Il tema della risurrezione di Gesù ha generato nel corso dei secoli molteplici interpretazioni e riflessioni teologiche e filosofiche. Questo articolo esplora diverse prospettive, concentrandosi in particolare sulle tesi del teologo Vito Mancuso e su una lettura poetica attraverso l'opera di George Herbert.
Contesto e Influenze Letterarie: George Herbert e "Easter Wings"

George Herbert (1593-1633) fu un poeta e sacerdote anglicano inglese, figura di spicco della poesia metafisica del XVII secolo, spesso accostato a John Donne. Dopo una promettente carriera accademica e politica, scelse la vita religiosa, trascorrendo gli ultimi anni come parroco in una piccola comunità rurale nel Wiltshire, a circa 75 miglia a sud-ovest di Londra. Qui si distinse come pastore attento e coscienzioso, dedito alla cura spirituale e materiale dei suoi parrocchiani. Morì di tubercolosi a soli trentanove anni. Come poeta, Herbert esercitò una notevole influenza sulla letteratura successiva, dai romantici come Samuel Taylor Coleridge fino a Emily Dickinson e Gerard Manley Hopkins, arrivando fino alla modernità di T. S. Eliot.
La poesia "Easter Wings" (Ali di Pasqua) è forse la sua opera più celebre. È famosa per la sua disposizione grafica: i versi, stampati originariamente su due pagine affiancate, formavano visivamente un paio di ali spiegate. Per coglierne pienamente il significato, la poesia doveva essere ruotata di novanta gradi. “Ali di Pasqua” è una delicata poesia religiosa che riflette sulla caduta dell’uomo e sul desiderio di elevazione spirituale. Attraverso la metafora delle ali, Herbert rappresenta il movimento dalla caduta alla rinascita. La prima strofa ripercorre la storia dell’umanità secondo la teologia cristiana: l’uomo, creato nell’abbondanza, cade a causa del peccato e si impoverisce progressivamente. Nella seconda strofa la poesia diventa più personale e assume il tono di una preghiera. Il poeta, consapevole della propria debolezza, chiede di unirsi a Cristo per trovare forza e rinascere spiritualmente. Questo testo, datato 2008, è tratto da “Benecomune”.
Le Tesi di Vito Mancuso sulla Risurrezione

In un intervento del 2008 sul Foglio, pubblicato il giorno di Pasqua, il teologo Vito Mancuso ha discusso della risurrezione di Gesù e della salvezza. Il suo intervento, che segue una linea di pensiero già espressa nel testo "Benecomune", propone un’analisi approfondita della risurrezione come evento e come concetto salvifico.
Distinzione tra Evento Concreto e Valore Salvifico
Mancuso sostiene che «occorre distinguere la risurrezione quale evento concreto accaduto a Gesù di Nazaret […] dalla risurrezione quale evento salvifico». Egli prosegue affermando: «Occorre distinguere il significato della risurrezione per Gesù, dal significato della risurrezione per noi. Io aderisco alla risurrezione quale evento accaduto a Gesù, ma nego che tale evento accaduto a lui abbia il valore salvifico assoluto per noi e per gli uomini di tutti i tempi che gli si attribuisce». L’autore del fortunato libro su "L’anima e il suo destino" (Cortina 2007) sembra quindi confermare la sua difficoltà nei confronti della sorte che occorrerà dopo la morte al corpo, come si evince in particolare dalle pagine 181-186 del volume.
Queste posizioni hanno portato il vescovo Bruno Forte, in un intervento del 2 Febbraio sull’Osservatore Romano, ad accusare Mancuso di gnosticismo, richiamando la vanità della fede senza risurrezione di 1 Cor. 15,14. Tuttavia, il suo ragionamento non è considerato banale, come dimostra la lettera di apprezzamento del Cardinale Martini presente in apertura del libro.
La Plausibilità Storica e la Salvezza Individuale
Mancuso non muove una critica banale alla risurrezione a partire dall’impossibilità di provarla storicamente. Anzi, le assegna un grado di plausibilità storica piuttosto elevato, perché senza di essa non si spiegherebbe la fede degli apostoli e la forte espansione del cristianesimo primitivo. Tuttavia, il punto, per lui, è che la questione della salvezza di ciascuno si gioca in modo indipendente dall’evento: «Se domani si ritrovasse un’urna con le ossa di Gesù di Nazaret, per i miei valori e la mia visione del mondo non cambierebbe molto […] Nego cioè che per essere salvi di fronte a Dio occorra credere che quell’evento sia avvenuto (aspetto soggettivo) oppure che Dio a seguito di quell’evento abbia mutato il suo atteggiamento verso gli uomini o che sia mutato qualcosa nell’ordine del mondo che Dio non avrebbe potuto mutare prima e da sé (aspetto oggettivo) […] Il valore di quell’evento (in sé unico) è solo dimostrativo: è il segno della possibilità reale di una vita personale oltre la morte».
