Spirito Novena e la Brutalità della Brigata Nera

Introduzione: Chi era Spirito Novena?

Spirito Novena, nato a Barge (Cuneo) nel novembre del 1901, emerse come figura emblematica della violenza fascista durante gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale in Italia. Conosciuto come "La jena del Pinerolese", si distinse per la sua efferatezza in qualità di comandante del distaccamento di Pinerolo della Brigata Nera "Ather Capelli". Le sue azioni di rastrellamento, saccheggio, sevizie e omicidi seminarono il terrore nella pianura pinerolese, lasciando un segno indelebile nella memoria della Resistenza.

Il Contesto della Repubblica Sociale Italiana e la Nascita delle Brigate Nere

Il periodo tra il 1943 e il 1945 rappresentò per l'Italia un "saggio di tragedia e disumanità, commista di dolore e di sangue", segnato dalla divisione e dalla violenza della seconda guerra mondiale. La caduta del fascismo e l'armistizio dell'8 settembre 1943 con gli anglo-americani portarono all'occupazione tedesca dell'Italia centro-settentrionale e alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana (RSI), uno stato fantoccio che tentava di riorganizzare le forze fasciste repubblicane.In questo clima di estrema tensione e desiderio di "vendetta", si moltiplicarono appelli ideologici come "snudate i vostri pugnali, affilateli e teneteli a portata di mano", considerati "simbolo di vittoria" del "bene contro il male", e "incitamento ai dubbiosi" in vista di "un’alba nuova, di un’alba di luce e di giustizia...". Le formazioni repubblicane erano inizialmente "oscure e confuse" e "del tutto impreparate", ma cercavano in qualche modo di organizzarsi per contrastare l'avanzata alleata e la crescente minaccia partigiana.Le Brigate Nere (B.N.) furono istituite ufficialmente con il Decreto Legislativo n. 446 dal Duce della RSI il 30 giugno 1944. Questo provvedimento mirava a "unificare le file" delle camicie nere e a "ripulirle radicalmente", sottolineando il bisogno di una fedeltà rinnovata e di un'azione decisa. Il decreto, composto da tredici articoli, stabiliva che:
  • Le Brigate Nere fossero definite "Forze Armate repubblicane" (Art. 1).
  • Le Squadre d'Azione delle Camicie Nere venissero istituite come "Corpo Ausiliario" (Art. 2).
  • Il comando del Corpo fosse affidato al Segretario del Partito (Art. 3), mentre i Federali e i Commissari Federali assumevano la carica di comandanti di brigata (Art. 4).
  • I membri fossero soggetti al Codice militare del tempo di guerra (Art. 5) e responsabili per "atti di violenza o rapina contro i semplici del nemico" (Art. 6).
  • Tra i compiti figurava la "liquidazione degli eventuali nuclei di paracadutisti nemici", ma escludeva esplicitamente "compiti di requisizione, arresti od altri compiti di polizia" (Art. 8), un divieto spesso ignorato nella pratica.
  • Era prevista la punizione secondo il Codice militare per chi avesse tentato di "screditare il Partito" (Art. 9).
  • I mutilati e i deceduti in combattimento, o comunque in servizio, avrebbero avuto gli stessi diritti dei militari delle Forze Armate (Art. 11).
Questo quadro normativo, pur tentando di dare una parvenza d'ordine, delineava la natura paramilitare e fortemente ideologizzata delle B.N. Un principio guida per le loro operazioni era la brutalità: "Nelle azioni contro i ribelli non si fanno prigionieri". Questa mentalità portò a un'escalation di violenza, dove i militi delle Brigate Nere, come quelli della "Ather Capelli", agirono spesso con grande autonomia, in un "caos notevole", ma con la chiara intenzione di ristabilire l'ordine fascista con la forza. Nonostante la "superiorità alleata schiacciante, soprattutto in morale", e la consapevolezza che "la guerra era già battuta", l'estremismo fascista continuava le sue rappresaglie, spesso con mezzi limitati, "fin nelle cartucce per i fucili ’91".
Militi della Brigata Nera in uniforme durante un'operazione di rastrellamento

Spirito Novena e la Brigata Nera "Ather Capelli" nel Pinerolese

Spirito Novena, nato a Barge nel novembre del 1901, dopo l’8 settembre 1943, si trasferì da Cameri, dove era impiegato come capo officina, a Bagnolo Piemonte. Nel febbraio 1944, venne nominato Commissario politico del fascio locale. Con la costituzione della Brigata Nera “Ather Capelli” a Torino, Novena si arruolò con il grado di tenente e gli venne affidato un presidio di 25 uomini con sede presso Villa Ceriana a Buriasco.Da questa base, Novena e i suoi militi, con la loro "camicia nera con il teschio sul petto", seminarono il terrore nella pianura pinerolese attraverso una serie di rastrellamenti, saccheggi, sevizie e omicidi. Le sue azioni gli valsero "una credibilità agli occhi dei quadri del partito che, alla fine di agosto, lo avrebbero messo al comando della Brigata Nera “Ather Capelli” di Pinerolo".

