San Matteo Evangelista, in ebraico Matti e in greco Matthaîos, fu uno degli apostoli di Gesù e, secondo la tradizione cristiana, è identificato con l'autore del primo vangelo. La sua figura è di fondamentale importanza non solo per la fede cristiana, ma anche come opera letteraria di rilievo nello sviluppo della teologia delle origini.
Chi era Matteo? Il Pubblicano Levi di Cafarnao

Matteo, detto anche Levi, era figlio di un certo Alfeo, da non confondersi però con il padre di Giacomo minore. Il suo nome ebraico, Levi, significa letteralmente "dono di Dio", un significato che risuona anche nel nome Matteo ("dono di Jahvè"). Egli esercitava il mestiere di esattore delle imposte, un "pubblicano", seduto al banco delle imposte a Cafarnao. Questa città, sebbene non molto grande, godeva di un'importanza rilevante, trovandosi vicino alla "Via Maris", una grande strada trafficata dalle carovane provenienti dalla Siria per il trasporto delle merci tra l'Est e le coste del Mediterraneo.
Il ruolo di pubblicano lo rendeva inviso ai suoi connazionali e disprezzato dal popolo ebraico, perché ritenuto vicino agli oppressori romani. I pubblicani, infatti, prendevano in appalto dall'Impero romano l'esazione delle imposte (il "publicum"), pagando allo stato una certa somma in relazione al transito di ciascun prodotto che veniva tassato. Le loro pratiche, spesso caratterizzate da astuzia, cupidigia e vessazioni, unitamente all'essere a servizio dei dominatori pagani, erano motivo di odio e li facevano considerare alla stregua di peccatori. Inoltre, gestivano denaro "impuro", perché portava impressa l'effige dell'imperatore, e collaboravano con i Romani che opprimevano le persone con tributi iniqui.
Matteo aveva senz'altro avvertito la tentazione del facile guadagno e l'attrattiva del denaro, ma la predicazione di Gesù in quella cittadina risuonò in modo particolare nel suo cuore.
La Vocazione Divina: "Seguimi!"
Il lago di Tiberiade scintillava e, come di consueto, Matteo era lì, seduto al banco delle imposte a Cafarnao. Durante i primi tempi della sua predicazione in Galilea, Gesù passò e vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte. Un uomo gli disse solo: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì, per sempre. Quell'uomo era Gesù e la vita di Matteo non fu più come prima. Questa vocazione è narrata anche nei Vangeli di Marco (II, 13-14) e di Luca (V, 27 segg.), dove Matteo è chiamato Levi d'Alfeo, ed è l'unica vocazione di un pubblicano ad essere narrata.

Matteo rispose immediatamente alla chiamata di Gesù, mostrando la sua prontezza e umiltà. Accettando di diventare discepolo del Maestro, abbandonò le sue ricchezze e il suo mestiere redditizio, lasciando sul tavolo denaro, timbri e registri contabili. In questo modo, da uomo avido di profitti, dedito all’accumulo di beni materiali, da quel momento in poi seguì unicamente i beni dello spirito. Matteo comprese profondamente che quell’incontro avrebbe trasformato per sempre la sua vita.
Il Banchetto per Gesù e il Messaggio di Misericordia
Così, Matteo ospitò Gesù in casa sua e, per segnare l'addio alla sua vecchia vita, organizzò un grande banchetto. A questo evento, Gesù vi andò con i suoi discepoli, suscitando sconcerto tra scribi e farisei perché alla mensa vi erano anche pubblicani e peccatori. I benpensanti si stupirono e si scandalizzarono, ma Matteo, forte dell'amore per Cristo, proseguì deciso nella sua missione.
La risposta di Gesù colpì molto Matteo. Udito questo, il Nazareno disse: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori". Questa risposta, insieme alla pronta obbedienza e alla liberalità di Matteo, che abbandonò tutto e diede uno splendido banchetto d’addio per i parenti e gli amici, e la sua umiltà nel lasciarsi umiliare pubblicamente dalle critiche, sono rilevate dai Padri della Chiesa come caratteristiche della sua santità.
L'Apostolato e la Predicazione di San Matteo
Matteo divenne uno dei Dodici apostoli di Gesù. Viene nominato alcune volte anche negli Atti degli Apostoli. L'annuncio di Cristo sarà la sua missione. Secondo Clemente Alessandrino, predicò 15 anni in Palestina. Dopo aver predicato agli Ebrei di Palestina, dovendo partire per annunciare la buona novella ad altre genti, si recò presso altre popolazioni. Le notizie sulle sue mete successive sono incerte e tardive, con diverse tradizioni che lo collocano in India (secondo Sant'Efrem), in Etiopia (secondo Rufino e Socrate), in Persia (secondo Sant'Ambrogio), nel Ponto, in Macedonia o in Irlanda, conducendo sempre una vita austera.
