L'Abbazia di Santo Stefano a Casalmaggiore: Un Patrimonio di Storia e Arte

Le Origini Storiche della Chiesa di Santo Stefano

Sulla storia dei primi secoli della chiesa di Santo Stefano fino ad ora non sono note fonti sufficientemente attendibili e concordi. È tuttavia certa l’antichità della chiesa stessa, che ha subito nei tempi interventi di ristrutturazione, nonché la ubicazione, quasi coincidente con quella della chiesa odierna. Se ne è attribuita la fondazione, o quanto meno la valorizzazione, a Matilde di Canossa che vi avrebbe promosso un insediamento benedettino rimasto attivo per un paio di secoli. Tuttavia atti notarili della fine del XII secolo citano la chiesa di S. Stefano come “pieve”, adombrandone quindi già una propria giurisdizione parrocchiale.

La Costruzione della Chiesa Moderna (XIX Secolo)

Le Aspirazioni della Comunità Casalasca

La comunità casalasca, già dotata di autonomia amministrativa quale terra separata nel ducato di Milano ed insignita del titolo di città, aspirava a conseguire anche un maggior prestigio della propria giurisdizione ecclesiastica. Dobbiamo tener presente quanto intenso fosse ancora il sentimento della “religione civica”, che faceva della chiesa non solo il centro della vita religiosa, ma quasi il simbolo autocelebrativo dell’identità, della nobiltà e potenza della città e dei suoi abitanti. Permaneva qualcosa dello spirito medievale, quando la chiesa non era vista come istituzione separata appartenente al clero, ma come fulcro della vita cittadina, dove gli uomini si riunivano per il culto divino, ma anche per discutere i problemi di tutti, per celebrare le solenni festività del santo patrono con il concorso di tutti i ceti sociali, per ritrovarsi nei momenti di gloria e nei momenti di lutto, legati da una vivissima coscienza civile e comunitaria.

L’occasione per realizzare questa aspirazione si presentò quando il 9 settembre 1836 morì il nobile Giovanni Vicenza Ponzone, che nel suo ultimo testamento del 1833 aveva disposto un cospicuo, ma insufficiente, lascito per la costruzione di una nuova chiesa. Così, nel 1840, si diede l’avvio alla costruzione della chiesa oggi esistente.

Pianta architettonica della Chiesa di Santo Stefano a croce greca

Il Progetto Architettonico e i Finanziamenti

La responsabilità per la direzione e sovrintendenza ai lavori venne attribuita ad una commissione presieduta dall’abate e dal podestà, mentre la Fabbriceria doveva seguirne il regolare svolgimento sotto l’aspetto tecnico e pratico. Di entrambi gli organismi facevano parte le maggiori autorità civili ed ecclesiastiche. La sfida venne subito accettata e due ingegneri casalesi vennero incaricati di presentare una relazione tecnica sullo stato dell’edificio esistente e su quanto si poteva ricavare dal materiale di demolizione. Già il 12 luglio 1837, tre importanti architetti - i cremonesi Luigi Voghera e Carlo Visioli e il casalasco Fermo Zuccari - vennero invitati a presentare un progetto e un preventivo di spesa per il nuovo tempio, che doveva essere adatto “alla cospicuità del Comune ed alla dignità di Abbaziale, da erigersi in sostituzione dell’attual Chiesa matrice vetusta, ristretta, insalubre e mancante della necessaria maestà”.

Giunti nei termini previsti, i tre progetti vennero esaminati il 16 febbraio 1838 e venne prescelto quello dell’arch. Zuccari per la sua eleganza e armonia artistica, ma anche perché comportava una minore spesa e, pur facendo ruotare di 90° l’orientamento dell’edificio esistente, restringeva solo in minima parte la proprietà della casa abbaziale. Il progetto venne poi sottoposto al parere dell’apposita commissione tecnica governativa a Milano, che impose varie modifiche per rendere più solida e funzionale la struttura, naturalmente con un aumento della spesa, quantificata alla fine in quasi L. Nel frattempo la Fabbriceria (ne facevano parte un sacerdote e tre laici) prese la sua prima iniziativa pubblica e il 3 febbraio 1838 rivolse un appello a tutti i cittadini d’ogni ceto sociale perché contribuissero generosamente alla raccolta di fondi. Bello è lo spirito civico che pervade il testo: “i Casalesi vorranno attestare pubblicamente il loro zelo per la religione, l’amore che li anima pel bello e per l’utile, il sempre vivo ed ardente fervore del decoro patrio”; originale è anche il metodo per favorire l’adesione: i cittadini sono invitati a sottoscrivere un’azione di L.

