, Convito. Vi potranno essere altri elementi decorativi, ma questi rimangono secondari rispetto ai tre principali, che, invece, esprimono i contenuti intrinseci alle stesse parole istituzionali dell’Eucaristia.

La Tovaglia, la Croce e i Ceri

  • La Tovaglia Bianca: Distendere sull’altare una tovaglia di colore bianco significa affermare che su di esso si compie il Convivio sacramentale secondo le parole del Signore “Prendete e mangiate…prendete e bevetene tutti”.
  • I Ceri: Disporre ai lati dell’altare due ceri o due gruppi di ceri significa richiamare la reale Presenza, che si attua nelle parole di Cristo, uomo-Dio: “Questo è il mio Corpo…Questo è il mio Sangue”. I ceri dell’altare non sono semplicemente come quelli che allietano una cena di gala, ma devono poter proclamare la presenza viva di Cristo e del suo Spirito e muovere i cuori dei presenti alla venerazione. Sarebbe anche interessante, che nei candelabri, posti simmetricamente alle due estremità della mensa, o comunque divisi dalla croce che sta in mezzo, si ravvisi il simbolo delle due nature del Verbo incarnato, vero Dio e vero Uomo.
  • La Croce: Porre sull’altare la croce significa riconoscere che lì si attualizza l’unico Sacrificio del Calvario, secondo le stesse parole del Redentore “Corpo offerto in sacrificio… Sangue versato in remissione dei peccati”. La croce, quale vessillo di passione e di gloria, compie il simbolo col riferimento alla Pasqua di morte e risurrezione. Così l’altare rappresenta ‘iconicamente’ Cristo nei due fondamentali aspetti del suo Mistero: l’Incarnazione e la Redenzione.

La disposizione classica della croce al centro e dei candelabri ai lati sull’altare è certamente quella che assicura meglio la loro natura di insegne proprie dell’altare, in quanto fanno corpo con esso. Questa forma è certamente la meta migliore che si dovrebbe raggiungere, anche secondo le indicazioni del Sommo Pontefice. L’Ordinamento Generale del Messale Romano (OGMR) afferma: “Vi sia sopra l’altare, o accanto ad esso, una croce, con l’immagine di Cristo crocifisso, ben visibile allo sguardo del popolo radunato” (OGMR, 308). La regola classica della croce, che sta sopra l’altare, rimane sempre valida come prima modalità che il novus ordo ha sempre previsto. È tuttavia necessario evitare di creare una barriera così corposa da togliere ogni visibilità del sacerdote che compie gli atti del divin Sacrificio e di non eccedere in dimensioni tali, quali la verticalità della croce e dei candelabri, da ledere le proporzioni e il senso estetico in rapporto alla massa talvolta esigua dell’altare ad populum. Ciò è adeguatamente richiamato dal Messale che afferma: “…tenuta presente la struttura sia dell’altare che del presbiterio, in modo da formare un tutto armonico; e non impediscano ai fedeli di vedere comodamente ciò che si compie o viene collocato sull’altare” (OGMR, 307). È necessario anche osservare che la croce, pur prossima all’altare, ma laterale, non afferma con la dovuta evidenza quella centralità ottica che sarebbe richiesta per il sacerdote e per l’intera assemblea, come ben si esprime il Messale “ben visibile allo sguardo del popolo radunato” (OGMR, 308).

schema della disposizione degli arredi sull'altare

I Sette Candelabri e il Loro Simbolismo

Una parola deve essere detta sull’uso antico dei sette candelabri nella celebrazione stazionale del vescovo. La norma, anche se facoltativa, è ancora prevista sia dal Messale Romano (OGMR, 117), come dal Cerimoniale dei Vescovi (CE,125,128). I sette candelabri sono posti sull’altare e anche portati nella processione introitale e finale. È interessante il loro simbolismo attinto dall’Apocalisse 1, 12-13. 16. La visione dell’Apocalisse viene resa plastica nella Croce posta al centro dell’altare attorniata da sette candelabri. Tale visione riconduce all’esercizio del sacerdozio celeste del Kyrios, che si attua pure nel sacrificio sacramentale che si compie sull’altare terrestre. Si evidenzia in tal modo la dimensione gloriosa del sacerdozio e del sacrificio eucaristico, che si attua sotto il velo del sacramento: è il Kyrios, risorto e glorificato che presiede, nel fluire del tempo, mediante il ministero del Vescovo, l’unico ed eterno sacrificio, che perennemente è offerto sull’altare del cielo. Il riferimento poi alle sette Chiese, afferma la pienezza della liturgia pontificale, nella quale si attua col massimo grado sacramentale, localmente, il mistero della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica (SC, 41). Il simbolo è ulteriormente specificato in Apocalisse 4, 5: “…sette lampade accese ardevano davanti al trono, simbolo dei sette spiriti di Dio” (cfr. Zc 4, 10).

