La Visione della Morte di Andrea Camilleri: Un Ateo di Fronte alla Naturalità dell'Esistenza
Andrea Camilleri, pur dichiarandosi ateo, affrontava la morte con una prospettiva di naturalità, considerandola parte integrante del ciclo della vita. In un'intervista, lo scrittore espresse questa visione affermando: «Ogni tanto ci penso e ogni tanto no. In teoria più si invecchia e più ci si pensa. Non ci trovo niente di straordinario: quando hai comprato il ticket della nascita ti dicono “guarda che nel prezzo è compreso quello della morte”.» Il rammarico di Camilleri non era legato alla paura, ma alla consapevolezza di perdere le tante cose della vita. Nonostante ciò, egli dichiarò: «Sinceramente, non ne sono terrorizzato. Certo, è una faccenda estremamente spiacevole, “disdicevole” la sentii definire da John Gielgud.»

Il Contrasto con il Commissario Montalbano: Terrore e Materialismo
Nelle sue opere, in particolare attraverso il suo personaggio più celebre, il commissario Montalbano, Camilleri esplora diverse sfaccettature del rapporto con la morte. Montalbano, infatti, pur essendo sicilianissimo, nutre un profondo terrore per la morte, al punto che nel romanzo La luna di carta il suo umore diventa angosciante. Il pensiero mattutino che lo assilla («quando viene il giorno della tua morte») lo costringe a distrarsi, spesso con una doccia fredda, un segno che Camilleri spiegava come un sintomo di vecchiaia: «Quando si è vecchi il pensiero della morte è assai più frequente che in gioventù. Ma, come diceva il poeta, “è il pensiero della morte che infine aiuta a vivere”.»
La paura di Montalbano lo porta a non riuscire, ne Il ladro di merendine, ad andare al capezzale del padre morente, rivelando la sua difficoltà a sopportare la vista dei moribondi. Questa sindrome è più legata alla vita e alla sua quotidianità, di cui la morte fa parte. Ed è proprio qui che Camilleri e Montalbano si incontrano: l'autore che considera la morte parte della vita e il commissario che, scappando dai moribondi, non vuole affrontare questa realtà quotidiana. La concezione della morte da parte del commissario si rifà a uno ius naturalis, il solo al quale egli presta giuramento, manifestando una concezione materialistica. Ne Il cane di terracotta, Montalbano supera la sua angoscia per rivolgersi a "Tanu u grecu" sul letto di morte con le parole sentite dal capitano Bellodi di Sciascia: «Non ti vergognare di avere paura di morire.» Già ne La forma dell'acqua, il commissario oppone al questore Burlando, che vede sacralità in ogni morte, l'oggettività dell'evento, negando qualsiasi elemento sacro nella morte.
"Autodifesa di Caino" e il Testamento Spirituale Antimanicheo
Il tema della morte e della fede laica ha una radice profonda e complessa nel pensiero di Camilleri. In una sua intensa poesia del 1948, intitolata “Tempo”, l’autore, benché poco più che ventenne, era già convinto che la morte avesse un significato reificato: «Non c’è più un tempo per nascere e un tempo per morire / si nasce e si muore nello stesso momento / infinite morti ci assediano / è l’ora che ognuno raccolga in sé la morte degli altri.» Questi versi giovanili sono un vero e proprio testamento spirituale, un invito a farsi carico, morendo, della morte altrui.

