Turpino Arcivescovo di Reims

Turpino, figura storica realmente esistita, è stato un personaggio di spicco nel panorama ecclesiastico e letterario medievale, noto principalmente per il suo legame con la saga carolingia e la "Chanson de Roland". La sua vita e le opere a lui attribuite hanno contribuito a plasmare la percezione di un'epoca e delle sue leggende.

La Vita di Turpino

Originariamente monaco presso l'antica abbazia di Saint-Denis, Turpino vide questa istituzione trasformarsi in uno dei primi e più spettacolari esempi di architettura gotica francese. Successivamente, fu nominato arcivescovo di Reims da Carlo Magno stesso. La leggenda narra che Turpino accompagnò Carlo Magno nella spedizione in Spagna nel 778, sebbene le cronache dell'epoca non attestino inequivocabilmente la sua presenza. La "Chanson de Roland" lo ritrae come l'archetipo del chierico devoto alla battaglia, pienamente inserito nello spirito della crociata dell'XI secolo. Secondo questa opera, Turpino morì a Roncisvalle, mentre la "Historia Karoli Magni et Rotholandi" (a lungo attribuita allo stesso Turpino) suggerisce una sua sopravvivenza.

Turpino e la "Chanson de Roland"

La "Chanson de Roland" è un rinomato poema epico appartenente alla tradizione della Chanson de Geste dei trovieri. Il manoscritto, datato intorno al XIV secolo, raffigura una scena della celebre canzone.

Illustrazione di una scena della

L'argomento della canzone è incentrato sulle gesta e sulla tragica fine di Orlando, prefetto di Bretagna, caduto combattendo contro i Saraceni a Roncisvalle. Orlando comandava la retroguardia dell'armata di Carlomagno, che rientrava in Francia dopo una campagna militare contro i Musulmani durata sette anni. La durata effettiva della campagna carolingia in Spagna fu di pochi mesi; i sette anni menzionati nella canzone rappresentano una delle "dilatazioni" narrative scelte dall'autore per conferire un tono epico alla sua narrazione.

Gli eventi della battaglia si svolgono nell'arco di sei giorni e comprendono il tradimento del nobile Gano, la battaglia vera e propria, la morte di Orlando, la vendetta di Carlomagno e il processo contro Gano.

Il Tradimento di Gano

La narrazione inizia con Marsilio, re saraceno di Saragozza, che convoca preoccupato i suoi consiglieri, avendo appreso dell'avvicinarsi dell'armata carolingia. Su suggerimento del nobile Biancandrino, si decide di inviare dieci ambasciatori a Carlo Magno, offrendo doni e ostaggi per chiedere pace e incolumità. L'ambasciata viene ricevuta da Carlo, che si mostra scettico. Biancandrino offre ostaggi per vincere la sua diffidenza. Dopo aver trascorso la notte nel campo dei Franchi, i messaggeri tornano da Marsilio mentre Carlo convoca il consiglio dei baroni. Viene deciso di accettare le proposte di Marsilio, ma Orlando si oppone.

Si deve ora inviare un messaggero a Saragozza per rispondere ai Saraceni. La missione è pericolosa, dato che Marsilio ha in passato soppresso altri ambasciatori franchi. Si offrono Orlando, Oliviero e altri appartenenti ai "dodici pari", ma re Carlo rifiuta. Orlando propone allora che venga inviato Gano, suo patrigno (in quanto Gano aveva sposato la sorella di Carlomagno, madre di Orlando). Gano reagisce con estrema rabbia, sostenendo che Orlando lo abbia proposto solo per farlo eliminare dai Saraceni e promette vendetta contro Orlando, Oliviero e gli altri pari. Tuttavia, il re ha deciso e Gano deve partire.

Quando Carlo gli consegna il guanto e il bastone, simboli che lo accreditano come messaggero del re, Gano lascia cadere il guanto, evento giudicato di pessimo augurio da tutti i presenti. Preso congedo dai suoi sostenitori, Gano si mette in viaggio e, sulla strada per Saragozza, incontra Biancandrino. I due conversano, Biancandrino loda la grandezza di Carlo, mentre Gano critica l'arroganza di Orlando. Concordano sul piano per la rovina di Orlando: Gano propone a Marsilio che i Saraceni, quando l'esercito franco sarà al confine, aggrediscano la retroguardia comandata da Orlando. Sarà una battaglia dura, avverte il traditore, ma se Marsilio continuerà ad attaccare Orlando, trovandosi isolato, questi sarà infine sconfitto e ucciso. Una volta morto Orlando, Carlomagno sarà troppo indebolito per costituire una seria minaccia.

