Pietro Vanni: Tra Arte, Storia e Impresa

Il nome Pietro Vanni ha contraddistinto figure diverse e significative in vari ambiti della storia e dell'attività umana, dall'arte alla diplomazia, fino all'imprenditoria artigianale. La presente trattazione intende esplorare i profili di questi individui, mettendo in luce le loro storie, i contributi e le connessioni con luoghi specifici, tra cui Santa Maria a Monte.

Pietro Vanni (1845-1905): Il Pittore di Viterbo

Vita e Contesto Familiare

Pietro Vanni, pittore viterbese con sangue toscano (suo padre era di Siena), visse a cavallo dell’Otto e Novecento, dal 1845 al 1905. Nacque a Viterbo, figlio di Giuseppe, industriale tessile di origine senese, e di Anna Camilli Mangani, nobildonna viterbese, nono di undici figli. Il padre Giuseppe contrastò fin dall’inizio la sua “follia pittorica”, ritenuta un perditempo senza prospettive concrete, e avrebbe preferito fare di lui un uomo di tessuti e di telai nell’azienda di famiglia.

Formazione e Vita Personale

Studiò dapprima a Viterbo e poi a Siena presso il “Tolomei”, gestito dai Padri delle Scuole Pie, dove ebbe i primi rudimenti dell’arte della pittura avendo come maestro A. Franchi. Successivamente, dopo il 1870, tornò a Viterbo per poi spostarsi a Roma, dove continuò a studiare pittura con Cesare Maccari, autore degli affreschi al Senato. Nonostante fosse stimolato da mille idee e soluzioni tecniche, Vanni restò fedele alla sua educazione accademica. A Viterbo, la sua prima gioventù fu segnata dal grande amore per Emilia (l’adorata Mimma) che morì prematuramente, causando all’artista una profonda depressione. Nel 1887 sposò Angela Bevilacqua, vedova Calabresi, che gli regalò una dote provvidenziale e un figlio, Renato. La sua vita artistica passò da un grande amore per la compagna di giovinezza Emilia Moretti, morta prematuramente, ad una nuova fase di pace interiore e gratificazione.

Carriera Artistica e Opere

Oltre alla pittura, Vanni coltivava l’arte della ceramica, del ferro battuto e nell’ultima stagione della sua vita delle acqueforti. La sua prima opera nota fu una copia della Sacra Famiglia di S. Pulzone. Tra le sue opere principali si annoverano:

  • Cristo deposto (1876), oggi al Museo Colle del Duomo di Viterbo.
  • Una sensuale “Odalisca” (collezione privata) premiata all’esposizione di Belle Arti di Rovigo nel 1877.
  • Ragazza alla Fontana (1879).
  • La decollazione del s. Giovanni Battista (1880), presentata all’Esposizione permanente di Belle Arti di Roma ed attualmente in S. Maria della Quercia. La lamina lucente che guizza nella prigione sotterranea del Battista a squarciare il buio tetro è vibrante.
  • La peste di Siena (1883), opera di grandi dimensioni con la quale venne inaugurato a Roma il Palazzo delle Esposizioni insieme al Voto di F. P. Michetti e che segnò il pieno successo dell’artista.
Ritratto di Pietro Vanni, il pittore, o una delle sue opere più celebri come

Non eccelleva nella ritrattistica dove si cimentò comunque in un autoritratto, nel ritratto della moglie Angela Calabresi (1884-1885) e in quello di un contadino (collezioni private). Di lugubre effetto fu la “Deposizione” (1876), oggi nel Museo del Colle del Duomo di Viterbo. Di grande valore documentario è la copia dello “Sposalizio della Vergine” di Lorenzo da Viterbo, dipinto nel 1885.

