Il cognome "Singh" è di origine indiana e significa letteralmente "leone" in sanscrito. Storicamente, è stato adottato come cognome dai guerrieri Rajput e successivamente dai Sikh nel XVII secolo. In particolare, il decimo Guru Sikh, Guru Gobind Singh, rese obbligatorio l'uso di questo cognome per tutti i Sikh maschi come segno di fratellanza, uguaglianza, coraggio e fierezza. Il cognome simboleggia la loro identità marziale e la determinazione a difendere la giustizia e la fede.
Mantenere il cognome Singh ha il significato di liberarsi da qualsiasi casta, poiché nel subcontinente dell’Asia meridionale, il cognome identifica la casta di appartenenza. Con l’utilizzo di un solo cognome, Singh, si elimina qualsiasi discorso legato alle caste nelle famiglie Sikh. Ogni maschio Sikh da allora porta Singh come parte del suo nome, e questo era anche un modo per inculcare tra i Sikh uno spirito di fratellanza.
Al giorno d'oggi, tutti i Sikh vengono chiamati Singh anche prima della formale iniziazione tramite l’Amrit, il battesimo. Si può quindi capire che "Singh" possono essere in tanti, ma "Sikh" sono solo coloro che sono battezzati. Perciò la differenza fra Sikh e Singh è che il primo ha un significato puramente spirituale, mentre il secondo è più un uso comune tra le persone del Punjab e non solo.
Le appartenenti alla Khalsa presero il nome di Kaur (leonessa e principessa), introdotto da Guru Gobind Singh per confermare l'uguaglianza di sessi voluta dal fondatore del Sikhismo, Guru Nanak. Kaur fornisce alle donne Sikh uno status uguale a tutti gli uomini. Poiché il numero dei Sikh nel mondo è in continuo aumento, si pone un problema di duplicità di nomi. Per ovviare a questo, alcuni Sikh hanno iniziato ad aggiungere il nome del loro paese di origine come cognome, evitando così di avere più persone con lo stesso nome.
La Fede Sikh: Origini e Principi Fondamentali
Nascita del Sikhismo e del suo Fondatore
La parola sikh deriva dal sanscrito shishya e significa “discepolo”. La religione sikh è stata fondata da Shri Guru Nanak ji, nato nel 1469 d.C. a Talwandi, un villaggio che si trova nei pressi di Lahore, nell’attuale Pakistan. Nanak nacque da genitori indù nella regione del Punjab, nell’India settentrionale.
Durante la giovinezza di Nanak, indù e musulmani erano in perenne conflitto, e le sofferenze provocate dalla guerra lo toccarono profondamente. A trentotto anni, durante una profonda meditazione sul fiume Vein, ebbe l’ordine da parte di Dio di aiutare l’intera umanità e di metterli sulla via retta. Quando gli fu chiesto quale religione avrebbe seguito, rispose: ‘Non c’è né indù né musulmano, quindi quale strada seguirò? Seguirò la strada di Dio.’ Pur non intendendo stabilire una nuova religione, Nanak divenne il capo di un movimento religioso. Come altri del suo tempo, insegnò che il sistema delle caste seguito in India non era una cosa buona.
Fondò la base del sikhismo su tre principi: venerare il nome di Dio, lavorare con onestà e condividere con gli altri ciò che si possiede. Il suo pensiero filosofico iniziò rapidamente a diffondersi in India e in altri Paesi. Iniziò a viaggiare nel 1496 e rimase in cammino 28 anni, prima di ritirarsi spiritualmente sulle sponde del fiume Ravi, dove visse gli ultimi 15 anni della sua esistenza. Guru Nanak ji e i nove guru che gli sono succeduti hanno fornito ai fedeli sikh un esempio di vita spirituale, pur partecipando attivamente alla vita sociale.
La Successione dei Guru e la Formazione della Comunità
I seguaci del guru Nanak compresero che è attraverso il guru, o maestro, che Dio si rivela. Per questo ci volevano dei successori, e così, in un periodo di circa 200 anni, dieci diversi guru si misero alla testa del crescente numero di Sikh. Tutti e dieci i guru sono stati importanti nella storia sikh e hanno contribuito alla formazione della comunità sikh nel mondo. Tutti questi dieci guru erano persone fisiche, e secondo i Sikh, erano abitati da un solo spirito.
