Leggere il Vangelo: Una Grammatica per l'Anima e la Comprensione

L'Arte di "Leggersi nella Scrittura": Una Sfida Personale

L'approccio più profondo alla lettura della Scrittura è quello di «leggersi nella Scrittura». Questa pratica, benché possa apparire complessa, non è difficile solo per alcuni, ma per tutti, poiché coinvolge non solo la mente ma anche il cuore e la riflessione sulla propria vita. È una prassi che ci mette in gioco, ci espone a un esame profondo e, soprattutto, ci pone sotto lo sguardo di Dio. Come affermava Hans Urs von Balthasar, la santità consiste proprio nel sostenere lo sguardo di Dio su di noi; la difficoltà risiede dunque nella dimensione esistenziale di questa questione.

Per comprendere come praticare questa "auto-lettura" nel testo, possiamo riflettere su un brano evangelico di carattere pasquale: quello dei due discepoli di Emmaus. Il testo racconta il cammino di due discepoli sconsolati lontano da Gerusalemme, l'incontro con un "forestiero" che si rivela come qualcuno che li conosce più di quanto loro conoscano se stessi. Questo incontro, coronato con l'ospitalità, li riporta a Gerusalemme, verso la comunità con consolazione e gioia. Per noi, questo testo si pone la domanda: «Il Signore come mi parla tramite questo testo?»

È innanzitutto importante invocare lo Spirito Santo, che scruta l'intimità di Dio e anche la nostra intimità. È lo Spirito il vero «attualizzatore» della Scrittura. Dopo di ciò, c'è il nostro lavoro. Gesù chiede ai due discepoli: «Di cosa parlate? Perché siete tristi?» Li invita non solo a sentire quello che sentono, ma a prendere atto dei loro sentimenti e del loro vissuto: a mettere in parole ciò che vivono. Già questo può essere un esercizio molto bello e importante, sebbene inizialmente difficile se non si è abituati.

immagine tematica che raffigura i due discepoli di Emmaus incontrano Gesù

Il Rinnovato Bisogno di Spiritualità e la "Grammatica Cristiana"

Oggi c'è una profonda sete di spiritualità, forse perché la "desertificazione spirituale" sta dilagando, rendendo l'individuo contemporaneo un "uomo di sabbia", privo di un humus vitale capace di nutrire la vita interiore. Questa mancanza si percepisce quando beni preziosi vengono a mancare, come il desiderio di recuperare lo statuto umano della parola quando se ne fa scempio, o la nostalgia del silenzio quando la comunicazione diventa invadente. Nasce il bisogno di riscoprire il senso del pudore contro l'esibizionismo, la vergogna contro la sfrontatezza, e la mitezza contro l'odio e la cattiveria esibita. Quando l'orizzonte del vivere si fa asfittico, quando le grandi questioni del senso, della direzione e del gusto sono evase, quando l'ambiente mondano si fa totalmente immanente e la morte diventa un tabù o un problema meramente medico, allora si fa sentire il bisogno di spiritualità, che è anzitutto un bisogno umano.

In tempi di "inflazione di spiritualità" e "bulimia spirituale", è urgente chiarificare cosa sia lo "spirituale cristiano" e operare una critica dello "spirituale". Vi è confusione tra sincretismi diffusi, New Age, spiritualità orientaleggianti e una diffusa indistinzione tra psichico e pneumatico, affettivo e spirituale. L'esperienza spirituale cristiana, fondata sulla parola di Dio, sul Lógos (Gv 1,1-18), rischia di divenire a-logica, senza parola, e di ridursi all'emozionale. Oppure, nel cattolicesimo "di base", il rischio è la riduzione di Dio a equivalente simbolico di una relazione altruista, depauperando il cristianesimo al "socialmente utile". Ciò può portare l'esperienza spirituale a diluirsi nell'azione filantropica o a degenerare nel volontarismo e nell'attivismo, in quella che è stata definita la "nevrosi pastorale".

