Le Indulgenze e il Contributo di Angelo da Chivasso: Storia, Teologia e Impatto Economico

Le ricerche scientifiche sulle chiese di Roma non cominciarono prima della metà del secolo XVI. Quando gli studiosi del Rinascimento già da tempo si erano occupati con grande zelo della Roma antica, la Roma medievale restava ancora negletta. Ciononostante, nei libri degli astigrafi del secolo XVI, come Francesco Albertini (1510-1516), Andrea Fulvio (1527), Bartolomeo Marliani (1534-1546) e Lucio Fauno (1549), si trovano sparse non poche notizie sulle chiese, inclusi riferimenti a reliquie e indulgenze.

La Documentazione Storica delle Chiese Romane e delle Indulgenze

L'opera Gio. Batt. De Iobileo et indulgentiis libri tres (Roma, 1550) si colloca a metà strada fra i cataloghi dei secoli precedenti e le ricerche moderne. L'autore, nel terzo libro, sotto il titolo "de sanctissimis reliquiis Urbis Romae, et regionibus et de eorum nominibus" (p. 220-251), offre un elenco di 102 chiese disposte in quattro parti, suddivise secondo le aree d'influenza delle principali basiliche.

Mappa storica di Roma con indicazione delle basiliche principali

Contributi di Onofrio Panvinio e altri Studiosi

Onofrio Panvinio (1529-1568) ha condotto vasti studi sull'antichità cristiana, e le sue collettanee sulle chiese di Roma sono contenute specialmente nei codici vaticani latini 6237 e 6773-6781. Panvinio stesso pubblicò poco del materiale raccolto; soltanto dopo la sua morte venne alla luce il libretto De praecipuis Urbis Romae sanctioribusque basilicis, quas septem ecclesias vulgo vocant (Roma, 1570). Altre opere rilevanti del periodo includono L'Antichità di Roma (Venezia, 1575) di Luigi Contarino e Marci Attilii Serrani de septem Urbis ecclesiis una cum earum reliquiis, stationibus et indulgentiis (Roma, 1575).

L'Anonimo Spagnolo, autore del codice Chigiano I, V, 167 (circa 1570), si interessò alle iscrizioni antiche e moderne nelle chiese di Roma, aggiungendo brevi notizie, in spagnolo o latino, sullo stato architettonico, le rendite e i possedimenti delle chiese.

Francesco del Sodo e il suo "Compendio delle Chiese"

Un'opera di particolare rilievo è quella di Francesco del Sodo, canonico di S. Maria in Cosmedin. La sua ricerca sulle chiese di Roma ci è pervenuta in due redazioni assai diverse. La prima, contenuta nel codice autografo Vallicelliano G. 33, porta il titolo: Compendio delle Chiese con le loro fondationi, con consegrationi et titoli di Cardinali, delle parocchie con il battesimo e senza, delli Hospitali reliquie et Indulgentie di tutti i luoghi pii di Roma. Quest'opera fu iniziata poco prima del 1575, anno santo ricordato dall'autore stesso nella prefazione.

La seconda redazione, conservata nel codice Vaticano Latino 11911, è una copia della fine del XVI o inizio XVII secolo, con il medesimo titolo ma con le chiese disposte in ordine alfabetico. Questa versione fu realizzata sotto il pontificato di Sisto V (1585-1590), integrando aggiunte marginali e omettendo chiese distrutte. Dopo la serie delle chiese, l'opera presenta un dettagliato elenco delle indulgentie quotidiane alle chiese principali, stazioni di giornate incerte, stazioni con indulgenze dell'Avvento, di tutta la Quaresima, e indulgenze e feste di tutto l'anno, segnate mese per mese. Del Sodo, come racconta il Panciroli, "spinto dall'affetto verso delle chiese di Roma le haveva visitate tutte, et in ciascuna d'esse celebrando il santo sacrificio della messa, haveva in iscritto pigliato tutte quelle informazioni, che puote, e composto un libro, secondo l'ordine delle lettere, con disegno di mandarlo alla luce abbellito che l'avesse alquanto".

Altri Repertori e Studi

Tra gli altri studiosi, Giulio Roscio di Orte, canonico di S. Maria in Trastevere, pubblicò a Roma nel 1585 le Icones operum misericordiae e nel 1590 una pianta-veduta di Roma con le sette chiese. Le sue collettanee sono conservate nel codice Vaticano Latino 11904, che include notizie su cimiteri cristiani, una descrizione di Roma del 1585 e informazioni su una quarantina di chiese, con particolare riguardo alle reliquie.

