L'identità e il ruolo del sacerdote nella Chiesa contemporanea sono oggetto di continua riflessione e dibattito, con sfide che vanno dalla gestione della presenza digitale all'interpretazione delle dottrine, fino al confronto con le aspettative della società moderna. La stessa espressione "prete secolare" - che nel Diritto canonico distingue i preti facenti parte del presbiterio diocesano da quelli inseriti in un ordine religioso - può assumere un significato più profondo, invitando a riflettere su una maniera singolare di abitare la storia da parte del presbitero, essendo "nel mondo ma non del mondo".
Il Concetto di "Prete Secolare" e "Prete Sacrale"
Il dibattito contemporaneo suggerisce una possibile maniera alternativa di rappresentare e attuare l'identità presbiterale rispetto alla figura tradizionale del "prete sacrale". Quest'ultimo è spesso raffigurato come un uomo del sacro, quasi un essere angelicato sospeso tra cielo e terra, custode di riti arcaici, depositario di tradizioni immutabili e maestro di dottrine indiscutibili. Tuttavia, la ricerca della perfezione nella fedeltà allo stile di Gesù - quello dell'incarnazione - potrebbe risiedere proprio nell'esperienza di chi si impegna a portare avanti il corso ordinario della vita secondo l'ispirazione evangelica.
Questa prospettiva inedita potrebbe mettere in discussione non solo l'obbligo del celibato ecclesiastico, ma anche l'impedimento per le donne di accedere al ministero ordinato. È fondamentale verificare in quale misura, già con le attuali disposizioni dottrinali e canoniche, sia possibile ripensare la figura del presbitero guardando nella direzione del "prete secolare", focalizzandosi sullo stile testimoniale del presbitero per una Chiesa "in uscita" e sulla relazione presbiteri-laici tra clericalismo e corresponsabilità.
La Visione di Papa Francesco: Un Sacerdote "In Uscita"
Non una Definizione Dottrinale, ma uno Stile di Vita
Nel magistero di Papa Francesco dedicato alla figura del prete, non si riscontra la preoccupazione di offrire una definizione dottrinale e sistematica del presbitero secondo la prospettiva cattolica. Questo, tuttavia, non rende il suo insegnamento aneddotico o improvvisato, come taluni hanno contestato, ma piuttosto orientato a delineare uno stile di vita e di ministero.
Le Forme dello Stile Presbiterale: Cercare, Includere, Gioire
La prima triade di elementi che richiamano lo stile presbiterale, secondo Papa Francesco, è composta da: cercare, includere, gioire. Quando Papa Francesco parla della "Chiesa in uscita", non intende proporre una mera etichetta, ma un movimento che dovrebbe caratterizzare profondamente l'essere e l'agire del prete. Il pastore che non rischia, non trova; non si ferma dopo le delusioni né si arrende nelle fatiche, ma è ostinato nel bene, unto di una divina ostinazione affinché nessuno si smarrisca. Per questo non solo tiene aperte le porte, ma esce in cerca di chi per la porta non vuole più entrare, essendo sempre "in uscita da sé", centrato solo in Gesù. L'immagine dei "pastori con l'odore delle pecore" ricorda che non basta osservare dall'alto giudicando, né si esce per proselitismo, ma per un coinvolgimento autentico.

Oggi, culturalmente e socialmente, l'escludere spesso ottiene più approvazione dell'includere. Tuttavia, il presbitero è chiamato a un atto di fiducia, essendo unto per il popolo e non per i propri progetti. Egli è vicino alla gente concreta che Dio gli ha affidato per mezzo della Chiesa. Nessuno è escluso dal suo cuore, dalla sua preghiera e dal suo sorriso. Con sguardo amorevole e cuore di padre accoglie, include e, quando corregge, è sempre per avvicinare; non disprezza nessuno ed è pronto a sporcarsi le mani. Il Buon Pastore non conosce i guanti, è ministro della comunione che celebra e vive, offre per primo la mano, rigettando pettegolezzi, giudizi e veleni. Ascolta con pazienza i problemi e accompagna i passi delle persone, elargendo il perdono divino con generosa compassione. Non sgrida chi smarrisce la strada, ma è sempre pronto a reinserire e a comporre le liti. L'incontro per testimoniare la buona notizia della salvezza, per non rimanere un contatto superficiale, deve avvenire "volta per volta, e volto per volto".
