L'Inno alla Carità di San Paolo e la sua Risonanza nell'Insegnamento di Papa Francesco

L'apostolo Paolo, nella sua Prima Lettera ai Corinzi, ci lascia un messaggio intramontabile sulla natura dell'amore divino, affermando: "Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità". Egli descrive le caratteristiche di questo amore in termini inequivocabili: "La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta."

rappresentazione di San Paolo che scrive, con un cuore simbolo di carità

Comprendere la Carità: L'Interpretazione di San Paolo e di Papa Francesco

San Paolo si rivolgeva a una comunità cristiana che viveva contrasti e litigi, in cui "c’è chi pretende - dice - di avere sempre ragione e non ascolta gli altri, ritenendoli inferiori". Anche se tutti si ritenevano brave persone, e l'amore un valore importante, il timore dell'apostolo era che della virtù della carità, quella che viene da Dio, "non ci sia alcuna traccia" e che dell'amore di Dio sapessero ben poco.

Papa Francesco, nel suo insegnamento, ribadisce che l'amore di Dio "non è l'amore che sale, ma quello che scende, non quello che prende ma quello che dona". Il termine Agape era usato per indicare l'amore cristiano, distinto da altri tipi di amore come l'innamoramento, l'amore per la patria o per l'umanità. È "un amore più grande", afferma il Papa, "un amore che proviene da Dio e si indirizza verso Dio", rendendoci al contempo capaci di "amare il prossimo come lo ama Dio".

La Carità in Azione: Pazienza e Benevolenza

Approfondendo le parole di San Paolo, il Papa evidenzia il significato di termini chiave. Ad esempio, la parola greca chresteuetai, unica nella Bibbia e derivata da chrestos (persona buona che mostra la sua bontà nelle azioni), affianca la pazienza. Questo mette in chiaro che la pazienza non è un atteggiamento passivo, ma è "accompagnata da un’attività, da una reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri", indicando che l’amore fa del bene e promuove gli altri.

Paolo insiste sul fatto che l’amore non è solo un sentimento, ma deve essere inteso nel senso ebraico di "fare il bene". La benevolenza, posta in stretta attinenza con la pazienza, non si limita ad accettare, sopportare e perdonare passivamente, ma "prende l’iniziativa e guarda oltre l’errore di quel momento, per sconfiggere il male e trasformarlo in bene". Questa benevolenza ci aiuta a non identificare il nostro coniuge con il suo comportamento o gesto, ma a "continuare a guardarlo con gli occhi di Dio, che non si arrende mai e continua a considerare ogni persona come centro del suo amore". Dio, infatti, ama ancora di più proprio coloro che lo rinnegano, cercando di riattirarli a sé.

Un Amore "Teologale": Oltre il Calcolo Umano

Questo amore, a motivo di Cristo, ci spinge dove umanamente non andremmo: è l’amore per il povero, per ciò che non è amabile, per chi non ci vuole bene e non è riconoscente, anche per il nemico. Questo è "teologale", proviene da Dio ed è opera dello Spirito Santo in noi. Nel discorso della montagna, Gesù descrive questo amore mostrando la sua differenza dall'amore di cui anche i peccatori sono capaci: "Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano." Il cristiano deve amare tutti, senza attendersi il contraccambio o interesse, includendo perfino i nemici. Il Papa sottolinea: “Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperare nulla”.

L’amore cristiano abbraccia ciò che non è amabile, offre il perdono - e quanto amore ci vuole per perdonare! - e benedice quelli che maledicono, superando la nostra tendenza a rispondere con un altro insulto. Papa Francesco afferma che "L'amore è la 'porta stretta' attraverso cui passare per entrare nel Regno di Dio". Alla sera della vita saremo giudicati proprio su questo amore, sulla carità, risentendo le parole di Gesù: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me".

disegno della porta stretta, con persone che cercano di passarci attraverso, simbolo del Vangelo

La Carità nella Vita di Coppia: Dal "Noi" all'Amore Maturo

Fin dal fidanzamento, le coppie creano e vivono il "noi di coppia", un'esperienza generata dal fare insieme, sognare insieme, progettare un futuro comune. Tuttavia, dopo un periodo medio-lungo in cui tutto è stato vissuto per il "noi", c'è il rischio di tornare all'"io". Il "noi" perde bellezza, lasciando spazio a hobby e piaceri personali, agli interessi individuali. Questo accade perché l'uomo cerca la felicità, ma spesso la trasforma in un desiderio istantaneo, usa e getta, aggrappandosi a una persona e poi scartandola quando non soddisfa più, "come fosse un utensile Ikea, come fossimo bambini insoddisfatti e stanchi dei propri giocattoli".

