La Vedova nella Bibbia e nella Tradizione Cristiana Antica

Nella prima organizzazione dell'evo cristiano, quale ci risulta dalle cosiddette "Lettere Pastorali" (documenti della seconda metà del I secolo d.C.) e, precisamente, nella prima lettera a Timoteo, è dedicato alla vedova il capitolo 5, 3 - 25. In essa ci si occupa di due angolazioni vedovili: la prima, di aiutare le vedove per la loro situazione di precarietà esistenziale; la seconda, di come valorizzarle, facendo confluire le vedove in un istituto ministeriale ecclesiale, il coetus viduarum.

Il "Catalogo delle Vedove" e i suoi Requisiti

La Prima Lettera a Timoteo definisce chiaramente i requisiti per l'iscrizione nel catalogo delle vedove, distinguendo tra coloro che erano veramente bisognose e le più giovani:

« Onora le vedove, quelle che sono veramente vedove; ma se una vedova ha figli o nipoti, questi imparino prima a praticare la pietà verso quelli della propria famiglia e a rendere il contraccambio ai loro genitori, poiché è gradito a Dio. Quella poi veramente vedova e che sia rimasta sola, ha riposto la speranza in Dio e si consacra all'orazione e alla preghiera giorno e notte; al contrario quella che si dà ai piaceri, anche se vive, è già morta. Proprio questo raccomanda, perché siano irreprensibili. Se poi qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele. Una vedova sia iscritta nel catalogo delle vedove quando abbia non meno di sessant’anni, sia andata sposa una sola volta, abbia la testimonianza di opere buone: abbia cioè allevato figli, praticato l'ospitalità, lavato i piedi ai santi, sia venuta in soccorso agli afflitti, abbia esercitato ogni opera di bene. Le vedove più giovani non accettarle perché, non appena vengono prese da desideri indegni di Cristo, vogliono sposarsi di nuovo e si attirano così un giudizio di condanna per aver trascurato la loro prima fede. Inoltre, trovandosi senza far niente, imparano a girare qua e là per le case e sono non soltanto oziose, ma pettegole e curiose, parlando di ciò che non conviene. Desidero quindi che le più giovani si risposino, abbiano figli, governino la loro casa, per non dare all'avversario nessun motivo di biasimo. Già alcune purtroppo si sono sviate dietro a Satana. Se qualche donna credente ha con sé delle vedove, provveda lei a loro e non ricada il peso sulla Chiesa, perché questa possa così venire incontro a quelle che sono veramente vedove. »

1 Timoteo 5, 3-16

Questa attenzione paolina era concentrata solo sulle vedove e non sui vedovi. Il fatto che Paolo già avesse istituito un registro delle vedove le costituiva in corporazione ecclesiale, riconoscendo alla vedovanza una dimensione innovativa: l’accettazione della condizione come regime di vita consacrato a Dio, nella speranza e nella preghiera assidua (cfr 1 Tes 5,17).

illustrazione di una vedova anziana in preghiera, stile biblico

L'Evo Patristico: Spiritualità e Cura

L'evo patristico susseguente, oltre a prendersi cura dei bisogni connessi alla precarietà dello stato vedovile - rientrava allora nell'idea di religione della Lettera di Giacomo che "la religione pura e senza macchia presso Dio e Padre si ha nel visitare i bambini (orfani) e le vedove nella loro vita tribolata" (Gc 1,27) -, ne curò anche una spiritualità, sostanziata di preghiera ma molto attiva e attenta, chiedendo precisi requisiti per iscriverle, a chi lo richiedeva, nel catalogo ecclesiale delle vedove.

Opere Patristiche dedicate alle Vedove

Quanto alla letteratura, si parla in genere delle vedove in concomitanza con le "vergini consacrate". Nella Chiesa latina occidentale si hanno tuttavia due scritti che ne trattano espressamente:

  • Il De viduis di Ambrogio, scritto dopo il De virginibus del 377 e cui seguì il De virginitate del 388.
  • Il De bono viduitatis di Agostino del 416, sotto forma di lettera a Giuliana della famiglia degli Anici.

Ruolo e Sfide nelle Prime Comunità Cristiane

Dato l'inserimento in comunità di falsi profeti (2Tim 3,6) e di falsi dottori (1Tim 4,2), le prime comunità si orientarono per la loro direzione a scegliere vescovi e diaconi (Didachè 11, 1-12). In tale nuovo orientamento l'elemento femminile perse terreno e alcune vedove, contestate dalle comunità cristiane di estrazione giudaica, trovarono posto in gruppi 'ereticali', ad esempio, nelle sette gnostiche (Ireneo, Adv haer. 1,13,21; 1,6,2-4) e montaniste. Quest'ultime rivalutarono la profezia sino a porla al di sopra delle sacre Scritture e anche ordinarono donne nella linea dei presbiteri e dei vescovi.

