Nel cuore della Sicilia occidentale, le località di Segesta e Calatafimi Segesta narrano storie millenarie, intrecciando miti fondativi, testimonianze archeologiche di straordinaria importanza e profonde tradizioni religiose. Un viaggio attraverso queste terre rivela non solo i resti di un'antica civiltà elima e romana, ma anche il fervore di una comunità legata a vicende miracolose.
Le Origini Mitologiche di Segesta
Il territorio di Segesta è permeato da leggende che ne tracciano le origini. Il fiume Crimiso, oggi identificato con il fiume San Bartolomeo (formato dalle acque del fiume Caldo e del fiume Freddo), non era solo un corso d'acqua, ma anche la sede di una divinità fluviale. La tradizione narra che il dio Crimiso sprigionò il calore nelle acque del torrente per riscaldare la ninfa Egesta, in fuga da Troia, che giaceva svenuta sulla riva. La storia ebbe un lieto fine: il dio e la ninfa convolarono a nozze e dalla loro unione nacque Aceste, il quale avrebbe poi fondato Segesta, intitolandola alla madre. Questo mito si intreccia con un'altra possibile origine della città, che la vuole fondata dai profughi troiani durante il loro lungo viaggio nel Mediterraneo verso le coste laziali, quando sostarono in Sicilia.
Durante le guerre puniche, Segesta si alleò intelligentemente con Roma e, grazie alle presunte comuni origini troiane, fu trattata con molta equità dai romani che le garantirono uno status di città libera, esentandola dal pagamento di pesanti tributi.
Il Parco Archeologico di Segesta: Tesori di un Passato Glorioso
Il parco archeologico di Segesta è molto ben organizzato, con pannelli informativi illustrati, un'area ristoro e servizi efficienti. Man mano che ci si avvicina, la sagoma del tempio si distingue sempre più. Salendo in cima al Monte Barbaro, si gode di una bella vista verso la costa di Castellammare del Golfo.

I siti principali includono:
- Il Tempio Dorico: Costruito a strapiombo sul vallone della Fusa, risale alla seconda metà del V secolo a.C. Le sue colonne non scanalate, i coronamenti dei capitelli non completati e i gradini non scalpellati suggeriscono che il tempio non fu mai terminato. Resta ancora un mistero a chi fosse dedicato.
- Il Teatro: Dalle forme tipicamente greche, fu costruito in calcare locale. La sua cavea, che in genere nei teatri greci poggiava sul pendio della collina, in questo caso fu costruita alla romana, su alte arcate, una soluzione ingegneristica avanzata per l'epoca.
- L'Acropoli: Nei pressi del teatro, in epoca elima, si trovavano l'agorà, un sistema monumentale a terrazze e un grande portico (la stoà), senz'altro tra i luoghi più affollati della città.
Generalmente si sale sul Monte Barbaro con l'autobus e si scende a piedi, così da poter visitare l'Antiquarium, dove sono esposti alcuni reperti rinvenuti nel corso degli scavi, per poi terminare con il periplo del meraviglioso tempio dorico.
La Straordinaria Scoperta dell'Antica Strada di Segesta
Nei decenni, gli archeologi hanno portato alla luce i simboli più importanti di Segesta, ma poco si sapeva dell'estensione e della struttura urbana di questa città, che si è rivelata elegante e raffinata, con decorazioni, mosaici, affreschi e sculture.
Una recente e significativa scoperta ha permesso di gettare nuova luce sull'antica Segesta: torna alla luce l’antica strada lastricata che tagliava la città. Nel corso del cantiere di scavo, condotto dall’Università di Ginevra all'interno del Parco archeologico regionale, sono stati scoperti diversi lastroni di questa via, utilizzata fino al periodo medievale. L'assessorato regionale dei Beni culturali e dell'identità siciliana ha dato notizia di questo ritrovamento eccezionale, che permetterà di riscrivere l’ampiezza dell’abitato di età ellenistica, già nell’orbita romana, in attività sino all’epoca medievale, come denunciano importanti frammenti di ceramica.

Gli archeologi nutrono grandi speranze: si intuisce che la strada prosegua ben oltre e potrebbe condurre a un’agorà, l'antico cuore pulsante della vita civica. Attorno e sopra i lastroni, si è accumulato terriccio facilmente asportabile, facilitando le indagini future.