Si nota anche il dilagare di un cattolicesimo devozionale e taumaturgico che si nutre di visioni e apparizioni, in cui il paradigma ottico del "vedere" e quello tattile del "toccare con mano" si impongono con la forza dell'evidenza, rendendo non necessaria la fatica dell'ascolto e l'alea dell'interpretazione. Si dimentica che l'adesione alla fede cristiana è stata fin dall'antichità definita con la categoria del "rischio" ("bel rischio" per Clemente di Alessandria). I vangeli stessi mostrano che la testimonianza del Cristo risorto è fondata sulla memoria, sulla fede e sull'intelligenza della parola della Scrittura (Lc 24,6-8.25.45).

L'esperienza spirituale cristiana, che non assegna all'uomo come fine il benessere del sé ma è volta a condurre all'uscita da sé per incontrare Cristo, trova nella Parola e nello Spirito i due criteri oggettivanti ineliminabili. Se lo Spirito "soffia dove vuole" (Gv 3,8), esso si accompagna sempre alla Parola che agisce con chirurgica precisione (Eb 4,12), impedendo all'esperienza spirituale di dissolversi nella vaghezza e nel sentimentale, guidando l'umanità di una persona alla conformazione all'umanità di Gesù Cristo (Ef 4,13).

Parlare di grammatica della vita spirituale cristiana significa innanzitutto che questa va conosciuta, studiata, compresa. Non è riducibile a un sistema di regole universali, ma implica il recupero degli elementi essenziali, dei nessi basilari, degli usi corretti e delle rette declinazioni cristiane dello spirituale. Per il Nuovo Testamento, si tratta di vivere secondo lo Spirito, lo stesso Spirito che ha abitato e guidato l'umanità di Gesù di Nazaret, custodendolo nella comunione con Dio e nella solidarietà con gli uomini.

infografica sui rischi della spiritualità non autentica e i pilastri della spiritualità cristiana

L'Umanità di Gesù: Chiave per Comprendere i Vangeli e Umanizzare la Vita

Una Chiesa che oggi voglia annunciare il Vangelo deve presentare e narrare il volto umano di Gesù di Nazaret, l'uomo che ha narrato Dio. Le immagini di Dio hanno conosciuto inculturazioni differenti nelle diverse epoche e regioni. Cogliere la dimensione di Gesù come rivelatore di Dio nella sua umanità ci conduce a vedere i vangeli come una scuola di umanizzazione, ispiratori di un'arte del vivere, portatori di una parola capace di trasformare la nostra umanità a immagine dell'umanità di Dio che è Gesù di Nazaret.

Questa accentuazione è suggerita dal fatto che per l'uomo secolarizzato, il messaggio evangelico è comprensibile come forma di umanizzazione, come pratica di umanità, come offerta di una possibilità sensata di vivere l'umano. Soprattutto, questa ermeneutica apre una prospettiva di conversione radicale per il credente e la Chiesa, che non riguarda pratiche religiose o rituali, ma l'umanità stessa dell'uomo: il suo parlare e agire, il suo rapportarsi al mondo, agli altri e alla natura, il suo guardare e ascoltare, il suo amare e il suo pensare. Insomma, il suo modo di declinare l'umano, di vivere quell'umano che è il luogo della nostra immagine e somiglianza con Dio.

Lo sguardo sulla pratica di umanità di Gesù, come appare in ogni episodio evangelico - negli incontri, nelle parole, nei gesti, nei suoi silenzi, nella contemplazione della natura, nelle esegesi delle Scritture e nelle invettive, nella preghiera personale, nel perdono, nell'abbraccio ai bambini, nell'attenzione ai lavori quotidiani - dischiude un cammino di conversione estremamente esigente. Un cammino che ha lo Spirito come guida e Cristo come fine.

Questa ermeneutica è fondata biblicamente e giustificata teologicamente. Secondo la dottrina patristica dell'incarnazione (enanthrópesis), Dio in Cristo ha vissuto l'esperienza dell'umano dal di dentro, facendo avvenire in sé l'alterità dell'uomo. Ippolito di Roma scriveva: "Noi sappiamo che il Verbo si è fatto uomo, della nostra stessa pasta (uomo come noi siamo uomini!)". Gesù di Nazaret ha narrato, spiegato, visibilizzato Dio nello spazio dell'umano, rendendo la sua umanità sacramento primordiale di Dio. Il linguaggio di Gesù - le parole, i sensi, le emozioni, i gesti, gli sguardi, la tenerezza, le invettive, le istruzioni, i rimproveri, la stanchezza, la gioia, i silenzi, le relazioni, la libertà - sono bagliori della sua umanità che i vangeli ci fanno intravedere.

