L'elezione di Pio VI e il suo pontificato
Nel conclave che seguì, le fazioni degli zelanti (tradizionalisti fanatici) e dei cortigiani (dipendenti dalle corti europee e contrari ai Gesuiti) si scontrarono aspramente. La situazione della Chiesa era tale che venne pubblicato un dramma satirico, "Il conclave del 1774", che metteva alla berlina i 44 cardinali riuniti per eleggere il Vicario di Cristo.
Fu il cardinale de Bernis a sbloccare la situazione, raccomandando uno zelante a Luigi XVI, sovrano antigesuita, come persona ragionevole. La Francia acconsentì così all'elezione del cardinale Giovanni Angelo Braschi, che assunse il nome di Papa Pio VI (1775-1799).
Pio VI, esperto di finanze, ambiva a restaurare gli sfarzi rinascimentali della Chiesa. Iniziò il suo pontificato con il Giubileo, arricchito da feste, banchetti sontuosi, giochi e luminarie, trasformando l'Anno Santo in un'occasione di baldoria anziché di penitenza.
Egli stesso amava mettersi in mostra, come descritto da Rendina: "nelle uscite ufficiali si faceva pettinare e impomatare, mettendo in mostra i piedi piccoli e aggraziati. Un vero e proprio Narciso." Pio VI non si curò di arginare la corruzione della Curia, della gestione della giustizia che colpiva i poveri, né della fame e povertà della maggioranza della popolazione. Tentò di ridare credibilità allo Stato Pontificio attraverso opere pubbliche, tra cui un costoso ma fallimentare progetto di bonifica delle paludi pontine.
Questo "nepotista e giocherellone falso rinascimentale" dovette affrontare vicende internazionali serie, tra cui la questione austriaca.

Le riforme di Giuseppe II e il Giuseppinismo
Giuseppe II d'Asburgo-Lorena, salito al trono nel 1780, ereditò da Maria Teresa un'educazione improntata agli ideali dell'Illuminismo. A partire da quella data, avviò una riforma religiosa, nota come giuseppinismo, volta a ridimensionare il potere ecclesiastico nell'Impero asburgico.
Forte dell'influenza giansenista, Giuseppe II riconobbe la parità giuridica di ogni culto (abolendo le discriminazioni verso protestanti e ortodossi e concedendo l'emancipazione agli ebrei nel 1781). Attuò riforme sul potere temporale della Chiesa cattolica nei suoi territori, introducendo il matrimonio civile e modificando il culto e le festività.
Lo Stato si assunse il compito di aprire o chiudere seminari e scuole cattoliche, nominare i professori e stabilire la politica del clero. Furono istituiti seminari statali per educare il clero con insegnamenti positivi, ispirati dai benedettini, in contrasto con la teologia speculativa della scolastica gesuita.
Furono chiusi circa 700 conventi (sostituiti da 700 parrocchie) e confiscati i beni delle istituzioni ecclesiastiche in perdita, il cui ricavato fu distribuito al clero attivo. Il numero degli ordini religiosi fu drasticamente ridotto.
La Chiesa locale, perdendo ogni immunità, si trovò sotto il controllo dell'autorità statale, anche economicamente. Le istituzioni ecclesiastiche locali furono staccate dall'influenza di Roma, e ogni atto proveniente dalla Santa Sede richiedeva il placet governativo per diventare operativo.
Queste decisioni scossero profondamente Pio VI, che protestò vivamente. Il ministro Kaunitz, tuttavia, rispose che le riforme riguardavano affari interni e non intaccavano i dogmi di fede, respingendo ogni ingerenza papale.
Nel 1782, Pio VI intraprese un viaggio a Vienna per implorare Giuseppe II, ma nonostante i sommi onori ricevuti, non ottenne alcun risultato.

La Crisi della Chiesa e le idee illuministe
Le prime avvisaglie della sfida ai privilegi feudali si ebbero con la pubblicazione dell'Encyclopédie (1751). Le critiche di Diderot, d'Alembert, Voltaire, Rousseau e altri philosophes contro il fanatismo, l'intolleranza, il dogmatismo, la superstizione, il temporalismo dei papi e il clericalismo, indussero il cattolicesimo conservatore ad attaccare frontalmente questi intellettuali, accusati di ateismo e empietà.
Il teologo Nicolas-Sylvestre Bergier fu incaricato di aprire le ostilità contro i philosophes. Tuttavia, molti, anche tra l'alto clero, nutrivano scetticismo riguardo all'efficacia di questa battaglia, dato il diffuso lusso e corruzione all'interno della Chiesa stessa.
