Il professor Alessandro Barbero analizza il profondo legame tra l'essere umano e il bisogno di anticipare il futuro. Sebbene prevedere ciò che accadrà sia oggettivamente impossibile, questa necessità ha guidato diverse epoche e culture, seppur con modalità profondamente differenti tra loro.
Mentre nel mondo antico il desiderio di scrutare l'avvenire era legato a necessità immediate e pratiche - come l'esito di una battaglia o le condizioni meteorologiche -, la capacità di visualizzare uno scenario storico a lungo termine si è affermata con particolare vigore in seguito alla diffusione del cristianesimo.

L’Apocalisse e la visione cristiana della storia
Il cristianesimo ha introdotto una visione rivoluzionaria della storia, proponendo una narrazione in cui il fine ultimo è già tracciato. Il testo fondamentale di questa concezione è l'Apocalisse, l'ultimo libro della Bibbia, che descrive dettagliatamente le modalità della fine del mondo.
Per un intellettuale del Medioevo, vivere all'interno di una storia organizzata secondo un disegno divino rappresentava una forma di sicurezza. Autori come Ottone di Frisinga, cronista di Federico Barbarossa, scrivevano storie del mondo includendo una prospettiva finale definita, pur ammettendo di non poter conoscere con esattezza il momento del compimento.
Il paradosso della conoscenza: tra divieto e speculazione
Sebbene il desiderio di conoscere la data esatta della fine dei tempi fosse diffuso, la dottrina ufficiale della Chiesa rimaneva cauta. Il clero si basava su passi evangelici inequivocabili:
- Gesù stesso afferma che nessuno, né gli angeli né il Figlio, conosce il giorno e l'ora, attributo riservato esclusivamente a Dio Padre.
- San Paolo, nella lettera ai Tessalonicesi, paragona la venuta del Signore a un "ladro nella notte", sottolineando l'imprevedibilità dell'evento.
Questa impostazione teologica smonta, secondo Barbero, il mito dei "terrori dell'anno 1000". L'idea che l'intera cristianità fosse preda del panico per l'imminente fine del mondo è una leggenda: quando emergevano predicatori intenti a diffondere tali timori, le autorità ecclesiastiche intervenivano prontamente per smentire la possibilità di una tale conoscenza.
L'Apocalisse dell'anno Mille - Alessandro Barbero (La Storia in Piazza)
I tentativi di calcolo e Gioacchino da Fiore
Nonostante le posizioni ufficiali, la curiosità intellettuale spingeva molti a tentare di decifrare i segni premonitori. Figura emblematica di questa tendenza fu l'abate calabrese Gioacchino da Fiore, che elaborò un complesso sistema interpretativo basato sull'arrivo dell'Anticristo.
I seguaci di Gioacchino, tra cui il frate Salimbene da Parma, vissero con estrema partecipazione queste teorie. Salimbene racconta, nei suoi scritti, come molti fossero giunti alla convinzione che l'anno 1260 avrebbe segnato la fine del mondo, identificando l'imperatore Federico II come l'Anticristo a causa della sua guerra contro la Chiesa.
Il crollo di queste certezze avvenne nel 1250, con la morte di Federico II. Salimbene descrive lucidamente la delusione di chi, avendo riposto una fede assoluta in quel sistema di calcoli, si scontrò con la realtà dei fatti, prendendo atto che le previsioni basate sulla lettura dell'Apocalisse non rispecchiavano necessariamente la cronologia storica.
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