La gioia di Gesù Buon Pastore non è per sé, ma è una gioia per gli altri e con gli altri, la vera gioia dell'amore. Questa è anche la gioia del sacerdote: egli è trasformato dalla misericordia che gratuitamente dona, è sereno interiormente e felice di essere un canale di misericordia. È una gioia "incorruttibile", poiché fondata su un'unzione che penetra fino alle ossa, frutto della comunione con Cristo tramite lo Spirito. Infine, è una gioia "missionaria", che si esprime in particolare quando il prete sta in mezzo al Popolo di Dio per annunciare, confermare, benedire e consolare.
Le Condizioni per lo Stile Presbiterale: Pregare, Camminare, Condividere
La seconda triade, che puntualizza le condizioni per uno stile presbiterale autentico, è: pregare, camminare, condividere. Papa Francesco insiste molto su come il prete non abbia bisogno di cercare una spiritualità diversa da quella che prende forma nell'esercizio del ministero. Il servizio non è solo una funzione o una prestazione, ma la fonte stessa della linfa spirituale. Cadere nella trappola di cercare metodi spirituali esterni porta al rischio di diventare "pelagiani", facendo affidamento su tecniche piuttosto che sul potere della grazia. Il dono e il compito di presiedere l'eucaristia definiscono maggiormente il ministero del presbitero, pur non esaurendolo.
Il ministero sacerdotale è continuità dell'azione di Cristo
Un prete non è mai "arrivato", ma rimane sempre un discepolo, pellegrino sulle strade del Vangelo e della vita, affacciato sulla soglia del mistero di Dio e sulla terra sacra delle persone a lui affidate. Egli non si sente mai soddisfatto né spegne la salutare inquietudine che lo spinge a tendere le mani al Signore per lasciarsi formare e riempire. È essenziale aggiornarsi sempre e restare aperti alle sorprese di Dio. La fede cristiana prende seriamente in conto la questione della provenienza, la memoria di ciò che ci precede, ma questo non significa ridurre la Tradizione a un museo immutabile da conservare e restaurare.
La vita presbiterale non è un ufficio burocratico né un insieme di pratiche religiose o liturgiche da sbrigare. Gesù interpella i suoi a "essere memoria" di un amore che è novità, una novità che richiede non solo di essere predicata, ma prima ancora praticata. Solo una vita che abbia il sapore di una dedizione "sino alla fine" è in grado di mostrare in maniera credibile la forma di un'esistenza secondo l'intenzione di Dio. Non basta ripetere retoricamente che il ministro ordinato è un "alter Christus". Il tema del condividere si riallaccia a quello del pregare: affinché la vicinanza del presbitero sia una testimonianza efficace della presenza di Cristo, è indispensabile che il prete si lasci definire e plasmare da quel mistero più grande che gli viene incontro ogni volta nel memoriale dell'eucaristia.
Presbiteri e Laici: Superare il Clericalismo e Promuovere la Corresponsabilità
Il rapporto tra presbiteri e laici nell'ambito della comunità ecclesiale è un altro punto cruciale. La Lumen gentium ispira la prima sottolineatura, che riguarda la comune vocazione battesimale, unendo profondamente ministri ordinati e fedeli laici. Nessuno è battezzato prete o vescovo; tutti sono battezzati laici, ed è questo il segno indelebile che nessuno potrà mai cancellare. È importante ricordare che la Chiesa non è un'élite di sacerdoti, consacrati o vescovi, ma che tutti formano il Santo Popolo fedele di Dio.
I rischi e le deformazioni a cui Papa Francesco si riferisce trovano una sintesi emblematica nel fenomeno del clericalismo. Il risvolto più problematico di questa patologia è la rimozione della consapevolezza che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il Popolo di Dio. L'esercizio della presidenza autorevole, che spetta a vescovi e presbiteri, implica il compito di abilitare e discernere un'attività testimoniale che richiede di essere portata avanti da una molteplicità di soggetti. Il Vaticano II ha chiesto con forza il superamento del modello della supplenza.