La "Casa del Navarca" e Nuove Ipotesi
La scoperta si colloca nell’area della cosiddetta Casa del Navarca, nell’Acropoli sud dell'insediamento. Qui, le prime indagini risalgono al 1992, ma lo scavo venne poi ricoperto. Nel 2021, i lavori sono ripresi, portando alla luce un'importante pavimentazione unica nel suo genere: una sorta di antico gioco illusorio a tessere romboidali a tre colori, "sectilia" marmorei (bianco, celeste e verde scuro), che raffigurano una sequenza concatenata di cubi dall’effetto tridimensionale, una visione che ricorda molto i Mondi impossibili creati a fine ‘800 da Escher.

In questo contesto sono state ritrovate anche due mensole in pietra a forma di prua e una scritta di benvenuto. Questi elementi hanno finora fatto ipotizzare agli archeologi che questa fosse l’abitazione del navarca Eraclio, un ricchissimo armatore citato da Cicerone nelle Verrine. La casa, come dimostra una torre medievale che insiste sull’atrio a peristilio della dimora, doveva essere una sorta di sito di avvistamento, visto che da quassù lo sguardo arriva fino all’odierna Castellammare.
Tuttavia, gli archeologi Alessia Mistretta, direttrice dello scavo, ed Emanuele Canzonieri, non sono pienamente convinti di questa ipotesi. Il loro intento non è solo portare alla luce altri ambienti di questo complesso monumentale, ma soprattutto comprenderne la funzione. Il ritrovamento delle prue, secondo gli studiosi, indica la probabile funzione di un solo ambiente, che doveva essere molto grande e con pavimenti musivi di grande pregio. Come ipotesi di lavoro, si orientano verso un archivio in cui venivano conservati documenti, rotte e mappe sul porto che Segesta possedeva, presieduto da un quaestor navalis di cui si conosce l’identità. Lo scavo procede e si attendono nuove rivelazioni.
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Prospettive Future del Parco Archeologico
La direzione del parco archeologico di Segesta segue da vicino i lavori che stanno rivelando ciò che si aspettava da tempo, permettendo di iniziare a scoprire l’antica città di Segesta e, finalmente, in quale direzione avesse i suoi assi viari.
Presto saranno possibili, con il supporto del concessionario dei servizi aggiuntivi CoopCulture, anche visite guidate a cantiere aperto. Inoltre, non è l’unico progetto che guarda a una fase storica precedente del sito: il 22 aprile è partito “Segesta incontra le culture. I simboli del sacro”, un progetto di valorizzazione ideato e organizzato da CoopCulture, che si concentra sul periodo normanno, quando si insediò nell’Isola una comunità a forte prevalenza islamica. L’obiettivo a lungo raggio mira a disegnare a Segesta un nuovo itinerario di visita sui simboli del sacro (luoghi, rituali, religioni, tradizioni, architetture), a partire dalla moschea, dall’imponente tempio dorico e dalla piccola chiesa di San Leone, interessante sito stratificato di civiltà precedenti.
Calatafimi Segesta: La Festa del Santissimo Crocifisso
A pochi chilometri da Segesta, il comune di Calatafimi Segesta custodisce una delle feste religiose più sentite dell’isola: quella del Santissimo Crocifisso. Si narra che nel lontano 19 dicembre 1657 i giurati, massima autorità comunale dell'epoca, chiesero al Vescovo il permesso di condurre in processione il SS. Crocifisso e deporlo in una nuova cappella, dando il via a una tradizione secolare.
La storia dell'origine di questa festa è avvincente e affonda le radici in eventi considerati miracolosi. Tutto ebbe inizio nella sacrestia della Chiesa di Santa Caterina, che sorgeva esattamente dove oggi ammiriamo il Santuario del SS. Crocifisso. Qui, un antico Crocifisso ligneo era appeso al muro.
Mastro Giuseppe Fontana e i Miracoli del Crocifisso
A prendersi cura del Crocifisso era Mastro Giuseppe Fontana, un giovane di 23 anni e "superiore" della locale confraternita. Devoto e pratico, Giuseppe spesso spolverava il Crocifisso, raccoglieva l’olio per la lampada votiva e si preoccupava del suo stato.