Diversi “collettori” si misero all’opera per sollecitare e raccogliere le offerte e in pochi mesi, alla fine del 1838, si poté tirare un bilancio del tutto confortante. Un preciso resoconto riporta il nome e la professione di tutti i donatori con la cifra offerta da ognuno, constatando che all’appello risposero veramente tutti: maestri e calzolai, falegnami e ingegneri, nobili e pizzicagnoli. Ovviamente la maggior parte delle offerte furono di 48 lire, ma non mancano cifre assai più elevate. Ad esempio, i coniugi marchesi Vaini fecero l’offerta più alta, L. 4800, il conte Antonio Busi offrì 300 lire, il nobile Luigi Chiozzi L. 1324, il podestà Paolo Fadigati L. 960, il nobile Luigi Molossi L. 1600 (parte in denaro e parte in mattoni della sua fabbrica di laterizi), il professor Giuseppe Diotti L. La somma totale raccolta fu di L. La generosità dei Casalesi aveva fruttato quasi un quarto della somma necessaria, ma si era ancora ben lontani dal raggiungere le 200.000 lire richieste dal testamento del Vicenza Ponzone.

La questione era però urgente e a questo punto l’Amministrazione Comunale decise di troncare ogni attesa e di intervenire in modo risolutivo. Il podestà Paolo Fadigati, già prefetto napoleonico a Reggio Emilia, il 23 settembre 1839 convocò i decurioni del Consiglio, che con voto unanime deliberarono di incamerare quanto fin allora raccolto e di assumere a carico dell’estimo del Comune l’erogazione dell’intera somma, da coprire con l’imposizione per 20 anni di una sovrimposta di mezza lira per ogni scudo d’estimo nella tassazione dei beni.

La delibera del Consiglio incontrò la netta opposizione delle frazioni: un folto gruppo di residenti, soprattutto di Casalbellotto e di Rivarolo del Re, inviarono una dura lettera di protesta contro questa nuova imposizione ritenuta gravosa ed inutile. Si ripeté anche in questa occasione il contrasto che da secoli opponeva la città e il suo contado, sempre timoroso di venir sfruttato con una tassazione che colpiva maggiormente le frazioni e per spese che andavano a vantaggio solo del centro urbano. Per procurarsi il prestito il Comune prese contatti con la Congregazione Centrale di Milano e poi con la Commissione Centrale di Beneficenza, e ottenne fra il 1841 e il 1843 due mutui per L. 50.000 senza interessi, da restituire in quattro anni; poi nel 1846 un altro prestito di L. Assicurato così il finanziamento delle 300.000 lire voluto dal Vicenza Ponzone, occorreva assolvere la seconda clausola da lui imposta: l’inizio dei lavori entro quattro anni dalla sua morte, cioè entro il 9 settembre 1840. Fu una vera corsa contro il tempo: il 13 luglio 1840 fu indetta la gara d’appalto, ma intanto si condussero i primi lavori in economia con inizio ufficiale il 1 luglio.

Nell’occasione venne pubblicato dai Fratelli Bizzarri un opuscolo scritto dal direttore delle Scuole superiori prof. In particolare nella parte finale egli si rivolse direttamente a Giuseppe Diotti, esortandolo a realizzare il richiesto “Martirio di Santo Stefano”, un appello che purtroppo non ebbe seguito.