La fede cristiana indica all'uomo il compito dell'umanizzazione, di diventare pienamente umano. Infatti, "l'umano è il punto naturale di inserzione della fede" (Walter Kasper). L'adagio patristico che finalizza l'incarnazione di Dio alla divinizzazione dell'uomo ("Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi Dio") va intesa come un cammino spirituale fondato sulla fede, nutrito dall'ascesi e dalla preghiera, che avviene in uno spazio comunitario. Possiamo anche dire: "Dio si è fatto uomo perché l'uomo diventi uomo, perché l'uomo umanizzi la sua umanità". Ireneo di Lione infatti scrive: "Come potrai essere dio, se non sei ancora diventato uomo? Devi prima custodire il rango di uomo e poi parteciperai alla gloria di Dio". Questa visione è conforme alla manifestazione di Gesù, che è apparso "per insegnarci a vivere in questo mondo" (Tt 2,12). Essere cristiano, come disse Denis Vasse, è "diventare uomo in verità seguendo Cristo". Dietrich Bonhoeffer declinava l'esperienza cristiana affermando: "Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo... ma significa essere uomini; Cristo crea in noi non un tipo d'uomo, ma un uomo. Non è l'atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo". L'umanità a cui si fa riferimento è quella di Gesù di Nazaret, l'uomo in cui, come scrive la lettera agli Efesini, "è la verità" (Ef 4,21).

La Vita di Gesù Cristo - Prima Parte

Il Primato dell'Ascolto e il Ruolo dello Spirito Santo nell'Interpretazione

È indubbio il primato dell'ascoltare sul vedere nell'esperienza di fede che sgorga dalla rivelazione biblica. "Noi camminiamo per mezzo della fede, non della visione" (2Cor 5,7). Il carattere originario della parola di Dio, che si rivolge all'uomo e lo cerca, situa l'esperienza spirituale nel quadro dialettico di "chiamata e risposta", non in quello della rappresentazione. Questa dimensione originaria della parola divina indica che il fondamento dell'esperienza spirituale sono il volere e l'intenzione di Dio che si manifestano nel suo dare vita e creare, nel suo cercare l'uomo e volgersi a lui per farne il partner nell'alleanza.

Nell'esperienza biblica della fede, l'ascolto gode di un "privilegio": consiste nello scoprire e nell'aprirsi a una presenza irriducibile all'ordine della percezione e della conoscenza, una presenza che eccede l'uomo e che non è esauribile da ciò che egli ne può dire o dalle rappresentazioni che ne può fare. Il criterio ermeneutico intrinseco al messaggio evangelico stesso è quello ricordato dall'autore del Quarto Vangelo: "Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora non potete capirle. Quando poi verrà lui, lo Spirito di verità, vi guiderà in tutta la verità" (Gv 16, 12a; cf. 14,26). Lo Spirito di Gesù continua a essere presente nella comunità cristiana, interpretando in maniera autentica la sua parola e facendo penetrare la verità all'interno delle coscienze.

Le Quattro Domande Fondamentali per Leggere il Vangelo

Davanti a un racconto o a una raccolta di sentenze del Vangelo, si possono porre quattro interrogativi fondamentali, seguendo un ordine preciso per una corretta interpretazione:

  1. Come sono andate veramente le cose raccontate?
  2. Che cosa ha realmente detto o intendeva dire Gesù?
  3. Che cosa intende dire l'autore del Vangelo (Marco, Matteo e Luca) con questa composizione?
  4. Che cosa dice a noi oggi il testo?

È cruciale stabilire un ordine per non attribuire a un'interpretazione autoriale o a un desiderio di attualizzazione ciò che non le compete. Il punto di partenza è il testo attuale del Vangelo, che si presenta come un libro scritto nella seconda metà del I secolo d.C., in un determinato ambiente culturale. Il primo livello di lettura consiste nel comprendere ciò che intende dire l'autore, con il suo linguaggio e la sua concezione del mondo, inserito nel suo preciso universo culturale e linguistico. Si deve comprendere ciò che intendono dire Marco, Matteo e Luca, che rispondevano agli interrogativi dei cristiani del loro tempo e della loro comunità.