Stile e Ricezione Critica

Si disse che a Pietro Vanni mancava uno stile immediatamente riconoscibile, se non per quella ricorrente patina di dolce mestizia che avvolge molti dei suoi capolavori. Marco Zappa, artista e storico, affermò che Vanni visse un periodo culturale molto contrastato non solo dalle poetiche interne proprie dell’Ottocento, ma dal conflitto che a partire dalla rivoluzione impressionista dividerà la ricerca artistica in accademismo ed avanguardia, processo completato all’inizio del XX secolo con la nascita di innumerevoli movimenti artistici e un cambiamento radicale di concetto d’arte. Vanni assorbì mode e tendenze, ma rimase un impenitente “conservatore”, istintivo autodidatta e anche individualista. Non avendo mai avuto bisogno di soldi, non cercava il consenso del pubblico riguardo alle sue opere, ma piuttosto negli amici (si racconta che fosse molto generoso nei confronti dei bisognosi) e soprattutto nel cognato Giuseppe Calabresi dopo il matrimonio.

Musei. Le Gallerie dell'accademia a Venezia

Studio, Allievi e Riconoscimenti

Dopo la morte del padre (1875) trasformò il palazzo cinquecentesco di famiglia a via Valle Piatta a Viterbo in uno studio, dotato anche di un forno per la cottura delle ceramiche e di un tornio per la stampa, che frequentava d’estate. Insieme a ciò, utilizzava la villa del Merlano, presso l’attuale ospedale viterbese di Belcolle, lasciando per alcuni mesi il suo atelier romano di via Margutta. Al Merlano si contornava di animali, persino un serpente, a dimostrazione di un carattere estroverso e sensibile. Tra i suoi allievi c’erano Corinna e Olga Modigliani, cugine di Amedeo Modigliani. Nelle sue incisioni affiorano i paesaggi di Viterbo, tronchi irregolari, radici ritorte, filari di pini e di vigneti, in particolare i paesaggi intorno alla villa del Merlano, dove fece tesoro di passate esperienze e di una più solida maturità artistica. Nel 1896 fu nominato cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, e nel 1904 Pio X lo designò cavaliere commendatore della classe civile di S. Gregorio Magno.

Da ricordare anche la trasformazione (1899) della facciata del palazzo Calabresi su via Roma a Viterbo, che era imbruttita da una logora tettoia addossata ad una vecchia torre. Vanni la ingentilì con una loggia neo-trecentesca e una finestra rimossa da una vecchia casa di via Saffi.

La Sfortunata Opera per Parigi e la Morte

Il dipinto raffigurante Il funerale di Raffaello, al quale aveva lavorato per diversi anni e che segnava il ritorno a temi storici (oggi nella Pinacoteca Vaticana), venne rifiutato dalla commissione per l’Esposizione di Parigi del 1900 per ragioni di spazio. Questa opera, secondo Marco Zappa, rappresentava la sua massima creazione e vi investì tempo, accurati studi storici ed energie di ogni tipo. Tuttavia, fu considerata una operazione fuori dal tempo e dalla logica per il contesto parigino dell'epoca, capitale dell'avanguardia artistica, dato che il quadro era dipinto in modo accademico, quando in Italia il linguaggio dei Macchiaioli era stato ‘digerito’ e il Divisionismo imperversava. L’opera fu ripresentata dal Vanni all’Esposizione degli artisti italiani a S. Pietro Vanni morì di polmonite a Roma, a sessant’anni, il 30 gennaio 1905, nella sua casa di Roma. Il funerale si svolse a S.

Pietro Vanni (1488-1563): Il Diplomatico e Umanista

Origini e Inizi di Carriera

Un altro illustre Pietro Vanni, noto anche come Pietro Vannes, nacque a Lucca nel 1488. Suo padre era Stefano Vanni, mentre sua madre apparteneva forse alla nobile famiglia Della Rena. Era "consobrinus" di Andrea Della Rena (Andrea Ammonio), intimo amico di Erasmo da Rotterdam. Vanni giunse a Londra nel 1513 come assistente di Ammonio. Fu introdotto a Thomas Wolsey da Silvestro Gigli, vescovo di Worcester, e Pietro Griffi furono probabilmente suoi mentori. Divenne segretario alle lettere latine di Wolsey nel 1514, prima che questi fosse creato cardinale il 10 settembre 1515. Vanni rimase vicino ad Ammonio e, alla sua morte il 17 agosto 1517, spedì a Lucca un resoconto di prima mano. Scrisse subito a Wolsey per subentrare nei benefici resi vacanti dalla morte del cugino.

