Il corpo di Padre Pio, il santo stimmatizzato del Gargano venerato da milioni di persone in tutto il mondo, è stato riesumato e, dal 24 aprile 2008, esposto alla venerazione dei pellegrini. L'annuncio dell'esumazione e della ricognizione canonica è stato dato il 6 gennaio 2008 dall'arcivescovo di Manfredonia - Vieste - San Giovanni Rotondo, Mons. Domenico Umberto D’Ambrosio, delegato della Santa Sede per il Santuario e le Opere di San Pio da Pietrelcina, al termine della messa celebrata nella chiesa del convento di San Giovanni Rotondo.
«Vi annuncio che, in occasione del 40° anniversario della morte, dopo l’acquisizione delle prescritte autorizzazioni canoniche e l’assenso convinto ricevuto dalle superiori autorità, muniti del relativo decreto della Congregazione delle cause dei santi, si procederà alla esumazione e alla ricognizione canonica del corpo di san Pio da Pietrelcina, per verificarne lo stato e per effettuare tutte le procedure idonee a garantirne le ottimali condizioni di conservazione». Secondo Mons. D'Ambrosio, è «convinzione mia personale e dei confratelli di san Pio che incombe su tutti noi il dovere di permettere anche alle generazioni future la possibilità di venerare e custodire nel migliore dei modi le spoglie mortali di san Pio da Pietrelcina».

Il Tribunale Ecclesiastico e la Commissione dei Periti
L'apertura della tomba, avvenuta in più fasi, è stata preceduta, il 28 febbraio 2008, dall’insediamento del Tribunale istituito per l’occasione dall’arcivescovo di Manfredonia - Vieste - San Giovanni Rotondo, Mons. Domenico Umberto D’Ambrosio, delegato della Santa Sede per il Santuario e le Opere di Padre Pio.
Il Tribunale, presieduto dallo stesso Presule, era composto da:
- fr. Francesco Colacelli, sacerdote cappuccino, con il ruolo di delegato dell’Arcivescovo;
- don Michele Nasuti, del clero diocesano, con l’incarico di promotore di giustizia;
- fr. Francesco Dileo, come notaio attuario.
La loro nomina è contenuta in un decreto di mons. D’Ambrosio, firmato e letto la sera del 28 febbraio dal cancelliere della Curia di Manfredonia - Vieste - San Giovanni Rotondo, don Matteo Tavano. Con lo stesso documento è stata nominata anche la commissione dei periti per l’esumazione e la ricognizione canonica:
- Orazio Pennelli (medico legale, sovrintendente e direttore dell’area sanitaria della Fondazione "Istituto San Raffaele - G. Giglio" di Cefalù);
- Luigi Pacilli (specializzato in Igiene, Medicina preventiva e Statistica sanitaria, direttore sanitario di Casa Sollievo della Sofferenza);
- Nicola Silvestri (medico legale, direttore sanitario della ASL di Barletta-Andria-Trani);
- Michele Bisceglia (anatomo patologo di Casa Sollievo della Sofferenza);
- Nazzareno Gabrielli (perito del Vicariato di Roma per la conservazione dei santi, biochimico in servizio presso la Santa Sede, che ha già trattato i corpi di numerosi santi e beati, tra cui i papi Giovanni XXIII, Pio IX, Pio X; don Orione; i coniugi Beltrame-Quattrocchi; Chiara d’Assisi; Giovanni della Croce e Francesca Saverio Cabrini).
La sera del 28 febbraio, nella Cripta, dopo la lettura del decreto, tutti i nominati prestarono un «giuramento di fedeltà» sul Vangelo per gli adempimenti «inerenti l’esumazione e la ricognizione canonica delle spoglie mortali di san Pio da Pietrelcina».
I Testimoni della Sepoltura e la Preparazione
L'Arcivescovo ha chiamato cinque testimoni della sepoltura di Padre Pio, avvenuta alle 22:30 del 26 settembre 1968: l’ufficiale sanitario dell’epoca, Giovanni Grifa; i muratori Gennaro Ricciardi e Domenico Perno; gli stagnini Antonio e Matteo De Bonis. A loro mons. D’Ambrosio ha chiesto l’assicurazione di aver trovato il sepolcro nelle stesse condizioni in cui è stato lasciato dopo la tumulazione. La loro risposta affermativa è stata poi confermata con giuramento sul Vangelo.