Gano rientra nell'accampamento dei Franchi e presenta a Carlomagno un falso resoconto della sua missione, affermando che Marsilio accetta di convertirsi al cristianesimo e che il "califfo" (zio di Marsilio, che Carlo avrebbe voluto come ostaggio) è morto in un naufragio. Carlomagno decide di tornare in Francia, mentre i Saraceni preparano la fatale imboscata.

La Battaglia di Roncisvalle

Durante la notte, Carlo ha due sogni premonitori: nel primo si vede, giunto al valico, aggredito da Gano; nel secondo viene aggredito, nella cappella di Aquisgrana, da un verro e da un leopardo, a cui accorre a difenderlo un veltro, e la battaglia tra i tre animali si presenta incerta.

Su proposta di Gano, la retroguardia viene affidata ad Orlando. Carlomagno, intuendo le maligne intenzioni di Gano, esita nella decisione e vorrebbe lasciare ad Orlando metà del proprio esercito, ma Orlando rifiuta, garantendo che con soli ventimila uomini saprà portare a termine la missione. Si uniscono ad Orlando i "dodici pari" e i cavalieri Turpino e Gualtiero dell'Ulmo.

L'esercito dei Franchi transita per il valico rientrando in Francia. Viene descritta la commozione dei soldati nel tornare nelle loro terre, ma Carlo, memore dei sogni premonitori, è angosciato per le sorti di Orlando. Nel campo dei Saraceni si decide chi dovrà guidare l'attacco: il comando viene affidato al nipote di Marsilio, Aelrotte, affiancato da undici cavalieri per fronteggiare i Dodici Pari dei Franchi. Come suggerito da Gano, i dodici cavalieri attaccheranno la retroguardia franca con centomila soldati, mentre il resto dell'esercito effettuerà un secondo attacco sotto il diretto comando di Marsilio.

Avvistato l'enorme esercito saraceno che si avvicina minacciosamente, Oliviero propone a Orlando di suonare il corno per richiamare indietro Carlomagno, ma Orlando rifiuta sdegnosamente. La battaglia è ormai prossima ed inevitabile. L'arcivescovo Turpino sale su un'altura e benedice i Franchi della retroguardia, impartendo loro l'assoluzione dai peccati.

Illustrazione di soldati medievali in battaglia

La battaglia inizia con un rapido scontro tra Orlando e Aelrotte, che viene rapidamente ucciso. Oliviero elimina con un formidabile colpo Falsarone, fratello di Marsilio. Anche Turpino uccide uno dei cavalieri nemici. La canzone continua descrivendo una serie di duelli in cui ciascuno dei dodici pari riporta la vittoria. Tra i dodici antagonisti saraceni si salva solo Margarigi, che riesce a colpire Oliviero, il quale rimane illeso solo perché la lancia del saraceno si spezza miracolosamente.

La battaglia è terribile e i centomila saraceni vengono sterminati, ma anche i Franchi perdono moltissimi uomini sul campo. Nel frattempo, in Francia, una tempesta e un terremoto sono lugubri presagi della fine di Orlando e dei suoi prodi. Sopraggiunge il resto dell'esercito di Marsilio e sferra un nuovo assalto. Cadono in duello alcuni dei dodici pari, subito vendicati da Orlando, Oliviero e Turpino, ma ancora una volta la retroguardia franca resiste valorosamente e i nemici sono costretti alla ritirata, lasciando sul campo numerosissimi caduti.

I Saraceni continuano ad attaccare: nei primi quattro assalti i Franchi hanno avuto il sopravvento, ma il quinto supera le loro forze. Ne rimangono in vita solo sessanta. Orlando ed Oliviero discutono ancora se suonare il corno per richiamare Carlomagno. Oliviero rimprovera Orlando: se lo avesse ascoltato e suonato prima dell'arrivo dei Saraceni, la battaglia sarebbe vinta e re Marsilio morto o prigioniero. Turpino interrompe la contesa e prega Orlando di suonare il corno: almeno i caduti saranno vendicati e i loro cadaveri avranno una degna sepoltura.