Al Servizio di Enrico VIII e Missioni Diplomatiche

Successivamente ad Ammonio, Vanni divenne segretario alle lettere latine di Enrico VIII, carica che ricoprì dall’aprile del 1518. Suscitò lo sdegno di Erasmo quando non rispose alla sua richiesta di avere le lettere dell’ultima corrispondenza privata avuta con Ammonio. Questo, secondo Cecil H. Clough, rifletteva la frustrazione di Erasmo per non essere stato nominato segretario latino di Enrico VIII.

Mappa dell'Inghilterra Tudor con Lucca e Roma evidenziate

Pietro Vanni accumulò un gran numero di benefici minori, oltre al reddito dagli uffici di corte. Gli impegni di corte furono sempre prevalenti, e il suo ruolo sul finire degli anni Venti incluse anche incarichi diplomatici, principalmente per il divorzio del re da Caterina d’Aragona. La sua prima missione per questo negoziato consistette nell’accompagnare Wolsey e Gardiner in Francia nel settembre del 1527. Successivamente, il 28 novembre 1528, lasciò l’Inghilterra nuovamente con sir Francis Bryan. Furono a Roma con Gregorio Casale, dove Vanni incontrò per la prima volta Guido Giannetti da Fano, che più tardi divenne suo protégé. Il 1° dicembre Vanni ricevette istruzioni di ‘intimidire’ il papa con le parole: «Signore, essendo io italiano, non posso far altro che spiegare a sua Santità, con senno e zelo più fervente di chiunque altro, quel ch’io prevedo a tal riguardo», ovvero che il re inglese e altri principi amici avrebbero ritirato la loro devozione se il papa avesse continuato nella sua ingratitudine. Il periodo di Vanni a Roma fu un’importante tappa formativa per l'apprendimento di inganno e dissimulazione, utile per successive missioni. Tuttavia, quell’ambasceria fu un fallimento, e quando Vanni tornò in Inghilterra nell’ottobre del 1529, Wolsey fu accusato di alto tradimento.

La Riforma e i Cambi di Lealtà

Dopo la sentenza di scomunica del re Enrico VIII da parte di papa Clemente VII nel 1533, a Vanni fu affidata un’altra missione diplomatica a Marsiglia, insieme a Edmund Bonner, per informare il pontefice che il re si sarebbe appellato al Concilio generale. Il fatto che Vannes avesse passato indenne quel periodo pericoloso, mantenendo il favore del re, lo portò a ottenere altre importanti nomine ecclesiastiche: arcidiacono di Worcester (1534-63) e decano di Salisbury nel settembre del 1536. Fu anche eletto canonico di St. Frideswide, a Oxford, insieme ad Anthony Cooke e John Cheke, entrambi esuli in Veneto durante il regno di Maria Tudor.

Dopo che il Parlamento della Riforma ratificò l’atto del 18 luglio 1536, con il quale si ribadiva il disconoscimento dell’autorità del vescovo di Roma, Vanni partecipò all’assemblea che approvò gli Articoli della fede. La sua sottoscrizione fu considerata un atto di prudenza di fronte a un principe onnipotente. Un altro significativo appannaggio che Vanni si assicurò prima della rottura finale con Roma fu quello della collettoria dell’Obolo di S. Pietro.

Dai tardi anni Trenta, Vanni si impegnò completamente nella Riforma di Enrico. All’inizio del 1541, circolò la voce che Vanni fosse fuggito dall’Inghilterra, cosa difficile da comprendere per l'ambasciatore francese Michel de Marillac, poiché Vanni godeva di grandi benefici in Inghilterra e non avrebbe avuto nulla altrove. Nel 1549, sotto re Edoardo, fu nominato nuovamente segretario alle lettere latine, stavolta ‘vita natural durante’. Un documento del 4 maggio certifica che gli venne assegnata una dieta di quaranta scellini per diem come ambasciatore per Venezia. A Venezia, Vanni era diventato amico di ‘eretici’, ascoltava i sermoni ereticali e leggeva i testi della Riforma che vi circolavano.