Si racconta che l'Etiopia fu evangelizzata dall'Apostolo Matteo, e si fa risalire a lui la conversione del re Egipo e di tutta la sua famiglia, in particolare della figlia Ifigenia, la quale dopo il Battesimo si consacrò al Signore e fu messa da Matteo a capo di duecento vergini.
Il Motto di Papa Francesco
Un riferimento a Matteo lo troviamo anche nel motto presente nello stemma di Papa Francesco: Miserando atque eligendo. Esso è tratto dalle Omelie di Beda il Venerabile, il quale, commentando l'episodio evangelico della vocazione di Matteo, scriveva: "Vide Gesù un pubblicano e siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi". Questo motto riflette l'esperienza di Matteo, che ha conosciuto lo sguardo che perdona e restituisce dignità.
Patrono di Contabili e Doganieri
San Matteo è patrono dei controllori fiscali, banchieri, impiegati di banca, contabili e doganieri, proprio per la sua precedente professione di esattore delle tasse.
Il Vangelo secondo Matteo

Secondo la tradizione ecclesiastica, Matteo fu il primo degli apostoli a raccogliere per iscritto il pensiero e la vita di Gesù, scrivendo per primo la vita e raccogliendo gli insegnamenti. È l'autore del Vangelo di Matteo, che venne scritto non in greco ma quasi sicuramente in aramaico, la lingua allora corrente in Palestina dove Gesù insegnò. Si è certi che la versione greca, nella sostanza, è identica a quella scritta in aramaico dallo stesso Apostolo.
Il Vangelo di Matteo è stato scritto pensando ai cristiani di origine ebraica: nel testo si sottolinea che Gesù è il Messia che realizza le promesse dell'Antico Testamento e preannunciato dai Profeti. Egli ha la netta visione che avviene qualcosa di nuovo nel mondo, e che vi splende una luce nuova che non potrà rimanere velata.
Struttura e Temi Centrali
L'Evangelista non vuole tracciare una biografia completa di Gesù, ma il suo scopo è quello di dimostrare che Gesù è il Messia promesso nel Vecchio Testamento, il Figlio di Dio, fondatore della Chiesa e del Regno dei Cieli, perfezionatore dell'antica Legge. Per ottenere questo intento, dispone i fatti e i discorsi in ordine sistematico, anche se non sempre in ordine cronologico. È caratterizzato da due capitoli introduttivi che riguardano la genealogia di Gesù e la sua infanzia (Liber generationis Jesu Christi…) e da cinque grandi discorsi tematici:
- Il discorso della montagna (o delle beatitudini), il più importante, che comprende tre interi capitoli (IV-VII) ed è presentato come il discorso programmatico del Maestro. Esso comincia con l'indicare dove si trovi la beatitudine vera, contro le concezioni volgari, e indica quella "via del Signore" caratteristica del cristianesimo. Matteo mette in alto rilievo il confronto della nuova Legge con l'Antico Testamento, negando di distruggerla ma affermando il suo fine di compierla.
- Il discorso missionario (IX, 35; X, 42), istruzioni date agli apostoli per una missione temporanea alle borgate palestinesi.
- Il discorso in parabole sul "Regno dei Cieli" (XIII), che trova un parallelo in Marco, ma è più ricca in Matteo.
- Il discorso ecclesiale (XVIII), una serie di istruzioni e parabole sulla valutazione delle grandezze nel "Regno dei Cieli", contro lo scandalo e sulla correzione fraterna, con le parabole della pecora smarrita e dei servi debitori.
- Il discorso escatologico (XXIV-XXV), che s'arricchisce e si amplia in nuove parabole.
Matteo cita frequentemente le Scritture dell’Antico Testamento, con uno stile tipicamente semitico. Un esempio ricorrente è la formula: "È stato detto… ma io vi dico…", con la quale Gesù propone un superamento della Legge antica attraverso i suoi nuovi insegnamenti. Uno dei temi centrali è l’annuncio del Regno di Dio, che si manifesta nella persona e nell’opera di Gesù.
Il Vangelo secondo Matteo è uno dei quattro Vangeli canonici del Nuovo Testamento e riveste un'importanza particolare. È considerato il Vangelo "ecclesiale" per eccellenza ed è stato a lungo privilegiato dalla liturgia, fino alle riforme introdotte dal Concilio Vaticano II. Il testo narra la vita e il ministero di Gesù Cristo: dalla genealogia e dalla nascita verginale, all'infanzia, al battesimo e alla tentazione nel deserto, fino all'attività pubblica di predicazione e guarigione in Galilea. Racconta poi il viaggio verso Gerusalemme, l'ingresso trionfale nella città, la cacciata dei venditori dal Tempio, e infine la passione, la crocifissione, la morte, la sepoltura e la Risurrezione.