Papa Francesco rimarca che, quando si parla di collaborazione e corresponsabilità, non ci si riferisce soltanto all'impegno nella catechesi, nell'animazione liturgica o nell'attività caritativa. Ancora più fondamentale è un'altra maniera di essere corresponsabili della missione della Chiesa: quella che si gioca nell'impegno di testimonianza evangelica che ognuno vive al di là degli ambienti strettamente ecclesiali, in famiglia, a scuola, sul lavoro, nelle varie forme della vita civile e nel tempo libero. Spesso si è caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa o della parrocchia/diocesi, riflettendo poco su come accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana, affinché si impegni come cristiano nelle sue responsabilità civili. Il limite principale del clericalismo è quello di presupporre che evangelizzazione e umanizzazione siano due realtà destinate a nascere e rimanere distinte. Papa Francesco cerca di superare questo limite, affermando che la missione evangelizzatrice non solo fa spazio alla dimensione umanizzante, ma la implica in modo costitutivo; l'evangelizzazione autentica è dunque umanizzazione integrale.
La Competenza Teologica nella Presidenza Pastorale
Oggi persistono due pregiudizi micidiali: una concezione intellettualistica della teologia e una visione attivistica della pastorale. Un esercizio della teologia privo della sua dimensione pastorale rischierebbe di ridursi alla costruzione artificiosa di un sistema chiuso in sé stesso. Allo stesso modo, un'attuazione della pastorale privata della sua dimensione teologica finirebbe per esaurirsi in una pura ripetizione di operazioni usurate. L'epoca attuale sollecita a investire risorse qualificate di intelligenza e impegno per attivare una testimonianza che interpella, inquieta, suscita domande e alimenta speranze.
Mettersi a servizio di questo dinamismo di uscita come ministri ordinati richiede necessariamente l'acquisizione di una competenza nel campo del sapere teologico, adeguata al compito della presidenza ecclesiale. Questa competenza, pur non essendo in via ordinaria quella specialistica del teologo di professione, deve permettere al ministro ordinato di operare e far operare l'incontro tra Scrittura e cultura. In tal modo, eserciterà la sua presidenza venendo riconosciuto come punto di riferimento autorevole per raccogliere e interpretare la provocazione più formidabile che la nostra epoca lancia al compito dell'evangelizzazione. Si tratta di un presbitero che sappia riconoscere con realismo non solo gli inconvenienti, ma anche le buone possibilità che ogni momento storico offre per l'annuncio e l'accoglienza del Vangelo. La teologia, in questo senso, non è la fede dei sapienti, ma il sapere dei credenti, e la fede, in quanto implica un sapere formulabile e argomentabile, è incoativamente "teologica".
Stili di Sacerdozio a Confronto: Esempi e Riflessioni
Don Alberto Ravagnani: Il Sacerdote Influencer e le Sue Sfide
Don Alberto Ravagnani, classe 1993, è diventato noto come uno dei primi preti influencer italiani. Ordinato sacerdote nella diocesi di Milano, ha costruito la sua popolarità sui social media come Instagram e YouTube, raggiungendo oltre mezzo milione di follower. Era diventato un volto familiare, capace di parlare ai giovani con il linguaggio dei reel e di una comunicazione diretta, spesso distante dai codici tradizionali del clero. Nel 2023 era stato assegnato alla parrocchia di San Gottardo al Corso, a Milano, distinguendosi per uno stile pastorale non convenzionale che ha suscitato consensi, critiche e un dibattito interno alla Chiesa sull’uso dei social da parte dei sacerdoti. Era stato tra i protagonisti del primo Giubileo degli influencer cattolici e missionari digitali, tenutosi a Roma nell’estate 2025.
