L'Opera "Storia degli Aerosiluranti Italiani e del Gruppo Buscaglia"
L'opera "Storia degli aerosiluranti italiani e del gruppo Buscaglia" è stata scritta da Martino Aichner e Giorgio Evangelisti, autori principali del volume. La pubblicazione originale è di Milano: Longanesi, [1969], con 296 pagine e [18] carte di tavole illustrate, formato 19 cm. Il volume faceva parte della collezione "Il mondo nuovo; 91" ed era un cartonato con sovraccoperta, descritto come buono, con normali segni del tempo e una piccola mancanza al risvolto di sovraccoperta. Di questo volume esistono diverse edizioni, sia in formato "pocket" che in brossura, con diverse foto di copertina, edite da Longanesi e, nel 2008, da Mursia.
Sebbene alcune copie del libro risalgano al 1972, la prima edizione fu pubblicata attorno alla fine del 1967, come testimoniato dalla breve prefazione a cura dell’allora Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare Italiana, Aldo Remondino, che costituisce un valore aggiunto al volume. La lettura di questo libro è veloce e appassionante grazie alla prosa fluida e piacevole degli autori. Il volume è strutturato in tre sezioni nettamente distinte, di cui la prima e l’ultima sono curate da Giorgio Evangelisti, mentre quella centrale è appannaggio di Marino Aichner.
La prosa di Evangelisti è tipica del giornalista, il cui onere è collocare storicamente le vicende narrate dal suo compagno editoriale. Quella di Aichner, benché più evocativa, è decisamente articolata, alternando stralci di racconto in prima persona a parti con discorso diretto, inframezzate anche da testo giornalistico stilato da terze persone. Non si tratta, dunque, di una semplice raccolta di memorie, bensì di una narrazione ricca di dialoghi, quasi fosse un romanzo. La parte più statica della narrazione riguarda probabilmente la corrispondenza con gli ufficiali e l’Ammiragliato britannico, che convalidarono ufficialmente l’affondamento del cacciatorpediniere britannico Bedouin, valso ad Aichner la Medaglia d'Oro al Valor Militare nel 1988. Questo libro è considerato indispensabile nella libreria di un appassionato di storia dell’aviazione italiana, al di là degli orientamenti o delle simpatie politiche.
Martino Aichner: Il Pilota e l'Eroe del Gruppo Buscaglia
Martino Aichner (Trento 1918-1994), noto aviatore italiano, è stato pilota aerosilurante del Gruppo Buscaglia tra il 1942 e il 1943. Benché giovanissimo, imparò presto il difficile mestiere. L'autore, ufficiale pilota di completamento e aiutante maggiore dell'asso Carlo Emanuele Buscaglia, quando aveva il grado di sottotenente (era ufficiale pilota di complemento) fece parte del 132° Gruppo aerosiluranti, che ebbe un ruolo di tutto rilievo nelle operazioni contro le navi avversarie nel Mediterraneo durante la Seconda guerra mondiale.
Il 15 giugno 1942, al comando di un trimotore S.M.79, silurò nel canale di Sicilia il cacciatorpediniere inglese Bedouin da 1870 tonnellate. L'unità nemica, già danneggiata dal tiro di navi italiane, era ancora in grado di manovrare e difendersi, tanto che riuscì ad abbattere l'aereo di Aichner con le armi contraeree prima di affondare. Il merito principale dell'affondamento fu attribuito alla Marina per oltre quarant'anni, ma successive ricerche e la testimonianza determinante del comandante in seconda dell'unità inglese, Sherard Manners, valsero ad Aichner la commutazione della Medaglia d'Argento in Medaglia d'Oro al Valor Militare. In un documento delle autorità militari inglesi, Aichner stesso vi figura come l'affondatore del cacciatorpediniere britannico Bedouin, il cui comandante avrebbe poi scritto in un suo rapporto come "un S 79 apparve attraverso il fumo a dritta e sgancio un siluro alla distanza di 500 yard". La massima onorificenza militare gli fu conferita il 07/04/1988, quando Aichner aveva il grado di Sottotenente.

Aichner fu abbattuto due volte e, 40 anni dopo l'azione, fu protagonista di un commovente incontro con il vicecomandante, superstite, del cacciatorpediniere inglese affondato. Aviatore sportivo e promotore di iniziative aeronautiche a livello europeo, Martino Aichner, tornato alla vita civile, fondò la Aersud Elicotteri, azienda sussidiaria italiana della Aérospatiale francese. A imperitura memoria, la città di Trento ha onorato questo illustre cittadino con una strada che porta il suo nome.