Documenti Preniceni e il "Coetus Viduarum"

Una documentazione quasi ufficiale per le comunità, in epoca prenicena (prima metà del III secolo), è fornita per l'Occidente dalla Traditio Apostolica e, per l'Oriente siro, dalla Didascalia Apostolorum, documenti normativi e liturgici insieme. Nei due documenti si registra la beneficenza privata e comunitaria nei riguardi delle vedove, equiparate ai malati e ai poveri (Trad. 24 e 30; Didasc. 2, 25,2-3), e si parla del coetus delle vedove come un istituto riconosciuto nelle comunità (Trad. 10; Didasc. 3, 7,1 ss.). La vedova incarna in particolare un ideale di continenza.

Le Didascalia si occupano anche della diaconessa i cui compiti sono più attivi di quelli della vedova, come visitare le donne ammalate, ungere le donne all'entrata nel fonte battesimale ed accoglierle all'uscita (Didasc. 2, 26, 6; 3, 12, 1-13). La Traditio apostolica cooptava le vedove senza imposizione della mano (vidua non ordinatur (xeiretonein) sed eligitur ex nomine, Trad. 10) e assegnava loro il ruolo della preghiera. Esse venivano onorate in comunità, tanto da rientrare nelle richieste al battezzando se le onorasse (an honoraverint viduas, Trad. 20), e, per la dovuta attenzione nella necessità di essere aiutate, venivano equiparate ai malati e ai poveri (Trad. 24 e 30). Riguardo a un loro ruolo in comunità, ad esse veniva riservato l'opus spiritale di essere 'altare Dei', spazio che tuttavia dividevano con le virgines sacrate digiunando spesso e pregando per la Chiesa (Trad Ap. 23). L'ideale della vedova era la sua perseveranza nella castità scelta ('in castitate adhaerere', Didasc.).

affresco o mosaico raffigurante donne nelle prime comunità cristiane, alcune in preghiera

L'Evoluzione del Ruolo Post-Costantiniano

Con l'avvenuta pace costantiniana del 313 tra Chiesa e Impero, la vedova viveva nell'ambito dell'ascesi domestica ma acquisiva maggiori spazi pubblici. Prendendo poi spazio nella società cristiana del tempo il valore della continenza, dato il nascere e lo svilupparsi del monachesimo, la vedova veniva inserita tra la verginità e la castità coniugale creando con esse veri modelli di vita ascetica. Emergeva frattanto in epoca postnicena il gruppo delle diaconesse. Ne davano notizia le Constitutiones Apostolorum (di ambito siriaco del 380 c.) in cui le vedove erano "viduae ecclesiae, personae electae" (Const. 8, 12,45), tuttavia nella lista venivano dopo le diaconesse (mentre nella Didasc. Ap. le precedevano) ma precedevano le vergini (Const. 8, 12,44).

Questo documento si occupava principalmente della diaconessa; alle vergini dedicava due paragrafi (4 e 8) dicendo di loro ciò che nelle Didascalia si diceva delle vedove. In merito alla scelta delle vedove veniva rilevato che essa fosse dettata da zelo per la pietà e non da disprezzo per il matrimonio (Const. 4, 14, 1-3 e 8, 24, 2). Un altro documento d'interesse è il Testamentum Domini (della seconda metà del V secolo). In merito alle vedove esso s'ispirava alla Tradítio Hyppoliti (c. 10). Di rilevante nel non risposarsi della vedova c'era la motivazione di fede. La vedova svolgeva inoltre il suo lavoro nella gioia e senza ostentazione, incoraggiando le giovani che volevano vivere nella verginità che anche radunava per la preghiera comune (Test. 1, 40,1).

Nel IV secolo, e nella prima metà del V secolo, scelsero di far parte del coetus viduarum molte vedove di posizione sociale elevata, spesso di rango senatorio, come ad esempio si ha negli scritti di Girolamo per Paola della famiglia degli Scipioni, di Marcella vedova del senatore Cereale (Epp. 108, 3-5; 127, 2), in Agostino per Giuliana della famiglia degli Anici.

