La crisi del 29 ottobre 1929, passata alla Storia come il "crac di Wall Street", sconvolse il mondo intero. Esplose negli Stati Uniti e fece impallidire le crisi precedenti, provocando la Grande Depressione degli Anni Trenta. L'economista John K. Galbraith scrisse che in quei giorni, che poi divennero anni, "il peggio continuava a peggiorare". Con i termini "Grande Depressione", "Crisi del '29" o "Crollo di Wall Street" ci si riferisce alla crisi economica che alla fine degli anni Venti colpì l'economia mondiale riducendo su scala globale produzione, occupazione, redditi, salari, consumi e risparmi. La crisi del 1929, nota anche come Grande Depressione o Crollo di Wall Street, è la congiuntura economica negativa iniziata negli Stati Uniti e poi propagatasi in tutta Europa, che portò milioni di persone a restare senza lavoro, soprattutto tra la popolazione giovanile, i consumi a crollare, la criminalità ad aumentare e in alcuni Paesi a favorire l’avanzata dei totalitarismi.
I "Ruggente Anni Venti": l'illusione della prosperità
Le origini della depressione vanno rintracciate nel boom economico degli anni precedenti. Negli anni Venti, meglio noti come i "ruggenti" anni Venti o "Età del Jazz", gli Stati Uniti vissero un periodo di grandi speranze e pericolose illusioni. Dal punto di vista politico c’era l’egemonia del Partito Repubblicano, che promuoveva l'accumulo della ricchezza privata.
Crescita Economica e Società dei Consumi
Tra il 1922 e il 1928 il PIL crebbe del 40%, il tasso di disoccupazione si ridusse e gli indici della produzione industriale si impennarono. Da quel momento in poi dagli Stati Uniti si diffuse in tutto il mondo il fenomeno industriale della produzione in serie, che favorì notevolmente un aumento della produttività e del reddito nazionale. Le autorità monetarie, per favorire una maggiore circolazione di denaro, abbassarono i tassi di interesse sui prestiti. Elettrodomestici, frigoriferi, lavatrici, radio, telefoni invasero la società americana. Alla fine del decennio si contavano 27 milioni di automobili, una ogni cinque abitanti: numeri che l'Europa avrebbe conosciuto solo 30, 40 anni più tardi. Grazie a fenomeni come la diffusione della produzione in serie e la possibilità di rateizzazione, nasceva la società dei consumi.
Debolezze del Sistema: Protezionismo e Disuguaglianze
Il mercato interno, certo, non era in grado di assorbire tutta la produzione, e fu quindi necessario esportare. Dopo la Prima Guerra Mondiale, gli Stati Uniti prestarono ingenti somme agli Stati europei bisognosi di ricostruire sulle macerie del conflitto. In sostanza, gli Stati Uniti, che da parte loro non volevano merci straniere, investivano in altri Paesi affinché questi potessero acquistare merci americane. Era un circolo vizioso, non virtuoso, eppure necessario per alimentare il benessere nazionale. Il sistema, però, nascondeva alcune debolezze: anzitutto, la crescita della produttività non era compensata da un’equivalente crescita del potere di acquisto. La grande domanda di beni di consumo aveva fatto sì che l’industria producesse quantità sproporzionate alla possibilità di assorbimento del mercato interno. Si registrò così, in maniera costante dal 1920 in poi, un graduale crollo dei prezzi e successivamente anche della produzione industriale.

A far crollare il sistema fu proprio lo sviluppo dei "ruggenti" anni Venti, che non aveva risolto il problema chiave: la disuguaglianza. Stefano Luconi, docente di Storia degli Stati Uniti, spiega che "più che la fragilità del sistema finanziario, il problema principale fu la disomogeneità nella ripartizione dei benefici della crescita degli anni Venti, una strozzatura ben espressa dalla forte sperequazione nella distribuzione del reddito. Chi viveva ai limiti dell'indigenza esauriva i propri scarni guadagni negli acquisti alimentari e nel pagamento dell'affitto. Agricoltori, minatori, operai dell'industria tessile e dell'abbigliamento, a causa del basso reddito, non ebbero accesso alla società dei consumi. Quindi, non poterono fornire il loro contributo per espandere ulteriormente il mercato e per sostenere la crescita, che proprio nei consumi aveva trovato il suo volano". Contemporaneamente ci fu un’ondata discriminatoria nei confronti della popolazione di colore, con la setta del Ku Klux Klan espressione del razzismo più isterico. Inoltre, alcune strade delle principali città americane vedevano quasi ogni giorno pericolosi regolamenti di conti tra bande rivali di gangster (Al Capone, Meyer Lansky e John Dillinger).