A questo punto, ci si può chiedere: "Che cosa ha detto o intendeva dire Gesù? Che cosa ha fatto o che cosa intendeva fare?" Nella misura in cui è possibile ricostruire una realtà del passato trasmessa nell'arco di una generazione (circa 40 anni), questa domanda deve rispettare i criteri di lettura e di interpretazione storica. Ciò significa ricostruire, in base ai documenti a disposizione, l'ambiente culturale e sociale della Palestina della prima metà del I secolo d.C., con i suoi interessi, i problemi socio-religiosi e i modelli linguistici. In questa ricostruzione, una pista autorevole per arrivare alla realtà storica di Gesù e all'interpretazione della sua persona e del suo messaggio resta sempre il testo del Vangelo.

Infine, si deve tener conto della domanda che sta all'origine del Vangelo: "Che cosa dice a noi oggi questa parola o fatto riportato nel Vangelo?" Questa non è solo una domanda legittima, ma indispensabile per leggere e capire. Una lettura che non interpreti il testo in relazione alla realtà attuale e vissuta sarebbe sterile e inutile. A questo punto, si esige un lavoro attento e calibrato per far coincidere l'orizzonte di Marco e di Gesù con l'orizzonte attuale, senza riduzioni o sbavature. Non è solo un problema di traduzione del testo in termini comprensibili, ma di un confronto di esperienze, di valori vissuti e di prospettiva. Solo chi vive in perfetta sintonia con la linea di azione e la prospettiva di Gesù Cristo è in grado di fare un'autentica interpretazione attuale. Non esiste un criterio esterno, come un modello culturale o una visione filosofica del mondo, anche se è necessario ricorrere agli strumenti culturali per comunicare.

infografica che illustra le quattro domande con frecce indicanti l'approfondimento della comprensione

La Lectio Divina: Un Metodo Tradizionale per la Lettura Orante del Vangelo

La tradizione cristiana ha sviluppato e codificato un metodo, una pedagogia per la lettura della Bibbia e quindi anche dei Vangeli: è la "Lectio Divina", cioè la "lettura della Parola di Dio in colloquio con Dio". Si chiama così non solo perché i testi contengono ciò che Dio ci dice, ma anche perché è una lettura che si fa in due: chi legge da una parte e lo Spirito del Risorto dall'altra. Lo Spirito ci fa scoprire nel testo del Vangelo la persona viva di Gesù, perché possiamo incontrarlo e sperimentarlo come il "Signore" della nostra vita. La "Lectio Divina" è quindi la lettura di una pagina evangelica in modo che essa diventi preghiera e trasformi la vita. Comprende quattro momenti tutti importanti; trascurandoli o disordinandoli si rischia che la lettura risulti sterile o controproducente.

1. Lettura (Lectio)

In questo primo momento, si prende in mano una penna e si apre la pagina del Vangelo. È fondamentale leggere il Vangelo con la penna e non soltanto con gli occhi. "Lettura" significa qui leggere e rileggere il testo, sottolineando i verbi (magari in rosso), inquadrando il soggetto principale per metterlo bene in evidenza. Con una crocetta o un piccolo cerchio si richiama l'attenzione sulle altre parole che colpiscono. Laddove il senso non è chiaro, si segna a margine un punto interrogativo. Occorre insomma che risaltino bene le azioni descritte, l'ambiente, il soggetto che agisce e chi riceve l'azione. Una doppia sottolineatura può indicare il punto centrale del brano. Questa operazione, sebbene facilissima, deve essere fatta concretamente e non solo pensata. In questo modo si scoprono elementi che a una prima lettura erano sfuggiti, si trovano cose inaspettate anche in brani che si pensava di conoscere quasi a memoria. Si può anche prolungare questa fase cercando brani simili nella Bibbia, o cercandoli con l'aiuto delle note, per confrontare testi e notare somiglianze e differenze, il che aiuta a comprendere meglio la pagina che si sta leggendo.