In particolare, il secondo guru, Angad Dev, introdusse il langar, la cucina comunitaria, per fornire cibo ai più poveri e bisognosi. Il suo discepolo e terzo guru, Amar Das, la istituzionalizzò e la rese aperta a tutti, indipendentemente dalla loro religione o casta. Il quarto guru, Ram Das, diresse personalmente lo sviluppo della costruzione del Tempio d’Oro, l’Harmandir Sahib, intorno al quale è sorta la città santa di Amritsar, alla quale i Sikh si recano ancora oggi con grande gioia.
Grazie al nono guru, Tegh Bahadur, il sikhismo iniziò a diffondersi oltre la sua zona di origine, nelle città di Delhi, Mathura, Banaras, Allahabad a Gaya, Patna, Dacca e Dhubri. Infine, il decimo guru, Govind Singh, indicò che il suo successore non sarebbe stato un uomo, fondando anche un’organizzazione detta Khalsa (puri). Si tratta di una speciale comunità di Sikh disposti a dedicare interamente la propria vita ai princìpi religiosi. Questa comunità, che sarebbe diventata nota come Guru Khalsa Panth, ha fornito una struttura ufficiale per quegli individui impegnati nello stile di vita sikh. Nel 1699, introdusse la cerimonia del battesimo sikh, l’amrit.
Le Sacre Scritture: Guru Granth Sahib

I sacri scritti di Nanak, dei successivi guru sikh e di “santi” indù e musulmani avrebbero preso il posto dei guru in carne e ossa. Le sacre scritture sikh sono raccolte nel Guru Granth Sahib, compilato e curato nel 1604. Le scritture Guru Granth Sahib o semplicemente Granth (“Il Libro”), detengono la massima autorità nella tradizione Sikh. Il testo è stato compilato dagli stessi guru e contiene i loro scritti musicali. I guru incorporarono anche scritti di altre figure spiritualmente elevate che vivevano nell’Asia meridionale e condividevano una visione simile. I temi delle composizioni scritturali hanno in gran parte a che fare con la natura dell’esperienza divina e i passi che si possono fare per raggiungerla.
Questo testo è considerato dai Sikh l’ultimo dei guru, che continuerà a guidarli per sempre. Il Guru Granth Sahib non contiene solo pensieri, inni e insegnamenti dei dieci guru Sikh, ma anche di altri personaggi di spicco indù e musulmani come Kabir, Namdev, Ravida, Sheik Farid, Jaidev e Surdas. Il Guru Granth Sahib sancisce così il principio fondamentale enunciato da guru Nanak: “tutte le fedi devono essere rispettate per la loro nobiltà d’intenti”. Dagli insegnamenti del Guru Granth Sahib deriva il codice di condotta sikh, conosciuto anche come Sikh Rehat Maryada. Sono regole pensate come valide per tutti i Sikh del mondo, affinché si mantenga un’uniformità di tutta la comunità nella pratica religiosa.
I Sikh considerano il Guru Granth Sahib come un testo rivelato e svolge un ruolo centrale nella vita devozionale e cerimoniale Sikh. La scrittura, che è di dimensioni relativamente grandi, è il fulcro degli spazi di culto sikh. All’interno del gurdwara - tempio di culto dei sikh - il Guru Granth Sahib è posto su un trono e un volontario lo legge in continuazione. Tutte le cerimonie di vita sikh incorporano anche le scritture in qualche modo. In particolari occasioni solenni, si pratica il rito della lettura completa e senza interruzioni del libro sacro l’Akhand Panth, una cerimonia che prevede la lettura ininterrotta delle 1430 pagine del testo, da parte di 5 Lettori, nell’arco di 48 ore.
Principi e Pratiche della Vita Sikh
Credenze Fondamentali
La religione sikh è monoteista: i Sikh credono nell’esistenza di un unico essere supremo, il Creatore, che trascende l’universo, e negli insegnamenti dei dieci guru contenuti nel Guru Granth Sahib. I veri adoratori, pensavano, dovrebbero amare perfino quelli che la pensano diversamente. A differenza degli indù, che hanno molti dèi, i sikh credono in un solo dio.
I Sikh sono convinti che, poiché il Creatore è presente in ogni persona, ciascun individuo sia uguale di fronte a Dio, indipendentemente dalla razza, dal colore della pelle, dal sesso, dalla nazionalità. Nessuno quindi può legittimamente rivendicare una posizione più elevata degli altri: per questi motivi i Sikh non credono nel sistema delle caste. Inoltre, secondo la religione sikh, ciascun individuo, in accordo con la volontà divina, può migliorare il proprio destino. Ognuno ha quindi una forte responsabilità individuale: quella di condurre una vita ricca di valore e utile all’intera umanità. Il traguardo della perfezione, secondo Guru Nanak, si raggiunge sviluppando l’amore verso Dio. Ogni credente, attraverso la meditazione e l’impegno quotidiano, lotta per divenire simile a Dio, migliorandosi continuamente.
