Il "cazzo di Buddha": tra blasfemia, passione e ricordi di Babbo Natale

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Un'esperienza in una grotta thailandese, gremita di lingam lignei intarsiati e colorati, ha offerto uno spunto di riflessione singolare. Questi falli di legno, portati come omaggio a una principessa mitologicamente vittima di un naufragio, rappresentavano in realtà un atto scaramantico dei pescatori nei confronti del mare. La particolarità risiede nel fatto che la grotta era legata a un culto musulmano, anziché buddista o induista. Questo scenario suggerisce una possibile interpretazione legata alla necessità di offendere una divinità, ma non necessariamente quella del proprio credo. Il concetto di "cazzo di Buddha" emerge quindi come un fallo divino, un errore, una bestemmia rivolta verso ciò che non esiste o non è pertinente.

Grotta con lingam in Thailandia

La narrazione si sposta poi su un piano più personale, rievocando il ricordo di aver interpretato Babbo Natale per pura passione, non per necessità economiche. L'ispirazione proveniva dagli spot pubblicitari della Coca-Cola, con il loro iconico costume rosso e bianco, colori che si allineavano perfettamente allo stile di vita dell'autore: rosso come la passione, bianco come il candore. Questo connubio cromatico, ideato da pubblicitari agli albori della loro carriera, è diventato un simbolo generazionale, paragonabile a icone come il crocifisso, il presepe, la virgola della Nike o il coccodrillo della Benetton.

Un episodio specifico di quell'esperienza come Babbo Natale è rimasto impresso: l'incontro con un bambino particolare. Nonostante i suoi cinque anni, il piccolo appariva come un personaggio felliniano, con occhiali spessi, una maglietta a righe, capelli cortissimi e un alito non proprio gradevole. Il bambino, seduto sulle ginocchia di un Babbo Natale ventenne, sembrava pesare molto di più della sua età. Dopo un piccolo sforzo, il bambino riuscì a scendere, lasciando un bacio sulla guancia del suo interlocutore, quasi a scusarsi per un tono forse un po' troppo audace. A quell'epoca, Babbo Natale indossava una barba finta, volutamente grottesca per garantire il riconoscimento del personaggio.

Bambino con occhiali e maglietta a righe

La passione per il ruolo di Babbo Natale è cresciuta esponenzialmente nel tempo. Nei centri commerciali, il numero di "ingaggi" è aumentato significativamente, trasformandosi in una vera e propria "pacchia". L'autore si definisce il miglior Babbo Natale sulla piazza, distinguendosi dalla maggior parte degli altri che, a suo dire, trasmettono una disperazione economica e una motivazione puramente pecuniaria. Questa differenza è percepita dai bambini, proprio come un feto avverte l'ansia della madre incinta. Il ragazzino, paragonato a un cane, è in grado di percepire queste sottili sfumature emotive.

Un tredici dicembre, in un ipermercato, l'atmosfera era carica di famiglie intente nello shopping, un fermento non visto da decenni. Il primo bambino della giornata era un nerd, quasi timido nell'avvicinarsi per chiedere il dono. Dopo un'attenta osservazione, il bambino notò un livido sul pollice dell'interprete, quasi come se avesse voluto tirargli la barba ma avesse esitato. Questo episodio fece sorgere nell'autore il timore di essere stato "scoperto", di essere diventato uno dei tanti Babbi Natale interessati solo al denaro, incapace di far sognare. Le parole del bambino, percepite come una sfida, fecero dubitare l'autore della sua stessa essenza: stava diventando una copia sbiadita di sé stesso? La soluzione, ipotizzò, poteva risiedere nell'aggiornamento tecnologico e nell'adeguamento alle nuove tendenze, per non perdere credibilità.

Il piano d'azione fu deciso per il giorno seguente. Al mattino, un bambino di nome Alfredo chiese un iPod, allontanandosi rapidamente senza dare tempo all'autore di attuare il suo piano. Il secondo incontro fu con una bambina che, terrorizzata, iniziò a piangere, bagnando la barba di Babbo Natale con lacrime e moccio. L'autore si interrogò sul motivo di tanta paura, attribuendola a una semplice emozione. Le famiglie presenti rimasero pietrificate, ma in fondo, l'interprete si sentì soddisfatto: era stato creduto. Finite le festività natalizie, tornò al suo lavoro di magazziniere in un discount, decidendo che sarebbe stato l'ultimo anno, pronto a cambiare ambiente dopo oltre dodici anni di fatica. In precedenza, aveva lavorato per sei anni in una ditta di pulizie in un aeroporto e per cinque anni come pilota di aerei per una compagnia privata, trasportando industriali, uomini d'affari e benestanti. Prima ancora, aveva svolto il mestiere di cameriere in diversi bar, sparsi tra Roma, Berlino, Parigi e un piccolo paese della Corea del Sud.

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Fu proprio in Corea del Sud che conobbe Uhl, una donna di circa trent'anni, fuggita dalla Corea del Nord. Nonostante l'età, aveva una pelle fresca e liscia, e l'autore, pur essendo solo leggermente più anziano, non le rivelò mai la sua vera età. Uhl lo chiamava affettuosamente "vecchio uomo", comportandosi come una bambina. All'inizio, la comprensione della sua lingua era limitata, ma con il tempo imparò molto da lei. Ancora oggi, ripensa a quegli anni, temendo che Uhl, vedendolo ora vecchio e barbuto, con la pelle secca, avrebbe avuto un sussulto. Fortunatamente, questo non era possibile.

Una notte insonne, mentre il lago fuori dalla baita era ancora ghiacciato, al punto da poterci pattinare, l'autore pensò a Uhl. Le renne, stanche, riposavano nella neve. Terry, una delle renne, mostrava segni di sofferenza e fatica per la sua età. Sentendola lamentare, l'autore non ebbe il coraggio di sopprimerla, nonostante ne avesse altre cinque. Tuttavia, Terry cessò di respirare. Seduto accanto a lei, sulla neve, l'autore sorrise, pensando che un giorno sarebbe arrivato anche il suo turno. Decise che il giorno successivo sarebbe partito con le altre cinque renne verso la tomba di Uhl, in Corea del Sud, chiedendosi ironicamente se, forse, sarebbe stato assunto come magazziniere in qualche supermercato.

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