Le Vittime Emblematiche della Violenza di Novena

L'eccidio di Villafranca Piemonte: i fratelli Carando e Leo Lanfranco

Il 5 febbraio 1945, a Villafranca Piemonte, Spirito Novena e la sua squadra catturarono, interrogarono per ore, crudelmente seviziarono e infine fucilarono tre partigiani di spicco: i fratelli Ennio ed Ettore Carando, e Leo Lanfranco.Ennio Carando era un professore di filosofia al Liceo Classico Costa della Spezia, amico del filosofo Piero Martinetti e profondamente impegnato in riflessioni etico-politiche. Le sue convinzioni etico-politiche lo spingevano ad agire nel mondo e tra gli uomini, ponendo particolare attenzione a intessere relazioni umane. Nonostante avesse una "cataratta su un occhio e ci vedeva quasi niente dall’altro" e soffrisse di congiuntivite, le sue idee erano "fondamentali per capire le sue scelte resistenziali". Laureato a Torino, si unì al Partito Comunista e rappresentò il partito nel primo C.L.N. spezzino dopo l'8 settembre 1943, sostenendo "l'urgenza dell'azione", spesso in disaccordo con altre componenti politiche. Verso il 20 luglio 1944, con l'annientamento del C.L.N. spezzino, Carando si spostò in Piemonte, dove si unì alle Brigate Garibaldine comandate da Pompeo Colajanni "Barbato". Gli fu affidato il delicato compito di coordinare la Polizia partigiana, lavorando per reprimere lo spionaggio fascista e favorire la nascita di un nuovo ordine democratico dal basso.Il fratello di Ennio, Ettore Carando, capitano di artiglieria, fu convinto da Ennio stesso a unirsi alle formazioni garibaldine. Insieme, si muovevano continuamente "a piedi e in bicicletta", nonostante la quasi completa cecità di Ennio, che "fidava addirittura sulla sua infermità che egli reputava potesse metterlo al riparo dai sospetti fascisti".Leo Lanfranco, un operaio torinese, fu una figura di spicco dell'antifascismo piemontese. Aderì al Partito comunista clandestino nel 1925 e fu confinato a Ponza nel 1934, dove sviluppò la sua preparazione politica a contatto con dirigenti come Umberto Terracini e Pietro Secchia. Tornato a Torino, nonostante i precedenti, trovò lavoro alla Fiat, dove divenne uno dei principali organizzatori dello sciopero delle fabbriche torinesi del 5 marzo 1943. Dopo l'armistizio, Lanfranco fu in prima linea nell'organizzazione delle Squadre di azione patriottica nelle fabbriche torinesi. Divenuto troppo noto alla polizia, raggiunse le formazioni partigiane di Barge (Cuneo) e fu nominato commissario politico della quarta Brigata Garibaldi "Pisacane", e successivamente della prima Divisione d'assalto Garibaldi.La sera del 2 febbraio 1945, "Carlo" (nome di battaglia di Lanfranco) si trovava a Villafranca Piemonte per un'ispezione, e fu sorpreso e arrestato nella "Locanda del Pino" da una squadra fascista capeggiata da Spirito Novena. Durante gli interrogatori, a cui assistette anche il figlio di Novena, il quale, su invito del padre, avrebbe dovuto infilare un ferro arroventato negli occhi dei torturati, Lanfranco non proferì parola che potesse danneggiare la Resistenza. "Dalle sue labbra non esce una parola che potrebbe danneggiare l'organizzazione della Resistenza".Spirito Novena stesso si sostituì al plotone d'esecuzione, sparando con una mitraglietta "a bruciapelo" al viso di Leo Lanfranco e dei fratelli Ennio ed Ettore Carando, mentre questi ultimi "stavano urlando 'Viva l'Italia libera!'". Novena arrivò a profanare le salme delle sue vittime, nonostante le proteste del parroco. La motivazione della Medaglia d'Oro alla memoria di Ennio Carando recita: "Incaricato di importanti funzioni nelle formazioni partigiane, veniva catturato dal nemico a seguito di vile delazione e sottoposto alle più crudeli sevizie".

«NOI SEMPRE LOTTEREM» Documentario sulla Resistenza.

L'omicidio di Renato Geymet a Campiglione Fenile

Il 30 dicembre 1944, a Campiglione Fenile (Torino), alcuni dei 200 militi della Brigata Nera "Ather Capelli", comandati dal capitano Spirito Novena, catturarono, torturarono "a sangue" e fucilarono, senza sottoporlo a regolare processo, il partigiano "bianco" Renato Geymet. Geymet, nome di battaglia "Roosevelt", era uno studente diciannovenne, membro dell'Azione Cattolica e componente del gruppo mobile operativo della V divisione alpina "Giustizia e libertà". Era originario di Annecy, in Francia, e faceva riferimento alla diocesi torinese.L'agguato della "squadraccia di Novena" e l'omicidio di Geymet servirono da monito dopo che i fascisti avevano tenuto sotto scacco l'abitato per 15 ore. L'azione era volta a sgominare il gruppo "Aspiranti Toja", di cui Geymet faceva parte, che si era distinto per la "maggiore preparazione ed attitudine alla guerriglia armata". Questi resistenti di stampo cattolico, benché autonomi, affiancavano i partigiani "rossi" nel loro contributo alla guerra di liberazione.