Orlando suona con grande sofferenza a causa delle ferite ricevute in battaglia; mentre suona, la bocca gli si riempie di sangue e le tempie sembrano esplodere. Carlo ed i suoi odono il richiamo. Il traditore Gano cerca di distrarli affermando che non si sta combattendo, e che Orlando è vanitoso e capace di suonare mentre caccia una lepre. Ma Carlo comprende che quel suono annuncia una tragedia, ordina di arrestare Gano e di tornare indietro. I Franchi galoppano rabbiosi e addolorati, sperando di trovare Orlando ancora vivo e di poter combattere al suo fianco.

I pochi superstiti della retroguardia sono ormai pronti a morire ma decisi a non arrendersi. Re Marsilio affronta Orlando, viene sconfitto e fugge perché un colpo di spada gli ha troncato di netto una mano. Il "Califfo" ferisce mortalmente Oliviero, ma questi, prima di cadere, lo uccide. Orlando ed Oliviero, nella commozione del momento, si riconciliano definitivamente. Pur feriti, esausti e disperati, i nobili cavalieri continuano a difendersi e ad incutere terrore nei nemici, terrore che sale al parossismo quando si odono le trombe dei Franchi di Carlomagno ormai prossimi a Roncisvalle.

I Saraceni decidono di scagliare tutte le loro lance e frecce contro i Franchi ancora vivi e fuggire. Muore così il cavaliere Gualtiero dell'Ulmo e anche l'arcivescovo Turpino viene colpito a morte. Come poco prima Oliviero, Turpino non muore immediatamente; ha il tempo di benedire i Franchi caduti nella battaglia e di scambiare drammatiche frasi di congedo con Orlando. Questi sviene per le ferite che ricoprono il suo corpo, e Turpino muore mentre, in un ultimo sforzo, cerca di andare a prendere acqua per ristorare il compagno.

Mentre Orlando giace privo di sensi, un saraceno cerca di impadronirsi della sua spada Durendal (Durlindana), ma il conte rinviene e trova la forza di uccidere il saraceno colpendolo con il corno. Inorridito all'idea che gli infedeli possano impadronirsi della sua sacra spada, compagna di tante battaglie, Orlando cerca inutilmente di infrangerla colpendo le rocce circostanti. Infine si distende all'ombra di un albero, il viso rivolto verso la Spagna perché chi lo troverà non pensi che stesse fuggendo. Chiede perdono a Dio per i propri peccati e ripensa rapidamente alla sua vita. Tende un guanto verso il cielo: San Gabriele ed un angelo vengono a prendere la sua anima per accompagnarla in Paradiso.

Raggiunto il luogo della strage, Carlo piange amaramente chiamando i nomi di Orlando, Oliviero, Turpino e degli altri pari. Quando gli fanno notare che in lontananza è ancora visibile la polvere sollevata dai Saraceni in fuga, lascia un gruppo di soldati a vigilare sulle salme e parte all'inseguimento con l'intero esercito. Il sole sta per tramontare, ma Carlo chiede ed ottiene un miracolo: gli appare un angelo che gli ordina di continuare a cavalcare perché Dio fermerà il corso del sole per consentirgli la vendetta. La vendetta è totale: i Saraceni si trovano presi fra l'esercito franco e il fiume Ebro; quelli che non vengono uccisi in combattimento cercano scampo nelle acque del fiume e muoiono annegati. Finalmente il sole tramonta e i Franchi riposano sui prati lungo il fiume.

Durante la notte, Carlo ha due nuovi sogni: il primo annuncia una grande battaglia, il secondo gli mostra la lotta fra un veltro e un gruppo di orsi, anticipando il processo contro il traditore Gano.

Battaglia di Roncisvalle 778: tra mito e realtà.

Il Processo a Gano

Baligante, l'emiro di Alessandria, che Marsilio aveva più volte chiamato in aiuto contro i Franchi, è finalmente giunto in Spagna con la sua flotta e un grande esercito. I suoi ambasciatori trovano Marsilio nel suo palazzo di Saragozza, ormai morente con la mano mozzata. Marsilio, che non ha più eredi perché Orlando ha ucciso a Roncisvalle il suo unico figlio, si dice disposto a cedere il suo regno all'emiro se questi sconfiggerà Carlomagno. Baligante, che era deciso ad invadere la Francia, viene informato che Carlo ed il suo esercito si trovano presso l'Ebro in terra spagnola e, dopo una breve visita a Marsilio, muove senz'altro con l'esercito in cerca del nemico.

