Il Canto II dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri non è solo un semplice proseguimento del viaggio, ma assume un ruolo proemiale e informativo fondamentale per l'intera cantica. Esso introduce le indicazioni indispensabili per comprendere l'architettura stessa del poema, ponendo le basi per il viaggio fisico e spirituale che il poeta intraprenderà. L'ambientazione si apre con un fosco crepuscolo che preannuncia una notte buia, un contesto ideale per l'ingresso nell'oltretomba, come sottolineato dalla necessità morale e artistica di non entrare nell'Inferno sotto un sole splendente, che risulterebbe una stonatura.
«Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno
m’apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.»
In questo scenario, Dante-personaggio è tormentato e angosciato dal pensiero del cammino che dovrà intraprendere, sentendosi l'unico a prepararsi per un percorso irto di difficoltà mentre tutte le altre creature riposano.
L'Invocazione alle Muse e i Dubbi del Poeta
In linea con la tradizione del proemio epico, Dante-autore invoca l'aiuto delle Muse dell'ingegno e della memoria affinché riesca nell'arduo compito di descrivere l'aldilà. A differenza dei poeti epici come Omero e Virgilio, che si limitavano a invocare una sola Musa (spesso Calliope, protettrice della poesia epica), Dante invoca la totalità di esse, quasi a sottolineare la necessità di ricevere l'aiuto di tutte le arti per apprestarsi a scrivere la sua monumentale opera.
«O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.»
L'ostacolo principale in questo canto non è rappresentato dalle tre belve del Canto I, bensì dai profondi dubbi e dalle paure di Dante. Egli non si sente all'altezza di compiere un viaggio simile nel Regno dei morti e manifesta a Virgilio tutte le sue incertezze. Si confronta con due figure eccezionali che lo hanno preceduto in un viaggio nell'oltretomba:
- L'eroe troiano Enea, di cui Virgilio stesso narra nell'Eneide, il quale scese agli Inferi per parlare con il padre Anchise. Il suo viaggio era legato alla fondazione di Roma, futuro centro dell'Impero romano e, successivamente, sede del Papato, simboleggiando il potere imperiale.
- San Paolo, che nella sua Seconda lettera ai Corinzi dichiara di essere stato assunto al terzo cielo, rappresentando il potere della Chiesa e la diffusione del Cristianesimo.
Dante si chiede perché, dopo queste due figure nobili, che sono state le due forze guida dell'umanità, sia stato scelto proprio lui per questo importante viaggio. I suoi dubbi si concretizzano nella celebre invocazione:
«...Ma io perché venirvi? o chi 'l concede?
Io non Enea, io non Paulo sono;
me degno a ciò, né io né altri 'l crede...»
Questa inadeguatezza, anche morale, all'impresa lo porta a voler recedere dal proposito che aveva assunto con tanta sicurezza. Virgilio, tuttavia, accusa Dante di viltà, paragonandolo a una bestia che si spaventa vedendo la propria ombra, e si appresta a svelargli la vera origine del suo viaggio.

L'Intervento Divino: Le Tre Donne Benedette e il Ruolo della Vergine Maria
Per convincere Dante della necessità di compiere il viaggio, Virgilio rivela le fonti paradisiache che hanno mosso la grazia divina: l'intervento delle tre donne benedette. Il cammino di Dante è, infatti, determinato dalla volontà divina per mezzo della Vergine Maria, che si servirà di Santa Lucia e Beatrice. Queste tre figure celesti hanno un chiaro valore simbolico e rappresentano i diversi stadi della grazia divina:
- La Vergine Maria: è la Grazia preveniente, il dono che Dio ha concesso gratuitamente a tutti gli uomini, indipendentemente dai loro meriti. È colei che, mossa a pietà dalla condizione di Dante, dà il via alla catena di aiuti.
- Santa Lucia: è la Grazia illuminante o la fede, protettrice della vista (Dante stesso narra nel Convivio di averle rivolto preghiere per una grave malattia agli occhi).
- Beatrice: è la Grazia santificante, l'allegoria della Teologia e della verità rivelata, senza il cui ausilio è impossibile per l'uomo raggiungere la salvezza eterna.
Questo motivo, attraversato dalla teologia, è stato interpretato da critici come Jorge Luis Borges come la causa fondante di tutta la Divina Commedia: il recupero dell'amore per Beatrice, già cantato ne La Vita Nova, che può essere ritrovato e conservato, dopo la morte dell'amata, solamente se ripreso in una prospettiva di alta sacralità.
La Missione di Beatrice nel Limbo
Virgilio racconta a Dante di trovarsi nel Limbo, tra le anime sospese, quando gli apparve l'anima di una donna bellissima, Beatrice, dagli occhi lucenti come una stella e che parlava con voce soave. Virgilio, provando un desiderio spontaneo di obbedirle, le chiese cosa volesse.
«...Io era tra color che son sospesie donna mi chiamò, beata e bella,tal che di comandare io la richiesi...»
Beatrice si era rivolta a lui come al più grande poeta mai vissuto e gli aveva chiesto di soccorrere Dante, «l'amico mio, e non de la ventura», ovvero colui che lei aveva amato in modo disinteressato. Descrisse i pericoli corsi da Dante nella selva oscura, dove era impedito nel suo cammino dalle tre fiere (simbolo delle disposizioni peccaminose) e stava per tornare indietro per paura, rendendo l'aiuto di Virgilio quanto mai necessario. Beatrice aveva specificato di provenire dal Paradiso.
Virgilio, meravigliato, le aveva chiesto perché non temesse di scendere nell'Inferno, in mezzo alle anime dannate. Beatrice aveva risposto che, essendo beata, non doveva temere la miseria dei dannati perché non in grado di nuocerle, non avendo effetto su di lei le fiamme di quel «'ncendio».