Foto storica della facciata della Chiesa di Santo Stefano a Casalmaggiore

Inaugurazione e Dettagli Strutturali

La chiesa di Santo Stefano, eretta a partire dal 1840, fu terminata sei anni dopo e consacrata solo nel 1861. Sorge sull’area già occupata dall’antica parrocchiale, però con la facciata orientata verso il centro dell’abitato. La pianta dell’edificio è a croce greca, impostata all’interno di un quadrato con lato di quasi quaranta metri, entro il quale quattro grandi pilastri sorreggono la cupola e delimitano tre navate. Il presbiterio è sopraelevato per far luogo alla sottostante cripta. Dalla piazzetta senatoria si sale al vasto spazio antistante l’altare maggiore. Il campanile, la cui costruzione fu inizialmente rinviata per difficoltà economiche, venne costruito successivamente, nel 1898, grazie ad uno specifico lascito; è opera dell’architetto locale Fermo Zuccari, cui si deve anche il campanile realizzato tra il 1897 ed il 1899.

Il Ricco Patrimonio Artistico dell'Abbazia

Un tempo, la Chiesa stessa custodiva una Pala (la Pala di Casalmaggiore) del Parmigianino, oggi custodita a Dresda; si trattava della "Madonna con i Santi Stefano e Giovanni Battista", perduta nel 1646. Similmente andò perduta la Madonna di Casalmaggiore del Correggio. Oggi, nel presbiterio, si conserva una copia settecentesca della Madonna con i Santi Stefano e Giovanni Battista del Ghislina.

Pregevoli opere presenti includono le Quattro virtù cardinali attribuite a Guglielmo Caccia detto il Moncalvo, L’Ultima cena ed il San Pietro in carcere del Malosso. L’altare maggiore, proveniente da un’antica chiesa soppressa di Piacenza, presenta una policroma struttura marmorea seicentesca. L’unico affresco occupa tutto il catino absidale e raffigura il martirio di Santo Stefano, opera del milanese Verzetti realizzata solo attorno al 1930, unitamente alle ventotto statue di santi collocate in altrettante nicchie, degli scultori cremonesi Ferraroni. Ambedue gli interventi furono a suo tempo vivamente contestati dalla Soprintendenza ai Monumenti come stilisticamente scorretti. Le 28 statue di Santi sono in pietra bianca di Vicenza, eseguite dai cremonesi Arturo e Pietro Ferraroni nel 1930. Due pulpiti in marmo, con bassorilievi del casalasco Civeri, sono addossati ai pilastri della cupola; altri due monumenti commemorativi dei benemeriti cittadini Vicenza Ponzone e Luigi Chiozzi fronteggiano l’ingresso.

Interno della Chiesa di Santo Stefano con dettagli degli affreschi e delle statue

La Vita Parrocchiale e la Diocesi

La prima attestazione di un insediamento religioso a Casale Cremasco risale al secolo XIV, quando nel 1385 la chiesa di Casale era soggetta alla pieve di Fornovo. Nel 1578, in occasione della visita pastorale del vescovo di Cremona Niccolò Sfondrati, il reddito beneficiale del parroco ammontava a 260 libre da 200 pertiche di terreno; la parrocchia contava 120 anime da comunione. La chiesa di Santo Stefano fu visitata dal visitatore apostolico Girolamo Regazzoni nel 1583; nella stessa occasione fu visitato a Casale il monastero di Santa Maria. Alla prima suddivisione della diocesi di Crema in vicariati nel 1583, la parrocchia di Casale fu compresa nel vicariato di Castel Gabbiano; il diritto di nomina del rettore spettava al vescovo di Crema e il reddito del suo beneficio ammontava a 290 libre; nella parrocchia era stata istituita la confraternita del Santissimo Sacramento; nel secolo successivo la parrocchia di Casale venne compresa nel vicariato di Camisano. Nel 1717 fu edificato nel circondario della parrocchia l’oratorio della Crocetta. Nel 1787 il parroco manteneva il titolo di rettore.