Non cambia, cioè, secondo Mancuso, il rapporto di Dio con gli uomini, immutabile dall’eternità, né la via della salvezza per gli uomini stessi, che resta solo quella della giustizia. Si tratta di osservazioni largamente condivisibili, poiché la risurrezione non è necessaria a Dio (nella misura in cui un’espressione del genere ha senso), e non è necessaria forse alla definizione di una morale umana. Ciononostante, tali osservazioni non sembrano in grado di raggiungere proprio l’obiettivo primo di Mancuso, ossia quello che egli definisce «valore soteriologico della risurrezione».
Mancuso si trova in una riflessione intricata, posta nell’opposizione tra la «constatabilità empirica» e il «valore». Descrive la situazione del cristiano come quella di chi si trova «tra Scilla e Cariddi», perché «da un lato deve ritenere che la risurrezione non è un evento puramente spirituale senza tracce nella storia (non è l’immortalità dell’anima, ha a che fare con un corpo materiale), e dall’altro lato deve ritenere che la risurrezione non è un evento storico come un altro, empiricamente constatabile, come per esempio la risurrezione di Lazzaro».
La risurrezione di Gesù, infatti, si pone al di là della distinzione tra fatto e valore, e di quella tra aspetto soggettivo ed oggettivo; le coinvolge entrambe, ma non si lascia esaurire da esse. Non è né un fatto, né un valore; non una costruzione dello spirito senza rispondenza nel reale, né un dato incontrovertibile. Mancuso procede acutamente nella pars destruens, tuttavia ne rimane poi paradossalmente schiavo: al di là delle suddette categorie, infatti, vede solo un mistero da accettare tacendo (nel libro) o un esempio di altro (nell’articolo sul Foglio). Si tratta appunto della questione della radice di ogni significato, prima di definizioni già formate. Cos’altro può indicare la salvezza, se non il guadagno del vero senso?
Se così è, essa va pensata necessariamente un passo prima della distinzione tra spirito e materia, o di ogni altra classificazione della realtà. Le categorie - e le parole in generale -, infatti, si inseriscono evidentemente sempre già in contesti di significato almeno parzialmente costituiti (appunto soggetto/oggetto, valore/fatto, racconto/evento etc…) e nei quali quindi si è già data una risposta, almeno parziale, alla domanda sul senso. La questione della salvezza - aperta in tali termini nella storia della cultura forse proprio dalla fede nella risurrezione - ha la pretesa di porsi sul piano in cui il significato si genera; e la risurrezione ha la pretesa di essere una risposta dello stesso livello, che, lungi dall’essere un qualcosa di assolutamente incomprensibile, offre delle indicazioni decise. La vita dopo la morte, certamente, e dunque il segno di un tempo altro e diverso qualitativamente. Ma anche il ruolo imprescindibile del corpo; e, soprattutto nelle apparizioni postpasquali - si pensi ad Emmaus, o a Tommaso - il legame di questi due aspetti con la comunità. Nel pensiero contemporaneo, alcuni degli ambiti principali in cui si fa strada la possibilità di un processo di formazione del significato diverso da quello basato sulla correlazione soggetto-oggetto sono proprio il tempo, il corpo, e la pluralità dei soggetti: non esiste niente di umano che non sia mediato nel tempo, dal corpo, e comunitariamente.
Il Rapporto con la Fede Personale
Mancuso articola chiaramente la sua posizione personale: «La tesi di questo articolo consiste nel sostenere che occorre distinguere la risurrezione quale evento concreto accaduto a Gesù di Nazaret (un evento dotato di uno statuto storico del tutto particolare su cui mi soffermerò) dalla risurrezione quale evento salvifico. Io aderisco alla risurrezione quale evento accaduto a Gesù, ma nego che tale evento accaduto a lui abbia il valore salvifico assoluto per noi e per gli uomini di tutti i tempi che gli si attribuisce. Io credo alla risurrezione di Gesù sulla base di quanto dicono i testi sacri e la predicazione della Chiesa. Credo alla risurrezione, ma non è su di essa che appoggio la “mia” fede, la mia fede “interiore”, viva, quella che ripeto a me stesso nella solitudine, in quei momenti nei quali ricerco un punto fermo su cui appoggiarmi per sussistere di fronte alle tempeste del mondo. La risurrezione non è il centro della mia fede personale».
