La Trasfigurazione di Gesù in Quaresima: Significato e Risonanze

Introduzione: La Trasfigurazione nella Liturgia Quaresimale

La liturgia, nella seconda domenica di Quaresima, propone alla nostra meditazione e contemplazione il Vangelo della Trasfigurazione, secondo le versioni di S. Matteo (17,1-9), S. Marco (9,2-8) e S. Luca (9,28-36). Questo passo, ricco di sfumature, invita i fedeli a una riflessione personale, stimolando a far sì che l'esperienza taborica raggiunga ciascuno, nelle circostanze precise, concrete e quotidiane della vita.

Potrebbe apparire insolito che la narrazione di un avvenimento così glorioso, quale la manifestazione della divinità del Redentore sul Tabor, venga letta durante il periodo di penitenza e digiuno che prepara alla Pasqua. In realtà, nell'itinerario quaresimale la Trasfigurazione di Gesù indica il fine a cui tende questo cammino: la resurrezione, di cui la Trasfigurazione è anticipazione e profezia. È un convertirsi alla luce, acquisire fede, bellezza del vivere, sentire che è bello amare e dare alla luce, perché la vita ha senso e tutto va verso un esito positivo, qui e nell'eternità.

Anticamente, era l'unico giorno in cui a Roma veniva cantato il Vangelo della Trasfigurazione, prima che la festa del 6 agosto si stabilisse nel calendario. Secondo la tradizione, l'episodio della Metamorfosi del Signore sarebbe avvenuto quaranta giorni prima della sua Passione, stabilendo così un legame intimo con gli eventi pasquali e rendendo la seconda domenica di Quaresima una data plausibile per la sua celebrazione.

Il Contesto Evangelico dell'Evento

Il Vangelo di Matteo colloca la scena della Trasfigurazione in un momento delicato per gli apostoli. Gesù, infatti, poco prima aveva loro detto chiaramente che «doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno» (Mt 16, 21). Nello stesso tempo aveva detto loro, con assoluto realismo: «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16, 24). È comprensibile lo stupore e il timore dei discepoli davanti ad avvertimenti tanto gravi.

Perciò, Gesù vuole alimentare la loro speranza, manifestando la sua gloria davanti a Pietro, Giacomo e Giovanni. Questi tre discepoli sono stati sempre scelti come testimoni privilegiati dei momenti più intimi di Gesù, dall'inizio della vita pubblica fino alla sua manifestazione suprema, la sua "ora". Luca è l'evangelista che insiste maggiormente sulla preghiera di Gesù come contesto della Trasfigurazione, sottolineando che «mentre pregava, l'aspetto del suo volto divenne altro». La preghiera è per Gesù spazio di accoglienza della Presenza di Dio, capace di trasfigurare colui che l'accoglie radicalmente nella sua vita.

Rappresentazione di Gesù che prega sul Monte Tabor con Pietro, Giacomo e Giovanni addormentati, in stile iconografico

I Simboli Chiave della Trasfigurazione

Il Monte Tabor: Luogo di Teofania

La scelta di condurre Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte non è casuale. Nella tradizione biblica, il monte è un luogo particolarmente sacro. Su di esso venivano offerti i sacrifici, come descritto nel primo Libro di Samuele (9,11-12) e nel primo Libro dei Re (3,4). Yahwè stesso sul monte manifesta la sua gloria, basti pensare all'esperienza di Mosè sul Sinai (Es 19,17-20) e a quella di Elia sull'Oreb (1Re 19,8-11a).

Lo stesso Gesù fa della montagna un luogo privilegiato: su di essa sceglie i dodici (Mc 3,12), pronuncia il suo "magna charta" nel Discorso della Montagna (Mt 5,1ss.), e si ritira a pregare (Mt 14,23). Il monte è la terra che si fa verticale, la più vicina al cielo, dove "posano i piedi di Dio", come dice Amos. È un indice puntato verso il mistero e la profondità del cosmo, verso l'infinito.

La Luce Sfolgorante: Rivelazione della Divinità

Una seconda suggestione è offerta dal simbolo della Luce, della quale Gesù si mostra vestito. Mentre a Mosè Dio si mostra come fuoco che arde nel roveto (Es 3,1ss.) e a Elia come "mormorio di vento leggero" (1Re 19,12), sul Tabor la teofania assume l'elemento della luce. Questa immagine era già ben conosciuta in Israele, come nel Salmo 103: «Benedici il Signore, anima mia, Signore, mio Dio, quanto sei grande! Rivestito di maestà e di splendore, avvolto di luce come di un manto» (103,1-2a).