I Sikh sono contrari all’ascetismo, ai digiuni e al vegetarianismo. Ma, come gli indù, i sikh ritengono in genere che l’uomo sia destinato a un ciclo di rinascite se non viene liberato attraverso l’illuminazione. Si crede che la parola di Dio, impartita dal guru, sia il solo mezzo per ottenere tale liberazione.
Lo Stile di Vita e i "Cinque K"
La religione sikh si traduce nella pratica concreta della vita, nel rendere servizio agli esseri umani e nell’amore fraterno. La salvezza può essere raggiunta da chiunque, conducendo una vita onesta e ordinaria. Si basa su tre principi fondamentali:
- ricordare il Creatore in ogni momento;
- guadagnare lavorando onestamente;
- condividere il guadagno.
Ogni Sikh deve alzarsi prima dell’alba e, dopo aver fatto un bagno, meditare sul nome di Dio. Ogni giorno si devono recitare sette preghiere: cinque al mattino, una alla sera e una di notte, prima di dormire. Le sette preghiere prendono il nome di Nitnem, che letteralmente significa la routine di tutti i giorni. I Sikh seguono inoltre particolari norme alimentari che vietano l’uso di tutti i tipi di carne (pesce incluso) e i loro derivati, uova, alcolici e tabacco.
Inoltre ogni Sikh porta i cinque simboli distintivi, conosciuti come i "cinque K", perché la prima lettera di ogni simbolo incomincia con la lettera “K”. Questi sono:
- Kesh: i capelli lunghi non tagliati, spesso raccolti in un turbante. Gli uomini appartenenti alla Khalsa dovevano distinguersi nell’aspetto mediante il kesh, la barba non rasata e i capelli lunghi ordinatamente raccolti in cima alla testa.
- Kangha: un pettine, che consente ai Sikh di mantenere la cura, la pulizia e l’igiene dei loro lunghi capelli. Viene solitamente posto nella capigliatura, sotto il turbante. Rappresenta l’importanza della disciplina e della purezza dello stile di vita sikh.
- Kara: un braccialetto di ferro.
- Kachera: un particolare tipo di biancheria.
- Kirpan: un pugnale cerimoniale, simbolo di giustizia e protezione dei più deboli. Rappresenta l’impegno per il rispetto di sé e per la propria libertà di spirito. I kirpan o spada, che veniva portato per la difesa delle credenze religiose.
Queste cinque K costituivano una sorta di uniforme, che distingueva i Sikh dagli altri gruppi indiani. Sebbene esistano poche prove storiche per spiegare perché sono stati scelti questi articoli particolari, i cinque K continuano a fornire alla comunità un’identità collettiva, legando gli individui sulla base di una convinzione e pratica condivise. Anche i turbanti sono una parte importante dell’identità sikh. Sia le donne che gli uomini possono indossare turbanti. Come gli articoli di fede, i Sikh considerano i loro turbanti come doni dei loro amati guru e il loro significato è profondamente personale.
Il Ruolo della Donna e le Cerimonie
La donna rappresenta una figura fondamentale nella comunità sikh, fortemente rispettata per il suo ruolo nella famiglia e nella società. Essa può partecipare, praticare e officiare servizi religiosi. Questi ultimi quasi sempre vengono introdotti dal canto di inni, accompagnati da strumenti musicali e, in occasioni speciali, anche da letture di poesie e composizioni che ricordano la storia dei Sikh.
Una cerimonia molto importante per un Sikh è il battesimo, amrit, che è un dovere per ciascuno di noi. Da quel momento ci si fa carico dei principi della fede e ci si impegna a rispettare il codice di comportamento. Non esiste età minima o massima per essere battezzati: ogni uomo o donna, di qualsiasi nazionalità, ha il diritto di ricevere il battesimo e di unirsi alla comunità sikh. Un altro momento importante per l’individuo e per la comunità è il matrimonio: essere sposati e condurre una vita famigliare è considerato un ideale di vita per tutti. L’obiettivo delle cerimonie religiose è ricordare a ognuno di noi la relazione con Dio: sono degli strumenti per favorire l’unione dell’anima con il Creatore.