Tornato a Roncisvalle con i suoi, Carlomagno ha ritrovato il corpo di Orlando sul quale pronuncia uno straziante lamento. Segue la triste scena della sepoltura di tutti gli altri caduti franchi, compianti dal re e dai compagni d'armi. I corpi di Orlando, Oliviero e Turpino vengono ricomposti e caricati su tre carri per essere sepolti in Francia.

Quando due messaggeri saraceni giungono per portare a Carlo la sfida di Baligante, il re si riprende rapidamente dalla sua contrizione e non esita ad ordinare ai Franchi di indossare le armi. Seguono le pittoresche descrizioni dei due eserciti, organizzate ciascuno da dieci colonne formate dai vari popoli soggetti ai due monarchi. Baligante viene presentato come un capo sapiente e fiero, degno avversario dell'imperatore dei Franchi.

La descrizione della battaglia è quanto mai intensa: un enorme scontro fra i due eserciti fa da sfondo ai singoli duelli, agli atti di eroismo, ai momenti più drammatici come quello in cui il duca Namo sta per essere ucciso e Carlo prontamente interviene abbattendo l'avversario. Ma il momento cruciale è lo scontro fra i due capi: si disarcionano reciprocamente e si affrontano con la spada dopo un rapido scambio di battute con cui ciascuno propone inutilmente la resa all'altro. Carlo viene ferito e sta per cedere, ma viene soccorso dall'avvertita presenza dell'arcangelo Gabriele e ritrova il suo vigore. Con un gran colpo uccide Baligante. Perduto l'emiro, i Saraceni fuggono inseguiti dai Franchi desiderosi di vendetta.

Carlo ed il suo esercito entrano in Saragozza senza combattere. Marsilio muore di angoscia (o di paura), la sua consorte Bramimonda viene fatta prigioniera. I Franchi entrano nei templi pagani e distruggono gli idoli, mentre centomila saraceni sono costretti al battesimo. Trascorsa la notte, Carlo riparte per la Francia. A Bordeaux rende omaggio a San Severino, a Blavia i corpi di Orlando, Oliviero e Turpino vengono deposti in bianchi sarcofagi nel santuario di San Romano e finalmente i Franchi giungono nel palazzo di Aquisgrana, dove viene subito convocato un tribunale per processare Gano.

Prima che il processo abbia inizio, si svolge una scena di grande drammaticità e tenerezza: la giovane Alda, sorella di Oliviero e fidanzata di Orlando, chiede al re notizie del suo amato. Commosso, Carlo le dice della morte di Orlando e le offre di sposare il proprio figlio Ludovico, ma la giovane, pronunciando solo un breve rifiuto, muore di dolore.

Gano si difende al processo sostenendo di aver commesso vendetta e non tradimento, di essersi cioè vendicato di Orlando che lo aveva proposto per la pericolosa missione presso i Saraceni. Pinabello da Sorenza, parente di Gano, si offre di combattere per lui un "duello giudiziario", era infatti in vigore l'usanza di affidare al duello fra due "campioni" i processi più difficili e interpretare l'esito del duello stesso come manifestazione del giudizio divino. Le parole di Gano e la difesa di Pinabello convincono molti giudici che chiedono clemenza per Gano, ma un altro cavaliere, Teodorico d'Angiò, accetta di combattere contro Pinabello. Lo svolgimento del duello è analogo a quello del precedente scontro fra Carlo e Baligante. I due si disarcionano, Pinabello ha temporaneamente il sopravvento ma infine Teodorico lo uccide. Il giudizio è ora certo.

Lo Pseudo-Turpino

Con "Pseudo-Turpino" s'intende una composizione agiografica e romanzesca, con pretese cronachistiche, composta in Francia intorno alla metà del XII secolo al fine di nobilitare il nascente pellegrinaggio iacobeo con collegamenti al Ciclo carolingio. Il titolo originale di "Historia Karoli Magni et Rotholandi" presenta una versione della leggenda di Orlando assai discordante dalla "Chanson de Roland". L'opera collega la storia di San Iacopo con la spedizione in Spagna di Carlo Magno, durante la quale, sempre secondo la Historia, venne scoperta la tomba dell'apostolo.