L’amore, quello maturo, è ben altra cosa. Non è mai usa e getta. È quanto ci si apre e si fa spazio all’altro, ci si dona e ci si mostra per quel che si è all’altro, che costituisce il noi. Non nasce da ciò che si riceve o dalla felicità che l'altro ci dona, ma dal desiderio di far star bene l'altro senza aspettarsi nulla in cambio. È l'amore maturo di chi scambia e si lascia amare con gesti gratuiti. Un amore che, anche dopo anni di matrimonio, richiede una continua ricerca, per non sedersi e non perdere quel "noi di coppia" iniziale. La carità di San Paolo, l'amore inteso come dono gratuito e incondizionato, è la chiave per una relazione che prospera.

Superare il Materialismo e Abbracciare il Dono

San Paolo ci ricorda: "Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino." L'amore non può essere equiparato o confrontato con le ricchezze materiali, poiché "non puoi comprare neanche un grammo d’amore con tutte le ricchezze del mondo". Sono due piani completamente diversi: l’amore è posto su un piano superiore, fa parte delle realtà eterne, è di Dio, ed è la sola ricchezza che può dare senso alla vita. I beni materiali, se diventano un fine, danno solo l’illusione di riempire il vuoto interiore.

Per il nostro bene, dobbiamo smetterla di perderci dietro preoccupazioni materiali quando l'amore è in gioco. Questo non riguarda solo i ricchi; tutti abbiamo le nostre "ricchezze" che mettiamo prima dell’amore per la nostra famiglia: la carriera, gli amici, gli hobby, o persino il gruppo di preghiera quando si esagera e si sacrifica la famiglia. L’amore di Dio va cercato prima in casa, con il coniuge, e solo dopo fuori, altrimenti è ipocrisia. La relazione sponsale non può essere un mezzo per trovare soddisfazione, come la carriera o una partita di calcetto. Se non è una via privilegiata per incontrare Gesù e donarsi nell'amore, diventa qualcosa di cui si può fare a meno quando la fatica supera la gratificazione, portando alla separazione.

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La Trasformazione Personale: Un Esempio di Carità nel Matrimonio

Un esempio concreto può illuminare il concetto di amore incondizionato. Un marito, all'inizio del suo matrimonio, si sentiva in gabbia, lottando con dubbi e sofferenze, non riuscendo a vedere la bellezza della sua unione. Vedeva la vita come una rinuncia ai privilegi della vita da single, alle sue "ricchezze" come gli amici o il calcetto. Era così proiettato su ciò a cui doveva dire di no che non riusciva ad assaporare la relazione unica che aveva.

Fu la moglie, con la sua pace e una scelta più radicale, a fargli capire. Lei aveva messo il matrimonio prima di ogni altra cosa, donandosi totalmente al marito e ai figli, anche quando lui non era affatto amabile. Anzi, in quei momenti, dava ancora di più per sopperire alle sue mancanze. Questo le permise di non giudicarlo ma di amarlo e basta. Un giorno, dopo un litigio, la moglie gli portò un caffè con tenerezza. Quel gesto inaspettato gli fece sentire un "amore immeritato, che andava oltre l’orgoglio, oltre la ragione o il torto", e gli mostrò la bellezza e la forza del suo amore. Solo quando anche lui riuscì a fare questo salto, mettendo il matrimonio e la famiglia come priorità, tutto cambiò. Non dovette rinunciare a tutto, ma le sue priorità si riordinarono, e tutto prese il suo giusto posto.

coppia che si abbraccia con tenerezza, simbolo di riconciliazione e amore maturo

La Carità come Principio di Unità nella Chiesa e nel Ministero

Papa Francesco, in una sua omelia, ha sottolineato come la dignità cardinalizia, evocando il "cardine", non sia un onorificenza accessoria, ma un perno essenziale per la vita della comunità. Nella Chiesa, ogni presidenza proviene dalla carità, deve esercitarsi nella carità e ha come fine la carità. L'“inno alla carità” di San Paolo può essere la parola-guida per il ministero, in particolare per coloro che entrano a far parte del Collegio cardinalizio.

La carità, dono di Dio, cresce dove ci sono umiltà e tenerezza. San Paolo ci dice che la carità è «magnanima» e «benevola». Quanto più si allarga la responsabilità nella Chiesa, tanto più deve allargarsi il cuore, dilatarsi "secondo la misura del cuore di Cristo". Magnanimità è saper amare senza confini, fedeli alle situazioni particolari e con gesti concreti, amando ciò che è grande senza trascurare ciò che è piccolo.