Luoghi di Culto e Festività

Il luogo di culto sikh si chiama gurdwara (letteralmente “la porta del Guru”), templi e luogo di riunione allo stesso tempo. All’interno del gurdwara il punto più sacro è un baldacchino, con sotto una copia dell’Adi Granth e al fianco sacerdoti che si alternano nella lettura del sacro testo spesso con un accompagnamento musicale. Nella stanza principale, che viene utilizzata per la preghiera e i servizi giornalieri, viene collocato il testo sacro. Ciascun gurdwara ha la sua cucina comunitaria, il langar, per offrire cibo a credenti, pellegrini e visitatori.
Il langar, la cucina comunitaria che si trova nei templi, è aperta a tutti e sedersi per terra è segno di uguaglianza. Solitamente prima si divide un dolce sacro, fatto di semolino dolce, chiamato karah prashad, che viene benedetto alla fine della funzione, poi viene servito un pasto, solitamente a base di cereali e verdure.
Su ogni gurdwara viene posta una bandiera di colore giallo, con il disegno del khanda, un cerchio con al centro una spada a doppio taglio: il cerchio indica l’infinito, le due lame rappresentano l’equilibrio tra la dimensione spirituale e temporale della vita sikh. Il luogo di culto sikh più famoso al mondo si trova in India, nel Punjab, ed è chiamato Harmandir Sahib, il Tempio D’Oro. L’Harmandir Sahib, a cui tutti possono accedere, indipendentemente dal proprio credo e dalla propria origine, incarna il principio che la casa di Dio è aperta a tutti. L’entrata della struttura principale, però, ha un’unica via d’accesso, a rappresentare che esiste un solo Dio. Intorno al Tempio d’Oro sorge la città santa di Amritsar, centro culturale e spirituale dei Sikh.
I Sikh festeggiano i giorni in cui i dieci guru sono nati, i momenti in cui sono stati riconosciuti come maestri e gli anniversari della loro morte. Celebrano il giorno in cui il testo sacro è stato eletto a guida spirituale, divenendo esso stesso guru dei Sikh. Un’altra festività è quella che ricorda la nascita della khalsa, la comunità dei Sikh, che cade normalmente tra il 13 e il 14 aprile di ogni anno.
La Diaspora Sikh e il Sikhismo in Italia
A parte un periodo di indipendenza nella seconda metà del Settecento, la comunità sikh ha conosciuto fasi alterne nei rapporti con il potere politico (l’Impero Britannico prima e l’India indipendente poi). Quando il Punjab fu diviso tra India e Pakistan nel 1947, la maggior parte della popolazione sikh che lì viveva si trasferì nella parte indiana, oppure scelse la strada dell’emigrazione, inizialmente soprattutto verso il Regno Unito e il Canada, ma anche in Africa Orientale, dove la comunità era ben radicata dalla fine dell’Ottocento. Ormai la diaspora sikh è diffusa in tutto il mondo.
Le comunità sikh in Italia provengono soprattutto dal Punjab indiano, vivono in Italia da circa 30 anni e contano oltre 100mila fedeli. Sono presenti soprattutto al nord, a Mantova, Torino e in provincia di Cremona, a Pessina Cremonese, dove sorge il secondo tempio sikh più grande d’Europa, il Gurdwara Shri Kalgidhar Sahib (superato solo dallo storico Gurdwara centrale di Londra), diventato presto il centro della vita religiosa di una vastissima comunità, radicata ormai da due decenni nella provincia di Cremona. C’è una forte presenza storica sikh anche nella zona emiliana, in particolare a Novellara, in cui si trova uno dei templi sikh più antichi costruiti in Italia, il Gurdwara Singh Sabha. Diverse sono le comunità sikh nel Lazio, soprattutto nell’Agro Pontino, in provincia di Latina, dove sorgono molti gurdwara, ma anche nella capitale si trovano alcune presenze. Ci sono, inoltre, anche diversi fedeli italiani che si sono convertiti alla religione sikh.
"Singh" nella Società e nella Storia
Personalità Notevoli con il Cognome Singh
Tra le personalità famose con il cognome Singh spicca Manmohan Singh, nato il 26 settembre 1932, economista e politico indiano, che ha servito come Primo Ministro dell'India dal 2004 al 2014, noto per le sue riforme economiche liberalizzatrici degli anni '90.