Carlo Emanuele Buscaglia: L'Asso degli Aerosiluranti e Comandante Carismatico
Carlo Emanuele Buscaglia, nato a Novara nel 1915, era l’asso degli aerosiluranti italiani e probabilmente anche di tutti i belligeranti, con 26 azioni di siluramento; 26 volte nel fuoco di sbarramento e sempre sotto, con un’onestà di condotta che poteva risalire soltanto a fanatismo o a senso del dovere senza limiti. Il primo aprile 1942 assunse il comando del 132° Gruppo Autonomo Aerosiluranti. Aveva soltanto 26 anni, era capitano, aveva vissuto mille avventure, si era coperto di gloria e aveva ricevuto numerose ricompense al valore; per la Regia Aeronautica egli rappresentava non soltanto un esempio di virtù militare da imitare, ma addirittura un simbolo, una bandiera da seguire. Al comandante Buscaglia, qualche mese prima della stesura del libro, è stato intitolato il 3° Stormo.
Martino Aichner, del quale Buscaglia fu anche aiutante maggiore, ne rievoca l'eroismo e la leadership. Sebbene Aichner non ne esalti le doti di pilota se paragonato ad altri eccelsi "manici" in forza al reparto, lo considera un ottimo comandante. Il comandante si interessava di tutto: andava ad assaggiare il rancio della truppa e dei sottufficiali, visitava ogni giorno le baracche degli alloggiamenti, gli ammalati in infermeria, l’officina dei siluristi. L'ascendente che quest'uomo d'eccezione aveva sui suoi gregari era fra le sue doti di maggior spicco, e gli uomini mettevano nell'eseguire i suoi ordini una cura quasi religiosa.
Aichner, pur scrivendo a distanza di venticinque anni dagli eventi, con sufficiente freddezza e obiettività, testimonia che Buscaglia non fece mai segreto delle scarse simpatie per il fascismo, nonostante fosse elevato a simbolo del combattente alato italiano della Seconda Guerra Mondiale. Il suo motto era il mazziniano: "Dio, patria e famiglia". D'altra parte, il comandante Buscaglia partecipò a tutte le missioni operative del suo reparto, sempre al comando della sparuta manciata di uomini e di aerosiluranti impegnati nelle sortite diurne o notturne, sempre in testa, in prima fila con il suo velivolo, a capo del suo equipaggio.

Il 132° Gruppo Aerosiluranti e le Sfide del Combattimento
Il reparto di nuova formazione, posto agli ordini di Buscaglia, era costituito dalla 278° squadriglia aerosiluranti (quella dei "quattro gatti") e dalla 281° squadriglia, che sotto il suo comando aveva già operato con tanto successo nell’Egeo e nel Mediterraneo orientale. Il logo del Gruppo Buscaglia era estremamente evocativo dello stato del reparto: quattro gatti con la coda ritta e le unghie piantate su un siluro intenti a lanciarlo ancora tra le nuvole e in piena velocità.
Il Gruppo Buscaglia pagò un tributo elevatissimo in termini di uomini e mezzi. Molti ufficiali piloti membri del Gruppo autonomo, come il suo fondatore, non giunsero vivi alla fine del conflitto. Tra loro si ricordano in particolare Giulio Cesare Graziani e Carlo Faggioni. Le azioni del reparto, benché spesso vanificate da guasti tecnici dei siluri (e forse anche da sabotaggi), furono dichiarate dall’ammiraglio Cunningham, comandante in capo della Marina britannica del Mediterraneo, una vera spina nel fianco degli Alleati, in particolare dei convogli che, da Gibilterra, rifornivano Malta e il Nord Africa. L'aerosilurante era destinato inesorabilmente ad essere abbattuto dal feroce fuoco contraereo o dalla caccia nemica dopo circa tre missioni di volo operativo, una sorte che fu impietosa verso lo stesso autore e, neanche a dirlo, anche per il comandante Buscaglia.
L'Aeromobile S.M.79 Sparviero e l'Efficacia dei Siluri
L'S.M.79 Sparviero, assieme a Carlo Emanuele Buscaglia, è il protagonista indiscusso di questo libro. Soprannominato "Gobbo maledetto" per via della gobba posta appena dietro la cabina di pilotaggio e resasi necessaria per alloggiare la mitragliatrice dorsale, era una macchina che aveva mietuto record di velocità e di distanza prima del conflitto. La sua conversione in velivolo militare non fu altrettanto felice, sebbene si dimostrò un'ottima macchina che tenne botto durante tutto il conflitto.
