Il Padre Nostro, la preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli, ci è giunta in due forme: quella di Matteo (6,9-13), più ampia e strutturata, e quella di Luca (11,2-4), più breve. Questa preghiera non si concentra su precise parole, ma sulla sostanza del rivolgersi a Dio con sobrietà e umiltà. La sua origine scaturisce dalla richiesta dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare» (Luca 11,1). Non è semplicemente una preghiera da recitare, ma è, come vedremo, un'espressione profondamente missionaria che riflette il contesto giudaico e le tradizioni del popolo di Gesù.
L'analisi di ogni frase e parola rivela una profonda concezione dell'umanità e della relazione con Dio, incentrata sulla fraternità che scaturisce dall'amore espansivo del Padre. È una preghiera "espropriata" e "missionaria", destinata non a rimanere chiusa, bensì a estendersi agli altri, proprio come l'amore di un vero padre non è circolare ma espansivo.
Padre Nostro Che Sei Nei Cieli: L'Identità Divina e Umana
Gesù si è rivolto a Dio familiarmente come “Padre”, un modo costante ricordato molte volte nel Nuovo Testamento, invitando gli uomini a fare altrettanto. L'aggiunta "che sei nei cieli" sottolinea la vicinanza di Dio e al contempo la sua maestà di Signore, creatore e Padre, amore e onnipotenza. Dio "fa sorgere il sole sopra i cattivi" (Matteo 5,44-45), manifestando un amore universale.
La grandezza di Dio si riflette nel Salmo 8: «Signore nostro, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!». In questo salmo si legge anche: «opera delle tue dita, che cosa è l’uomo, perché ti ricordi di lui? l’hai fatto poco meno di un Dio, e ogni cosa hai posto sotto i suoi piedi». L'uomo, pur nella sua piccolezza di fronte all'universo, trova la sua grandezza nell'essere oggetto della memoria di Dio. La dignità dell'uomo non risiede nella bellezza, forza o intelligenza, ma nell'amore di Dio che gli conferisce valore, suscitando lo stupore di essere amato.

Sia Santificato il Tuo Nome: Manifestazione della Presenza Divina
La prima richiesta del Padre Nostro, "Sia santificato il tuo Nome", esprime il desiderio di mostrare, di fronte al mondo, la presenza di Dio. Il profeta Ezechiele (36,22-29) indica i tratti essenziali di questa santificazione: Dio si manifesta santo in mezzo agli israeliti che ha fatto uscire dall’Egitto per essere loro Dio. Questo processo implica l'abbandono di una schiavitù per una nuova appartenenza a Dio, il quale non accetta il peccato.
La reale possibilità di profanare il nome di Dio evidenzia il rischio di oscurare il suo volto, anziché svelarlo. Gesù, nella sua preghiera prima della passione (Giovanni 17), chiede: «Santificali nella verità: la tua parola è verità». La Chiesa, seguendo questo esempio, riconosce che la fedeltà a Dio, paradossalmente, è una fedeltà all’amore, che si manifesta nel movimento di amore e solidarietà.
Venga il Tuo Regno: Un Progetto Universale di Amore
"Venga il tuo Regno" significa che il Regno di Dio «è vicino, convertitevi e credete al Vangelo». Questa è una preghiera certamente missionaria, in cui Vangelo e Regno sembrano quasi sovrapporsi. Il Regno, carico di novità, proviene dall'azione stessa di Dio, non come l'uomo lo immagina, ma come Gesù lo ha annunciato, con tratti distintivi di misericordia e universalità. Nel Regno di Dio, Gesù ha accolto, servito e perdonato.
Il tratto dell'universalità supera ogni differenza tra gli uomini, travolgendo ogni barriera emarginante. Il Regno cristiano non cataloga gli uomini, dividendoli, ma li rende universali, pur mantenendo la distinzione tra peccato e verità. Questo Regno è ancora incompiuto, come un seme che si attende si compia (cfr. 1 Corinzi 16,22; Apocalisse 22,20). Il cristiano guarda in alto, consapevole che, pur vivendo nel mondo, la sua origine viene da altrove; la sua regola di vita obbedisce a una logica diversa, relativizzando il mondo. Anche se non è la pienezza del Regno, il mondo può esserne il riflesso, e le fondamenta del mondo futuro si preparano qui e ora, permettendoci di pregustarlo, anche se in modo incompiuto.
