Analisi e Spiegazione della Preghiera del Padre Nostro

Il Padre Nostro, definito da Tertulliano come "sintesi di tutto il Vangelo" e da Sant'Agostino come preghiera che compendia tutte le richieste legittime, è l'orazione domenicale per eccellenza, insegnataci da Cristo stesso (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2759). San Tommaso d'Aquino sottolinea che in essa non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell'ordine in cui devono essere desiderate, plasmando così tutti i nostri affetti. È una preghiera tanto mirabile quanto forse data per scontata, recitata spesso frettolosamente.

Il Padre Nostro si presenta in due forme evangeliche: quella più ampia e strutturata di Matteo (6,9-13) e quella più breve di Luca (11,2-4). Nel vangelo di Luca, la preghiera è introdotta dalla richiesta dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare» (Luca 11,1), suggerendo che non si tratta di un semplice testo da recitare, ma di un dialogo profondo e personale con Dio. Gesù la insegna ai suoi discepoli nel contesto di una spiegazione sull'importanza della preghiera, invitandoli a rivolgersi a Dio con sobrietà e umiltà, in privato, senza ostentazione, anche se il Padre conosce già i nostri bisogni.

Gesù che insegna il Padre Nostro ai discepoli, illustrazione biblica

1. "Padre Nostro che sei nei cieli"

1.1. "Padre": Una Nuova Dimensione nel Rapporto con Dio

Sin dalla sua prima parola, "Padre", Cristo introduce in una nuova dimensione del rapporto con Dio. Egli non è più solo "Dominatore", "Signore" o "Padrone", ma è il Padre. E l'uomo non è solo servo, ma figlio. Ci si rivolge a Lui con il rispetto dovuto alla Sua maestà, ma con la libertà, la fiducia e l'intimità di un figlio, consapevole di essere amato, fiducioso anche nella disperazione e nella schiavitù del mondo e del peccato. Gesù ci insegna a rivolgerci a Dio come Padre, rivelando che l'espressione "Dio-Padre" non era mai stata rivelata a nessuno prima di Lui. Questa rivelazione implica una partecipazione dei discepoli alla sua condizione di Figlio, come afferma Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: «A quanti... l’hanno accolto (e cioè: a quanti hanno accolto il Verbo che “si fece carne”), Gesù ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12).

Gesù Cristo distingue sempre tra "Padre mio" e "Padre vostro", non dicendo mai "Padre nostro" quando prega, sottolineando la sua relazione esclusiva con Dio e, allo stesso tempo, rendendo i suoi discepoli consapevoli della loro filiazione divina adottiva, un dono gratuito di Dio. La preghiera del cristiano è la preghiera di un figlio di Dio che si rivolge al suo Padre con fiducia filiale, indicata nelle Liturgie d'Oriente e d'Occidente con il termine parrhesia, che significa semplicità schietta, gioiosa sicurezza, umile audacia, certezza di essere amati.

1.2. "Nostro": Filiazione Divina e Fraternità Cristiana

L'aggettivo "Nostro" non esprime un possesso, ma una relazione con Dio totalmente nuova; indica Dio come comune a più persone. Non c'è che un solo Dio ed è riconosciuto Padre da coloro che, mediante la fede nel Suo Figlio unigenito, da Lui sono rinati mediante l'acqua e lo Spirito Santo. Non solo Padre mio o dei "miei", ma Padre di tutti: del ricco e del povero, del santo e del peccatore, del colto e dell'illetterato, che tutti chiama instancabilmente a Sé, al pentimento, al Suo amore. Chiamando Dio "Padre Nostro" riconosciamo che la filiazione divina ci unisce a Cristo, "primogenito fra molti fratelli", in una vera e propria fraternità soprannaturale. La Chiesa è questa nuova comunione tra Dio e gli uomini. La santità cristiana, pur essendo personale, non è mai individualista o egocentrica, perché "se preghiamo in verità il “Padre nostro”, usciamo dall'individualismo, perché ne siamo liberati dall'Amore che accogliamo". Le divisioni e gli antagonismi devono essere superati. Questa fraternità si estende a tutti gli uomini, poiché tutti sono in qualche modo figli di Dio in quanto sue creature e sono chiamati alla santità: "Sulla terra non c'è che una razza: quella dei figli di Dio". Il cristiano deve quindi sentirsi partecipe del compito di avvicinare l'intera umanità a Dio. La filiazione divina ci sprona all'apostolato, che è una manifestazione necessaria della filiazione e della fraternità. Conseguenze importanti del senso della filiazione divina sono la fiducia e l'abbandono filiale nelle mani di Dio, un abbandono attivo, libero e consapevole, che può condurre all'infanzia spirituale, ovvero il riconoscersi come un bambino che dipende in tutto da Dio.