Egli accetta la risurrezione, si fida degli antichi testimoni evangelici che ne parlano e della Chiesa che lo ha messo in contatto con loro, e «quando la domenica a Messa recito il Credo niceno-costantinopolitano non ho difficoltà a pronunciare “et resurrexit tertia die secundum scripturas”». Anzi, «quando talora si canta il credo in latino e la musica sale, sento anche un fremito di gioia e penso “che bello, se è davvero così”». Tuttavia, Mancuso precisa: «Però non lego la mia vita alla risurrezione, non strutturo la mia visione del mondo e il quadro dei miei valori morali a partire da essa».
Ribadisce ulteriormente: «Se domani si ritrovasse un’urna con le ossa di Gesù di Nazaret, per i miei valori e la mia visione del mondo non cambierebbe molto. Continuerei a insegnare ai miei figli a basare la loro vita sul bene e sulla giustizia, continuerei a pensare che il bene e la giustizia sono immortali». Per Mancuso, Gesù non è maestro perché è risorto, ma «per le cose che ha detto e per lo stile con cui ha vissuto, per la sua umanità, il suo senso di giustizia». Lo è per la sua maniera di parlare di Dio («Abbà, Padre») e per la sua maniera di parlare degli uomini («vi ho chiamati amici»). Come Simon Pietro quel giorno, Mancuso ripete: «Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna». Egli è discepolo di Gesù non per la risurrezione, ma perché crede che le sue parole conducano alla vita eterna presso il Padre, della quale la sua risurrezione è un segno.
Critica, infine, quelle modalità di considerare Gesù solo in funzione del sangue che ha versato o della tomba che ha lasciato, senza assegnare un’adeguata importanza al suo messaggio e alle sue azioni, ritenendo che tutto si giochi solo nel fatto che è morto e risorto, agnello destinato all’immolazione prima ancora di essere nato.
La Risurrezione: Un Evento Storico o Escatologico?

La Risurrezione come Inizio del Cristianesimo Storico
Mancuso non ha dubbi sul fatto che la risurrezione di Gesù costituisca l’inizio del cristianesimo storico. La crocifissione è un fatto storicamente accertato, come attestato anche da fonti extracristiane quali il Talmud Babilonese, lo storico ebreo Giuseppe Flavio e lo storico romano Tacito. L’espansione entusiasta e coraggiosa del cristianesimo primitivo è, a sua volta, un fatto storico. Occorre perciò un nesso che colleghi questi due eventi ben poco coordinabili tra loro, e questo nesso, secondo il Nuovo Testamento, è la risurrezione, ovvero, per stare a ciò che è storicamente accertabile, il fatto che i primi cristiani credessero all’evento inaudito della risurrezione del crocifisso.
Questo, ovviamente, non prova che la risurrezione come evento sia realmente accaduto, ma prova solo che la fede dei primi cristiani era basata su qualcosa di inaudito. La risurrezione attribuita a Gesù costituisce l’evento generatore del cristianesimo storico, il "big bang" che l’ha portato a essere quel fenomeno mondiale destinato a mutare il mondo occidentale. Senza la fede dei discepoli in quell’evento inaudito, ultimo, risolutorio, non sarebbe sorto il cristianesimo storico. In questo senso va compreso il celebre passo di 1 Corinzi 15, 14: «Se Cristo non è risuscitato, vana è la nostra predicazione, vana la vostra fede».
L’inoppugnabile dato storico della fede dei discepoli non prova nulla di per sé, ma è un fatto a cui lo storico deve cercare una causa, e l’autosuggestione o il furto del cadavere non sembrano portare molto lontano. Ma ciò che i discepoli credevano, cioè l’evento della risurrezione di Cristo, era una loro auto-suggestione oppure un evento storicamente accaduto? A questa domanda, dal punto di vista storico, non è possibile dare una risposta. «Dal punto di vista della storia, oltre la fede dei discepoli non è possibile andare».
Limiti delle Prove Empiriche e Storiche
Ponendo l'ipotesi di una telecamera di fronte al sepolcro di Gesù nella notte di Pasqua, Mancuso afferma che «Essa non avrebbe registrato nulla, nessuna scena da potersi vedere sullo schermo. Nulla». Se è vero ciò che la risurrezione pretende di essere, cioè l’ingresso di Dio nella storia, essa non può essere un evento empirico. Questo non significa che non sia reale; anzi, è reale al sommo grado, ma proprio per questo non è empirica, cioè soggetta ai sensi umani, esattamente come Dio, che è reale ma non empirico. Del resto, prove storiche della risurrezione non ce ne sono.