Al termine della serata del 28 febbraio, è stato rimosso il blocco monolitico di «marmo verde» che sovrastava la tomba di Padre Pio, con l’ausilio di quattro "binde" e di sei rulli di teflon. Infine è stato tolto il sottostante gradino di marmo rosa, composto da due lastre a forma di "C", lasciando a vista uno strato di sabbia bianca. La breve cerimonia del 28 febbraio si è conclusa con la benedizione dell’Arcivescovo, il canto della "Salve Regina" e la lettura del verbale, controfirmato da quattro testimoni: il ministro provinciale della Provincia religiosa "Sant’Angelo e Padre Pio" dei Frati Minori Cappuccini fr. Aldo Broccato e il guardiano del Convento di San Giovanni Rotondo fr. Carlo Maria Laborde, tra gli altri.

La Liturgia dell'Esumazione del 2 Marzo 2008
Più lunga è stata, invece, la liturgia della sera del 2 marzo 2008, cominciata alle ore 22:00. All’inizio della Celebrazione dell’Ufficio delle Letture, presieduta da mons. D’Ambrosio, sono stati letti il Rescritto della Congregazione delle Cause dei Santi, il Decreto dell’Arcivescovo e l’autorizzazione dell’autorità civile. Erano circa 200 le persone presenti in cripta, inclusi tutti i parenti di Padre Pio (gli otto figli dell'unica nipote vivente del Santo, Pia Forgione: Maria Giuseppa, Alfonso, Rachele, Orazio, Maria Pia, Tarcisia, Michele e Pio, e Pio Masone, nipote di Felicita Forgione, sorella di Padre Pio) e numerose autorità religiose, tra cui mons. Francesco Pio Tamburino, arcivescovo metropolita di Foggia - Bovino, e mons. Andrea Mugione, arcivescovo metropolita di Benevento.
Ha preso la parola fr. Aldo Broccato per spiegare che l’esumazione e la ricognizione canonica esprimono «in primo luogo i sentimenti di profonda umanità che la nostra Provincia nutre da sempre verso questo suo figlio illustre che tanto ha amato la Provincia e tanto ha offerto e sofferto per essa». Ha proseguito affermando che «questo evento manifesti sempre più il segno della nostra fede nella comunione dei santi, nella risurrezione della carne e nella vita eterna».
Dopo la lettura di un brano della prima lettera di san Pietro apostolo e di uno stralcio di due lettere di Padre Pio in cui descrive la trasverberazione e la stimmatizzazione del 1918, il Pastore diocesano ha tenuto una breve riflessione sul significato dell’evento. «Questo gesto - ha spiegato - si fa preghiera di lode e rendimento di grazie a Dio tre volte santo per averci donato nel suo Servo fedele una ulteriore manifestazione del mistero della croce». Il gesto della ricognizione canonica rispondeva a una richiesta inoltrata alla Congregazione delle Cause dei Santi dal postulatore generale dell’Ordine, fr. Florio Tessari.
Subito dopo sono state rimosse le quattro traversine di cemento poste a copertura del sepolcro su cui era incisa la data della tumulazione (26/9/1968). L'emozione si è fatta più intensa quando, alle ore 23:19, otto frati hanno estratto la triplice bara, di metallo, legno e zinco, posizionandola ai piedi del crocifisso di San Damiano. Il compito è stato affidato a fr. Mauro Jöhri (ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini), fr. Aldo Broccato, fr. Francesco Colacelli, fr. Francesco Dileo, fr. Francesco Langi (definitore provinciale), fr. Carlo Maria Laborde (guardiano del Convento di San Giovanni Rotondo), fr. Mariano Di Vito (componente della commissione dei frati per la ricognizione) e fr. GianMaria Di Giorgio (definitore provinciale).
Dinanzi alla bara mons. D’Ambrosio, insieme al Promotore di Giustizia e al Notaio Attuario, hanno controllato l’integrità dei sei sigilli apposti la sera del 26 settembre 1968, prima di romperli e rimuoverli. Alle ore 23:30 il Presule, il Ministro Generale e il Ministro Provinciale hanno aperto il coperchio consentendo all’Arcivescovo, ai componenti del Tribunale e ai periti di formarsi una prima, sommaria idea sulle condizioni del corpo, poiché la lastra di vetro che lo ricopriva era appannata dalla condensa di vapore. Nessuno, in quel momento, se la sentì di esprimere valutazioni. Il pastore diocesano ha incensato le reliquie al canto del «Te Deum».