Molti vescovi si sentivano estranei agli ideali cattolici, e non mancavano figure inclini all'ateismo e al "libero pensiero". Il basso clero, invece, spesso accoglieva con favore le critiche del movimento filosofico progressista al sistema ecclesiastico, a causa delle forti discriminazioni di cui era oggetto.
Il clero, come primo ordine dello Stato e maggiore proprietario del regno, godeva di privilegi politici, giudiziari e fiscali. Il re assicurava le cariche religiose ai cortigiani o ai figli cadetti dell'aristocrazia. I titolari delle cariche percepivano un terzo delle rendite dei vescovadi o abbazie, risiedendo a corte e delegando le funzioni pastorali e amministrative a ecclesiastici stipendiati.
La nomina basata sulla nascita o sulle relazioni rendeva improbabile una solida formazione teologica o un vero interesse etico-religioso. La condotta di questi prelati era spesso improntata alla mondanità e allo scetticismo dell'ambiente di corte.
I monasteri e i conventi erano ricchissimi, con frati e monaci dediti all'ozio e alla gestione di grandi proprietà. Solo coloro che si dedicavano all'insegnamento o all'assistenza medica erano considerati socialmente utili. Le accuse principali rivolte agli ordini religiosi erano l'ignavia e la rapacità, sebbene non mancassero monaci appassionati alle idee dei filosofi.
Un tentativo di riforma nel 1776 per porre rimedio alla decadenza dei costumi e allo spopolamento dei conventi fallì. Due anni dopo, si decise la chiusura di 426 conventi e la soppressione di 8 ordini religiosi. Tra il 1768 e il 1789, la crisi delle vocazioni fu notevole.
Tutto il clero era esente da imposte municipali e fiscali regie. I beni della Chiesa non pagavano diritti nemmeno nei trasferimenti di proprietà. Le assemblee generali del clero votavano annualmente una "donazione gratuita" allo Stato, pari a circa il 2% degli introiti ecclesiastici, la cui entità effettiva era sconosciuta al governo.
Il clero possedeva propri tribunali, a cui erano sottoposti ecclesiastici e laici per cause riguardanti la religione. La situazione del basso clero (curati, vicari, cappellani) era diversa: escluso dalla carriera episcopale, traeva sostentamento dalla modesta "congrua" (porzione della decima) e dai redditi delle cerimonie religiose.
I sacerdoti di campagna, reclutati tra la piccola borghesia rurale, vivevano in condizioni più precarie rispetto ai colleghi di città. Il clero di campagna rappresentava una parte importante della cultura locale, tenendo lo stato civile e simpatizzando, senza esporsi troppo, per le idee dei filosofi.
Il parroco era anche diffusore di ordinanze reali, ausiliario della giustizia e banditore di vendite immobiliari. I beni parrocchiali includevano il presbiterio, la scuola, il cimitero e immobili lasciati in eredità. La manutenzione degli edifici sacri era a carico dei parrocchiani.
Di conseguenza, la religione era vissuta dalle masse popolari con conformismo e scarsa convinzione. Si registrava un calo delle vocazioni, una scarsa partecipazione ai sacramenti, una diminuzione delle offerte per le messe, un aumento delle nascite illegittime e una bassa tiratura dei libri religiosi.
Dopo il 1760, iniziò la contraccezione, vista con avversione da parte di certo cattolicesimo. La rivoluzione era avvertita come un dramma solo dall'alto clero, mentre per le masse popolari rappresentava un evento liberatorio.
La Chiesa francese, strutturata in modo da riflettere rapporti socio-economici che impedivano ogni rinnovamento democratico, non poteva fare nulla di innovativo. I cahiers de doléances, redatti in vista degli Stati Generali, evidenziavano la profonda crisi della Chiesa francese e le accuse contro i privilegi e gli abusi del clero.
Il basso clero si schierò con la borghesia a sostegno del programma contro la nobiltà e l'alto clero. I cahiers de doléances denunciavano l'immensa ricchezza, l'oziosità, le esenzioni e il lusso dell'alto clero, mentre le comunità continuavano a pagare decime e spese per le funzioni religiose.
Nell'agosto 1789, l'Assemblea votò la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, con l'articolo 10 sulla libertà di religione. Un decreto successivo (1790) affermò l'impossibilità per l'Assemblea di riconoscere la Chiesa cattolica come religione di Stato.