Un giorno, trovando il Crocifisso a terra con un braccio staccato, Mastro Giuseppe non si perse d’animo. Incollò il braccio e, con l’ingegno tipico della gente del luogo, si procurò una “zagarella turchina” (una fettuccia di stoffa azzurra). Con questa, legò il Cristo alla croce cingendolo in vita ("ci la cincìo per mezzo"), convinto di aver risolto il problema pratico.
Arriviamo al mercoledì 23 giugno, vigilia di San Giovanni Battista. Mastro Giuseppe raccolse il Crocifisso con affetto e un pizzico di rimprovero: “O Signore, che siete cascato in terra”. Chiese aiuto a un confratello, Francesco Saltaformaggio, dicendogli: “Tinìti fratello, che lo voglio mettere bono”. Giuseppe vide Francesco tremare violentemente. Saltaformaggio, che soffriva di una gravissima ernia, sgranò gli occhi ed esclamò: “Io ero rutto, mi ruppi tutto, pari chi sanai!”. Fontana fu testimone oculare: l’ernia era rientrata istantaneamente.

Ma la storia non finì qui. Saltaformaggio, scosso e pieno di speranza, prese quella zagarella turchina con cui il Cristo era legato e corse a casa. Lì c’era sua moglie, Elisabetta, tormentata da anni da possessioni demoniache. Le mise la fettuccia in mano. Elisabetta emise grida strazianti e poi, di colpo, il silenzio, liberata dal suo tormento.
I miracoli continuarono nei giorni seguenti:
- 24 Giugno (San Giovanni): Portano in chiesa Vito Calamusa, "ciunco" (storpio). Davanti al Crocifisso, Vito Calamusa si alzò e camminò "cu li propri pedi".
- 25 Giugno: Arrivò Leonardo Ferraro, anch’egli "vessato dai demoni", accompagnato dal fratello sacerdote Don Rosario. Anche per lui, la guarigione fu istantanea.
Questi racconti non si basano solo su "si dice", ma sono profondamente radicati nella memoria e nella fede della comunità. Oggi, visitando il magnifico Santuario del SS. Crocifisso a Calatafimi, non si osserva solo un'architettura, ma si calpesta il luogo esatto dove un nastro turchino e un legno tarlato hanno cambiato per sempre la storia di una comunità.
Il Santuario e le sue Opere d'Arte
All'interno del Santuario del SS. Crocifisso si possono ammirare diverse opere d'arte. Sulla volta della navata, affreschi attribuiti a Diego Norrito (1772), restaurati nel 1934 da Profeta e nel 1960 da Giovanni Gianbecchina, raffigurano "La Fede e la Carità", "Il trionfo della Santa Croce" e "La visione di Costantino".
Sul lato sinistro della navata si trovano:
- Un dipinto del Sacro Cuore di Gesù, olio su tela di Giovanni Gianbecchina del 1961, commissionato dall’allora rettore del santuario, don Vincenzo Ingarra.
- Sull’altare, un tabernacolo argenteo di autore palermitano del ‘700.
- Un dipinto della Sacra Famiglia adorata dai Santi Crispino e Crispiniano, olio su tela attribuito a Gaetano Mercurio del 1767.
- Sull’altare di San Sebastiano, una statua lignea del secolo XVI.
Custodita nella chiesa sta la "Vara", un fercolo d’argento massiccio eseguito nel 1728 da argentieri palermitani, dono della Masseria di D. Camillo De Gregorio, utilizzato per portare in processione il Santissimo Crocifisso.
Un'altra significativa tradizione religiosa locale riguarda la Maria Santissima di Giubino. La tradizione racconta che nel 1655 una terribile invasione di cavallette stava devastando i raccolti calatafimesi. La popolazione, affranta, decise di rivolgersi ai santi: venne estratto il nome di Maria Santissima di Giubino da un cofanetto contenente i nomi di tutti i santi a cui era stato dedicato un altare nel paese, e di conseguenza fu proclamata patrona di Calatafimi. Il Santuario campestre di Maria Santissima di Giubino si trova sul versante settentrionale del colle Tre Croci, a due chilometri dal paese.
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