PERCHÈ È IMPORTANTE RECITARE SPESSO E BENE IL "PADRE NOSTRO" (da "come ci vedono dall'aldilà")

1.3. "Che sei nei cieli": Maestà e Vicinanza di Dio

L'espressione "che sei nei cieli" è biblica e non significa un luogo, bensì un modo di essere: non la lontananza di Dio, ma la sua maestà. Essa ribadisce di quale Padre, di quale Signore si sta parlando. Significa che non lo possiamo osservare con i nostri occhi e sensi fisici, ma anche che Egli ci ascolta e ci risponde con gli accadimenti della nostra vita. Questa espressione indica anche la facilità con cui il Signore ci ascolta, perché ci è vicino, abitando nei santi tramite la fede. Allude inoltre al particolare potere di Colui che ci esaudisce, suggerendo la virtù della sua potenza e la sublimità della sua natura, trascendente ogni intelligenza e desiderio umano. Straordinariamente altro rispetto all'uomo, eppure non lontano, anzi ovunque nell'immensità dell'universo e nel piccolo del quotidiano, Sua mirabile creazione. Ci dà fiducia nel pregare per il potere di Colui al quale ci rivolgiamo, per la familiarità e per le condizioni richieste per la preghiera.

2. Le Sette Domande del Padre Nostro

Nel Padre Nostro, l'invocazione iniziale è seguita da sette richieste. Le prime tre hanno come oggetto la Gloria del Padre: la santificazione del Nome, l'avvento del Regno e il compimento della Volontà divina. Le altre quattro presentano i nostri desideri, riguardando la nostra vita per nutrirla e guarirla dal peccato, e si ricollegano al nostro combattimento per la vittoria del Bene sul Male. La preghiera del Padre Nostro è perfettissima, poiché in essa non solo vengono domandate tutte le cose che possiamo rettamente desiderare, ma anche nell'ordine in cui vanno desiderate, plasmando così tutti i nostri affetti.

2.1. "Sia santificato il tuo nome"

La prima domanda del Padre Nostro, "Sia santificato il tuo nome", non significa che una creatura possa accrescere la santità di Dio, ma che il suo nome sia riconosciuto e trattato come santo. Si chiede che la santità divina risplenda e aumenti nella nostra vita, impegnandoci a dare il buon esempio e a condurre il Suo Nome anche presso chi ancora non lo conosce veramente. Si tratta di onorare Dio in maniera adeguata alla sua natura, vivendo con giustizia, misericordia e amore. Si chiede al Signore di intervenire affinché sia noi che gli altri, non solo a parole ma nella vita, riusciamo a onorarlo come Dio. Il risultato desiderato è che tutti con riverenza lo riconoscano come Dio, onorino il suo nome e vivano di conseguenza, per il bene della nostra vita e di quella della società, ogni giorno. Se tutti onorassero il Signore realmente, il nostro mondo sarebbe già come un paradiso, e gli chiediamo di poterci perlomeno incamminare su quella strada.

2.2. "Venga il tuo regno"

La seconda domanda esprime la speranza che giunga un tempo nuovo in cui Dio sarà riconosciuto da tutti come un Re che colmerà di benefici i suoi sudditi. Questa richiesta è il "Marana tha", il grido dello Spirito e della Sposa: "Vieni, Signore Gesù". Si tratta principalmente della venuta finale del Regno di Dio con il ritorno di Cristo. Il Regno di Dio è già stato inaugurato in questo mondo con la prima venuta di Cristo e l'invio dello Spirito Santo, essendo "giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo". Gli ultimi tempi, nei quali siamo, sono quelli dell'effusione dello Spirito Santo, e pertanto è ingaggiato un combattimento decisivo tra "la carne" e lo Spirito. Solo un cuore puro può dire senza trepidazione alcuna: "Venga il tuo Regno". Si esprime il desiderio che Dio possa effettivamente regnare in noi con la grazia, che si estenda ogni giorno di più il suo Regno sulla terra e che alla fine dei tempi Egli possa regnare pienamente su tutti in Cielo. Questa richiesta esprime anche una visione escatologica, chiedendo che giunga il giorno del Signore, che il Signore trionfi e vengano quindi il nuovo cielo e la nuova terra, la nuova umanità dei risorti governati direttamente dal Signore. Anche se questa richiesta può sembrare impegnativa e richiedere la prontezza a lasciare tutto, l'interpretazione più intimista è che il Signore regni nei nostri cuori e nella nostra vita, guidandoci nelle tormentate vicende umane.