La prima anomalia venne in qualche modo sanata nel 1756, quando, nell’ambito di una generale riforma amministrativa, venne creata una nuova provincia. Quanto alla seconda, già nel 1766 venne avanzata a Roma e a Cremona la richiesta di elevare la parrocchia a episcopato, ma ogni speranza fu stroncata dall’intransigente opposizione del vescovo di Cremona, che dopo aver subito la formazione delle diocesi di Crema (1580) e di Fidenza (1601), con la perdita di ampi e importanti territori, non voleva che la diocesi venisse amputata anche del Casalasco.

Il Palazzo Abbaziale: Da Abbandono a Splendore

Una Storia Nascosta

Il Palazzo Abbaziale ha vissuto una vita invisibile per molti anni; un immenso edificio nel cuore di Casalmaggiore ignoto a molti, che si fa intravedere in una parte della sua facciata, se si ha la dovuta attenzione, dal portone ad angolo di via Guerrazzi. Questo maestoso palazzo vescovile, costruito agli inizi del Settecento dall’Arciprete e Vicario Foraneo don Vermondo Fantini, accoglieva un tempo il vociare e le corse dei bimbi, le varie attività parrocchiali. Quegli antri nascondevano tesori: alcuni (gli incunaboli antichi e un buon numero di libri) sono andati perduti per sempre. Erano gli anni ’80 del secolo scorso, anni ormai lontani, caratterizzati da poca voglia di occuparsi delle strutture, pochissimi fondi a disposizione e parroci molto sensibili dal punto di vista umano ma meno attenti ai patrimoni. L’ultimo abate parroco a risiedervi fu monsignor Luigi Brioni.

Foto del Palazzo Abbaziale di Casalmaggiore

Il Lungo Percorso del Restauro

Per evitarne il decadimento a partire dal nuovo millennio, l’allora parroco don Alberto Franzini prese la decisione del lungo percorso di recupero architettonico e pittorico, cominciato nel 2010 grazie anche al contributo della Fondazione Cariplo. Al termine di queste operazioni, è iniziato il restauro dell’apparato decorativo ad opera delle professioniste dello Studio Blu. Nel pieno rispetto dei vincoli dettati dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, i lavori hanno così restituito lo stile originale degli ambienti. Dal grande scalone che ha nel soffitto un dipinto raffigurante un'ascensione, alle stanze con preziose decorazioni pittoriche, dove elementi ornamentali si alternano a tondi con busti forse identificabili con i grandi poeti della cultura greco-romana; senza dimenticare la maestosa sala rossa, con le statue dipinte di Giustizia e Temperanza che incorniciavano l’ingresso, oggi murato, dell’alcova con la “Gloria della Vergine”. In parallelo ai lavori di restauro del Palazzo Abbaziale, sono stati realizzati importanti interventi di restauro anche sull’antico ingresso situato a est, nelle mura di cinta che delimitano l’area dell’oratorio.

A Casalmaggiore riapre il palazzo abbaziale

La Riapertura al Pubblico: Le Giornate FAI 2022

Dopo più di vent’anni di silenzioso ma dispendioso lavoro di cura e manutenzione, il Palazzo ha aperto le sue porte per sorprendere il pubblico con i suoi tesori un tempo nascosti. L’occasione è stata il weekend del 15 e 16 ottobre 2022, durante le Giornate FAI d’Autunno, che permettono ai visitatori di rendersi conto di un attento lavoro di recupero. Le visite, a libero accesso e senza prenotazione, si sono tenute il sabato e la domenica dalle 10 alle 18, con ultimo ingresso alle ore 17:40; la durata era di circa 40 minuti con partenza ogni 20 minuti. «Il mio sogno sarebbe raccogliere fondi perché il Palazzo possa tornare a stupire, è il patrimonio e la storia di una parrocchia e di una città intera» ha detto don Claudio Rubagotti nel lanciare l’appello alla cittadinanza a partecipare attivamente alla nuova vita dell’edificio. Don Claudio ha parlato della bellezza perduta di un luogo abbandonato dal tempo, definendo il restauro "una rivelazione". «Io sono convinto che sarà appunto questo stupore creato nel passato a dare ancora una possibilità al futuro di sognare», conclude.

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