La Speculazione Finanziaria e la Bolla
L'ottimismo sfrenato fece della speculazione finanziaria una prospettiva allettante. L'esistenza di risparmi cumulati e l’assenza di limiti alle attività speculative crearono le condizioni per un ampio ricorso al credito da parte degli investitori e spinsero questi ultimi, insieme alle banche, alla speculazione in Borsa. Oltre ai grandi investitori, molti comuni cittadini (dagli impiegati ai piccoli imprenditori) acquistavano pacchetti azionari delle società quotate in Borsa, spesso prendendo in prestito denaro per farlo. La borghesia americana nutriva una profonda fiducia nella moltiplicazione delle ricchezze. In altre parole, la speculazione invase gli Stati Uniti. La Borsa di New York, a Wall Street, era il simbolo di questa spirale che faceva aumentare il valore delle azioni, ma anche l'indebitamento di piccoli investitori e grandi speculatori. Il periodo iniziale degli anni Venti rappresentava la realizzazione del famoso sogno americano. La speculazione non fu comunque l’unica causa del grande crollo.
Come funzionava la speculazione
Quell'euforia portava a desiderare soldi facili in poco tempo. Poiché le azioni erano molto richieste, il loro valore saliva rapidamente. Così si acquistavano azioni, aspettandosi che il loro valore aumentasse, per poi rivenderle subito e guadagnare sulla differenza tra il prezzo di acquisto (inferiore) e quello di vendita (superiore). La Borsa di New York, a Wall Street, era il simbolo di questa spirale che faceva aumentare il valore delle azioni, ma anche l'indebitamento di piccoli investitori e grandi speculatori. L'economia della Borsa, insomma, non coincideva con l'economia reale. Questo meccanismo, oggi ben noto agli economisti, si chiama "bolla speculativa". E quando la bolla si gonfia troppo scoppia, proprio come una bolla di sapone.
I segnali ignorati
Nel periodo che va dal 1922 al settembre 1929 (apice della bolla azionaria della Borsa Valori di New York), l'indice azionario era passato da 63,0 a 381,17 ossia aveva registrato un incremento di circa il 500%, numero che esprime bene il senso di entusiasmo diffuso. Dall'inizio del 1928 la speculazione sui titoli azionari alimentò un boom senza precedenti nei volumi di azioni giornalmente compravendute e rese possibile l'innescarsi di una spirale di rialzi dei prezzi, sospinta dalla immaginifica rappresentazione di prospettive floride di crescita economica e da conseguenti aspettative irrealistiche di profitti futuri delle società industriali. Un elemento importante della dinamica di costruzione della "bolla" azionaria è da rintracciare nella tecnica di acquisto delle azioni tramite contratti di "riporto", ossia tramite contratti conclusi dagli investitori privati con gli operatori di borsa (i c.d. agenti di cambio) in forza dei quali quest'ultimi fornivano ai propri clienti a prestito la liquidità necessaria agli acquisti di titoli ricevendo a garanzia i titoli medesimi, con l'obbligo di restituzione del prestito stesso a scadenza ravvicinata (tipicamente, un mese). Nel marzo del 1929, i segnali di un possibile crollo del mercato borsistico erano stati avvertiti dalla Riserva Federale che pur decise di non agire. Nel settembre dello stesso anno, l'indice di borsa iniziò a muoversi in modo irregolare con una tendenza al ribasso. Nonostante le prime avvisaglie e qualche giorno prima del crollo di Wall Street, il presidente della National City Bank non si dichiarò preoccupato dall'andamento della Borsa. La contrazione dell'economia statunitense a partire dagli inizi del 1929 ha origini nella seconda parte degli anni Venti quando si registra una diffusa, ancorché moderata, riduzione dei prezzi dei beni agricoli e, in parte, dei manufatti, dovuto al notevole incremento della produzione connessa all'uso intensivo delle moderne tecniche e dell'energia a basso costo. La risposta governativa negli Stati Uniti alla riduzione di domanda e prezzi dei beni agricoli fu primariamente tesa a "difendere" il settore agricolo con una politica protezionistica di dazi.
Il Crollo di Wall Street e le sue Conseguenze
Il 24 ottobre 1929, un giovedì nero, il valore delle azioni cominciò a scendere e ne furono messe in vendita, all'improvviso, quasi 13 milioni. Si scatenò il panico. Il giorno successivo crollarono i prezzi fino a giovedì 24 ottobre, il “giovedì nero”, quando cominciò la corsa alle vendite che causò la definitiva precipitazione di valore dei titoli. Dopo giorni disperati, il 29 ottobre, il martedì successivo, furono venduti altri 33 milioni di azioni. Carta straccia: si cercava di venderle perché perdevano valore ma, per la stessa ragione, nessuno le comprava e così il loro prezzo precipitava. A metà novembre l'indice di Borsa era diminuito del 50%. Ed era solo il principio. La liquidazione delle azioni rispondeva anche alla necessità degli speculatori di rientrare dai finanziamenti concessi per l'acquisto dei titoli. La forte esposizione delle banche sul mercato azionario - per effetto dei crediti concessi agli operatori di borsa - indusse i risparmiatori, intimoriti dalle ripercussioni sui propri depositi, a richiederne il ritiro, dando luogo ad una vera e propria "corsa agli sportelli" (bank run). Il crollo del mercato, oltre a colpire dapprincipio i ceti ricchi, ebbe conseguenze disastrose soprattutto per i ceti meno abbienti e poi si diffuse in tutto il paese e su tutto il sistema economico mondiale, che ormai dipendeva da quello statunitense.