I cacciatori alleati ricordano che, nonostante fossero certi di averlo colpito in più punti, era un aeroplano che, inspiegabilmente, non riuscivano ad abbattere. La spiegazione la scoprirono dopo il conflitto: il velivolo aveva la fusoliera in tubi saldati ricoperta per lo più di tela e dunque le pallottole la attraversavano senza apparenti danni. In realtà, gli equipaggi rimanevano pesantemente o mortalmente feriti e solo la loro tenacia e l’attaccamento alla vita li riportava spesso all’aeroporto di partenza. Avendo l’ala costruita in legno, il velivolo era capace di galleggiare per diversi minuti, sufficienti all’equipaggio per mettersi in salvo. Sorte che, peraltro, capitò almeno due volte a Martino Aichner.

Martino Aichner ne descrive la resistenza con queste parole: "Sembra incredibile; nell’ala destra c’è uno squarcio enorme e un alettone è quasi staccato, non riesco come abbia potuto navigare per oltre quattrocento chilometri in quelle condizioni […] certo questo bel velivolo è un formidabile incassatore, gli accarezzo il bordo dell’ala inconsciamente quasi per esprimere il mio riconoscimento per la sua bravura".
I siluri aerei erano il vero anello debole degli aerosiluranti italiani in quanto, spesso e volentieri, non andavano a segno benché gli equipaggi si impegnassero al massimo per colpire il naviglio avversario (principalmente cargo e, in secondo ordine, militare). Lanciare il siluro richiedeva un incommensurabile sangue freddo e il risultato era spesso vano. Anche il caricamento dei siluri era assai macchinoso, ricorda Aichner, in quanto, almeno all’inizio, non erano disponibili gli appositi carrelli per il sollevamento meccanico dei siluri pesanti circa mille chilogrammi. Ciò rendeva lungo e assai faticoso il munizionamento dei velivoli con grandi sacrifici da parte del personale tecnico, spesso costretto ad operare in condizioni climatiche estreme o con il rischio di subire attacchi da parte dei velivoli nemici.
Le Esperienze Personali di Martino Aichner
Martino Aichner racconta delle notevoli difficoltà incontrate nel corso dell'addestramento. Tuttavia, con l'entusiasmo e l'abnegazione, riuscivano a fronteggiarle brillantemente. "Più di una volta, nel corso della guerra, ci saremmo trovati in situazioni del genere e, ahimè, anche più difficili. Occorreva che lo spirito domasse la materia; nel caso particolare, nostro compito era di fare di quelle macchine non propriamente perfette degli efficienti mezzi di distruzione." Presto cominciarono i voli per il collaudo dei siluri, spingendosi con gli aerei nella rada di Nisida, in una zona di mare solitaria e lontana dalle rotse consuete delle navi.
Fu in quei giorni che Aichner conobbe il sergente Casali. Aveva 19 anni, era un volontario; sarebbe divenuto in seguito uno dei suoi più fedeli e valorosi gregari. Biondo, smilzo, di media statura, era entusiasta di far la guerra e, più che mai, di farla nel cielo. Era umbro come Aichner, che lo prese subito in simpatia, sebbene gli risultasse difficile abituarsi a chiamarlo con il suo nome di battesimo: Eros. Sempre allegro e pronto a farsi avanti nelle imprese più pericolose, era il "volontario" in permanenza. Si offriva ogni volta che si palesasse una qualunque difficoltà. Mancava forse ancora di esperienza, ma non si può dire davvero che gli difettasse il coraggio. Aichner apprezzò averlo fra gli uomini del suo equipaggio, avendo bisogno di soldati pronti e decisi.