Morendo il 17 luglio scorso, due giorni dopo la data fissata per la rappresentazione della sua Autodifesa di Caino alle Terme di Caracalla, Andrea Camilleri ha lasciato la sua apologia atea, consegnando ai posteri il proprio testamento spirituale sotto forma di un libricino pubblicato da Sellerio e nei modi di un antivangelo cosmologico sul destino dell'uomo. Camilleri, come il miscredente José Saramago, con cui viene accostato ma non accomunato, teorizza l'inesistenza di Dio, perlomeno come prova di bontà infinita e amore per l'uomo. Per Camilleri, «il male è insito in noi, nel momento stesso in cui veniamo al mondo», un assunto di derivazione pascaliana secondo cui non c'è bene senza male e, quindi, non c'è Dio senza Satana.
La Genesi Camilleriana: Una Reinterpretazione del Bene e del Male
La "Genesi" camilleriana è una sotie ben diversa da quella veterotestamentaria, "molto evasiva nella sua concisione". In essa, Dio crea il mondo e l'uomo, poi un giardino dell'Eden al quale aggiunge dei nani da giardino. Non contento della loro immobilità, infonde loro la vita, pentendosi subito dopo quando devastano il giardino. Li caccia, tranne uno che chiama Adamo. Crea anche Lilith, una protofemminista che rifiuta di sottomettersi sessualmente ad Adamo, e che litiga con lui, finendo sulla terra. Dio crea allora Eva da una sua costola, una donna altrettanto emancipata che si lascia tentare dall'angelo caduto Alialel, che la ingravida generando Caino, e poi dall'arcangelo Stefano, partorendo Abele.
Nella visione di Camilleri, il male nasce dal Male e il bene è figlio del Bene. La tentazione è onnipresente: quella di Eva di mangiare la mela, quella di Caino di sedurre Lilith e di desiderare la moglie di Abele, quella di Abele di uccidere Caino per gelosia, e quella pienamente realizzata di Caino di assassinare Abele per futili motivi. Camilleri descrive come Caino legga negli occhi di Abele la prima "volontà omicida" della storia. Caino reagisce e ha la meglio, ma Dio lo punisce non con la morte, bensì con la vita, condannandolo a errare per il mondo evitato da tutti. La lite tra i fratellastri, secondo Camilleri, è il risultato di un'ingiustizia divina dopo che Adamo li ha fatti l'uno allevatore e l'altro agricoltore. Caino, ucciso accidentalmente da un cacciatore secondo la tradizione rabbinica, nel remake di Camilleri continua a vivere, giungendo alla conclusione che "non sempre dal bene nasce altro bene e non sempre il male genera altro male". Questa dichiarazione antimanichea unifica bene e male in una guazza indistinta di meriti e colpe, formando il punto centrale dell'autodifesa di Caino, il cui verdetto rimane sospeso, esattamente come Camilleri desiderava.
Il Crocifisso e la Disfida Atea
Il significato del crocifisso nel contesto della visione di Camilleri emerge in momenti di riflessione profonda sulla fede e sulla morte. Quando viene evocato il gesto di mettere il crocifisso in mano a qualcuno in punto di morte, come avvenne per Sciascia e per il padre di Camilleri stesso, lo scrittore offre una prospettiva distaccata e laica. Riferendosi al padre, disse: «Mio padre, nel suo letto di ospedale, si fece il segno della croce, ma aiutato dalle mie mani.» Questo episodio sottolinea l'ateismo di Camilleri, una convinzione che non lo ha mai abbandonato: «No. Mai stato. Invidio chi crede.» Anche sua moglie non era credente, a riprova di una coerenza familiare nella loro visione laica della vita.

"Non c'è più un tempo": Solidarietà e Rinascita Laica
La poesia giovanile di Andrea Camilleri “Non c’è più un tempo” (1948), scritta quando aveva solo ventitré anni, è un componimento di straordinaria contemporaneità. Essa si apre con un verso biblico tratto dall'Ecclesiaste: «Non c’è più un tempo per nascere un tempo per morire», ma Camilleri aggiunge un rilievo di grande attualità: «Si nasce e si muore nello stesso momento infinite morti ci assediano». In un mondo sconvolto da crisi continue, vita e morte convivono e si confondono. L'autore lancia un appello etico alla solidarietà: «È l’ora che ognuno raccolga in sé la morte degli altri.»
Il dolore degli altri, che sia di un topo che si dibatte o di un marito che piange la moglie infedele, deve toccarci e spingerci all'azione. Camilleri non chiede solo commozione, ma un atto fisico, diretto: «Croci, in rosso, sulla fronte.» Questa immagine potente non è una metafora leggera, ma un atto di testimonianza e di vergogna, un sigillo sacro e civile che evidenzia l'empatia poetica. Non siamo soli nel nostro dolore, poiché il dolore è sempre anche degli altri. Per Camilleri, è necessaria una resurrezione laica, civile, sociale, culturale. La morte, in questa poesia, non è evitabile, ma può generare nuova vita: non vita biologica, bensì una nuova coscienza, una nuova parola, una nuova società, abbattendo muri e promuovendo la trasparenza e la relazione umana.
tags: #andrea #camilleri #crocifisso