Origini e Testimonianze Antiche del Vangelo
Il Vangelo di Matteo ha esercitato il maggiore influsso e lasciato più larghe tracce negli scritti dei Padri Apostolici. La Didaché, tracciando "la via del Signore", reca larghi estratti del testo di Matteo, e brani sono pure riportati nella prima lettera di San Clemente Romano ai Corinzi. Citazioni sicure si trovano presso San Policarpo.
La prima notizia esplicita relativa alle sue origini è data da Papia, vescovo di Ierapoli, dalla cui opera Esegesi dei detti del Signore Eusebio di Cesarea stralciò il brano: "Riguardo poi a M. dice quanto segue: M. adunque raccolse in lingua ebraica i detti (τὰ λόγια) e ciascuno li interpretò (ἡρμήνευσεν) come ne fu capace". La "lingua ebraica" in cui l'apostolo raccolse le massime di Gesù dovette essere l'aramaico, allora corrente in Palestina. Sfortunatamente, l'opera originale in questa lingua andò ben presto perduta. Panteno, avanti l'anno 200 ad Alessandria, non la possedeva, ma Eusebio riporta che l'avrebbe trovata con meraviglia in India (da intendersi nell'Arabia Felice). San Girolamo ebbe l'illusione di ritrovarla nella biblioteca di Cesarea, ma si disingannò, lasciando cadere il testo nell'oblio, che dovette trattarsi probabilmente di qualche Vangelo in uso presso cristianità palestinesi, come il Vangelo secondo gli Ebrei o quello secondo gli Ebioniti.
Nonostante la perdita dell'originale aramaico, per la tradizione ecclesiastica non sorge dubbio che il nostro Vangelo greco secondo Matteo risponda per contenuto sostanziale all'opera scritta dall'apostolo. Testimonianze principali includono San Ireneo ("Matteo tra gli Ebrei nella loro propria lingua pubblicò anche uno scritto del Vangelo"), Clemente Alessandrino, Origene ("il primo Vangelo fu scritto da M., prima pubblicano, poi apostolo di Gesù Cristo, che lo scrisse in lingua ebraica e pubblicò per i giudei convertiti"), Tertulliano, Eusebio di Cesarea e San Girolamo. Nessun altro nome è accennato in documenti storici, né v'è traccia d'incertezza o di dubbio.
Le Teorie Critiche sulla Composizione del Vangelo
La teoria oggi più corrente nella critica indipendente sulle origini del Vangelo di Matteo è quella denominata "delle due fonti". Essa lo considera composto di due fonti principali: d'una raccolta di sentenze di Gesù (λόγια), dovuta realmente all'apostolo, e del Vangelo di Marco che avrebbe prestato la trama dei fatti. Alla prima fonte sono attribuiti i discorsi e le massime più importanti di Gesù, disseminate attraverso il racconto della sua vita. Come criterio di selezione è posto che debbano in linea di principio risalire ai λόγια di Matteo quanti discorsi e sentenze il primo Vangelo ha in comune con quello di Luca, che avrebbe utilizzato la stessa fonte in forma diretta o indiretta.
A supporto di questa teoria si adducono argomenti quali la testimonianza di Papia che parla di un'opera di Matteo come una raccolta di sentenze (τὰ λόγια) piuttosto che un Vangelo completo. Inoltre, il Vangelo di Matteo nella sua forma attuale non è una semplice traduzione servile, ma un'opera originale greca, pur attingendo a fonti scritte od orali palestinesi. Per l'ordine dei fatti, Matteo segue strettamente Marco. Una teoria più complessa, sviluppata da B. H. Streeter, suggerisce che Matteo abbia contaminato il Vangelo di Marco con la cosiddetta Quelle (Q) e una terza fonte, designata con M.
Nonostante tali ragioni, l'esegesi cattolica segue i dati della tradizione, la quale, affermando essere di Matteo il Vangelo greco, suppone l'identità sostanziale di esso con il lavoro originario in aramaico. L'unanimità delle testimonianze delle diverse chiese nel II secolo è difficilmente spiegabile come frutto di un equivoco. L'esegesi cattolica tende sempre più ad ammettere che il traduttore greco di Matteo abbia avuto presente il Vangelo di Marco, ispirandosi ad esso per l'ordine e le forme linguistiche. La comunanza di materia con Luca, specialmente importante nelle parti dottrinali, fu variamente spiegata anche dalla critica indipendente.