I principi del 1789 si presentavano come un corpo di dottrina autosufficiente, basato sull'evidenza razionale e non sulla rivelazione. La distribuzione geografica delle diocesi e parrocchie fu riorganizzata, coincidente con le nuove circoscrizioni amministrative. Il trattamento economico degli ecclesiastici fu regolamentato, diventando funzionari stipendiati dallo Stato.
Fu introdotto un nuovo sistema di elezione popolare dei vescovi e dei sacerdoti da parte di assemblee dipartimentali e distrettuali. Il Papa aveva condannato queste riforme, sperando in una ripresa del potere monarchico o in un intervento pubblico del clero.
La Rivoluzione Francese e lo Stato Pontificio
L'Assemblea, esasperata dalla resistenza del clero conservatore, si spinse oltre. Le azioni pratiche videro l'impegno del basso clero nelle vicende rivoluzionarie.
Nel 1796, il generale francese Arrighi, con Carnot e Duphot, intervenne per sedare i tumulti a Roma, ma l'incidente fu sfruttato dalla Francia per intervenire militarmente.
Nel 1798, le truppe francesi invasero lo Stato Pontificio, proclamando la Repubblica Romana. Il potere temporale dei papi fu abolito. Le feste civiche sostituirono le cerimonie religiose, gli alberi della libertà presero il posto delle croci, e le opere d'arte furono trasferite a Parigi.
Pio VI morì in prigionia a Valence il 29 agosto 1799. La Repubblica Romana cadde sotto gli assalti dei Napoletani, e i francesi furono scacciati dalla maggior parte dell'Italia.
Un conclave si riunì a Venezia, sotto la protezione dell'Austria, eleggendo Barnaba Chiaramonti, che divenne Papa Pio VII.
Pio VII, dopo il suo ingresso a Roma, si rese conto delle conseguenze disastrose dell'intransigenza del suo predecessore. Bonaparte, a differenza di figure come La Revelliere-Lepeaux, non condivideva il fanatismo antireligioso e mirava a pacificare la Francia, sottraendo ai controrivoluzionari l'arma della religione.
Napoleone Bonaparte, diventato Console, iniziò negoziati con la Santa Sede per un accordo che pacificasse la Francia. Il Concordato del 1801 riconobbe il cattolicesimo come religione della maggioranza dei Francesi e riorganizzò le diocesi, con la nomina dei vescovi da parte del Primo Console e l'investitura canonica da parte del Papa.
Tuttavia, Bonaparte modificò unilateralmente lo spirito del Concordato, aggiungendo gli Articoli Organici, che rendevano il clero dipendente dallo Stato e indipendente dal papa.
Napoleone, divenuto Imperatore, invitò Pio VII a Parigi per la sua incoronazione, ma il papa non ottenne alcun ammorbidimento degli Articoli Organici, segnando il trionfo del gallicanesimo.
Il conflitto tra papa e imperatore esplose quando Napoleone volle inserire lo Stato della Chiesa nel suo sistema di blocco continentale contro l'Inghilterra. Nel 1808, Roma e gli Stati della Chiesa furono occupati dalle truppe francesi. Il 17 maggio 1809, Napoleone ne proclamò l'annessione alla Francia.
Il 10 giugno 1809, Pio VII scomunicò Napoleone. A seguito del suo rifiuto di rinunciare alla sovranità temporale, il papa fu arrestato e condotto fuori da Roma, trascorrendo quasi un anno a Savona come prigioniero. Nonostante ciò, non si piegò, rifiutando l'investitura canonica ai vescovi nominati da Napoleone.
Napoleone, sotto minaccia, ottenne da Pio VII un nuovo Concordato nel 1813, che poneva fine alla questione delle investiture canoniche. Tuttavia, Napoleone lo fece pubblicare unilateralmente, portando il papa a ritrattare. Pio VII vinse questa battaglia, e con le decisioni del Congresso di Vienna, riottenne i suoi Stati.

La RIVOLUZIONE FRANCESE
Il declino dello Stato Pontificio e le invasioni francesi
Tra il 1798 e il 1799, lo Stato Pontificio fu teatro di eventi drammatici legati alle campagne militari francesi. L'intervento dei generali francesi, spesso accompagnato da saccheggi e violenze, segnò un periodo di profonda instabilità.
Dopo l'invasione francese, vennero imposte nuove strutture politiche e amministrative, con la creazione di governi repubblicani e l'abolizione delle vecchie istituzioni.
Le truppe francesi, in particolare quelle guidate dal generale Macdonald e poi da altri comandanti come Daunon, Faypoult e Monge, esercitarono una forte pressione economica e militare. Si verificarono ammutinamenti tra i soldati francesi rimasti senza paga, che contribuirono ad acuire il caos.
