Il Battesimo di Cristo e la Basilica di San Zeno: Un'Analisi Approfondita

Il tema del Battesimo di Cristo è centrale nella produzione artistica di Paolo Caliari, detto il Veronese, e trova un importante punto di riferimento iconografico e storico nella Basilica di San Zeno a Verona, custode di capolavori che attraversano secoli di arte e fede.

Il Battesimo di Cristo di Paolo Veronese

Il Battesimo di Cristo, opera di Paolo Caliari detto il Veronese, è una tela di notevole importanza, la cui collocazione originaria è la Sala dell'Iliade, con numero d'inventario Palatina n. 186. La figura di San Giovanni Battista è una presenza ricorrente nel catalogo del Veronese, sia come protagonista, come ne ‘La predica’ alla Galleria Borghese di Roma, sia come co-protagonista in molteplici esempi del Battesimo di Cristo, o come gregario in composizioni di più vasto impegno.

Analizzando le tele di soggetto analogo nella produzione del Veronese, si percepisce come l'artista abbia voluto qui compendiare le esperienze precedenti, portandole a una definizione compiuta. L'attenzione si focalizza sulla scena del primo piano, priva di aggravi strutturali di aperture paesaggistiche o incursioni di committenti. La centralità dell'elemento trinitario è sottolineata dalla terna degli angeli, così come dall'asse lungo il quale si succedono la colomba dello Spirito Santo, la ciotola del Battista e la testa di Cristo, parzialmente raccordati dal tronco dell'albero.

Veronese si concentra sull'interpretazione dell'episodio del Battesimo di Cristo nei vangeli sinottici. L'artista elimina i dettagli non pertinenti e recupera dalle prove giovanili la posa di Cristo a braccia incrociate. Questo dettaglio, assai significativo, allude alla Crocifissione, ricordando come il Battesimo ne sia una prefigurazione. Scegliendo di farsi battezzare nel Giordano a scopo di purificazione, come faceva Giovanni con i suoi seguaci, Gesù accetta di condividere i peccati degli uomini in un percorso di sofferenza e redenzione che culminerà sulla Croce. Tale scelta è suggellata dalla voce del Padre e conclamata dalla discesa dello Spirito Santo in forma di colomba, a ricomporre con Gesù le tre persone della SS. Trinità, avverando la profezia del precursore riguardo all'avvento del Messia: "colui che battezza con Spirito santo e con fuoco".

Il dipinto si trovava originariamente presso l'Oratorio della confraternita dei Fiorentini ad Ancona. Un'iscrizione presente sul verso attesta che fu riparato in sacrestia per il pericolo "d’esser danneggiato da sorci, dall’humido, e da altro disastro". Numerosi erano infatti i guasti che presentava quando giunse a Firenze nel 1667, a seguito dell'acquisto da parte di Ferdinando II de' Medici. Il Granduca, appassionato di pittura veneta, gli assegnò un posto di privilegio in Tribuna, affidandolo però prima alle cure di Baldassarre Franceschini, detto il Volterrano, che lo "rassettò", effettuando interventi conservativi e di reintegro, nonché disegnando una nuova cornice, poi realizzata da Jacopo Maria Foggini.

Tra le figure rappresentate nel dipinto vi sono Gesù Cristo e San Giovanni Battista, oltre a un angelo. Le figure maschili includono apostoli, mentre non sono presenti figure femminili specificamente identificate, sebbene la colomba rappresenti lo Spirito Santo.

Descrizione: Tavola con Cristo, San Giovanni Battista e un angelo, in una composizione incentrata sul Battesimo di Cristo.

La Basilica di San Zeno e le sue Porte Monumentali

La Basilica di San Zeno a Verona rappresenta un punto nodale di riferimento per la comprensione critica dell'arte romanica. La decorazione bronzea del portale d'ingresso costituisce uno dei maggiori esempi della plastica medievale e solleva diverse questioni tuttora non completamente chiarite.

Le Formelle Bronzee: Datazione eAttribuzione

Il problema principale, quello della datazione delle formelle e della loro assegnazione a diversi interventi, vede la critica ancora divisa su diversi punti, nonostante il riconoscimento pressoché unanime di alcune caratteristiche. Dopo l'esame dell'Orti Manara (1839), GAILHABAUD (1858) postulò un duplice intervento sul portale, considerando un'eventuale diversa sistemazione originaria delle formelle. VON SACKEN (1865) parlò di una terza fase di lavorazione, individuando un maestro a parte per le storie di San Zeno. Contemporaneamente, si affrontò una prima ipotesi di datazione per il primo maestro, a cavallo tra XI e XII secolo.