La Riforma Liturgica del Concilio Vaticano II e la Contemporaneità

La riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II ha inteso restituire all’altare il suo significato liturgico. Tra i luoghi di una chiesa - ambone, sede, battistero, tabernacolo - solo l’altare conosce un rito di dedicazione, a sottolinearne l’eccellenza: «L’altare, sul quale si rende presente nei segni sacramentali il sacrificio della croce, è anche la mensa del Signore, alla quale il popolo di Dio è chiamato a partecipare quando è convocato per la Messa; l’altare è il centro dell’azione di grazie che si compie con l’Eucaristia» (Institutio generalis Missalis Romani, 296). Perciò, come ha ricordato Papa Francesco, «verso l’altare si orienta lo sguardo degli oranti, sacerdote e fedeli, convocati per la santa assemblea intorno ad esso» (Discorso del 24 agosto 2017). Il suo valore è espresso anche dai riti che, nella dedicazione, ne esplicitano il simbolismo: l’unzione con il crisma, l’incensazione, l’illuminazione; stendendovi la tovaglia, il nuovo altare è preparato quale mensa del sacrificio: lì ci si nutre del Pane della vita e ci si disseta al Calice della salvezza; lì risplende e da lì si diffonde la luce che illumina i commensali e i familiari di Dio, perché a loro volta siano luce del mondo.

Si chiede che in chiesa si costruisca un solo altare, staccato dalla parete per potervi girare attorno e celebrare verso il popolo, e collocato in modo da attirare l’attenzione; sia normalmente fisso e dedicato, con la mensa di pietra (non è esclusa altra materia degna, solida e ben lavorata); sotto l’altare si possono porre reliquie di santi; sia coperto da una tovaglia e sopra o accanto a esso vi siano una croce e i candelieri (cf. Institutio generalis Missalis Romani, 298-308).

Contro l'Altare Permanentemente Spoglio

Non soltanto nella prassi di alcune chiese moderne, ma anche nella teoria di talune attuali linee di pensiero si ammette e si propone l’idea e la realizzazione di un altare, che fuori della celebrazione dovrebbe rimanere sempre spoglio. In ambienti artistici ed estetici si contempla in questo una nobile maestà e in una visione raffinata, ma elitaria, si ritiene di potenziarne in tal modo la sua sacralità. Tuttavia nella celebrazione della liturgia si deve attenersi a quella forma che la Chiesa riconosce adatta al nostro tempo e, sarebbe un indebito archeologismo ricorrere a forme storiche interessanti, ma non recepite dalla disciplina attuale della Chiesa. Attualmente la Chiesa non considera l’altare sempre spoglio, ma lo ritiene, invece, sempre ‘rivestito’ delle sue fondamentali insegne: tovaglia, croce e candelabri. Soltanto il Venerdì e il Sabato santo la liturgia romana stabilisce che l’altare sia totalmente spoglio (privo di tovaglia, candelieri, croce, tappeti, ecc.), quale ‘icona’ della passione del Signore e assenza, in questi giorni austeri, della celebrazione del divin Sacrificio.

Cristo, infatti presiede sempre alla sua Chiesa e l’altare è il segno di Lui ed è luogo di venerazione anche fuori del rito, a chiesa vuota. Anzi un più ricco addobbo dell’altare (ceri, fiori, paliotto, ecc.) sottolinea la festa della Chiesa nelle solennità liturgiche, mentre l’assenza dei fiori esprime l’austerità tipica del tempo penitenziale e una certa sobrietà accompagna il tempo ordinario. Con un altare permanentemente spoglio non si vede come esprimere la desolazione del Venerdì santo, né come creare il diverso clima di solennità nello scorrere dell’Anno Liturgico, né come assicurare che anche fuori della celebrazione sia un luogo di venerazione e di preghiera per i semplici fedeli, che con difficoltà hanno la percezione elitaria di un artista o di un teologo. È intuitivo capire che un altare ben addobbato, con una decorosa tovaglia e la centralità di una croce veramente bella ed espressiva attira la preghiera più che uno splendido altare marmoreo, ma freddo e nudo, che potrebbe non parlare facilmente ai ‘poveri’ del popolo di Dio. Se si vuole ritornare ad educare i fedeli a riconoscere nell’altare, anche fuori del rito, il segno di Cristo, il Kyrios, e a prostrarsi davanti ad esso, come facevano gli antichi, bisogna evitare forme eccessivamente ermetiche e trovare quell’equilibrio di bellezza, tradizione e calore spirituale che è connaturale al migliore genio liturgico e pastorale dei secoli cristiani. La nobiltà dell’altare che risplende per mirabile arte eleva la fede, purifica i contenuti del dogma e suscita il senso del vero e il gusto del bello negli intellettuali e nei ‘semplici’, che presso l’altare di Dio diventano tutti bambini.

Altri Riti e Funzioni Legati all'Altare

Sull’altare si depone anche l’Evangeliario. Davanti all’altare si compiono i riti di ordinazione (nel rito bizantino il candidato pone il capo sull’altare), il matrimonio, la professione religiosa, la consacrazione della verginità, e nelle esequie si depone la bara del defunto. Nella liturgia delle Lodi e del Vespro, estensione della lode eucaristica alle ore cardine del giorno, l’altare può essere incensato. Sempre, anche al di fuori dell’azione liturgica, l’altare è invocazione e attesa della presenza di Colui che fa nuove tutte le cose (cf. Ap 21, 5).

In storia cristiana, l'altare rappresenta un fulcro fondamentale. La sua introduzione in nazioni come quella dei Bernici segnò l'affermazione della Croce. I ministri dell'altare, con la loro tonsura distintiva, evidenziavano il contesto religioso. Antiche strutture di culto, considerate pagane, venivano profanate e distrutte dai sommi sacerdoti come atto di rinuncia. Vicino all'altare, nella chiesa di San Pietro Apostolo, fu sepolto Wilfrid. Nell'ottica gnostica, l'altare rappresenta un luogo sacro di connessione divina, il punto in cui il fedele può elevarsi in preghiera e invocazione. È anche il sito dove si svolgono devozioni notturne e dove vengono disposti oggetti sacri per i rituali.

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