Storia di Fede e Comunità: La Parrocchia di Martina Franca e la Nobile Famiglia Orimini

La storia di una comunità può essere intessuta di fede, dedizione e radici profonde, come dimostrano le vicende di una parrocchia a Martina Franca e la storia di una nobile casata legata al territorio.

Foto panoramica di Martina Franca con una chiesa in evidenza

L'Inizio di una Parrocchia: Amore a Prima Vista

L'inizio di una parrocchia è spesso un atto di fede e un "amore a prima vista" tra un sacerdote e la sua nuova comunità. "Non c’è amore più grande di questo: dare la vita, ha detto Gesù. E noi ci siamo dati l’un l’altra la vita", parole che risuonano in 40 anni di servizio pastorale. Il pomeriggio del 2 luglio 1972, un sacerdote ricevette una telefonata da monsignor Motolese con l'incarico di parroco a Martina Franca, nella parrocchia S. Famiglia, una parrocchia che, come rivelato dall'arcivescovo, non esisteva ancora. A supportare il novello parroco, d. Salvatore Ligorio, che sarebbe diventato sacerdote undici giorni dopo e che oggi è arcivescovo di Matera.

La parrocchia nacque su un territorio che univa parti delle parrocchie di S. Martino e di Cristo Re. Per i primi dieci anni, la sede fu una sala in affitto in via G. Per la verità, questa sala iniziò a funzionare come semplice cappella domenicale fin dal 2 febbraio 1972, grazie all'opera di d. Martino Costantini prima e di p. dopo.

La celebrazione inaugurale, presieduta da monsignor Motolese, fu un momento significativo, con la consegna del tabernacolo, della sede presbiterale, del confessionale e delle campane. L’arcivescovo si adoperò affinché la Congrega dei preti mettesse a disposizione gratuita una casa in viale dei Lecci, 23. Tuttavia, essendo ancora priva di mobili e suppellettili, per i primi tredici giorni i sacerdoti furono ospiti dei PP. Agostiniani.

Le Prime Sfide e la Nascita della Comunità

I primi giorni furono caratterizzati da un certo mistero: la scarsa affluenza di fedeli fu presto spiegata dall'abitudine dei martinesi di trascorrere l'estate in campagna. Ma soprattutto, la gente, abituata alle solenni chiese di Martina, era convinta che la parrocchia, situata in una sala al pianterreno di un palazzo, fosse un luogo di culto protestante. Un'idea rafforzata anche dalla figura di d. Salvatore.

Costruire la Comunità e l'Identità

Per forgiare un senso di comunità, a ottobre venne pubblicato il primo numero del bollettino parrocchiale "Chiesa in cammino", distribuito gratuitamente in tutte le case. Questa iniziativa, salvo brevi interruzioni, continua ancora oggi.

Per attrarre i ragazzi, la parrocchia riuscì ad acquistare un proiettore e ogni lunedì proiettava film, presi in affitto dai Paolini di Bari. Fu un grande successo, considerando che la Rai mandava in onda solo due film a settimana e non esistevano altri canali televisivi.

Tecnologia e pastorale: quando internet entra nella vita parrocchiale.

La Vita in Affitto e la Crescita Spirituale

Per ben dieci anni, la parrocchia rimase in affitto. Per far fronte alle spese mensili, l'ultima domenica del mese venivano distribuite in chiesa delle buste gialle, dove ognuno poteva contribuire liberamente. Il registro con quei nomi è ancora conservato.

Il catechismo si svolgeva il sabato per le elementari (in due turni) e il martedì per le medie, utilizzando due aule messe a disposizione dall'ENAIP (diretta da Franco Punzi, poi sindaco). Nonostante il freddo e le ristrettezze di spazio - la prima comunione si celebrava all'aperto, in viale della Libertà - si formò una salda comunità parrocchiale. In quella sala provvisoria si celebravano messe, matrimoni, battesimi, cresime, funerali, si cantava, si tenevano incontri, si proiettavano film e perfino scenette di carnevale. Monsignor Motolese, pur non concedendo un permesso esplicito per tutte le attività, dimostrò comprensione: alla domanda su dove sarebbe stato posto il Santissimo Sacramento durante film e scenette, il sacerdote rispose scherzosamente che "Gesù rimarrà al suo posto, ma penso che nostro Signore si divertirà pure Lui".