2. Meditazione (Meditatio)

Dopo la lettura, si passa alla meditazione, che è la riflessione su ciò che il testo vuole dirci, sui sentimenti e sui valori permanenti in esso. Si cerca di comprendere quali giudizi e proposte di valore sono espliciti e impliciti nelle parole, negli atteggiamenti e nelle azioni. Questo si fa ponendo domande come: "Come si sono comportati i personaggi del brano? Qual è il loro atteggiamento verso Gesù? Quali i sentimenti di Gesù nei loro riguardi? Come mai sono state dette quelle parole? Che senso hanno quei gesti?" In questo modo emergono sentimenti e valori perenni e centrali: i sentimenti dell'uomo di ogni tempo (timore, gioia, speranza, paura di affidarsi, dubbio, solitudine) e gli atteggiamenti di Dio verso di noi (bontà, perdono, misericordia, pazienza).

La riflessione su sentimenti e valori diviene fonte di confronto con la situazione ed esperienza personale di chi legge: "In quale personaggio del racconto evangelico mi ritrovo? Ho il desiderio di Zaccheo di vedere il Signore? Vivo il bisogno di salvezza della Maddalena? Chiedo aiuto per avere più fede, come il padre del ragazzo epilettico? Oppure sono vicino a quel personaggio che si crede giusto, che non accoglie Gesù, che lo invita per criticarlo? Accolgo il perdono di Dio? Mi fa paura ciò che dice Gesù, magari perché mi scomoda, mi costringe a cambiare qualcosa della mia vita?" Questa è la meditazione, che non è fine a se stessa, ma tende a far entrare in dialogo con Gesù, a diventare preghiera.

3. Preghiera (Oratio)

Il terzo momento della Lectio Divina è la preghiera. Dal fatto narrato si rivela gradualmente, a chi ha meditato, la presenza del Signore; si intuisce che quelle parole sono un invito personale. La preghiera comincia a coinvolgere, entrando nei sentimenti religiosi che il testo evoca: la lode a Dio per la sua grandezza e bontà, il ringraziamento, la richiesta di grazie, il perdono per le proprie mancanze di fronte ai valori proposti dal brano evangelico. Si domanda umilmente di poter essere coerenti con le indicazioni di Gesù, esprimendo fede, speranza e amore. La preghiera poi si estende e diventa preghiera per i propri amici, la propria comunità, la Chiesa e tutti gli uomini.

4. Contemplazione (Contemplatio)

A un certo punto, dalla preghiera si passa quasi senza accorgersi alla contemplazione. La contemplazione è qualcosa di molto semplice: quando si prega e si ama molto, le parole quasi mancano e non si pensa più tanto ai singoli elementi del brano letto o a ciò che si è compreso di sé. Si avverte il bisogno di guardare solo a Gesù, lasciarsi raggiungere dal suo mistero, riposare in lui, amarlo come il più grande amico del mondo, accogliere il suo amore per noi. È un'esperienza meravigliosa che tutti possono fare, poiché fa parte della vita del battezzato, della vita di fede. È l'intuizione profonda e inspiegabile che al di là delle parole, dei segni, del fatto raccontato, delle cose capite, dei valori emersi, c'è qualcosa di più grande, un orizzonte immenso. È l'intuizione del Regno di Dio dentro di sé, la certezza di aver toccato Gesù. Allora la Lectio Divina dei Vangeli, con i suoi quattro momenti, non è soltanto una "scuola di preghiera", ma diventa una scuola di vita, perché l'aver sperimentato personalmente Gesù come Salvatore e Liberatore cambia la vita e diventa la confessione pratica, vissuta nelle scelte quotidiane, che lui è il Signore della propria storia e della storia di tutti gli uomini, il Signore del mondo.

illustrazione che simboleggia i quattro momenti della Lectio Divina in armonia

Grammatica e Traduzione: La Complessità dell'Interpretazione Liturgica

La fedeltà a un testo sacro non si limita alla letteralità, come evidenziato dalle sfide nella traduzione liturgica. Nel 2001, la V Istruzione sulla Riforma Liturgica, Liturgiam authenticam, propose un principio generale di "traduzione letterale", specificato in una regola particolare che suscitò discussioni. Sebbene sia comprensibile che il genere letterario e retorico di un testo possa passare da una lingua all'altra, la questione decisiva è in quale misura essere fedeli a un testo significhi riportarne non solo il contenuto, ma anche la forma.