La Legislazione Imperiale e il Supporto alle Vedove

La stessa legislazione imperiale dopo il 313 favorì le viduae incluse con le feminae e le mulieres, come si evince dai ventuno titoli del Codice Teodosiano (CTh 1,22; 2,16; 3,5; 3,7; 3,8; 3,9; 3,11; 3,13; 3,17; 4,12; 5,1; 8,16; 9,9; 9,14; 9,21; 9,24; 9,25; 9,42; 10,20; 13,10; 16,2). Nei loro riguardi recitava, ad esempio, la costituzione del 329 "Viduas... speciali indulgentia dignas credidimus" (CTh 9, 21,4), dove indulgentia aveva il significato tecnico di venia/gratia per una violazione della legge a motivo dell'ignoranza. Similmente nella costituzione di Onorio e Teodosio del 414 (CTh 2, 16,3) si diceva: "Et mulieribus et minoribus in his quae vel praetermiserint vel ignoraverint, innumeris auctoritatibus consta esse consultum", dove il consultum/consulere indicava il 'prendersi cura, venire in aiuto'. Le viduae sui iuris (prima di 25 anni non potevano contrarre liberamente un nuovo matrimonio) godevano di maggiore libertà anche economica, tuttavia la costituzione di Valentiniano-Valente e Graziano del 371 (CTh 3, 7,1) introdusse un regime più restrittivo per quelle che passavano a seconde nozze, nel senso che spettava al giudice giudicare la causale e non alla vedova.

La Visione di Sant'Ambrogio

Ambrogio, nel suo De viduis, affronta la figura della vedova con profondità. Egli sottolinea che se la vedovanza è una necessità, la virtù della vedovanza, "che non si qualifica solo per la continenza del corpo, ma per la virtù" (Ivi 2, 7), è grazia (Ivi 1, 3). L'accoglienza nel coetus era operativa dopo un periodo di prova in cui la vedova non solo maturava alcune convinzioni, ma dimostrava anche di essere capace di affidare la propria vita al Signore.

L'opus virtutis della vedova, "grazia della castità" (gratia castitatis, 11, 68) che va oltre la servitù coniugale (coniugalis definitio servitutis, 11, 69), viene riassunta da Ambrogio in tre compiti particolari che ne delineano l'immagine e il ministero nella comunità ecclesiale:

  1. L'officium pietatis (verso i figli e i genitori).
  2. L'impegno dell'ospitalità espletato con umile atteggiamento (studium et humilitatis obsequium).
  3. Il ministero di una misericordia abbondante (misericordiae ministerium liberalitatisque).

Se il primo compito riguardava la sua famiglia, gli altri due impegni portavano la vedova nel vivo delle difficoltà della società del tempo: gli itineranti per necessità (a causa di carestia e guerre), le difficoltà di matrimoni andati a male in cerca di aiuto, come di violenze estreme che causavano la morte. Ambrogio evidenziava come la debolezza fisica femminile potesse essere compensata dalla fortezza d'animo, che nella donna si manifesta proprio quando non è sotto tutela dell'uomo. Le vedove pertanto non solo non avevano bisogno dell'aiuto dell'uomo, ma erano anche di aiuto agli uomini (il caso di Debora) che si accollò le funzioni degli uomini e, avendole assunte, le portò a compimento.

La scelta della castità vedovile presupponeva un'idea adeguata di castità che, per Ambrogio, non era tanto un astenersi da rapporti sessuali quanto una virtù che si esplicava positivamente sul piano dei rapporti con gli altri. La vedova, nella comunità cristiana, era testimonianza quotidiana di vita vissuta, per la castità custodita per Dio e per la religione vissuta come primo dovere nella vita, affidando a Dio tutta la propria esistenza. La sua vita era infatti una vita di fede dedita alla preghiera.

La Figura della Vedova nell'Antico Testamento e nei Vangeli

Nell'Antico Testamento, le vedove (in greco kera) sono annoverate fra quelle categorie di persone a cui Dio riservava una particolare protezione. Geova stesso si definì Colui che ‘esegue il giudizio per l’orfano di padre e per la vedova’ (De 10:18). La Legge mosaica dava ordini tassativi perché alle vedove venisse resa piena giustizia con equità (Eso 22:22-24; De 24:17). Su chi pervertiva il giudizio delle vedove era pronunciata una maledizione (De 27:19), e gli scritti dei profeti esortavano a trattare dovutamente le vedove.

  • «Non maltratterai la vedova o l'orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l'aiuto, io ascolterò il suo grido, la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani.» (Esodo)
  • «Padre degli orfani e difensore delle vedove è Dio nella sua santa dimora.» (Salmi)
  • «Imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova.» (Isaia)
  • «Non frodate la vedova, l'orfano, il pellegrino, il misero e nessuno nel cuore trami il male contro il proprio fratello.» (Zaccaria)

Gesù mostrò di avere a cuore il benessere delle vedove in Israele condannando gli scribi, che definì “quelli che divorano le case delle vedove”. La condizione della vedova, spesso misera, è testimoniata da tutti i racconti dell’Antico Testamento (cfr. il Libro dei Re nel racconto della vedova di Zarepta e di Eliseo) ma anche nei racconti della letteratura del vicino Oriente.