Nel suo fondamentale intervento, BOECKLER (1931) propose di identificare tale maestro con STEFANUS LAGERINUS, sottolineandone i contatti con l'arte tedesca. Collocò il secondo maestro, caratterizzato da una componente classicista, verso la fine del XII secolo, e il maestro delle storie di San Zeno tra XII e XIII secolo. ARSLAN (1943), pur seguendo la linea critica di BOECKLER, riportò gli artefici entro un ambito e un gusto locali, retrodatando inoltre il terzo maestro alla metà del XII secolo. ROMANINI (1964) e GAZZOLA (1965) tornarono a distinguere solo due mani, attribuendo al primo maestro le formelle dedicate a S. Zeno.

L'apparente disordine della composizione, sia per la successione delle storie raffigurate nelle formelle maggiori che per la sistemazione delle formelle minori, può essere stato causato dalla necessità di un ripristino in loco, eseguito forse con eccessiva celerità. Il primo artefice rimane il punto principale da sciogliere per la comprensione dell'intera decorazione: è sulla sua struttura, e forse anche sul suo originario programma iconografico, che lavoreranno, sia pure a distanza di decenni, gli altri maestri, sempre attenti, malgrado le innovazioni e gli apporti stilistici personali, a non turbare eccessivamente la primitiva omogeneità.

Nel secondo maestro si avverte anche un più marcato intervento della bottega, ricca di sensibili personalità isolate. All'interno di tale bottega sembra ormai certa la collaborazione del maestro delle storie di San Zeno, anche per l'identità del materiale usato. La bibliografia più recente ha adottato i termini di "prima" e "seconda Officina", che evidenziano l'apporto di vari artefici e maestri prima riuniti in personalità isolate.

Negli ultimi anni si sono occupati approfonditamente delle formelle F. Butturini (che le retrodata, sopratutto su basi storico-culturali, al IX/X sec.) e U. Mende (che le ascrive a due officine attive entro il 1138). Il problema del portale è stato inoltre inserito nell'ambito di una lettura complessiva della facciata (Cfr. KAIN E CALZONA).

Fondamentale è stato infine l'intervento di restauro subito dalle porte bronzee nel 1987/88. Esso è stato preceduto negli anni settanta dalle analisi metallografiche condotte da M. Leoni (Politecnico di Milano) e nel 1984/85 dalle analisi chimiche, fisiche, microbiologiche, radiografiche ecc.

La Prima Porta di San Zeno

Le quarantotto formelle bronzee disposte sui due battenti narrano, attraverso immagini evocative e simboliche, episodi tratti dall'Antico Testamento, dalla vita di Cristo e del santo patrono di Verona, san Zeno. Le formelle sono disposte in modo da creare un parallelismo tra le storie dell'Antico Testamento, legate alla caduta dell'uomo nel peccato, e quelle del Nuovo Testamento, che narrano il riscatto ottenuto attraverso il sacrificio di Cristo. Per motivi di tutela e conservazione, i battenti della porta sono quasi sempre chiusi e visibili solo dall'interno della basilica.

L'idea di decorare oggetti con più storie sacre non era una novità; anzi, a partire dal X secolo, in corrispondenza con la rinascita carolingia, gli esempi di tali decorazioni su libri religiosi (evangeliari, sacramentari), altari e reliquiari, cominciarono ad essere numerosi.

Le formelle della porta attuale furono realizzate in due diversi momenti (probabilmente sul finire dell'XI e del XII secolo) da tre artisti principali, con l'aiuto di eventuali officine e aiutanti:

  • Il primo maestro realizzò venti formelle sulle storie del Nuovo Testamento e di san Giovanni, i due picchiotti, la formella con san Michele e sei formelle con storie dell'Antico Testamento.
  • Il secondo maestro realizzò quindici formelle con storie del Vecchio Testamento e una del Nuovo Testamento.
  • Il terzo maestro realizzò le quattro formelle con storie di san Zeno.

La datazione della prima porta bronzea di San Zeno è un argomento complesso e dibattuto, anche se la maggior parte degli studiosi ipotizza possa essere stata realizzata sul finire dell'XI secolo. Il primo maestro operò pertanto in un momento in cui Verona era strettamente legata al Sacro Romano Impero, tanto che l'imperatore Enrico IV di Franconia proprio in quegli anni fu ospitato decine di volte presso l'abbazia di San Zeno, di cui elesse vari abati e a cui concesse diversi privilegi.