In Gesù tale luce è velata dal suo essere umano, dalla sua corporeità. Trasfigurandosi davanti ai tre, Egli rivela la sua intima realtà, si svela. Gesù dimostra di essere sì vero uomo, ma anche e pienamente vero Dio. Giovanni lo coglie bene nel prologo del suo Vangelo: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (1,9) e nella sua prima Lettera ribadisce: «Dio è luce e in lui non ci sono tenebre» (1Gv 1,5). Questa luce che trasfigura l'umanità proviene non dall'esterno, ma dall'interno della Sua Persona.

La Nube Luminosa e la Voce del Padre

La terza suggestione che raccogliamo è quella della Nube luminosa da cui esce una Voce. Come non ripensare ancora a Mosè? Dice il Libro dell'Esodo: «Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte. La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni» (24,15-17).

Anche a Maria è donata questa esperienza: «Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio"» (Lc 1,35). Per lo stesso Gesù non è nuova l'esperienza della voce dal cielo, dal momento che il Padre aveva fatto udire la sua voce già il giorno del battesimo nel Giordano: «vi fu una voce dal cielo: "Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto"» (Lc 3,21-22).

Sul Tabor, la nube li avvolge con la sua ombra e da essa giunge una voce che proclama: «Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». Il grande comandamento consegnato a Israele, «Ascolta, Israele!» (Dt 6,4), risuona ora come: «Ascoltate lui, il Figlio!», la Parola fatta carne in Gesù (Gv 1,14). Questa è una vera e propria teofania, e Pietro stesso, segnato da questa esperienza, ne scriverà nella sua seconda Lettera: «Questa voce noi l'abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte» (2Pt 1,18).

Mosè ed Elia: La Legge e i Profeti

Ed ecco apparvero a Gesù Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Essi personificano la Legge e i Profeti, ossia le Scritture dell'Antico Testamento. La preghiera di Gesù è essenzialmente ascolto della parola di Dio contenuta nelle Scritture, un ascolto che diviene colloquio con chi è vivente in Dio, una vera e propria esperienza della comunione dei santi.

Mosè ed Elia parlano con Gesù del suo «esodo che avrebbe compiuto a Gerusalemme», l'esodo da questo mondo al Padre. Essi vedono in Cristo il compimento delle loro aspettative secolari. La loro comparsa accanto a Gesù conferma che il tempo dell'attesa e della promessa è compiuto. Al termine resta solo Gesù, perché basta solo lui come dottore della legge perfetta e definitiva, e come compimento di tutte le attese. La Legge e i Profeti avevano annunciato le sofferenze del Messia, come Cristo stesso spiegherà ai discepoli dopo la sua resurrezione sulla strada per Emmaus.

Mosaico raffigurante Mosè ed Elia che conversano con Gesù trasfigurato

Il Significato Teologico Profondo

Teologia della Gloria-Luce e Deificazione

I nostri fratelli ortodossi amano parlare di "Teologia della Gloria-Luce". L'umanità visibile di Gesù infatti è l'icona della sua divinità invisibile; come dice S. Giovanni Damasceno, è «il visibile dell'invisibile» (De imaginibus oratio I, 11). Gesù dunque appare come l'immagine di Dio e dell'uomo al tempo stesso, l'icona del Cristo totale: Dio-Uomo. Questa funzione rivelatrice che possiede l'umanità di Gesù diviene la verità di ogni essere umano: l'uomo infatti non è vero e non è reale se non nella misura in cui riflette il celeste.

Gesù realizza e porta alla perfezione l'immagine vera dell'uomo e, rendendola pura, la fa partecipare alla Bellezza divina. Questo è vero e possibile per ogni persona umana; S. Paolo, nella sua 2° Lettera ai Corinzi, afferma infatti: «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore» (3,18).

S. Gregorio Nazianzeno dice che «l'uomo ha ricevuto l'ordine di divenire Dio secondo la grazia» (In laudem Basilici Magni), perché: «essendosi avvicinata alla luce, l'anima si trasforma in luce» (S. Gregorio di Nissa, In cantica canticorum homilia 5). Questa vocazione alla gloria, per i Padri, è donata a ogni uomo con il Battesimo; l'indossare le tuniche bianche è un coprirsi delle vesti luminose di Cristo, quelle stesse che Egli ha mostrato nella sua Trasfigurazione.