Ripercussioni sull'Economia Reale
Le ripercussioni sull’economia reale furono devastanti: oltre 4.000 banche fallirono tra il 1929 e il 1933, milioni di risparmiatori persero tutto, negli Stati Uniti il PIL crollò del 30% e il tasso di disoccupazione passò dal 3% al 25%. Chi aveva investito i propri risparmi o peggio ancora chi aveva preso denaro a prestito per investire era rovinato. Tuttavia, il dramma di Wall Street sarebbe potuto essere superato se la struttura economica del Paese fosse stata solida. Così non era. Già prima dell'ottobre del '29 la produzione era aumentata più del potere di acquisto dei cittadini comuni. Il crollo fu la conseguenza di una crisi di sistema. La crisi, inoltre, coinvolse le banche: le aziende non potevano rimborsare i prestiti e molti istituti di credito furono costretti a chiudere, trascinando nel fallimento le imprese che finanziavano e spingendo i risparmiatori a ritirare il proprio denaro. La conseguenza più drammatica della crisi fu la disoccupazione: tra il 1929 e il 1932 circa dodici milioni di americani restarono senza lavoro. Solo negli Stati Uniti persero il lavoro 14 milioni di persone. Cosa assai grave, la crisi si era estesa alla borsa merci: i prezzi di prodotti agricoli, del cotone e delle materie prime non agricole crollarono. Parte della crisi viene infatti addossata alla caduta dei prezzi dei prodotti agricoli avvenuta in conseguenza dell’enorme accumulazione delle scorte rimaste invendute a seguito del miglioramento della produzione agricola dei paesi europei; per cui si videro tonnellate di grano e di caffè rovesciate in mare o date alle fiamme nel tentativo di far risalire i prezzi. A subirne le conseguenze furono proprio le industrie di beni di consumo durevoli come quelle dell’auto che dovettero tagliare le loro commesse verso aziende appartenenti alla stessa filiera, abbassare i salari (con grave pregiudizio dei consumi) e ridurre il personale. Tra le misure prese negli USA vi fu anche la contrazione del commercio internazionale e l’adozione di dazi verso i prodotti provenienti dall’estero.
Effetti a Livello Internazionale
Anche il mercato internazionale ne fu contagiato, e non poté più assorbire la produzione in eccedenza. La crisi si propagò rapidamente in Europa e nel mondo, innescando una recessione globale. Alla fine del '29 gli Stati Uniti, in crisi, dovettero tagliare i prestiti concessi ai Paesi europei. Questi, di conseguenza, non solo non riuscirono più ad acquistare merci americane, ma, quando la crisi divampò anche nel Vecchio continente, scelsero la via del protezionismo e frenarono le importazioni. A quel punto la situazione era fuori controllo e prima di uscirne sarebbero trascorsi anni terribili. Negli anni Venti l’economia mondiale era fortemente interconnessa e gli Stati Uniti erano i principali fornitori di capitali ad altri Paesi. A causa delle crisi, i capitali vennero a mancare e il commercio internazionale si ridusse, provocando conseguenze gravissime. Banche e aziende fallirono in tutta Europa, sia pure in misura diversa a seconda dei Paesi. Particolarmente gravi furono le conseguenze della depressione in Germania e in Austria, Paesi sconfitti nella Prima Guerra Mondiale. In Italia, la notizia del crollo di Wall Street suscitò grande preoccupazione. I giornali dell’epoca dedicarono ampio spazio all’evento, approfondendo le possibili ripercussioni sull’economia nazionale. Le prime pagine erano dominate da titoli che evidenziavano la gravità della situazione, sottolineando l’interconnessione tra i mercati internazionali e l’economia italiana.