La Costruzione della Chiesa Fisica

La posa della prima pietra avvenne il 14 maggio 1978, un momento di grande gioia e speranza. Tuttavia, un amico sacerdote, poi defunto, avvertì che "ci vuole più tempo fra la prima e la seconda pietra che fra la seconda e l'ultima", una profezia che si rivelò azzeccata. I lavori ripresero tre anni dopo, nell'aprile 1981, affidati alla ditta Giovanni Corrente e figli, e la chiesa fu consegnata in tredici mesi.

Il parroco dovette prendersi due anni di pausa dall'insegnamento scolastico per seguire i lavori, essendo un punto di riferimento costante per operai e maestranze. La nuova chiesa fu benedetta da monsignor Motolese il 3 maggio 1983. Quella sera, un lunedì per facilitare la presenza dei sacerdoti, la folla era immensa: l'intera comunità attendeva quel momento da dieci anni. Molti piangevano di gioia e commozione. Monsignor Motolese, entrando in chiesa, commentò: "È tra le più belle chiese che abbiamo costruito in diocesi", nonostante al parroco sembrasse "solo un'immensa spelonca disadorna". Tuttavia, queste parole erano il suo modo di "tirarti sempre su!". Sull'altare, l'arcivescovo sussurrò: "Ci vorrebbe un bel mosaico", notando la grande parete di mattoni rossi desolatamente vuota.

Schema della pianta della chiesa con indicazioni delle fasi di costruzione

Finanziamenti e Generosità

Il terreno su cui sorse la chiesa fu un dono dell'architetto. La costruzione fu resa possibile grazie al contributo dell'Arcidiocesi, dello Stato (allora previsto), del Comune di Martina Franca (per la legge Bucalossi) e del Popolo. Solo in un anno, i collaboratori del parroco raccolsero tra la gente e i negozianti di Martina ben 200 milioni di lire. La generosità della comunità, sia in denaro che in tempo, manodopera, materiali e mezzi meccanici, è rimasta un pilastro fondamentale, una fiducia nella Provvidenza che "non sono mai mancate".

Sfide e Miglioramenti Continui

Il primo inverno nella nuova chiesa fu particolarmente rigido. Nonostante le rassicurazioni che la copertura in legno avrebbe mantenuto il calore, il freddo era tale da impedire di unire pollice e indice per la comunione, con alcune persone anziane che assistevano alla messa con la coppola in testa. Si rese necessario un impianto di riscaldamento, un investimento rilevante ma "ben riuscito", che è ancora "ottimamente funzionante".

Non mancarono gli episodi spiacevoli, come il furto dell'offerta domenicale. Alcuni anni dopo, nel 1985, la Curia costruì la casa parrocchiale. Tra il 1987 e il 1988, la comunità, con mille sacrifici, provvide autonomamente alla costruzione delle aule per il catechismo e per altre attività pastorali. Un ruolo chiave in questi sviluppi lo ebbe l'ing. Giovanni Nasti, con la sua opera e i suoi consigli, affiancato dall'ing. Mario Semeraro. A loro si deve il progetto della casa parrocchiale, delle aule, della sistemazione dell'organo e dell'elegante sagrato.

L'Adornamento della "Sposa": Il Mosaico e Altre Opere

Il grande muro di mattoni rossi continuava a essere un elemento che "faceva davvero paura". Un'iconografa russa, consultata per un'eventuale icona, suggerì invece un mosaico, in linea con il suggerimento iniziale di monsignor Motolese. Il parroco annunciò l'iniziativa in chiesa, sottolineando lo stile della comunità: "Iniziamo senza soldi e finiremo senza debiti". L'opera fu realizzata "con il libero e volontario contributo di chi ne ha condiviso l'idea", senza imposizioni.