La deificazione (theòsis), concetto fondamentale della teologia mistica dell'Oriente Cristiano, consiste nel contemplare la luce increata, lasciarsene penetrare, per riprodurre nel proprio essere il mistero cristologico. Come afferma S. Massimo, è «riunire nell'amore la natura creata alla natura increata, facendole apparire nell'unità mediante l'acquisizione della grazia» (Ambiguorum liber).

La Trasfigurazione come Profezia della Resurrezione

Gesù ha voluto mostrare ai tre discepoli la sua gloria e far vivere loro questa esperienza per una ragione precisa. Il racconto della Trasfigurazione è collocato in tutti e tre i sinottici tra il primo e il secondo annuncio della passione. Da un lato, sembra essere un assaggio della luce gloriosa della resurrezione, e dall'altro, uno strumento che Gesù fornisce loro in anticipo perché non si smarriscano quando l'ora delle tenebre giungerà.

I Santi Padri confermano questa interpretazione. S. Leone Magno, nel suo 51° Discorso, afferma: «Questa trasfigurazione, senza dubbio, mirava soprattutto a rimuovere dall'animo dei discepoli lo scandalo della croce, perché l'umiliazione della Passione, volontariamente accettata, non scuotesse la loro fede, dal momento che era stata rivelata loro la grandezza sublime della dignità nascosta del Cristo. Ma, secondo un disegno non meno previdente, egli dava un fondamento solido alla speranza della S. Chiesa, perché tutto il Corpo di Cristo prendesse coscienza di quale trasformazione sarebbe stato oggetto, e perché anche le membra si ripromettessero la partecipazione a quella gloria, che era brillata nel capo».

L'insegnamento è chiaro: alla gloria della Trasfigurazione si arriva passando per l'esperienza della croce. Non basta seguire Gesù fino al Tabor, occorre seguirLo fino al Calvario. Gesù ha posto in modo chiaro e netto la condizione: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23). Gesù Cristo è il nostro Capo e ci comunica la grazia di una progressiva trasfigurazione.

La Trasfigurazione nella Vita del Credente: Ascesi e Preghiera

Affinché la vocazione alla gloria e alla deificazione si realizzi, ognuno è chiamato a dare il suo libero assenso e a partecipare in modo attivo a questa personale trasfigurazione. La via è quella dell'ascesi contemplativa. L'uomo è sospinto verso il mistero da ogni evento della vita e della storia, ma perché la preghiera sia "preghiera cristiana" è necessario che si realizzi un rapporto personale di comunione tra l'uomo e il Padre, per Cristo, nel fuoco dello Spirito di amore.

L'Esicasmo e la Preghiera del Cuore

La tradizione ortodossa ci dona un possibile sentiero sul quale camminare, che è quello dell'esicasmo e della Preghiera del Cuore. L'itinerario ascetico e spirituale consiste nel distaccare la coscienza dalle sue manifestazioni illusorie per congiungerla al cuore; il fine è quello di ripristinare, nel fuoco della grazia dello Spirito, l'unità dell'uomo totale, frammentato a causa del peccato originale.

Colui che vuole avanzare nella strada della preghiera interiore deve rientrare in se stesso, trovare "il Regno dei Cieli" dentro di sé, per poter attraversare, in compagnia dello Spirito Santo, la misteriosa frontiera che separa il creato dall'increato. La preghiera, perciò, non può non coinvolgere tutte e tre queste dimensioni dell'essere: corpo, mente e spirito.

L'esicasmo, sistema spirituale di orientamento essenzialmente contemplativo, che ricerca la perfezione dell'uomo nell'unione con Dio tramite la preghiera incessante, divide il cammino della preghiera del cuore in tre gradi:

  1. La preghiera vocale coinvolge l'uomo nella sua corporeità (labbra, lingua, postura, voce). Le parole, spesso costanti e ripetitive come l'invocazione «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!», vengono pronunciate ad alta voce, o sommessamente, o silenziosamente. L'attenzione è chiamata a sostare sul significato delle parole pronunciate.
  2. La preghiera della mente si realizza quando le parole della preghiera vengono comprese dalla mente.
  3. La preghiera del cuore è il culmine, quando la preghiera è infusa nel cuore, diventando «un sospiro del cuore verso Dio», come dice S. Teofane il Recluso. Qui la preghiera non è più una serie di atti, ma uno stato contemplativo in cui il suo ritmo si identifica sempre più con il battito del cuore, finché giunge a essere incessante, realizzando quanto S. Paolo afferma: «Pregate incessantemente» (1 Tess 5,17).