In quegli stessi giorni, iniziarono un'altra esperienza: fecero conoscenza con l'alleato tedesco. Le prime truppe germaniche, infatti, affluivano nella penisola. I soldati della Wehrmacht, dopo aver vinto la Polonia, travolto il Belgio, la Danimarca e l'Olanda, occupato la Norvegia e piegato la Francia, si presentavano a loro circondati da un'aureola di leggenda. La certezza della vittoria era nei loro modi, nelle loro parole, nel loro sorriso. Disponevano di mezzi d'offesa e di difesa numerosi e potenti, di rifornimenti abbondanti e curati in ogni minimo particolare. Tutti loro, dall'ultimo soldato all'ufficiale di grado più elevato, parevano far parte di un unico congegno ben lubrificato: la Germania, macchina da guerra. Con i piloti italiani si rivelarono cortesi, anzi, contenti di fraternizzare, specie con i piloti più capaci e con gli uomini più attivi del gruppo. Un giorno sul campo atterrò un apparecchio tedesco: un "Messerschmitt 110", bimotore da combattimento. Di linea elegante e sobria, in duralluminio, superava a prima vista il confronto con i più efficienti aeroplani italiani. Quel "Messerschmitt" destò, al campo, l'ammirazione di tutti.

Era ormai trascorso qualche mese dall'inizio dell'addestramento. Si pensava che quanto prima sarebbero stati destinati ai reparti, in modo da mettere in pratica quanto avevano appreso. Erano consapevoli dell'incertezza del domani e delle gravi responsabilità che li attendevano. A Napoli, Aichner racconta che un giorno gli fu regalato, da un vecchietto incontrato per caso, un cucciolo maltese. Era una femmina, un soffice batuffolo di pelo bianco nel quale brillavano due occhietti neri, vivacissimi. La portò con sé al campo e quella sera stessa la presentò ufficialmente ai colleghi, che non tardarono a trovarle un nome: si chiamò Spoletta e fu la loro "Mascotte". Era consuetudine che tutti i reparti avessero la loro mascotte.
Sulla fine di febbraio giunse al campo un nuovo ufficiale, il cui nome sarebbe in breve diventato leggendario: Carlo Emanuele Buscaglia, da poco promosso capitano. Il suo arrivo segnò l'inizio di una febbrile attività. I momenti delle grandi audacie erano ormai prossimi. Il campo aveva bisogno di qualcosa come una carica di entusiasmo; la vita della scuola era infatti diventata quasi monotona, e Aichner in particolare sentiva la necessità di impiegarsi in una nuova attività. Buscaglia si mise subito all'opera per formare la squadriglia della quale avrebbe poi assunto il comando. Tra gli ufficiali piloti, Aichner fu prescelto, insieme al tenente Greco e al tenente Sacchetti. Come osservatori vennero poi aggregati il tenente di vascello Castagnacci e il sottotenente di vascello Pardini. Aichner faceva parte, dunque, della squadriglia Buscaglia e non poteva desiderare di più.
Il capitano Buscaglia era una sua vecchia conoscenza, avendolo incontrato per la prima volta nel 1939 ad Elmas; entrambi sottotenenti, erano in breve diventati amici. Non molto alto di statura, aveva, nel viso un po' allungato, due occhi vivaci e penetranti, che sapevano scrutare a fondo le persone. Tutt'altro che loquace, si esprimeva a frasi scarne e concise, che rivelavano in lui un'intelligenza fuori del comune, che dedicò, con risultati brillantissimi, al successo dell'impresa in cui tutti erano ormai impegnati. Nelle ore libere dal servizio, e ne aveva ben poche, prodigandosi oltre ogni limite, sapeva essere un collega cordialissimo e, all'occorrenza, allegro. Al poker si dimostrava imbattibile; quasi come in combattimento. Dal giorno in cui ebbe Buscaglia per comandante, Aichner fu preso in quell'atmosfera di fiducia, facendo il possibile per essergli utile in tutti i modi. La "281a" squadriglia nacque all'insegna, appunto, dell'ottimismo. Arrivò finalmente l'ordine della partenza: la nuova destinazione era il campo di Grottaglie, presso Taranto. Il volo di trasferimento fu dei più tranquilli, una passeggiata.
L'Eredità Duratura
A distanza di più di settanta anni da quei giorni lontani, le gesta degli aerosilurantisti italiani si fanno sempre più sbiadite. Tuttavia, grazie a opere come quella di Aichner ed Evangelisti, è possibile mantenere viva la memoria di un capitolo cruciale della storia dell'aviazione italiana e del coraggio dei suoi protagonisti. Martino Aichner è scomparso alcuni anni orsono dopo che, tornato alla vita civile, fondò la Aersud Elicotteri. Egli ebbe il tempo di rivedere il suo S.M.79 Sparviero, sebbene con la livrea dell’Aviazione Libanese, recuperato e restaurato all’interno del Museo Caproni di Trento.