Il nome "Ranjit Singh" è di origine indiana, precisamente del Punjab. "Ranjit" significa "vincitore in battaglia" o "colui che trionfa in guerra", derivato dal sanscrito "ran" (battaglia) e "jit" (vincitore). "Singh" è un titolo che significa "leone", tradizionalmente adottato dai guerrieri Sikh a partire dal XVII secolo per indicare coraggio e forza. Il nome Ranjit Singh, quindi, evoca un'immagine di un guerriero vittorioso e coraggioso. Ranjit Singh (1780-1839) è stato il fondatore e il primo Maharaja dell'Impero Sikh del Punjab. Nato a Gujranwala (nell'attuale Pakistan), si distinse per la sua abilità militare e politica, unificando i vari clan Sikh e creando un regno potente e prospero. È ricordato per la sua tolleranza religiosa, la modernizzazione dell'esercito e l'istituzione di un governo efficiente.
Il nome "Kumar Singh" è composto da due elementi distinti, entrambi con radici profonde nella cultura indiana. "Kumar" (कुमार) è un termine sanscrito che significa "principe", "figlio", "giovane ragazzo" o "celibe". Spesso è usato come titolo onorifico per indicare nobiltà o gioventù. "Singh" (सिंह) è un cognome che deriva dal sanscrito e significa "leone". È tradizionalmente associato alla comunità Sikh, dove è stato adottato nel 1699 per indicare coraggio, forza e uguaglianza. Insieme, "Kumar Singh" può essere interpretato come "principe leone" o "giovane leone", suggerendo una persona di nobile nascita e con qualità di coraggio e leadership. Kunwar Singh (1777-1858) è stato un notevole leader durante la ribellione indiana del 1857. Proveniente da una famiglia reale della regione di Bihar, si distinse per la sua audace resistenza contro il dominio britannico in India. Nonostante la sua età avanzata, guidò le sue truppe con grande coraggio e abilità, diventando un simbolo di eroismo e patriottismo nella storia indiana.
Il Concetto del "Santo Soldato"
Nella tradizione Sikh, una persona veramente religiosa è una persona che coltiva il sé spirituale mentre serve anche le comunità intorno a loro - o un santo soldato. L’ideale del santo soldato si applica sia alle donne che agli uomini. Ispirati dagli insegnamenti del Guru Nanak a impegnarsi in un servizio disinteressato, a cercare giustizia per il beneficio e la prosperità di tutti e ad essere onesti nella propria condotta, i giovani sikh hanno tradizionalmente deciso di servire nelle forze armate e nelle forze di polizia centrali e paramilitari (CAPF) in gran numero.
In passato, 83.005 soldati sikh hanno dato la vita durante i due conflitti mondiali, e 109.045 sono rimasti feriti. I soldati Sikh sono famosi per la loro feroce capacità di combattimento, coraggio e lealtà. Spesso contro probabilità impossibili, hanno affrontato il nemico e combattuto fino all’ultimo uomo. Il soldato sikh è stoico e risoluto, il loro coraggio non vacilla mai, il loro spirito non sventola mai. I soldati sikh hanno mostrato un vivo coraggio su ogni campo di battaglia e hanno mostrato una devozione irremovibile al dovere di fronte a probabilità scoraggianti.

La Gatka: Arte Marziale e Spirituale
La Gatka, la danza della spada, rappresenta una tecnica per lo sviluppo spirituale che punta alla liberazione delle tensioni fisiche ed emozionali. L’arma fondamentale della Gatka è la spada, il simbolo dell’anima nella visione cosmologica indiana. Il processo di apprendimento dell’arte marziale si attua principalmente tramite la danza. Abbandonandosi alla musica, il danzatore-guerriero perde il controllo della mente, abbassa le sue inibizioni e permette l’espressione dell’energia creativa, la più grande forza dell’essere umano. Attraverso i movimenti e le tecniche della Gatka, il discepolo, quindi, è in grado di raggiungere un equilibrio della Mente Negativa e della Mente Positiva, favorendo così il bilanciamento della Mente Neutra e divenendo canale di comunicazione di ciò che in gergo è chiamata energia creativa divina.
La Gatka è anche chiamata arte dell’incontro, infatti la disciplina metterebbe l’individuo in condizione di allargare le proprie prospettive, di aumentare la consapevolezza di se stesso e dell’ambiente in cui vive, elaborando in modo creativo la propria emotività, ma anche il proprio modo di relazionarsi. Scopo fondamentale del Gatka sarebbe quindi l’incontro, perché tramite le tecniche di combattimento gli allievi imparano a non scontrarsi, ma ad incontrarsi l’uno con l’altro, imparando a compensare i loro punti deboli, relazionando e integrando i loro talenti.
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