Nel 1999, alla vigilia dell'Anno Santo, fu ideato il "Cesto dei miracoli", posto in fondo alla chiesa nei giorni festivi, per i poveri e per "altri casi acuti". In quasi tredici anni, questo cesto ha permesso interventi per 43.089,22 euro, dimostrando come la condivisione possa generare "miracoli".

Il Mosaico: Un'Opera d'Arte e di Fede

La ricerca di mosaicisti portò il parroco a Roma, nella chiesa ucraina di Via Boccea, dove aveva visto i lavori di artigiani di cui l'iconografa russa ricordava solo il nome "Carlo". Dopo una vera e propria "caccia al tesoro", furono incontrati Marco Monticelli (ora defunto) e Carlo Meloni, "impareggiabile mago dell'opera musiva", le cui opere sono presenti in tutti e cinque i continenti. Per i cartoni (disegni), si avvalsero dell'ing. Guido Veroi, insigne medaglista, scultore, pittore e docente alla Zecca di Stato. Un semplice "stretta di mano" nel 1989 diede il via a un'avventura durata tredici anni, in grande armonia.

Il Mosaico attrasse l'interesse di molta stampa, non solo locale e regionale, ma anche nazionale, con articoli sull'Osservatore Romano e un ampio servizio su FAMIGLIA CRISTIANA, che lo rese noto ovunque. Nonostante le numerose richieste di soldi da parte di approfittatori, la parrocchia conservò gelosamente tutti i cartoni originali di Guido Veroi, considerandoli "veri quadri d'autore".

Arricchimenti e Imprevisti

La Chiesa si è poi arricchita di una Via Crucis, di belle statue lignee di maestri altoatesini e trentini, di vetrate, del nuovo altare in pietra (sempre su disegno dell'ing. Guido Veroi) e di un organo a canne. Un imprevisto notevole si verificò nel novembre 1997, quando metà della chiesa si allagò a causa del cedimento della copertura in tegole canadesi. Dopo vari tentativi falliti, si optò per una radicale e costosa soluzione: una copertura in rame. Infine, nel 2008, fu realizzato il nuovo altare, più consono al presbiterio con il mosaico, ancora su disegno di Guido Veroi e realizzato in pietra viva di Martina Franca.

Iniziative Pastorali e Comunità in Evoluzione

Molteplici sono state le iniziative che hanno animato la vita parrocchiale: il teatro, attivo per venticinque anni, dovette arrendersi alla denatalità e alla diffusione della frequenza universitaria, che allontanava i giovani. La Radio Famiglia, durata dieci anni, fu un'esperienza intensa che vide giovani e adulti impegnati in trasmissioni di pregio, non solo musicali, ma anche su storia locale, arte, scienza, bibbia e letteratura. Il Coro Polifonico, voluto dal parroco e da Michela Mastro, incontrò un entusiasta riscontro e molti coristi sono ancora attivi, diretto da Angela Lacarbonara e coadiuvato all'organo da Anita Mastrovito e Alessio Caroli. Il Coro dei giovani, voluto da Monica Simeone, completa il quadro.

Un'esperienza significativa sono stati i giovedì di Adorazione, un'ora di intensa preghiera davanti al Santissimo Sacramento che si tiene da sei anni. Vanno ricordate anche le due venute del Quadro della Madonna di Pompei. Nel corso degli anni, il parroco ha stretto intense amicizie con figure come d. L'Arco (ora defunto), monsignor Cuomo e monsignor Matrone.

Foto di un gruppo corale in una chiesa

Eventi e Progetti Speciali

Altri momenti intensi sono state le Missioni Cittadine e le Settimane della Fede. La parrocchia ha intrapreso anche la strada dell'adozione a distanza, ma con una peculiarità: anziché bambini, ha sostenuto quattro giovani, inclusi due seminaristi, pagando i loro studi fino alla laurea o al sacerdozio, provenienti dalla Missione di P. Push, in India. Già ci sono stati i primi laureati e sacerdoti.