Le formelle che componevano l'anta sinistra di questa prima porta, dedicata al Nuovo Testamento, sono sopravvissute quasi tutte, anche se attualmente sono disposte in un ordine diverso rispetto all'originale. In questa anta quasi tutte le formelle sono pertanto opera del primo maestro, ad eccezione di quella raffigurante l'Entrata di Cristo in Gerusalemme, che è stata sostituita dal secondo maestro.

Dalla ricostruzione della prima porta, si evince che era della stessa larghezza di quella attuale, ma di minore altezza; le formelle su ogni anta dovevano infatti essere disposte su 7 righe e 3 colonne. Ci sono diverse ipotesi sul perché la parte destra della porta primitiva sia arrivata a noi solo in parte.

Il Secondo e Terzo Maestro

Il secondo maestro ha integrato l'ala sinistra della prima porta di San Zeno con la formella Entrata di Cristo in Gerusalemme e realizzato per l'anta di destra un intero blocco a tema Antico Testamento. I rilievi realizzati dimostrano la sua consapevolezza dell'evoluzione della scultura lapidea coeva, non solo nel genere specifico della metallistica. I gesti e i moti dei personaggi appaiono più sciolti e definiti rispetto alla prima porta, anche se nel complesso la carica espressiva non ne risulta aumentata.

Queste considerazioni sullo stile adottato dal secondo maestro, i temi affrontati ma anche i riferimenti all'oltralpe germanica del XII secolo inoltrato e a Bisanzio, permettono di datare il secondo maestro all'incirca al nono decennio del secolo. A conferma, un'iscrizione dell'abate Gerardo databile al 1187, che fornisce la datazione tradizionale di alcune fasi del cantiere della basilica, riporta che non furono eseguiti lavori dal 1138 fino a quell'anno. Inoltre, una delle formelle ora posta lungo il bordo destro del battente di sinistra, riferibile sempre al secondo maestro, esibisce un'iconografia imperiale che sembra corrispondere, specie per l'aspetto facciale, all'iconografia della bolla d'oro di Enrico VI del 1191.

Il terzo maestro, pure attivo nella fase di realizzazione della seconda porta, si occupò delle formelle raffiguranti la vita di san Zeno, disposte dopo le serie dedicate all'Antico e Nuovo Testamento e in parallelo alle formelle sulle storie di san Giovanni Battista. La sequenza narrativa è piuttosto semplice e regolare: iniziava con la formella San Zeno pescatore e i messi di Gallieno e si concludeva con Gallieno dona la sua corona a San Zeno, con al centro la vicenda dell'Esorcizzazione della figlia di Gallieno.

L'autore delle storie di San Zeno realizzò rilievi dotati di una plasticità essenziale e una mimica efficace, con alcune similitudini con le sculture di Brioloto. Questo ha portato a ipotizzare che l'autore fosse lo stesso Brioloto, un aiutante della sua bottega o comunque un artista della sua cerchia. Alla stessa fase risalgono le figure di santi attribuibili a un quarto lavorante, probabilmente locale.

La Porta Rimaneggiata

La porta fu rimaneggiata in un terzo momento, a seguito di un ampliamento in altezza della stessa e per risarcire alcune perdite nella parte bassa. Durante questo intervento, che conferì ai battenti l'assetto attuale, furono applicate alcune formelle del primo maestro che erano state rimosse nella fase precedente. Era evidentemente trascorso un tempo considerevole dal secondo intervento, se non destava più preoccupazione la ripetizione di alcune storie e la confusione del racconto, specialmente nella parte finale del secondo battente.

Il portale, che misura 4,80×3,60 metri, è composto di due ante di legno rivestite con 48 formelle quadrangolari principali e diverse altre parti mobili. Il sistema delle cornici, del tipo geometrico-astratto, è frutto di un progetto del primo maestro ampliato poi dal secondo. Si tratta di una serie di trafori di gusto islamico che servono a mascherare le giustapposizioni tra le formelle, a scandirne la separazione e a sottolineare la sequenza narrativa.

Inoltre, il sistema potrebbe aver avuto anche la funzione di collegare i due materiali dalle reazioni diverse, il metallo e il legno, in modo da renderli più resistenti alle variazioni termiche stagionali. Oltre a questi coprigiunti vi sono mascheroncini ai loro incroci, che hanno la funzione di fissare le singole formelle al supporto ligneo. L'insieme è fissato alla base lignea con 652 chiodi di diverse fogge.

I più antichi sono di tipo tronco-conico in bronzo filettato, utilizzati per fissare i mascheroncini, oppure brocche tonde in bronzo con anima in ferro, di dimensioni maggiori per i coprigiunti e minori per le formelle. Vi sono poi elementi più recenti non originali, in parte copie dei più antichi e in parte no.