La conferma ufficiale dall’Arcidiocesi di Milano, tramite una nota del vicario generale monsignor Franco Agnesi, ha comunicato la decisione del 32enne di sospendere il ministero presbiterale. Questa notizia ha segnato un punto di svolta per una delle figure più riconoscibili della cosiddetta "Chiesa social". Negli ultimi mesi, il suo profilo era già finito al centro delle polemiche a causa della pubblicazione di un reel sponsorizzato per un’azienda di integratori alimentari, giudicato da una parte del pubblico - soprattutto cattolico - incompatibile con il ruolo sacerdotale. Dopo le critiche dei follower era arrivato anche un richiamo informale della Curia, segnale di un disagio mai del tutto risolto. Il tema era emerso indirettamente anche dalle parole dell’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, che senza citare casi specifici aveva espresso perplessità sull’uso dei social da parte dei preti, ribadendo come le fragilità adolescenziali richiedano soprattutto relazioni dirette e presenza concreta, non solo comunicazione digitale.
La tempistica della scelta non è passata inosservata: nelle stesse ore in cui la Curia rendeva nota la decisione, Ravagnani pubblicava sui social contenuti di promozione del suo ultimo libro, "La scelta", un titolo che ha assunto un significato inevitabilmente più ampio. In uno dei video, l’ex sacerdote ha ripercorso il proprio cammino: l’ingresso in seminario, l’idea di un sacerdozio “non convenzionale”, la rinuncia al colletto bianco, l’apertura ai nuovi media, scrivendo: «La scelta più importante è quella che non abbiamo ancora fatto», lasciando spazio a molte interpretazioni.
Antonio Della Gatta: Dalla Chiesa Cattolica ai Testimoni di Geova
Nato in Italia nel 1943, Antonio Della Gatta crebbe in un piccolo paese. Fin da ragazzo, fu attratto dall'ambiente ecclesiastico, dai rituali e dalle voci dei sacerdoti in chiesa, decidendo così di intraprendere il percorso sacerdotale. A 15 anni, un insegnante gli diede una copia dei Vangeli che egli lesse diverse volte. A 18 anni, si trasferì a Roma per proseguire gli studi presso le università pontificie, approfondendo latino, greco, storia, filosofia, psicologia e teologia.
Dopo aver studiato a Roma per nove anni, nel 1969 Antonio Della Gatta fu ordinato sacerdote, divenendo poi rettore di un seminario vicino a Napoli. Durante questo periodo, dopo attenti studi e lunga meditazione, giunse alla conclusione che la religione cattolica non si basava sulla Bibbia. Tre aspetti lo lasciavano perplesso: il coinvolgimento della Chiesa con la politica, la tolleranza di comportamenti riprovevoli nel clero e tra i parrocchiani, e alcuni insegnamenti cattolici che non gli sembravano giusti, come la punizione eterna dopo la morte per un Dio d'amore. Con profonda inquietudine, pregò Dio per ricevere guida e comprò La Bibbia di Gerusalemme, una Bibbia cattolica da poco pubblicata in italiano, iniziando a leggerla.
Una domenica mattina, mentre riponeva l'abito talare dopo aver celebrato la messa, due uomini si presentarono al seminario, dichiarandosi Testimoni di Geova. Della Gatta fu colpito dalla loro convinzione e dalla facilità con cui facevano riferimento a vari brani scritturali in una versione cattolica della Bibbia. Successivamente, un altro Testimone, di nome Mario, iniziò a fargli visita, e Della Gatta apprezzò molto lo studio biblico. Nel 1975, si recò più volte a Roma per spiegare ai suoi superiori le sue conclusioni. I suoi superiori cercarono di fargli cambiare idea, ma senza usare mai la Bibbia. Infine, il 9 gennaio del 1976 scrisse a Roma indicando di non considerarsi più cattolico. Due giorni dopo, lasciò il seminario e si recò in treno per assistere per la prima volta a una riunione dei Testimoni di Geova, un'assemblea a cui parteciparono molte congregazioni. L'esperienza era completamente diversa da ciò a cui era abituato. Molti si opposero aspramente alla sua decisione, ma venne a sapere che uno dei suoi fratelli stava studiando la Bibbia con i Testimoni in Lombardia. Si unì a lui e i Testimoni locali lo aiutarono a trovare lavoro e alloggio. Infine, dichiarò di sentirsi realmente vicino a Dio, poiché la sua conoscenza di Lui si basava sulla Bibbia anziché sulla filosofia o sulle tradizioni della Chiesa.