Nessuno dei primi testimoni ha mai detto: "il sepolcro è vuoto, quindi Gesù è risorto". Il sepolcro avrebbe potuto risultare vuoto anche per sottrazione del cadavere o per un caso di morte apparente. Dal sepolcro vuoto non consegue che Gesù è risorto. Forse per questo il sepolcro vuoto non è mai menzionato da san Paolo e dai primitivi compendi della predicazione apostolica riportati dal libro degli Atti degli Apostoli.
Per quanto concerne le apparizioni, è decisivo notare che tutti i destinatari erano già credenti. Non credevano nella risurrezione, è ovvio, perché non sapevano che era avvenuta, ma credevano nel messaggio di Gesù, erano suoi discepoli. Ne viene che la fede si mostra come la condizione a priori dell’apparizione. Senza fede, nessuna apparizione. Quindi neppure le apparizioni sono una prova. Non c’è nessuna prova della risurrezione. Se del resto ve ne fossero, si tratterebbe di un evento storico, non escatologico, e la risurrezione non sarebbe ciò che è, ma una delle varie rianimazioni di cadaveri conosciute nel mondo antico (comprese le tre attribuite a Gesù di Nazaret).
La Risurrezione non è Rianimazione del Cadavere
Mancuso esplicita la sua distinzione tra risurrezione e rianimazione del cadavere: «Io penso che molti si raffigurino la risurrezione come rianimazione del cadavere. Ma non è così: la risurrezione di Lazzaro è stata una rianimazione del cadavere, quella di Gesù no». La risurrezione di Gesù non è rianimazione del cadavere, e però il cadavere non c’è più, perché il sepolcro è vuoto. Mancuso propone un’interpretazione per chiarirsi le idee: «non vedo altra via per chiarirsi le idee se non pensare che il cadavere sia stato per così dire “assorbito” in una dimensione dell’essere di cui non abbiamo idea che è quella divina, avendo ricevuto una specie di decomposizione istantanea nella nostra dimensione per poi venire ricomposto in modo del tutto diverso e del tutto nuovo nella dimensione dell’eterno».
Quando il suo «corpo spirituale» (espressione che riconosce come contraddittoria per indicare la novità indicibile del fenomeno) si è mostrato di nuovo in questo mondo, ha evidenziato la sua singolarissima peculiarità apparendo e disparendo. Tuttavia, una cosa è sicura: «nella dimensione senza tempo e senza spazio che è propria dell’eternità di Dio, non può sussistere nulla di materiale. Il corpo in carne e ossa di Gesù “in cielo” non esiste».
Il Valore Soteriologico e la Giustizia
La questione decisiva per Mancuso non riguarda tanto la risurrezione in quanto evento accaduto a Gesù, quanto piuttosto il significato di tale evento per noi. Come uomo legato alla sorte degli uomini prima e dopo di lui, egli riflette sul senso di quell’evento particolare per la storia e il destino di tutti e non attribuisce ad esso un valore salvifico assoluto, soffermandosi sulla dimensione oggettiva.
La Vittoria sulla Morte e la Dimensione Eterna
Si dice che la risurrezione costituisca la vittoria sulla morte. Mancuso si interroga sul senso di questa affermazione: «Ma in che senso? Qui da noi, su questa terra, la morte non è vinta, anzi. Di là, nel regno dell’eterno, Dio non aveva bisogno di vincerla, perché lì egli regna da sempre e per sempre, lì c’è solo lui e il suo regno. L’aldilà, se esiste, è precisamente la dimensione escatologica, eterna, dove Dio è tutto in tutti». Dunque, in che senso la risurrezione avrebbe vinto la morte, se qui non è vinta, e di là non c’era bisogno di vincerla?
Per Mancuso, la risurrezione non costituisce la vittoria sulla morte, se non nel senso di manifestare al livello storico che questa vittoria a livello dell’eterno c’è sempre stata, perché Dio è sempre stato il signore della vita e della morte, e non aveva certo bisogno di un evento storico particolare per diventarlo. Se quel segno non fosse avvenuto, non cambierebbe nulla da un punto di vista ontologico e assiologico. Certo, senza quel segno non ci sarebbe stato il cristianesimo storico e l’Occidente sarebbe molto diverso, ritiene per lo più in peggio. Ma dal punto di vista del rapporto di Dio Padre con l’umanità nulla può mutare.
La Salvezza oltre la Religione
Questo dimostra che non è il cristianesimo a salvare gli uomini, come non li salva nessuna altra religione. «Non è la religione che salva gli uomini, gli uomini non si salvano perché sono religiosi». Gli uomini si salvano (al di là di che cosa questa espressione possa significare) perché sono giusti. «Ciò che salva è la vita buona e giusta, come ha insegnato Gesù».
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