Un'altra fonte citata da Martinelli è la seconda edizione del libro Roma di Giorgio Fabricio da Chemnitz, pubblicata a Basilea nel 1587, che conteneva un capitolo "de templis sanctorum, cum selectis aliquot recentioribus epitaphiis". Sebbene l'opera del Fabricio fosse posta sull'Index librorum prohibitorum, fu largamente utilizzata da autori successivi come Lorenzo Schrader e Franciscus Schottus.

Infine, Pompeo Ugonio, professore di retorica e bibliotecario, è ricordato per la sua Historia delle stationi di Roma che si celebrano la quadragesima (Roma, 1588), un'opera fondamentale che tratta delle origini, fondazioni, riti, restaurazioni, reliquie e memorie delle chiese, sia antiche che moderne. Le sue collettanee per aggiunte e correzioni al libro stampato si trovano nel codice Barberino-Vaticano Latino 1993.

Le Indulgenze Plenarie: Condizioni e Comprensione Contemporanea

La dottrina delle indulgenze plenarie, pur affondando le radici in secoli di pratica ecclesiale, continua a porre quesiti specifici sulla sua applicazione. Le condizioni per lucrare l'indulgenza plenaria sono ben definite e includono la Confessione sacramentale, la Santa Eucaristia, la preghiera secondo le intenzioni del Papa e lo specifico atto indulgenziale. Tuttavia, un punto cruciale riguarda il "non manifestare alcun attaccamento al peccato".

Il "Non Manifestare Alcun Attaccamento al Peccato"

Ci si chiede se questa condizione non sia già implicita in una Confessione sincera e valida, con la dovuta contrizione e il sincero proposito di non peccare più. In teoria questo è vero, specialmente per il peccato mortale, per il quale il distacco totale è presumibile. Tuttavia, non sempre è così. Talvolta, un penitente potrebbe affermare l'intenzione di cambiare, pur mantenendo in cuor proprio la volontà di continuare a comportarsi più o meno come prima. Questo è particolarmente rilevante per i peccati veniali, per i quali non sempre si richiede di esplicitare un proposito per tutti, ma almeno solo su uno. Di conseguenza, una persona potrebbe voler continuare a comportarsi su tanti punti come si comportava prima.

Inoltre, la confessione necessaria per prendere l'indulgenza può essere stata fatta qualche giorno prima, e nel frattempo si è già caduti in qualche peccato veniale. Oppure ci si propone di farla entro un determinato numero di giorni, e intanto possono esserci nella coscienza peccati mortali e peccati veniali. In questi casi, mentre si compie l'opera necessaria per l'indulgenza, è necessario esprimere un atto di distacco assoluto da ogni tipo di peccato. Questo implica una volontà ferma di non commettere più alcun peccato, anche veniale.

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Opere Indulgenziate e la Loro Validità Attuale

Alcune pratiche, come la recita pubblica del Santo Rosario meditato, la lettura in privato della Bibbia per almeno mezz'ora e l'Adorazione Eucaristica per almeno mezz'ora, sono ancora oggi valide per l'acquisto della Santa Indulgenza plenaria. Non si richiedono altre sotto-condizioni, come il compiere questi atti in particolari giorni o circostanze, se non la confessione frequente e la Santa Comunione entro qualche giorno (prima o dopo). Inoltre, si richiede di rinnovare almeno implicitamente il distacco dal peccato.

Perché i Sacerdoti Parlano Poco delle Indulgenze?

È difficile rispondere al lamento riguardante la scarsa trattazione delle indulgenze da parte di alcuni sacerdoti. Sebbene alcuni ricordino il valore delle indulgenze, soprattutto quando si recita il Santo Rosario per un defunto, sottolineando il grande aiuto che si può dare, spesso si riscontra poca rispondenza nella gente. Sono poche le persone che apprezzano questo grande atto di carità che si può compiere. Eppure, figure come Santa Teresa d’Avila amavano tantissimo le opere indulgenziate, preferendole a tutte le altre, così come San Giuseppe Cafasso, definito “la perla del clero italiano” e confessore di San Giovanni Bosco.