Don Andrea Gallo: Il Sacerdote "Comunista" e la sua Pastorale di Strada
Don Andrea Gallo fu una figura di sacerdote altamente controversa e amata, celebre per il suo impegno sociale e la sua pastorale di strada. Fu descritto come un "don Gastone Caoduro, ma comunista", un "turbine dotato di intelligenza" che parlava di diritti, di Costituzione, di amore per tutti e del cantautore Faber (Fabrizio De André). La sua azione era spesso vista come un monito di azione verso e per gli emarginati dal mondo, ad esempio, con la celebrazione con un drappo rosso attorno al collo o l'episodio del concerto alla Bussola nel 1975, dove servì champagne.

Don Gallo si espresse su questioni controverse, come il ruolo dei sacerdoti nella Chiesa e l'accoglienza di gay, lesbiche e transgender, talvolta assumendo la voce di un "trasgressore seriale". Critico verso scelte che, a suo dire, producevano povertà ed emarginazione, era convinto che attorno a tali questioni gravitassero disinformazione e troppa ignoranza. Nonostante alcune affermazioni che riflettevano ambiguità e limiti, non fu mai un idolo onnisciente, ma una figura che spingeva alla riflessione critica. Ad esempio, la sua affermazione "Un medico che si dichiara obiettore non è un medico completo" evidenziava il suo impegno per i diritti che aveva giurato di proteggere, collegandola alla legge 194 sull'aborto e alla mancata educazione sessuale, che rendeva più difficile la vita di molte persone.
Nonostante fosse un sacerdote, la sua identità trascendeva l'appartenenza alla Chiesa in senso stretto, pur rimanendo fedele al Vangelo. Ai suoi funerali, accanto alla Costituzione, spiccava il Vangelo. La sua figura non rappresentava una contrapposizione tra la Chiesa "tradizionale" e quella "aperta", ma piuttosto tra la Chiesa del card. Siri e quella di don Federico, un prete "allontanato" o "trasgressore". Le sue "profezie" e i suoi "studi" furono ripetuti come un monito dai membri della sua Comunità. Al suo funerale, in una chiesa gremita, i partecipanti, tra cui partigiani, volontari, "princese" e un sindaco, celebrarono la sua "divina umanità", cantando "Bella ciao" e ascoltando anche il cardinale, in un mix di sacro e profano che fu la cifra della sua vita.
Tensioni e Conflitti nel Clero: Un Caso di Cronaca in Romagna
Le tensioni e i conflitti possono emergere anche all'interno del clero, come dimostra il caso di una diatriba legale tra due parroci appartenenti a una delle Chiese cristiane di rito orientale della provincia di Rimini. Dopo oltre due anni di dispute, il confronto è avanzato per vie legali con una serie di denunce reciproche per diffamazione e interruzione di funzione religiosa. La diatriba iniziò due anni e mezzo fa, quando al vecchio sacerdote della parrocchia cristiana, non cattolica, un prelato di 45 anni, non fu rinnovato l'incarico. Al suo posto subentrò un prete di 30 anni alla sua prima nomina, inviato in Romagna dai vertici della Chiesa ortodossa.
Post sui social ritenuti "gravemente diffamatori" dai diretti interessati, accusati di essere "traditori" e "spie al servizio di Putin", hanno portato il nuovo parroco a rivolgersi all'avvocato Maurizio Ghinelli per tutelare la propria onorabilità. Successivamente, il 9 marzo, durante una funzione religiosa celebrata dal nuovo sacerdote, due donne hanno fatto irruzione in chiesa urlando contro il nuovo prete. Il religioso ha presentato una seconda denuncia per interruzione di funzione, reato che punisce chiunque, con violenza o minaccia, impedisca o disturbi l'esercizio di un culto, mentre a sua volta il vecchio parroco ha contro-querelato.