Le Condizioni del Corpo e il Processo di Corificazione
Mentre i presenti cantavano le Litanie dei Santi, don Michele Nasuti, fr. Francesco Dileo, fr. Francesco Colacelli e mons. Domenico Umberto D’Ambrosio hanno accompagnato la bara in un ambiente appositamente preparato per il trattamento delle spoglie mortali di San Pio da Pietrelcina. Qui, i periti hanno effettuato una prima ispezione, riscontrando che «il cranio e gli arti superiori sono in parte scheletriti. Le restanti parti presentano i tegumenti adesi ai piani sottostanti e molto umidi, ma suscettibili di trattamento conservativo». La liturgia si è conclusa alle 01:15 del mattino.
Il corpo di Padre Pio, prima di essere calato nel sepolcro, fu racchiuso entro una triplice bara (di legno, metallo e zinco), quella di legno recava al posto del normale coperchio una lastra di vetro. Nella cella sepolcrale fu anche inserita una generosa quantità di sabbia. Il contrasto termico è il principale responsabile di quella patina di umidore della parte interna della lastra vitrea, dovuta all’esalazione e alla traspirazione del cadavere che avrebbe necessità di espellere i liquidi organici.
Il metallo pesante e il vetro doppio hanno impedito la fuoriuscita dei liquidi, trattenendoli nella cassa. È interessante un raffronto con l’Art. 77 comma 3 del attuale DPR 10 settembre 1990 n. 285 con cui si prevede l’impiego della valvola depuratrice, proprio per evacuare la sovrappressione dei gas putrefattivi. Quindi nella capsula ermetica del feretro, quell’umidità unita ai gas e ai liquidi sprigionatisi dal corpo di Padre Pio, se inizialmente si sono depositate sulle superfici interne della bara, in un secondo momento per alimentarsi hanno dovuto aggredire lo stesso cadavere. Perciò il processo trasformativo e la decomposizione sono stati sì fortemente rallentati (per via della blindatura), ma per i materiali usati per le bare questi non sono stati arrestati, hanno lentamente continuato in 40 anni ad attaccare il corpo.
Vale a dire, è stata impossibile la mummificazione; si è giunti ad una totale corificazione: i tegumenti intrisi di liquame hanno assunto il colore e la consistenza del cuoio, e si sono stretti intorno alla struttura ossea fino ad aderirvi, quasi a rivestire lo scheletro di una strettissima tuta anatomica che mette in rilievo sia i rilievi che le depressioni dello scheletro. Questa forte presenza di liquidi post mortali ha praticamente fatto aderire, quasi incollare il cadavere alla cassa. Inoltre, come riscontrato, gli arti superiori e parte del cranio, quindi della teca cranica, hanno subito una scheletrizzazione.

La Pubblica Venerazione e la Traslazione Definitiva
Terminate le procedure idonee per garantire al corpo del Santo le migliori condizioni di conservazione, le spoglie mortali sono state composte in un’urna che è stata collocata, a partire dal 24 aprile 2008, nella stessa cripta in cui Padre Pio è stato sepolto per 40 anni, per consentirne la venerazione da parte dei fedeli. L’esposizione per la pubblica venerazione è stata autorizzata per alcuni mesi, terminando il 23 settembre 2009. Pur non essendo obbligatorio prenotarsi, è stato istituito un numero telefonico (0882 417500) per garantire a chi chiamerà la certezza del giorno e dell’ora di accesso alla cripta.
Durante questo periodo di esposizione, la salma di Padre Pio è stata esposta all’interno di una teca di cristallo costruita appositamente. Il volto, ben conservato solo nella parte inferiore, è stato ricoperto da una maschera di silicone che ne riproduce le sembianze. La salma poggia su un piano di plexiglass forato e rivestito di tessuto. Al di sotto ci sono due contenitori in PVC pieni di gel di silice per la regolazione dell’umidità. Nella teca è stato immesso azoto per evitare ulteriori decomposizioni.
Il 19 aprile 2010 la salma del santo è stata traslata nella cripta della nuova Chiesa di Padre Pio, progettata dall’architetto Renzo Piano, decorata con i mosaici del sacerdote gesuita sloveno Marko Ivan Rupnik e con il soffitto ricoperto di foglia oro, ricavato dalla fusione degli ex voto che i fedeli negli anni hanno donato a San Pio. Dal 1º giugno 2013 la salma è permanentemente esposta alla pubblica venerazione.