Più il Cammino di Santiago acquisiva importanza, più la fama dello Pseudo-Turpino aumentava. Si conoscono più di 130 manoscritti diffusi in tutta Europa e in numerose traduzioni (in francese, provenzale, galiziano, spagnolo, norreno, tedesco e inglese); inoltre, venne incorporata nelle "Grandes Chroniques de France".

L'"Historia Turpini", testo di riferimento medievale sulla biografia epica di Carlo Magno, costituisce il documento romanzesco latino più importante sulla prodezza dell'imperatore, la personalità guerriera di Rolando e la liberazione del Cammino di Santiago dalle mani dei Saraceni. La sua straordinaria diffusione in diverse lingue del continente (latina, romanze e germaniche) è testimoniata da volumi e studi proposti da ricercatori specializzati in materia.

Incmaro di Reims e le Controversie Teologiche

Incmaro, uno dei più celebri arcivescovi di Reims, nacque nell'806 da una nobile famiglia franca. Nel 840, il nuovo re dei Franchi occidentali, Carlo il Calvo, lo chiamò al suo servizio, facendolo elevare al rango di arcivescovo di Reims nell'845, ruolo che ricoprì per 37 anni. Durante il suo episcopato, Incmaro fu coinvolto in diverse controversie teologiche.

L'episodio più noto è la condanna di Gotescalco, un monaco che, riprendendo gli scritti di Sant'Agostino sulla predestinazione, sosteneva che alcuni uomini fossero destinati alla salvezza e altri alla dannazione per volontà divina, indipendentemente dai loro meriti o colpe, e che Cristo fosse venuto sulla terra solo per annunciare che non tutti gli uomini erano destinati alla perdizione.

Nel 849, Incmaro contribuì alla condanna di Gotescalco, sostenendo che la predestinazione alla dannazione dei malvagi derivasse dal fatto che Dio prevedeva i loro peccati. Nel 853, convocò un secondo sinodo a Quiercy sur l'Oise ed espose la sua teoria, simile a quella di Ratramno: i buoni erano predestinati alla salvezza e i cattivi alla perdizione, ma il libero arbitrio permetteva a chi voleva di salvarsi. Tuttavia, un concilio del 855 a Valence giudicò eretica questa dottrina.

Successivamente, Incmaro fu coinvolto in un'altra discussione con Ratramno e Gotescalco sull'espressione latina "Trina deitas unaque" (Dio uno e trino), usata dai sacerdoti nelle loro funzioni. Incmaro vide in questa formula un sospetto di triteismo e la cambiò in "Summa deitas" (Sommo Dio), venendo immediatamente accusato dai suoi avversari di modalismo sabelliano, da cui si difese in un concilio da lui stesso convocato nel 860.

I Falsi Decretali e la Donatio Constantini

Durante il suo vescovado, nel periodo tra l'847 e l'852, e nella stessa provincia di Reims, furono elaborati da un autore anonimo, con lo pseudonimo di Isidoro Mercatore, i Falsi Decretali o Pseudo-isidoriane. Si tratta di una serie di documenti, per la stragrande maggioranza fasulli, il cui scopo era la difesa dei diritti dei vescovi contro i loro arcivescovi metropolitani e l'affermazione di una supremazia papale risalente ai primi secoli del Cristianesimo.

Durante il Rinascimento, questi documenti furono smascherati come falsi da vari autori, tra cui David Blondel, che scrisse il suo studio "Pseudo-Isidorus et Turrianus vapulantes" nel 1628. Stessa sorte seguì un altro famoso falso, più o meno dello stesso periodo: la Donatio Constantini. Questo documento, elaborato tra il 750 e l'850, immaginava che l'imperatore Costantino il Grande avesse conferito privilegi e ricchi possedimenti al Papa e alla Chiesa Cattolica Romana.

Gli Ultimi Anni di Incmaro

Dopo la morte dell'imperatore Carlo il Calvo nell'877, Incmaro si adoperò per prevenire la crisi del regno dei Franchi occidentali, anche sotto il successore Ludovico il Balbo (877-879). Tuttavia, in seguito a un'incursione di Normanni nell'882, dovette rifugiarsi ad Epernay, dove morì nello stesso anno.

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