Le lingue sono diverse proprio perché sono "forme letterarie e retoriche" diverse di contenuti affini. L'idea che "tradurre dal latino" consista nel portare in italiano (e in qualsiasi altra lingua-madre) non solo il contenuto, ma la "forma" del latino, esige una grande vigilanza sui rischi di fraintendimento del contenuto a causa della forma. Una traduzione che non traduce, ma suscita solo meraviglia e domanda di chiarimento catechistico, si colloca in una posizione inefficace rispetto al testo e al servizio alla tradizione. Non si può ritenere decisivo un criterio drastico per risolvere le diverse ambiguità che ogni traduzione solleva. Ciò che vale per le singole parole o espressioni, ancor più vale per le figure retoriche, il cui valore, nel testo biblico o liturgico, deve essere di volta in volta valutato e ponderato.

Un esempio di questa complessità è la "ritraduzione" di un testo minore durante il rito della Presentazione delle offerte, basata su un criterio rigidamente letterale. Questa ha condotto a una sorprendente ripresa dei "possessivi" e a ristabilire il chiasmo come "modo" dell'espressione, in contrasto con la riduzione del latino post-conciliare che aveva intenzionalmente alleggerito la forza poetica di un testo risultato sproporzionato rispetto al momento dell'azione rituale.

Le criticità di tale approccio includono:

  • Una traduzione dal latino che non tiene conto di una "tradizione italiana" dell'espressione liturgica di oltre 50 anni, fraintendendo il rapporto tra lingua latina e lingue parlate. L'errore teorico di fondo è pretendere di concepire le "lingue-madri" come semplici strumenti di espressione del latino.
  • La pretesa che una traduzione "non interpreti" è una forma ideologica di comprensione della traduzione. Interpretare non è un'aggiunta, ma una condizione della traduzione: "se non interpreti, non traduci".
  • Non sempre l'antico chiasmo deve essere reso con il parallelismo moderno. Tuttavia, per un testo senza pretese poetiche e senza fonti bibliche, modificare il parallelismo italiano consolidato con il chiasmo latino può apparire un mero esercizio burocratico.

La fedeltà alla tradizione non è mai solo "fedeltà alla lettera". "Uscire dalla minorità" significa assumere tutta la complessità del rapporto tra le lingue, riconoscendo che il primato vero non può mai essere quello di una lingua che non è più viva, ma solo quello delle lingue parlate dai bambini.

La Vita di Gesù Cristo - Prima Parte

L'Ermeneutica del Sospetto nella Lettura dei Testi Sacri

Ogni atto comunicativo porta con sé il rischio del "fraintendimento". La grammatica stessa può rivelarsi un testimone inattendibile quando, ad esempio, la pluralità è definita utilizzando il maschile, e si ricorre ad argomenti grammaticali per sostenere l'assenza di presenze femminili. Questo è un esempio di come le precomprensioni, non solo grammaticali, possano influenzare la lettura dei testi e, di conseguenza, la declinazione della vita ecclesiale.

La lettura di opere come In memoria di lei di Elisabeth Schüssler Fiorenza ha contribuito a ripensare profondamente le categorie con cui si leggono e si ascoltano le interpretazioni del testo biblico. Questo approccio introduce l'ermeneutica del sospetto, ovvero l'attitudine a subspicere, a guardare sotto la linea del visibile e della superficie dei testi, per cogliere il sottinteso, il sottaciuto, il mistificato. L'obiettivo è riconoscere i meccanismi di silenziamento, di arretramento sullo sfondo, di distorsione e annullamento delle presenze femminili. È più semplice rimanere nella "comfort zone" delle interpretazioni tradizionali, come l'idea che "I dodici Apostoli, quelli che parteciparono all’Ultima Cena quando è stata istituita l’Eucarestia, erano tutti uomini", piuttosto che affrontare un'analisi più critica e profonda del testo e delle sue interpretazioni storiche.

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