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Gli Anni di Maria I e la Morte

Nel 1553, dopo l’ascesa di Maria I, tutto cambiò. Il costo della dissimulazione in materia di fede era alto, ma i funzionari di governo si trovavano in una terra di confine dove le aspirazioni professionali collidevano con i precetti religiosi. Quando il 5 novembre 1553 arrivò la conferma del suo posto come ambasciatore della regina Maria, Vanni ricevette l’incarico di sorvegliare gli esuli protestanti che avevano abbandonato l’Inghilterra. Il suo ‘voltafaccia’ divenne evidente quando giustificò la decisione della regina di condannare al rogo Thomas Cranmer.

Tra i fuoriusciti che arrivarono in Veneto c'era Edward Courtenay, cugino della regina e conte del Devonshire. Le ragioni dell’improvvisa morte di Courtenay nel settembre del 1556 non sono chiare, ma Kenneth R. Bartlett sostiene che potrebbe esser stato avvelenato da Vanni, dietro istigazione di Filippo II di Spagna marito della regina Maria Tudor, e dell’imperatore. Vanni fu richiamato quello stesso anno. In una lettera dell’agosto del 1555 Vanni ricapitolava gli anni di servizio prestati al Paese d’adozione, ponendo in risalto il suo ruolo di grande sopravvissuto a quei regni turbolenti. Nel 1558, poi, Vanni si adattò ancora una volta a un nuovo clima religioso: quello che si instaurò all’indomani dell’ascesa al trono di Elisabetta I. Conservò dunque i suoi benefici. Nel luglio del 1562 redasse due testamenti. Il 6 maggio 1563 rassegnò le dimissioni dal suo ruolo di «decano di Salisbury e morì nel giro di quattro giorni». La posizione che Vanni aveva raggiunto incoraggiò altri umanisti italiani a cercare il patronage della corte inglese.

Fratelli Vanni: L'Azienda di Calzature a Santa Maria a Monte

Fondazione e Specializzazione

Il “Calzaturificio Fratelli Vanni” inizia la sua attività nel 1969 e prende il nome dai fondatori dell’azienda, i due fratelli Pietro e Ivandro Vanni. Pietro è il designer e Ivandro è il direttore della produzione. Lo spirito, la lungimiranza, il sacrificio ma soprattutto la passione per il proprio lavoro sono i caratteri distintivi dei titolari.

Sede, Filosofia e Prodotti

Il “Calzaturificio Fratelli Vanni” è situato in Toscana, a Santa Maria a Monte, una cittadina in provincia di Pisa, ed è specializzato in sandali da uomo e pantofole di alta qualità, naturalmente tutte “Made in Italy” con tomaie in pelle e suola in pelle o gomma. Nella fabbrica si coniugano l’antico know-how dei maestri artigiani con le esigenze e le tendenze del mercato di oggi, per garantire l'eccellenza dello stile italiano. Qui, mani esperte confezionano con antica sapienza combinata alla tecnologia moderna, sandali ricercati da uomo, prestando attenzione anche ai minimi dettagli, all'insegna dell'alta qualità e della raffinatezza. Oltre cinquant'anni di attività artigianale e di passione per le calzature fatte secondo i canoni della tradizione, rappresentano la loro forza; in ogni sandalo Vanni c'è un po' della storia del territorio, una storia legata intrinsecamente all'arte della calzatura.

Foto di sandali artigianali

L'azienda ha registrato il proprio marchio “F.lli Vanni” nel mondo, inclusi paesi come il Giappone, per significare la passione nel consegnare un prodotto genuino interamente “Made in Italy” accuratamente confezionato nel luogo di origine.

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