2.3. "Sia fatta la tua volontà, come in cielo, anche in terra"

La volontà di Dio è che "tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità". Gesù ci insegna che non si entra nel Regno dei cieli con le parole, ma "facendo la volontà del Padre mio che è nei cieli". Con questa domanda chiediamo al Padre nostro di unire la nostra volontà a quella del Figlio suo per compiere la sua Volontà, il suo Disegno di salvezza per la vita del mondo. Siamo radicalmente incapaci di ciò, ma, uniti a Gesù e con la potenza del suo Santo Spirito, possiamo consegnargli la nostra volontà e decidere di scegliere ciò che sempre ha scelto il Figlio suo: fare ciò che piace al Padre. Quando diciamo: "Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra", non intendiamo dire che Dio farà ciò che vuole, ma che noi saremo in grado di fare ciò che Dio vuole. L'espressione "come in cielo così in terra" esprime il desiderio che la volontà di Dio si compia in noi che siamo ancora sulla terra, così come si è compiuta negli angeli e nei beati in Cielo. Questa richiesta significa chiedere al Signore di intervenire in questo mondo, su questa terra, nel nostro presente, affinché la sua volontà di Creazione, di salvezza, di guarigione, di giustizia, di speranza e di amore si realizzi, contrastando la follia umana che porta malattia e distruzione. Si chiede al Signore di intervenire con provvidenza e con il suo Spirito potente per salvarci dalle acque turbolente e dagli abissi.

2.4. "Dacci oggi il nostro pane quotidiano"

Questa domanda esprime l'abbandono filiale dei figli di Dio, poiché il Padre, che ci dona la vita, non può non darci il nutrimento necessario per la vita, tutti i beni "convenienti", materiali e spirituali. Il senso cristiano di questa quarta richiesta riguarda il Pane di Vita: la Parola di Dio da accogliere nella fede, il Corpo di Cristo ricevuto nell'Eucaristia. L'espressione "quotidiano", intesa nel suo significato temporale, è una ripresa pedagogica di "oggi", per confermarci in una confidenza "senza riserve". Intesa in senso qualitativo, significa il necessario per la vita e, in senso lato, ogni bene sufficiente per il sostentamento. "Pane nostro e di tutti i fratelli, superando il nostro settarismo e i nostri egoismi. Dacci il vero necessario, nutrimento terreno per il nostro sostentamento, e liberaci dai desideri inutili." Per una popolazione povera, come quella cui parlava Gesù, questa richiesta acquista ancor più urgenza: "chiediamo pane, il minimo, e speriamo di poter mangiare ogni giorno, perché non è detto". Questa preghiera è esaudita, perché noi la rivolgiamo al Signore come Padre Nostro, come padre dunque di tutta l'umanità, e il nostro pianeta produce a sufficienza per sfamare tutti i suoi abitanti; sono le disuguaglianze e le ingiustizie umane che impediscono una corretta distribuzione. Questa richiesta ci insegna anche che siamo autorizzati a chiedere per noi (senza dimenticare gli altri), anche nelle nostre preghiere personali, ciò di cui abbiamo necessità, veramente bisogno, per vivere con serenità e sicurezza, con dignità e libertà dai bisogni, senza fame e con un tetto sulla testa, andando incontro al giorno che viene senza disperazione, sentendo oggi e anche nel domani la sua cura paterna verso tutti noi.