La Morte, le Reliquie e il Culto di San Matteo
Non vi sono molte notizie storiche certe sull'Apostolo Matteo, e le informazioni sulla sua morte sono discordanti. Alcune fonti antiche, come lo gnostico Eraclione, parlano di una morte naturale. Molti altri, invece, pur discordando sul genere di tormento, ritengono che Matteo abbia coronato il suo apostolato con il martirio. Leggende comuni narrano che fu ucciso mentre celebrava il Santo Sacrificio in Etiopia. Si racconta che la sua resistenza alle pretese di Itarco, fratello del re e usurpatore del trono, avrebbe portato quest'ultimo a ordinare la morte di Matteo durante una celebrazione. Altri ritengono che fu lapidato, arso vivo o pugnalato.
Il Martirologio Romano colloca al 21 settembre la morte di San Matteo Evangelista, e nello stesso giorno commemora Santa Ifigenia, vergine. La sua festa, il 21 settembre, viene celebrata a Salerno con una solenne processione.
Le sue reliquie si trovano nella cripta della Cattedrale di Salerno. Al 6 maggio, lo stesso Martirologio pone la traslazione del corpo di Matteo dall'Etiopia a Salerno, passando per Paestum. Salerno già custodiva il corpo di San Matteo nel 954, ma per le tristi condizioni dell’epoca, fu tenuto accuratamente nascosto, cosicché cadde nell’oblio. Verso il 1080 fu ritrovato e posto nel tempio costruito a tale scopo e consacrato da San Gregorio VII. La lettera che questo Pontefice il 18 settembre 1080 scrisse ad Alfano I, allora arcivescovo di Salerno, per felicitarsi con lui per il ritrovamento del corpo di San Matteo, è un documento storico ineccepibile.

Nel 1544, secondo la tradizione, il Santo Patrono salvò Salerno dalla distruzione, costringendo alla fuga i pirati Saraceni capeggiati da Ariadeno Barbarossa. In segno di riconoscenza, lo stemma della città venne impreziosito con la figura di San Matteo, che con la mano sinistra regge il Vangelo e con la destra benedice.
Tradizioni Gastronomiche a Salerno
A Salerno, in occasione della festa di San Matteo, il 21 settembre, si prepara tradizionalmente la "meveza 'mbuttunata", ovvero la milza imbottita. Si tratta di un piatto tipico a base di milza di vitello farcita con aromi e ingredienti locali, diventato il simbolo culinario della festa e venduto lungo le strade della città in un'atmosfera vivace che unisce devozione e convivialità.
San Matteo nell'Iconografia e nella Cultura
La figura di San Matteo è cara all'iconografia. Nella descrizione dei quattro esseri dell'Apocalisse (aquila, bue, leone, uomo), San Matteo viene associato a quello dall'aspetto d'uomo. Viene ritratto come un uomo anziano e barbuto, intento a scrivere il suo Vangelo, talvolta con l'aiuto di un angelo che lo ispira o gli guida la mano.
La "Vocazione di San Matteo" di Caravaggio

Particolarmente nota è la "Vocazione di San Matteo" dipinta dal Caravaggio fra il 1599 e il 1600, custodita nella Chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma, nella Cappella Contarelli. È un dipinto suggestivo, una delle opere più famose e fotografate del mondo, nel quale gioca un ruolo fondamentale la luce, simbolo della grazia, che non proviene dalla finestra ma da Gesù.
Caravaggio cattura il momento preciso in cui Gesù, accompagnato da San Pietro, entra nella stanza buia dove siede Matteo, intento a contare il denaro con altri esattori. Il gesto silenzioso di Cristo - il braccio teso, il dito che indica - richiama in modo evidente quello della Creazione di Adamo di Michelangelo, ma qui è rivolto a un peccatore, a un uomo comune. La luce, elemento centrale dell’opera, entra diagonalmente da destra e illumina il volto stupito di Matteo, simbolo della grazia che irrompe nell’oscurità della vita quotidiana. L'ambiente è quello di una taverna o di una stanza del '600, popolata da uomini in abiti contemporanei, per rendere la scena immediatamente vicina allo spettatore.
Un elemento affascinante è l'ambiguità sull'identità di Matteo: nella scena, alcuni studiosi si chiedono se sia l'uomo con la barba che si indica sorpreso, oppure il giovane chino sul denaro. Questa ambiguità intensifica il coinvolgimento dello spettatore, come se Caravaggio ci chiedesse: "Chi è il chiamato?".
La vicenda di San Matteo e il dipinto di Caravaggio hanno segnato la vita di Papa Francesco. La sua storia, in generale, invita a rispondere alla chiamata divina, anche quando si devono lasciare certezze e beni materiali.