Ormai famose e attese sono le "Sere di Maggio", giunte alla loro dodicesima edizione, volute da Franco Mastromarino (deceduto in un incidente stradale) e continuate in suo nome. Si tratta di una giornata domenicale a fine maggio, conclusione dell'anno pastorale, con giochi all'aperto, caccia al tesoro, Santa Messa, pranzo comunitario e serata musicale in piazza.

I Pastori della Diocesi e la Loro Presenza

Monsignor Guglielmo Motolese, di venerata memoria, è il fondatore della parrocchia, avendo sostenuto il peso della costruzione della nuova chiesa e avendola benedetta il 3 maggio 1983 e consacrata il 29 dicembre dello stesso anno. Monsignor Salvatore De Giorgi, oggi cardinale, ha visitato la parrocchia molte volte durante il suo episcopato a Taranto e anche come arcivescovo di Palermo e cardinale. Anche Monsignor Benigno Papa, nel suo lungo episcopato, è venuto infinite volte, compiendo due visite pastorali e incontrando i collaboratori e le case religiose (Figlie di S. Anna e Figlie di M. Monsignor). Con tutti loro vi è stato un rapporto filiale e amichevole, sempre attento e premuroso circa la vita della parrocchia. Oltre al parroco, in questi quaranta anni si sono avvicendati diversi sacerdoti, tutti alle prime esperienze pastorali, che in seguito hanno avuto responsabilità dirette.

La Nobile Famiglia Orimini: Origini e Storia a Martina Franca

La casata degli Orimini, originaria di Napoli, viene annoverata tra le antiche Famiglie feudatarie della capitale partenopea fin dal X secolo. La loro storia è intessuta con eventi e personaggi di spicco, come la monumentale Chiesa dei SS. dei Santi Marcellino e Pietro e il Contado di Molise. Si ricordano figure come D. Pietro d'Arimini, vicario dell'Honor Montis S. per i suoi servigi militari, e suo fratello, D. Orimini (1305-1309). Nel 1326, D. Pietro fu "magister passuum" in Abruzzo. La famiglia ebbe legami anche con la figura di Giovanna I d'Angiò. Testimonianze della loro presenza si trovano nella Chiesa di San Giorgio Maggiore (Napoli) e in quello che oggi è Palazzo Filippo d'Angiò a Costantinopoli.

Ruolo e Influenze Familiari

La famiglia Orimini rivestì ruoli importanti; ad esempio, D. Antonio d'Orimini nel 1503 ebbe un ruolo cruciale nel salvare Napoli dal sacco dei Soldati Ungheri. Altri membri della casata, come D. Niccolò Orimina, D. Leonardo Orimina, e D. Carlo Orimina, si distinsero in vari campi. Giacomo de Orimina, invece, fu imprigionato a Napoli per reati comuni nel 1591, per poi subire la condanna al rogo in Campo dei Fiori. Da Brindisi provenivano personaggi come D. Biagio Orimini, che fu allievo all'Accademia di Parigi, e D. Francesco Orimini (1749), ingegnere, architetto e cartografo, che documentò "l'eruttazione della Montagna di Somma del 1767".

La presenza della famiglia è attestata anche a Martina Franca, dove si trova un "Vico d'Orimini". La storia della casata Orimini si intreccia con i contesti sociali e politici del Regno di Napoli, con esponenti come D. Donato Antonio d'Orimini legato a Martina Franca. Tra le figure femminili, la baronessa Anna Orimini e D. Maria Anna Orimini, definita "Magnifica" e moglie del Tenente Vito Antonio Blasi, dimostrano l'influenza e la nobiltà della famiglia nel territorio. Questa genealogia include anche la menzione di un "FIGLIO", che conclude un testo del periodo.

Stemma della famiglia Orimini o una rappresentazione genealogica

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