Angelo da Chivasso: Vita, Opera e Pensiero Economico nel Contesto della Confessione

Il pensiero di Angelo da Chivasso rappresenta insieme un momento di sintesi della scolastica medievale e un punto di partenza per le trattazioni economiche di età moderna. La sua teologia dei secoli XIII e XIV, soprattutto di matrice francescana, abilmente integrata con la tradizione canonistica e civilistica, è aggiornata a un contesto storico-politico in cui lo spazio d’intervento della Chiesa sulla materia economica è quello del controllo dei comportamenti tramite la confessione.

Biografia di Angelo Carletti da Chivasso

Angelo Carletti nacque a Chivasso non prima del 1418 da una famiglia dell’élite socioeconomica piemontese. Avviato allo studio del diritto, conseguì probabilmente la laurea a Pavia per poi entrare nell’ordine dei frati minori osservanti, trasferendosi a Genova. Nel 1462 fu nominato vicario della Provincia osservante di Genova, incarico confermato nel 1467, periodo in cui compose i suoi primi trattati di argomento economico (il de contractibus e il de restitutionibus).

Ritratto di Angelo da Chivasso

Raggiunse i vertici del proprio ordine con l’elezione nel 1472 a vicario generale dell’Osservanza cismontana, carica che detenne ininterrottamente fino al 1493, rinnovatagli per ben tre volte. In questo ruolo si distinse per le sue doti politiche, respingendo il progetto di Sisto IV che mirava a ridurre l’autonomia dei frati osservanti, e per l’impegno profuso a favore dei Monti di Pietà, legandosi alla fondazione di quelli di Genova, Savona e Lucca. Dal 1493 tornò all’insegnamento come lettore di teologia. La fama di cui godrà è attestata dall’episodio di Wittenberg del 10 dicembre 1520, quando Martino Lutero bruciò, insieme alla bolla papale Exsurge Domine, anche la sua Summa. Fu beatificato nel 1753 da papa Benedetto XIV.

La "Summa de Casibus Conscientiae" e l'Influenza di Bartolomeo da San Concordio

Angelo da Chivasso si occupò di argomenti economici fin dai suoi primi scritti (la Tractatio de contractibus e la Tractatio de restitutionibus), inserendosi in una tendenza che vedeva molti frati osservanti diventare “specialisti” della materia. È alla Summa de casibus conscientiae (nota anche come Summa Angelica) che bisogna guardare per conoscere il pensiero maturo di Angelo da Chivasso, in cui sviluppa gli argomenti discussi nella trattatistica con un notevole grado di autonomia. Dall’incontro tra la riflessione teologica medievale e la tradizione giuridica medievale nasce una sintesi che permise al ragionamento sull’economia di matrice osservante di giungere a piena maturazione.

Riprendendo la struttura per voci ordinate alfabeticamente della Summa composta dal domenicano Bartolomeo da San Concordio intorno al 1338 (il manuale per la confessione più diffuso dell’epoca), Carletti ottenne un enorme successo. L’opera, immediatamente data alle stampe, rappresentò un formidabile veicolo delle idee economiche di stampo francescano, fissando un modello che avrebbe fornito all’Osservanza uno strumento per monopolizzare la materia. Tale fortuna si spiega con la comprensione, espressa dall’autore nel prologo, che questa forma letteraria era la più adatta a raggiungere vasti strati della società alfabetizzata, andando ben al di là dei confessori cui tradizionalmente era rivolta.

Il Pensiero Economico di Angelo da Chivasso nella "Summa"

Commercio e Prezzo Giusto

Carletti si rifà a una consolidata tradizione, soprattutto francescana, che considerava il commercio in termini elogiativi e vedeva nel profitto mercantile l’ovvia conseguenza della capacità che i traffici avevano di accrescere le ricchezze collettive. L’argomento è sviluppato in modo originale, facendo coincidere la pubblica utilità del mercante con il dettato evangelico del sostegno al prossimo (Summa angelica, 1499, p. 311ra-rb).

Questa premessa è essenziale per comprendere la discussione sul prezzo. Angelo da Chivasso non sposa la nozione di valore emersa in seno alla tradizione romanistica, secondo cui le parti erano libere di contrattare a patto che il prezzo convenuto non eccedesse della metà quello di norma praticato sul mercato. Per Carletti, il gioco della domanda e dell’offerta si deve inquadrare in una cornice capace di prevenire le distorsioni derivanti dagli eccessi della valutazione individuale. Ciò si realizza se le parti si trovano in una condizione mentale idonea alla contrattazione, cioè in possesso della consapevolezza, della libertà e della competenza necessarie, accettando di rinunciare a parte del guadagno inizialmente ipotizzato.