L'Intercessione di Santa Lucia e la Sollecitudine della Vergine Maria
Beatrice, a sua volta, narra a Virgilio la catena di intercessioni divine. In Cielo, la Vergine Maria si era commossa all'idea che Dante corresse pericoli nella selva. Con la sua misericordia, Maria aveva incaricato Santa Lucia di intervenire in favore del suo fedele. Lucia, la protettrice degli occhi, si era quindi rivolta a Beatrice, che sedeva accanto allo scanno di Rachele, e le aveva spiegato che Dante, l'uomo da lei amato, lottava con la morte, trascinato in basso dal peccato:
«...Beatrice, lode vera di Dio, perché non soccorri colui che t'amò tanto e che per te uscì de la volgare schiera? Non senti il dolore del suo pianto, non vedi come egli combatte la morte su la fiumana ove ’l mar non ha vanto?»
Beatrice, turbata dal racconto e con gli occhi velati di lacrime, era stata rapida nel lasciare il Paradiso e nel venire a chiedere aiuto a Virgilio. La sua compassione aveva spinto il poeta latino a correre nella selva per portare soccorso a Dante. Questa "trafila" delle tre donne benedette - la Vergine Maria, Santa Lucia e Beatrice - rimarca il fatto che il percorso di Dante è tutt'altro che folle, dal momento che il suo destino è oggetto della più ansiosa sollecitudine nientemeno che della Vergine, verso la quale Dante manifesta un particolare culto in tutta la Commedia.

Il Rinnovato Coraggio di Dante e il Significato del Canto
Terminato il suo racconto, Virgilio si rivolge nuovamente a Dante per spronarlo a vincere i suoi dubbi. Fa leva sul fatto che tre donne benedette (Maria, Lucia e Beatrice stessa) si curano di lui in Cielo, e quindi deve superare la sua paura e riacquistare forza e coraggio. Le parole di Virgilio hanno un effetto immediato su Dante, che si rinvigorisce proprio come dei fiorellini che il gelo notturno ha chiuso e che sono riaperti dal sole del mattino:
«Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ’l sol li ’mbianca
si drizzan tutti aperti in loro stelo...» (vv. 127-129)
Dante si rivolge di nuovo a Virgilio, ringraziandolo per aver risposto sollecitamente al richiamo di Beatrice e felicitandosi del fatto che la donna si sia presa a cuore la sua vicenda terrena. Ora, Dante è tornato al proposito iniziale: prega Virgilio di continuare a guidarlo, quindi lo segue con rinnovato slancio.
«Oh pietosa colei che mi soccorse!
E tu cortese, ch'ubidisti tosto
alle vere parole che ti porse!»
Il Canto II ha un profondo significato allegorico: chiarisce che il viaggio di Dante, pur avendo come guida la ragione naturale (Virgilio), è subordinato alla grazia santificante (Beatrice), senza la quale ogni percorso di purificazione morale è destinato a fallire. Questo canto, con il suo incrocio fra lo stile solenne della retorica, le durezze concettuali filosofico-teologiche e la grazia malinconica del gusto stilnovistico, rappresenta un momento cruciale che prepara il lettore alla poesia "senza retorica" dei canti successivi, come quello celebre di Paolo e Francesca nel Canto V.