Conseguenze Sociali e Politiche
Negli Stati Uniti, la crisi provocò un peggioramento del tenore di vita e creò vaste sacche di povertà. Dalla disoccupazione, inoltre, derivarono problemi sociali molto gravi, tra i quali l’aumentò della criminalità e della devianza giovanile. Il numero di suicidi nel Paese aumentò del 50% in quel periodo. Non a caso i suicidi furono più numerosi nei mesi precedenti il crollo borsistico che in quelli successivi. L’immagine più consueta all’epoca era quella delle mense dei poveri, delle marce per il pane dei disoccupati. Una ferita profonda che lacerò l’intero corpo politico del tempo. La disoccupazione crebbe vistosamente e toccò cifre drammaticamente alte: in Europa 15 milioni di persone senza lavoro, causati anche dalla crisi del sistema bancario inglese, austriaco e tedesco. Emerse in tal senso una sostanziale impreparazione politica ad un cataclisma di quella portata. La crisi del 1929 inaugurò il periodo della cosiddetta Grande Depressione e innescò una serie di eventi che portarono alla Seconda Guerra Mondiale. Quella che avrebbe preso il nome di Grande Depressione, fece sentire i suoi effetti sia sulla politica che sulla cultura del tempo influenzando così lo sviluppo storico delle società occidentali. Un'altra conseguenza della crisi del '29 è stata quella di considerare il sistema sovietico come un'alternativa concreta al modello capitalista. Il caso più emblematico fu quello dell’ascesa del nazismo in Germania. Prima della crisi il partito nazista godeva di scarso consenso, ma la crisi fece perdere alla popolazione la fiducia nel governo democratico, spingendola a offrire il proprio sostegno ai partiti estremisti. Dopo il 1929 il partito nazista andò incontro a un vero e proprio boom, che lo portò a ottenere la maggioranza relativa dei voti alle elezioni del novembre 1932. La crisi non fu l’unica ragione dell’ascesa nazismo, ma certamente la favorì in misura significativa.
Il “New Deal” e la politica economica di F.D. Roosevelt
Il New Deal e la Ripresa
La crisi raggiunse l’apice nel 1932. Da allora iniziò una lenta ripresa pressoché in tutto il mondo, sia pure con ritmi diversi a seconda dei Paesi. I primi miglioramenti si ebbero solo dopo la promozione del New Deal, il programma per il rilancio economico del 1933. La ripresa avvenne nel 1933 con l’elezione a presidente degli Stati Uniti, il 4 marzo 1933, di Franklin D. Roosevelt. Stimolando la spesa pubblica attraverso un vasto programma di interventi Roosevelt riuscì a occupare forza lavoro disoccupata, spingendo così la domanda di beni di consumo che permise di riavviare il processo produttivo. Per favorire la ripresa, i governi furono costretti a rivedere le loro politiche economiche e ad accrescere l’intervento pubblico in economia. La ripresa iniziò nel 1933 con il New Deal introdotto da Franklin D. Roosevelt. Roosevelt, nel programmare le sue riforme per trovare una soluzione alla crisi, cercò ispirazione nelle teorie economiche dell’economista Keynes. Quest’ultimo ribaltava una legge fondamentale del mercato capitalistico, ovvero la regola per cui, in caso di crisi, il mercato deve essere lasciato libero perché è in grado di autoregolarsi autonomamente, senza l’intervento dello Stato. Keynes credeva al contrario che lo Stato avesse l’obbligo di intervenire in caso di crisi, attraverso varie manovre come: sostegno ai redditi bassi, lotta alla disoccupazione, credito alle imprese. Inoltre suggeriva come il risparmio, per un’economia in recessione, fosse assolutamente nocivo, in quanto solo la spesa pubblica poteva risollevare le sorti segnate dalla crisi finanziaria. Il governo potenziò anche l'iniziativa statale, offrendo nuovi sbocchi agli investimenti industriali e creando così nuovi posti di lavoro.
Misure del New Deal
Roosevelt, inoltre, sganciò il dollaro dal sistema aureo (o gold standard): fino a quel momento il valore del dollaro, come quello di tutte le principali valute del mondo, era basato sulle riserve di oro del Paese, secondo un preciso tasso di cambio; nel 1933 il presidente svincolò il dollaro dall’oro, allo scopo di svalutarlo e, di conseguenza, stimolare il mercato interno e le esportazioni. Altre misure del New Deal regolamentarono il sistema bancario e posero dei limiti alla speculazione finanziaria. Anche nel resto del mondo, i governi puntarono soprattutto sull’aumento dell’intervento pubblico e sull’abbandono del gold standard. Gradualmente l’economia si riprese, ma in molti Paesi i livelli precedenti al 1929 furono raggiunti solo dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Per fronteggiare la crisi, a cui molti hanno in seguito paragonato quella del 2008-2009 innescata dai mutui subprime, furono adottate nuove politiche economiche, tra cui il New Deal del presidente americano Franklin Delano Roosevelt, che miravano a stimolare la ripresa attraverso l’intervento statale. In Italia, il regime fascista cercò di minimizzare l’impatto della crisi, enfatizzando l’autosufficienza economica e promuovendo politiche protezionistiche.