Le campagne militari portarono a confische di beni, requisizioni di viveri e opere d'arte, impoverendo ulteriormente lo Stato Pontificio. La rapacità dei soldati francesi, anche dopo il loro ammutinamento, causò ulteriori devastazioni.
La popolazione, esasperata dalle violenze e dalla carestia, insorse in diverse occasioni, come nel caso del tumulto popolare a Roma che vide protagonisti patrioti e sostenitori della monarchia. Queste rivolte furono spesso sedate con la forza dall'esercito francese.
La riorganizzazione territoriale portò all'annessione di diverse città dello Stato Pontificio alla Repubblica Cisalpina. Vennero istituite nuove istituzioni legislative ed esecutive, con la creazione di tribunali e organi di controllo.
Nonostante i tentativi di mantenere un minimo di ordine e di gestione economica, lo Stato Pontificio si trovò in una situazione di profondo dissesto economico e di miseria universale. Le tasse furono aumentate, i beni ecclesiastici confiscati e le monete coniate per sostenere le spese militari.
Le truppe francesi continuarono a occupare militarmente le province, imponendo la legge marziale e reprimendo ogni forma di dissenso. Campagne militari furono condotte anche contro altre potenze, come nel caso dell'assedio di Urbino.
La situazione politica e militare dello Stato Pontificio divenne sempre più precaria, segnata da continue invasioni, conflitti interni e una profonda crisi economica e sociale, preludio alla definitiva caduta del potere temporale.

La lunga storia italiana: unità, frammentazione e declino
In epoca romana, l'Italia fu politicamente unita. I Longobardi, pur mantenendo inizialmente una separazione, finirono per fondersi con la componente latina, tentando di unificare la penisola. Il Regnum Langobardorum si identificò gradualmente come Regno d'Italia.
Il tentativo di unificazione fu tuttavia frustrato dall'intervento dei Franchi, richiamati da papa Adriano I. Carlo Magno tentò di ricostituire l'Impero, che prese corpo definitivamente con Ottone I di Sassonia.
Il Regno d'Italia fu legato a questo organismo statuale da vincoli di vassallaggio, dai quali si tentò vanamente di sottrarsi, come nel caso di Arduino d'Ivrea, considerato un antesignano dei patrioti risorgimentali.
Con la formazione dei comuni e delle signorie, l'appartenenza nazionale comune venne meno, sopraffatta dagli interessi locali, ma rimase viva nei poeti e letterati che cantarono l'Italia.
Già in Machiavelli e Guicciardini si dibatteva nel XVI secolo la perdita dell'indipendenza politica italiana avvenuta con la dominazione franco-spagnola. Agli inizi del Cinquecento, molti stati italiani entrarono nell'orbita di Francia o Spagna.
Lo Stato Pontificio conobbe un'espansione sotto papa Giulio II, che conquistò Bologna e Perugia nel 1506. Lo scontro tra francesi e spagnoli per il dominio della penisola culminò nella battaglia di Pavia (1525).
In età moderna, l'Italia soffrì lo spostamento delle grandi rotte commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico. Le devastazioni belliche seguite alla guerra dei trent'anni colpirono soprattutto l'Italia settentrionale.
La forte pressione fiscale esercitata dalla Spagna sui suoi domini e le conseguenze della grave pestilenza del 1630 ebbero effetti devastanti sull'economia italiana. Fin dal quarto decennio del XVII secolo, quasi tutta l'Italia era diventata un'area con gravi problemi di sottosviluppo economico, politicamente amorfa e socialmente disgregata.
Il declino culturale non seguì di pari passo quello politico, economico e sociale. Se nel Cinquecento il Rinascimento italiano produsse frutti maturi, l'arte e il pensiero barocchi, elaborati a Roma tra il Cinquecento e il Seicento, ebbero una forte attrazione e proiezione internazionale.
L'Italia continuò ad essere un paese vivo, capace di elaborare un pensiero filosofico (Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Paolo Sarpi) e scientifico (Galileo Galilei, Evangelista Torricelli) di altissimo profilo, una pittura sublime (Caravaggio), un'architettura unica (Bernini, Borromini) e una musica che fece scuola (Monteverdi, Corelli).
Attorno agli anni '30 del XVIII secolo, si assistette a una timida ripresa dell'economia italiana. L'Illuminismo, diffusosi in Italia, iniziò a esercitare i suoi influssi benefici nel nord e a Napoli, dove regnò Carlo III di Spagna.

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