Tavola imbandita con il pane, simbolo del nutrimento quotidiano

2.5. "Rimettici i nostri debiti come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori"

In questa domanda prima di tutto riconosciamo il nostro peccato: "torniamo a lui, come il figlio prodigo, e ci riconosciamo peccatori davanti a lui, come il pubblicano. La nostra richiesta inizia con una “confessione”, con la quale confessiamo ad un tempo la nostra miseria e la sua misericordia". "Imploro la Tua misericordia, conscio che essa però non può giungere al mio cuore, se non so perdonare anch'io ai miei nemici, sull'esempio e con l'aiuto di Cristo." Questa richiesta non sarà accolta se prima non avremo soddisfatto una condizione: perdonare chi ci offende. Il motivo è che "questo flusso di misericordia non può giungere al nostro cuore finché noi non abbiamo perdonato a chi ci ha offeso. L'Amore, come il Corpo di Cristo, è indivisibile: non possiamo amare Dio che non vediamo, se non amiamo il fratello, la sorella che vediamo. Nel rifiuto di perdonare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, il nostro cuore si chiude e la sua durezza lo rende impermeabile all'amore misericordioso del Padre". Questa invocazione è una delle più forti e al contempo più rischiose del Padre Nostro, richiedendo un confronto sincero con la nostra capacità di perdonare.

2.6. "E non ci esporre alla tentazione"

Questa domanda si collega alla precedente ("rimetti a noi i nostri debiti") perché il peccato è una conseguenza del libero consenso alla tentazione. Pertanto "chiediamo al Padre nostro di non “indurci” in essa […] (di) “non permettere di entrare in” (di) “non lasciarci soccombere alla tentazione”". Chiediamo di non lasciarci prendere la strada che conduce al peccato. Siamo impegnati nella lotta "tra la carne e lo Spirito". Questa richiesta implora lo Spirito di discernimento e di fortezza. Dio ci dà sempre la sua grazia per superare le tentazioni: "Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne, affinché la possiate sopportare", ma per vincere la tentazione è sempre necessario pregare. La tentazione non può venire da Dio, come afferma la Lettera di Giacomo (1,13): "Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male". La parola greca può significare sia "tentazione" che "prova". La vita è tutta una prova, dalle più eccezionali a quelle quotidiane. Spesso la tentazione più subdola è la mancanza di costanza e il logorio del quotidiano che svuota la fede. Si chiede a Dio di non abbandonarci in balìa della strada che conduce al peccato, lungo la quale, senza di Lui, saremmo perduti, e di non venir ingannati, né di acconsentire ad alcuna tentazione né di cedere accasciati dal dolore.

PERCHÈ È IMPORTANTE RECITARE SPESSO E BENE IL "PADRE NOSTRO" (da "come ci vedono dall'aldilà")

2.7. "Ma liberaci dal maligno"

L'ultima domanda si trova anche nella preghiera sacerdotale di Gesù al Padre: "Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno". In questa petizione, "il Male non è un'astrazione; indica invece una persona: Satana, il Maligno, l'angelo che si oppone a Dio. Il “diavolo” è colui che “vuole ostacolare” il Disegno di Dio e la sua “opera di salvezza” compiuta in Cristo". Inoltre, "chiedendo di essere liberati dal Maligno, noi preghiamo nel contempo per essere liberati da tutti i mali, presenti, passati e futuri, di cui egli è l'artefice o l'istigatore", soprattutto dal peccato, l'unico vero male, e dalla sua pena, che è la dannazione eterna. Gli altri mali e tribolazioni possono essere trasformati in beni, se li accettiamo unendoci alle sofferenze di Cristo sulla croce. Quando diciamo: "Liberaci dal male", ci rammentiamo di riflettere che non siamo ancora in possesso del bene nel quale non soffriremo alcun male. Queste ultime parole della preghiera del Signore hanno un significato così largo che un cristiano, in qualsiasi tribolazione si trovi, nel pronunciarle emette gemiti, versa lacrime, di qui comincia, qui si sofferma, qui termina la sua preghiera. La tentazione del maligno, come sperimentato da Gesù nel deserto, è sottile e mira a deviare dal compito messianico, suggerendo di servirsi del prestigio e della potenza anziché della dedizione al Padre. Si chiede la liberazione dal male in quanto forza attiva che spinge al male, richiedendo umiltà, fiducia nel perdono di Dio, verità e lealtà, e la consapevolezza che nessuno vince il male da solo, ma occorre l'aiuto di Dio.

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