Introduzione allo scisma donatista
L'impudenza con cui i Donatisti persistono nel loro scisma è documentata da molteplici condanne, in particolare da quelle dei Concili di Roma e di Arles. Agostino si sofferma a lungo sul conciliabolo di Cartagine, sull'ostinazione dei Donatisti e sul loro successivo appello all'imperatore, contrapponendo l'equanimità di papa Melchiade alle nefandezze commesse da Lucilla e dai Circoncellioni.

Il dovere della carità e la correzione dell'eretico
Sebbene l'apostolo Paolo esorti a evitare l'eretico dopo una prima ammonizione, Agostino chiarisce che non sono da annoverare tra gli eretici coloro che difendono la propria opinione senza ostinata animosità, specialmente se ereditata dai genitori. Tuttavia, anche verso l'eretico superbo e forsennato, il cristiano ha il dovere di tentare la correzione con ogni mezzo, non per spirito di contesa, ma per carità, come insegnato dallo Spirito Santo.
La corrispondenza con i capi Donatisti
Agostino giustifica l'invio di lettere ai capi Donatisti, sottolineando che, sebbene essi rifiutino le lettere di comunione, è lecito inviare loro comunicazioni private, proprio come si farebbe con i pagani. L'autore precisa di aver agito mosso da prudenza e carità, ribadendo che, se avesse scritto per questioni terrene o di denaro, nessuno lo avrebbe rimproverato.
Analisi dei verbali e dei fatti storici
Durante la permanenza nella città, furono esibiti i verbali degli Atti in cui circa settanta vescovi condannarono Ceciliano, vescovo cattolico di Cartagine. Agostino rispose esponendo i seguenti punti chiave:
- Gli autori dello scisma condannarono Ceciliano senza una valida istruzione processuale.
- Secondo, vescovo di Tigisi, primate della Numidia, lasciò a Dio il giudizio dei "traditori" rei confessi presenti nel suo concilio, pur condannando Ceciliano senza prove.
- La richiesta dei Donatisti di appellarsi all'imperatore Costantino portò al giudizio di Melchiade, che confermò l'innocenza di Ceciliano.
- Nonostante la successiva condanna definitiva ad Arles, i Donatisti persistettero nel loro errore.

L'appello alla conversione
Agostino esorta i fedeli a svegliarsi, ribadendo che non si tratta di una questione di oro, argento o possedimenti, ma della vita eterna. La questione è chiara: furono condannati degli innocenti assenti, mentre i veri colpevoli di "tradimento" - avendo consegnato i Libri Sacri - cercarono di stornare i sospetti gettando discredito sugli altri.
La responsabilità di Secondo di Tigisi
Se Secondo avesse agito come vero difensore della pace, avrebbe dovuto evitare di condannare vescovi assenti. La sua condotta fu dettata dal desiderio di evitare conseguenze personali, rompendo così l'unità. Agostino conclude che la vera via per la pace sarebbe stata quella di rimettere le cause al giudizio di Dio o di appellarsi alle Chiese apostoliche d'oltremare, anziché ergersi a giudici in un concilio scellerato.