Il Sacramento dell'Ultima Cena di Salvador Dalí: Un'Analisi Profonda

Per il percorso mensile di riflessione spirituale attraverso l’arte, l’opera scelta è stata Il sacramento dell’ultima cena di Salvador Dalí, un artista inusuale, apparentemente scomposto e ritenuto da molti blasfemo. Completato nel 1955 dopo nove mesi di lavoro, questo dipinto è rimasto una delle sue composizioni più popolari.

La sua popolarità presso la National Gallery of Art di Washington, D.C., dove quasi al suo arrivo nel 1955 ha sostituito A Girl with a Watering Can di Renoir come il pezzo più apprezzato del museo, testimonia il suo impatto. La combinazione di quello che sembra un classico tema cristiano con le tecniche incerte del Surrealismo cattura immediatamente l'occhio, come Dalí è stato in grado di fare più volte con opere quali La Tentazione di Sant'Antonio, il Cristo di San Giovanni della Croce, Crocifissione o Corpus Hypercubus, La Madonna di Port Lligat, Croce Nucleare, e Il Concilio Ecumenico, tra gli altri. Le dimensioni di questa immagine sono 1439 x 934 pixel.

The Sacrament of the Last Supper di Salvador Dalí

Iconografia e Simbolismo

In questa tela, Dalí si accosta a un tema tipico dell’arte sacra, avendo sicuramente in mente l’affresco di Leonardo e gli altri esempi celebri di un soggetto così diffusamente trattato nella storia dell’arte. Il paesaggio che fa da sfondo alla scena è quello che egli vedeva dalla finestra di casa sua, la baia di Port Lligat, in Spagna.

Nella rappresentazione, non si riconosce un cenacolo tradizionale, ma una mensa immensa e curatissima che ospita però solo un bicchiere di vino, i cui riflessi si estendono per tutta la lunghezza della tavola, e una pagnotta spezzata. Quest'ultima, a disposizione di tutti e di nessuno, diventa prossimità dell’osservatore.

La figura del Cristo è come attraversata da una intensa sorgente luminosa che proviene dall’incantevole paesaggio alle sue spalle. Tutt’intorno i dodici apostoli, simmetricamente disposti attorno al Maestro, sono genuflessi, i volti abbassati in preghiera. Nessuno di essi (neppure Giuda) è riconoscibile, immersi nel mistero.

Al centro, Cristo emerge dal mare con sembianze particolari: i tratti del volto, infatti, sono quelli di Gala, la donna amata dal pittore, presente in diverse sue opere. L’intera esperienza, irradiata dalla luce dell’alba - premessa di un giorno nuovo - si compie in una struttura solida, rigorosa e perfetta: un dodecaedro inscrivibile in una sfera, che rappresenta la perfezione cosmica, l’armonia dei cieli. La voluta “scompaginazione iconografica”, che punta alla fascinazione del surreale, ha bisogno tuttavia di un ulteriore decisivo elemento: quello dell’ambientazione, assolutamente singolare, della scena all’interno di questo dodecaedro.

Schema geometrico del dodecaedro nell'opera di Dalí

Il Percorso Spirituale e Artistico di Salvador Dalí

Il pittore surrealista Dalí, nelle sue opere, sceglie di lavorare sulle emersioni dell’inconscio, grazie anche all’influenza di due grandi personalità da lui conosciute personalmente: Sigmund Freud e il gesuita Teilhard De Chardin. Artista complesso, era ossessionato dalla geometria dei numeri che nelle sue opere diventano cifra di ricerca delle proporzioni, secondo la regola aurea.

Dalí, pur essendo un artista spiritualmente inquieto, era certo dell’esistenza di Dio e affascinato dalla bellezza di Cristo. Non si può certamente considerare un prototipo di cattolicità lineare, ma resta un’emblematica figura di uomo del Novecento, quasi contemporaneo, abitato da una potente nostalgia di Dio. Il Museo Dalí di Saint Petersburg, in Florida, ospita opere giovanili e mature del grande artista, descrivendo anche il suo tortuoso cammino verso la riscoperta del cattolicesimo.

Dalí aveva vissuto il conflitto culturale fra cattolici e anticlericali in famiglia: il padre era un ateo ostilissimo alla Chiesa, mentre la madre una cattolica fervente. Queste tensioni familiari lo predisposero ad accogliere con favore il violento anticlericalismo dei surrealisti, condiviso e alimentato dalla relazione con Gala Djakonova. Tuttavia, tra il 1949 e il 1950, Dalí inizia un tormentato - e mai completamente concluso - cammino di riscoperta del cattolicesimo.

Non vi è dunque da meravigliarsi se molti consideravano il suo ritorno alla fede solo come l’ultima trovata di chi voleva provocare e stupire. Eppure, l’itinerario pittorico, evidenziato anche in contesti museali, mostra che non si tratta soltanto di un desiderio di scandalizzare e stupire, sebbene questo elemento non sia mai assente in Dalí. Egli affermò sempre che il suo ritorno alla religione passava per la scienza. In questo senso, il suo cattolicesimo degli ultimi anni fu segnato dall’influenza - seppur di dubbia ortodossia - del teologo e scienziato gesuita Pierre Teilhard de Chardin.

Secondo Dalí, la scienza contemporanea - con scoperte come quella del DNA - rende impossibile sottrarsi alla conclusione che deve esistere un Dio creatore di un universo così complesso e ordinato. Ma in una famosa conferenza l’artista affermava: «Credo in Dio, ma non ho la fede. La scienza e la matematica mi dicono che Dio deve esistere, ma io non ci credo». Al di là dell’immancabile gusto per il paradosso, Dalí voleva dire che era convinto razionalmente dell’esistenza di Dio, e anche della verità del cattolicesimo, ma non riusciva a «sentire» la fede.

Egli scrisse inoltre che non poteva essere un caso se gli artisti che più ammirava - ovvero Velázquez, Vermeer e l’architetto catalano Antoni Gaudí - erano tutti cattolici, a riprova della sua profonda riflessione sul legame tra arte, fede e ragione.

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