Le ante non sono realizzate di un unico pezzo, ma sono composte da parti mobili. Questa tecnica, di origine bizantina, è stata utilizzata anche in altri edifici, come la basilica di Santa Maria in Campidoglio a Colonia (in legno) e la Cattedrale di Santa Sofia a Novgorod (in metallo). I rilievi sono stati quindi fusi separatamente, un pezzo alla volta, a cera persa da modelli in terra. Le fusioni più antiche, del primo maestro, appaiono sommarie. I bronzi sono stati rinettati e soprattutto graffitati con scalpelli e punzoni: la rinettatura era forse necessaria per la doratura delle superfici in aggetto, che venivano poi rilavorate a freddo; la graffitatura e la punzonatura, invece, erano un metodo per rendere meno piatta e più vibrante la superficie una volta dorata.

Descrizione: Dettaglio delle porte bronzee romaniche della Basilica di San Zeno a Verona, con le formelle che narrano storie bibliche.

Altre Opere e Riflessioni sul Battesimo di Cristo

Il gruppo scultoreo in marmo bianco del Battesimo di Cristo (Cristo battezzato da san Giovanni alla presenza di un angelo) è composto da tre figure a grandezza maggiore del naturale e proviene dalla parete esterna est del Battistero di Firenze, sopra la Porta del Paradiso. Era parte del ciclo scultoreo cinquecentesco sulla vita del Battista, formato da tre gruppi collocati sui tre accessi del tempio.

Lo scultore Andrea Sansovino lavorò la figura di Cristo e quella di Giovanni Battista nel 1502-1505, ma entrambe vennero completate nel 1569 da Vincenzo Danti. Queste due statue si presentano lavorate con finezza di disegno e naturalezza di forme: Cristo, in piedi e seminudo con le mani giunte al petto, ha la bellezza apollinea di un marmo antico. Complementare alla sua compostezza si affianca la figura del Battista, più dinamica sia nella posa protesa che nel modellato caratterizzato da aree fortemente chiaroscurate.

Stacca l'Angelo, che fu aggiunto a fine Settecento da Innocenzo Spinazzi e le cui forme dilatate e soffici rimandano allo stile tardo barocco del XVIII secolo. Sostituito nella sua collocazione originaria da una copia, il gruppo è stato ricoverato nel Museo e dal 2015 è stato riunito alla Porta del Paradiso e agli altri gruppi statuari del ciclo.

L'episodio del Battesimo di Cristo, narrato nei Vangeli, è centrale tanto nel racconto della vita del Battista che di Cristo stesso e riveste importanza particolare per la fede cristiana trattandosi dell'atto di istituzione del Battesimo. Questo spiega la presenza di questo soggetto sopra l'ingresso principale del tempio dedicato a San Giovanni, dove si amministrava il sacramento del Battesimo per i fiorentini.

Il gruppo fu scolpito per essere sistemato sopra la Porta del Paradiso del Ghiberti del Battistero di San Giovanni ma, per motivi conservativi, da qualche anno l'opera originale è stata portata in luogo più consono e sostituita da una copia.

Si menziona anche l'interesse di Michelangelo Buonarroti per l'opera del Sansovino, testimoniato da un suo riferimento al "Battesimo di Cristo" per celebrare l'evento al Museo dell'Opera del Duomo.

Il Veronese, mercante e artista, disseminava la sua bottega di reperti antichi e disegni tratti da opere classiche, dimostrando un gusto antiquario e un'attrazione per il mondo classico che si rifletteva nella sua arte. Il suo disegno e le forme statuarie derivavano dalla scuola toscana, ma la sua opera si distingueva per una profonda comprensione dei principi dell'umanesimo, condivisi con artisti come Mantegna.

Le sue opere, come il Battesimo di Cristo, evidenziano una continuità tra sacro e profano, suggerendo una connessione tra cristianesimo e paganesimo, e ricordando le alterne vicende della vita umana. La rappresentazione di figure con tratti marcati, barba corta e ricci, come quelle presenti in alcune sue opere, contribuisce a creare un senso di realismo e profondità psicologica.

San Giovanni evangelista, raffigurato con un libro, e San Lorenzo, con la palma del martirio, sono figure che si affiancano al contesto religioso, mentre la presenza di San Pietro e degli angeli musicanti, che sembrano sporgere dal dipinto, crea un senso di spazio prospettico unificato che diventa una continuazione di quello reale.

I tondi a bassorilievo che citano opere dell'antica Roma, presenti in alcune sue opere, sottolineano ulteriormente il gusto antiquario del pittore e la sua capacità di integrare elementi classici nella sua visione artistica.

Piero della Francesca | Battesimo di Cristo

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