L'apostolo prosegue che la carità «non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio». Questo è un miracolo della carità, poiché gli esseri umani sono inclini all’invidia e all’orgoglio. La forza divina della carità trasforma il cuore, così che non siamo più noi a vivere, ma Cristo vive in noi.

Inoltre, la carità «non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse». Chi vive nella carità è decentrato da sé; chi è autocentrato manca di rispetto e cerca il proprio interesse, anche se ammantato di nobili rivestimenti. La carità, invece, decentra e pone nel vero centro che è Cristo.

La carità «non si adira, non tiene conto del male ricevuto». Sebbene un'arrabbiatura momentanea possa essere scusata, il rancore non è accettabile nell'uomo di Chiesa. La carità libera dal pericolo di reagire impulsivamente e dal rischio mortale dell'ira trattenuta.

Infine, la carità «non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità». Chi è chiamato al servizio del governo nella Chiesa deve avere un forte senso della giustizia e rallegrarsi della verità, che si trova pienamente nella Parola e nella Carne di Gesù Cristo, "sorgente inesauribile della nostra gioia".

Lo Spirito Santo e l'Unità della Chiesa

Papa Francesco, nella sua omelia di Pentecoste, ha ripreso le parole di San Paolo ai Corinzi: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito»; e prosegue: «Vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio». San Paolo insiste nel mettere insieme diversità e unità. Guardando gli Apostoli il giorno di Pentecoste, si vede che Gesù non li aveva uniformati, ma aveva lasciato le loro diversità e ora li unisce ungendoli di Spirito Santo. L'unione arriva con l'unzione. A Pentecoste, gli Apostoli comprendono la forza unificatrice dello Spirito, formando un solo popolo pur parlando lingue diverse, plasmato dallo Spirito che tesse l’unità con le nostre diversità, dando armonia.

La Chiesa di oggi si interroga su ciò che la unisce. La tentazione è sempre quella di difendere le proprie idee e andare d'accordo solo con chi la pensa come noi, una tentazione che divide. Ma questo è "una fede a nostra immagine, non è quello che vuole lo Spirito". Il principio di unità è lo Spirito Santo, che ci ricorda che siamo anzitutto figli amati di Dio, tutti uguali e tutti diversi. Dobbiamo guardare la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo, che vede divisioni ideologiche. Lo Spirito vede figli di Dio, fratelli e sorelle mendicanti di misericordia. La prima opera della Chiesa è l'annuncio, senza strategie o piani pastorali predefiniti, ma con un solo desiderio: donare quello che si è ricevuto.

colomba, simbolo dello Spirito Santo, che discende sulla Chiesa

I Nemici del Dono: Narcisismo, Vittimismo e Pessimismo

Il segreto dell’unità nella Chiesa, il segreto dello Spirito, è il dono. Dio è dono, vive donandosi e in questo modo ci tiene insieme, rendendoci partecipi dello stesso dono. È fondamentale credere che Dio non prende, ma dona. Se abbiamo nel cuore un Dio che è dono, tutto cambia, e anche noi vorremo fare della nostra vita un dono, amando umilmente e servendo gratuitamente. Ci sono, tuttavia, tre nemici principali del dono, che si annidano alla porta del cuore: il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo.

Il narcisismo fa idolatrare sé stessi, fa compiacere solo dei propri tornaconti, pensando: "La vita è bella se io ci guadagno". Durante la pandemia, il narcisismo si è manifestato nel ripiegarsi sui propri bisogni, indifferenti a quelli altrui. Il vittimismo si lamenta ogni giorno: "Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene". Il suo cuore si chiude, e nel dramma attuale, è brutto pensare che nessuno ci comprenda. Infine, il pessimismo, con la sua litania quotidiana: "Non va bene nulla". Il pessimista si lamenta del mondo ma resta inerte, pensando che donare sia inutile. Nello sforzo di ricominciare, il pessimismo è dannoso, perché porta a vedere tutto nero e a credere che nulla tornerà come prima.

Questi tre idoli - il dio-specchio narcisista, il dio-lamentela vittimista e il dio-negatività pessimista - portano a una "carestia della speranza". Abbiamo bisogno di apprezzare il dono della vita, il dono che ciascuno di noi è. Dobbiamo pregare lo Spirito Santo, memoria di Dio, affinché ravvivi in noi il ricordo del dono ricevuto, perché "peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi". Lo Spirito Santo, armonia, ci renda costruttori di unità e ci dia il coraggio di uscire da noi stessi, di amarci e aiutarci, per diventare un’unica famiglia.

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