Questa "preghiera di Gesù" che staziona costantemente nel cuore è fonte di pace e di gioia; all'orante è fatta la grazia di contemplare la luce taborica, che altro non è che una pregustazione di quella della Parusia, come anche S. Gregorio Palamas afferma. L'uomo trasfigurato compie così anche la sua "missione ontologica", secondo il comandamento di Gesù: «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14).

Risonanze per il Cammino Quaresimale

Il Vangelo della Trasfigurazione invita a riflettere sulla nostra conversione interiore. Pregare trasforma: tu diventi ciò che contempli, ciò che ascolti, ciò che ami. La vita cristiana è un'esperienza di trasfigurazione continua fino alla trasfigurazione finale della resurrezione. Come scrive San Paolo: «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18).

Questa visione paolina della vita del cristiano contrasta con una concezione della fede come un peregrinare di croce in croce. Paolo ci dice invece che andiamo di trasfigurazione in trasfigurazione, di gloria in gloria. La Quaresima è un tempo propizio per fare questa esperienza di salita sul monte, sostare a lungo sulla cima in preghiera di contemplazione, per poi scendere a valle rinnovati, riprendendo la vita con nuovo vigore, serbando nel cuore la Luce e la Parola di quell'incontro.

La preghiera, oltre al digiuno e alle opere di misericordia, è la colonna portante della vita spirituale. Con la purificazione del cuore, la preghiera, l'intensità della fede e della carità, riflettiamo la luce di Gesù e la diffondiamo attorno a noi. Dobbiamo ascoltare Gesù, che ci rivela il Padre e ci porta a riscoprire la nostra vera identità di uomini creati a immagine di Dio. Questo ci aiuta a prendere coscienza dell'amore misericordioso di Dio e della meta per la quale siamo stati creati.

I discepoli, all'udire la voce del Padre, caddero con la faccia a terra «presi da grande timore». Questo sgomento davanti alla maestà divina sottolinea l'esigenza della conversione per rispondere all'amore di Dio con fedeltà. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». La Trasfigurazione ci insegna che non dobbiamo fermarci sul monte, ma scendere nella pianura dove incontriamo tanti fratelli appesantiti da fatiche, malattie, ingiustizie, ignoranze, povertà materiale e spirituale. La preghiera ci aiuta a riempire di senso la fatica quotidiana, perché trasfigura gli eventi e le relazioni di ogni giorno.

La Trasfigurazione nell'Arte: L'Opera di Raffaello

L'episodio della Trasfigurazione è stato immortalato in numerose opere d'arte, tra cui spicca la celebre tavola di Raffaello Sanzio. Realizzata tra il 1516 e il 1520, la "Trasfigurazione" è una delle ultime opere dell'Urbinate, dipinta dall'artista prima di morire e completata nella parte inferiore da Giulio Romano. La tavola venne commissionata dal Cardinale Giulio de' Medici per la cattedrale di Narbona, ma mai giunta a destinazione, fu posta sull'altare maggiore della Chiesa di San Pietro in Montorio, per poi essere trafugata da Napoleone e infine riportata in Vaticano nel 1815 sotto la cura di Antonio Canova.

Questa pala d'altare accosta per la prima volta due episodi trattati nel Vangelo secondo Matteo: in alto la Trasfigurazione di Gesù con gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo prostrati, affiancato da Mosè ed Elia; nella parte inferiore i restanti apostoli che si incontrano con il fanciullo ossesso, circondato dai parenti, che sarà miracolosamente guarito da Gesù al ritorno dal Monte Tabor. Tale innovazione iconografica aggiunge spunti drammatici e sottolinea il legame tra la gloria divina e la realtà del dolore umano.

Particolarmente spettacolare è l'uso della luce, proveniente da fonti diverse e con differenti graduazioni, nonché l'estremo dinamismo e la forza che scaturisce dalla contrapposizione tra le due scene. La diversità tra le due metà - simmetrica e astrattamente divina quella superiore, convulsa e irregolare quella inferiore - non compromettono però l'armonia dell'insieme, facendone «un assoluto capolavoro di movimento e organizzazione delle masse». Vasari la ricordò come «la più celebrata, la più bella e la più divina» dell'artista.

Quadro di Raffaello Sanzio,

Trasfigurazione | Raffaello e Giulio Romano

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