La Reazione Antifascista e Figure Emblematiche nel Pinerolese

La lotta partigiana nel Pinerolese e nella pianura lombarda si caratterizzò per la sua "spontaneità e organizzazione", unendo "militari" e "politici", e vedendo la partecipazione di soldati di diverse provenienze. Il "modello Barge", ad esempio, descrive un laboratorio di democrazia dove si "rovesciano" e si sovvertono le rigidità del sistema fascista, anche se non senza "contraddizioni, scontri e divergenze".Tra le figure che incarnarono questo spirito di resistenza vi fu Enzo Minichini, allievo spezzino di Ennio Carando. Minichini, nato a Spezia nel 1925, si iscrisse al Partito Comunista nel 1942 e nel 1944 partì per il Piemonte su indicazione del suo maestro per unirsi ai partigiani. Conobbe personalità leggendarie come Luigi Capriolo, Antonio Giolitti e Ludovico Geymonat. Partecipò ad azioni significative, come la distruzione di 42 aerei tedeschi a Barge e la reazione al rastrellamento del 21 marzo 1944, dove ricordava: "Non ho mai visto i tedeschi scappare come allora… facevamo il tiro al piccione". Ferito alla gamba e catturato il 7 settembre 1944, fu fortunato a non morire e fu liberato grazie all'intervento di "Camilla" (Maria Rovano), un'ostetrica partigiana che avvisò i suoi compagni.Dopo la guerra, Minichini divenne avvocato e presidente provinciale dell'ANPI, rimanendo un "mentore" e un "punto di riferimento" per molti, improntato a un "antidogmatismo" e "anticonformismo". Il legame con Carando era profondo: "È stato il mio mentore, da lui ho imparato tante cose, anche sulla vita e sulla morte… l’ultima nostra chiacchierata è stata la notte prima della sua cattura, su Socrate e Platone".
Volantino di propaganda della Resistenza partigiana nel Pinerolese

Il Processo, la Condanna e l'Amnistia di Spirito Novena

Per le sue "malefatte", Spirito Novena fu processato dalla Corte d'Assise Straordinaria di Torino. Il 21 marzo 1946, fu condannato a morte, insieme ai suoi sodali Giovanni Racca e Sergio Simionato, e tradotto nel penitenziario di Alessandria. La sentenza riconobbe la sua responsabilità per gli omicidi e le sevizie commesse, compresa quella nei confronti di Renato Geymet e l'eccidio dei fratelli Carando e Leo Lanfranco.Tuttavia, la pena di morte fu prima commutata in ergastolo e, successivamente, annullata dall'Amnistia Togliatti. Quest'ultima, voluta dal ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti, con decreto presidenziale numero 4 del 22 giugno 1946, permise a Novena di fatto di "girare indisturbato per le vie torinesi". La vicenda di Novena e dei suoi complici (tra cui Lamy Giovanni Martinat, Natale Gavello, Giuseppe Giaccone, Giovanni Alesso, Mario Palmacci, Guido Belfi, Davide Frison, Guido Marchionni e Giovanni Capello) è documentata in vari fascicoli che includono copia della sentenza e atti dello stato civile, come l'atto di nascita, matrimonio, morte, inizio e fine interdizione prodotti dallo Stato civile del comune di Barge.
Documento storico della sentenza contro Spirito Novena

La Memoria Storica e la Complessa Eredità della Resistenza

La storia italiana tra il 1943 e il 1945, con le sue atrocità e atti eroici, continua a essere oggetto di dibattito e di "uso politico del passato", come ha osservato David Bidussa. È fondamentale distinguere il lavoro storiografico, "preciso ed equilibrato", dalla "rappresentazione socialmente diffusa" della Resistenza, che può risultare "sfigurata, denigrata o eroicizzata".Il tema della violenza, sia quella perpetrata dai fascisti come Spirito Novena, sia quella "giusta e necessaria" della Resistenza per la liberazione, "ritorna al centro del discorso". È cruciale contestualizzare tali eventi, evitando di giudicare la violenza di un periodo di guerra totale, occupazione e rappresaglia con la sensibilità dell'attualità. Come afferma la storiografia, "è ingiusto giudicare quella violenza decenni dopo, senza avere ormai la minima percezione di cosa sia una guerra totale".La memoria di figure come i fratelli Carando, Leo Lanfranco e Renato Geymet, vittime della brutalità fascista, è parte integrante di questa complessa eredità, ricordando il sacrificio di chi "sfidò apertamente tedeschi e fascisti con le armi" per un'Italia libera e democratica.
Monumento commemorativo alle vittime della Resistenza nel Pinerolese

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