Rispettate queste condizioni, il valore di un bene può coincidere con la communis extimatio, formula con la quale la tradizione scolastica identificava il prezzo che in condizioni normali si forma sul mercato. Facendo proprie le posizioni della scuola francescana, Carletti spiega che la volontà dei contraenti troverà un suo punto di equilibrio che non può essere stabilito punctualiter (a priori in modo preciso), ma che si colloca all’interno di una latitudo (gamma oscillante) di valori tutti ugualmente legittimi.

Ciononostante, il gioco dell’offerta e della domanda non sempre è in grado d’individuare il corretto valore di un bene. Ci sono dei casi nei quali alla communis extimatio si deve sostituire il giudizio di professionisti dello scambio (i boni mercatores) la cui perizia supera quella delle persone comuni. È a costoro che bisogna guardare quando nel valore di un bene vanno incorporati fattori oggettivi, come la sua rarità, i costi di produzione e commercializzazione, o quando bisogna contemplare elementi di natura ipotetica difficili da quantificare. Viene così resa esplicita una duplice concezione del valore: attenersi alla communis extimatio di un mercato sovrapersonale in condizioni di normalità, ma propendere per la valutazione espressa da chi è riconosciuto dalla comunità per le sue particolari competenze, quando da tale normalità si diverge.

Credito, Usura e Interesse

La discussione sul credito è impostata secondo un procedimento tipico della Summa: poco spazio è dedicato a chiarire cosa sia l’usura in termini tecnico-formali, concentrandosi invece sulla ricaduta che tale condanna ha nei singoli contratti. Per Carletti, l’usura non è tanto una questione di forma giuridica, quanto un peccato contra caritatem, la cui natura va approfondita alla luce di una sterminata serie di casi contrattuali.

Per affrontare tale tema, Angelo da Chivasso si collega allo schema impostato a metà del XIII secolo dal canonista Enrico da Susa, che aveva indicato dodici eccezioni alla condanna, in cui ricevere una somma maggiore di quella prestata non costituiva usura. Carletti si focalizza su quelle eccezioni che meglio spiegavano le pratiche creditizie correnti. Due sono essenzialmente i principi in base ai quali un prestito può legittimamente essere retribuito: l’interesse e il rischio (Summa, cit., pp. 443ra-446rb).

La nozione di interesse affonda le proprie origini nel diritto romano-bizantino, e racchiude in sé due concetti distinti: il danno emergente e il lucro cessante. Mentre in ambito civilistico erano stati accettati entrambi, il diritto canonico e la teologia si erano mostrati più prudenti. Nel Quattrocento, il concetto di lucro cessante fu accolto con molta cautela da Bernardino da Siena, aprendo così la via a una discussione unitaria sull’interesse.

Angelo da Chivasso poté affermare con disinvoltura che «l’interesse non consiste solo in un danno subito, ma anche in un profitto mancato» (Summa, cit., p. 443ra), approfondendo poi il vero punto della questione: definire il lucro cessante. Si scopre così che il mancato profitto determinato dalla cessione in prestito del denaro non è applicabile in assoluto, ma si deve basare sulla distinzione tra lucro probabile e lucro possibile. È l’esempio con il quale si apre la lunga panoramica delle situazioni in cui va applicato il principio dell’interesse a confermarlo: il caso di una restituzione ritardata di un prestito. L’indennizzo per il profitto potenziale (lucrum cessans) deve essere corrisposto quando il creditore, in quanto soggetto «abituato a commerciare» (solitus mercari), avrebbe con ogni probabilità ottenuto un guadagno dal denaro prestato, la cui quantificazione andrà affidata ai boni mercatores.

Questo approccio è cruciale per capire le ragioni che portano Carletti a essere il primo a teorizzare qualcosa che si avvicina molto alla remunerabilità dei rischi sul capitale nella sua discussione sul cosiddetto contratto trino. L’includere il pericolo d’insolvenza tra le cause che legittimano la restituzione di una somma maggiore di quella prestata si scontrava con il quadro formale in cui la scolastica aveva collocato il mutuo. Tuttavia, una linea di pensiero francescana aveva collegato in qualche modo il pericolo alla produttività potenziale del capitale. Nel tentativo di saldare le due posizioni, Angelo da Chivasso pervenne a una sintesi che in epoca successiva avrà grande rilievo: le premesse si ritrovano nella discussione sulle eccezioni all’usura, mentre lo sviluppo è nella sezione della Summa relativa ai contratti di società.

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