L'Offerta della Povera Vedova

Un esempio emblematico si trova nel racconto evangelico dell’"offerta della povera vedova" (Marco 12:41-44, Luca 21:1-4). Gesù, osservando le offerte al Tempio, notò i ricchi che gettavano molte monete e una povera vedova che gettò «un soldo solo». Il gesto della vedova, quasi nascosto e compiuto con apparente vergogna, nascondeva la grandezza del dono che si contrapponeva alla grandezza del gesto dei ricchi, che davano del loro superfluo. La donna vedova e povera è additata da Gesù come un esempio di generosità perché essa dona non solo il soldo ma tutto quanto aveva per vivere meglio («tutta la sua vita» dice testualmente il testo greco). Questo racconto, posto all’inizio dei racconti della Passione di Gesù, mette al centro la chiamata a lasciare tutto per Lui, a fare dono della propria vita per il Maestro.

dipinto

Assistenza alle Vedove nella Chiesa Primitiva

Durante l’emergenza che sorse nella congregazione cristiana poco dopo il giorno di Pentecoste del 33 E.V., le vedove di lingua greca venivano trascurate nella distribuzione quotidiana di viveri. Quando questo fu portato all’attenzione degli apostoli, essi considerarono la faccenda così seria che nominarono “sette uomini . . . pieni di spirito e sapienza” per sovrintendere con equità alla distribuzione dei viveri. In 1 Timoteo 5:3-16 l’apostolo Paolo diede istruzioni complete su come avere amorevolmente cura delle vedove nella congregazione cristiana. La congregazione doveva occuparsi delle vedove bisognose. Ma se la vedova aveva figli o nipoti, questi dovevano assumersi la responsabilità di provvedere ai suoi bisogni, oppure, come ordinò Paolo, “se qualche donna credente ha delle vedove [cioè vedove che siano sue parenti], le soccorra, e la congregazione non sia sotto il peso. Quindi questa potrà soccorrere quelle che sono effettivamente vedove [cioè veramente sole, senza aiuto]”. Per ricevere aiuto materiale dalla congregazione, la vedova doveva avere ‘non meno di sessant’anni’, una reputazione di buona moralità, di fedele, amorevole devozione a Geova e di ospitalità e amore verso il prossimo. Giacomo, fratellastro di Gesù, sottolineò l’importanza di aver cura degli orfani e delle vedove nella loro tribolazione, ponendo questa esigenza sullo stesso piano del mantenersi senza macchia dal mondo fra i requisiti dell’adorazione che è pura e incontaminata dal punto di vista di Dio.

La morte del marito scioglieva il vincolo coniugale, lasciando la vedova libera di risposarsi, se voleva (Ru 1:8-13; Ro 7:2, 3; 1Co 7:8, 9). Nella società patriarcale, e poi sotto la Legge mosaica, il fratello di un uomo morto senza figli doveva prendere in moglie la vedova e avere un figlio da lei, per perpetuare la discendenza del defunto. Alla morte del coniuge, la vedova poteva tornare a casa del padre (Ge 38:11). Nella Legge fu preso un provvedimento preciso in tal senso per la figlia di un sacerdote che diventava vedova o era divorziata, assicurando che non sarebbe caduta in miseria e che non ricadesse biasimo sul sacerdozio.

Esempi Biblici Notabili e Uso Figurativo

Alcune vedove di cui era ben nota la fede sono Tamar (Ge 38:6, 7), Naomi e Rut (Ru 1:3-5), Abigail (1Sa 25:37, 38, 42), la vedova di Zarefat (1Re 17:8-24) e la profetessa Anna (Lu 2:36, 37; cfr. ciò che dice Luca di Anna con i requisiti della vedova meritevole indicati da Paolo in 1Tm 5:3-16). Inoltre, una vedova della quale non viene detto il nome fu calorosamente lodata da Gesù perché aveva offerto al tempio tutto ciò che possedeva.

In senso figurativo, città abbandonate e desolate sono simbolicamente paragonate a vedove (La 1:1; cfr. Ger 51:5). Babilonia la Grande, “la gran città che ha il regno sopra i re della terra”, si vanta, come il suo tipo, l’antica Babilonia, asserendo che non diventerà mai vedova. Nondimeno, proprio come l’antica Babilonia divenne in effetti “vedova”, così accadrà all’odierna Babilonia la Grande.

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