Sia Fatta la Tua Volontà: L'Obbedienza e l'Esempio di Gesù
La preghiera "Sia fatta la tua volontà" accentua l'aspetto morale. Non basta dire «Signore, Signore» (Matteo 7,21-23), ma è necessario fare la sua volontà. Il valore della prassi cristiana risiede nel "fare", non solo nell'ascolto o nella preghiera. Sebbene una tensione tra il progetto di Dio e quello dell'uomo non sia rara, la preghiera esprime il desiderio dell'obbedienza.
Gesù stesso, nell'orto del Getsemani, pregava dicendo: «Padre mio, se è possibile passi da me questo calice. Tuttavia non come voglio io, ma come vuoi Tu» (Matteo 26,39). Questo mostra una fondamentale obbedienza, che si manifesta anche nel fatto che il suo cibo è fare la volontà del Padre. In Lui si ritrova la libertà e la consistenza di Figlio. Pertanto, la terza domanda del Padre Nostro ci invita a guardare a Gesù non per compiere semplicemente azioni buone, ma per adottare un modo di esistere. È una preghiera missionaria con una passione ardente, affinché la volontà di Dio si realizzi in ogni angolo della terra, come un riflesso del cielo sulla terra.

Dacci Oggi il Nostro Pane Quotidiano: Sobrietà e Fiducia
La richiesta "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" riflette un vivo senso di sobrietà: si chiede il necessario per oggi, nulla di più. Non c'è spazio per l'inutile affanno o la passione per l'accumulo. Gesù ammonisce sull'idolatria dell'accumulo, ricordando che la sicurezza della vita non risiede nei beni materiali. "Che mangeremo? Che cosa indosseremo?" sono domande che distolgono dal presente.
Un esempio biblico è l'episodio della manna (Esodo 16,19-21): chi ne raccolse di più per l'indomani vide sorgere vermi e corruzione. Il pane quotidiano è già un dono di Dio. Nel Nuovo Testamento, l'esempio della comunità di Gerusalemme, come descritto negli Atti degli Apostoli, mostra una carità che non tollera fratelli nell'indigenza, una carità che coinvolge l'anima e la vita, con la sua radice nel cuore dell'uomo.
Rimetti a Noi i Nostri Debiti, Come Noi Li Rimettiamo ai Nostri Debitori: Il Perdono Comunitario e Condizionato
La richiesta "rimetti a noi i nostri debiti" presuppone un vivo senso della colpa, che non è più una parola rituale, ma una vera domanda. Il debito non è solo materiale; è un'offesa alla persona. L'uomo è debitore per essenza davanti a Dio e nella vita, come illustrato dal pubblicano che prega: «O Dio, abbi pietà di me» (Luca 18,13). Poiché la parità tra ricevere e restituire non è sempre possibile, l'unica soluzione per l'uomo è la domanda di perdono.
La formula al plurale, "rimetti a noi i nostri debiti", indica che il Padre Nostro è una preghiera corale e che esistono colpe comunitarie, non solo individuali. Questo perdono è anche missionario (Luca 23,34), e il cristiano non si isola. La frase "come noi li rimettiamo ai nostri debitori" lega strettamente e in modo decisivo i due perdoni. Non è il nostro perdono a essere il modello di quello di Dio, ma il nostro perdono ai fratelli è di assoluta importanza e ha un legame stretto, quasi necessario, con il perdono di Dio. Perdonare significa "far del bene" e "benedire" i nemici (Matteo 5,44-45), dimostrando partecipazione, solidarietà, preoccupazione e aiuto, non solo verso il nemico personale, ma come impegno dell'intera comunità.
La parabola del servo spietato in Matteo 18,21-35 è un chiarimento fondamentale: un padrone condona un debito enorme a un servo che lo supplica, ma lo stesso servo si rifiuta di condonare un debito piccolissimo a un suo compagno. Il perdono di Dio è gratuito e senza misura, ma il perdono fraterno va preso sul serio, perché è il luogo della verità di chi ha compreso il perdono ricevuto. Senza di esso, il perdono ricevuto da Dio svanirebbe.
Non Indurci in Tentazione: Un Dilemma Teologico e Linguistico
La richiesta "non indurci in tentazione" è spesso sorprendente e fastidiosa per i fedeli, poiché «Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male» (Giacomo 1,13). Il termine greco `peirasmòs` ha un duplice significato: "prova" e "tentazione". La prova purifica e affina lo spirito, ma è anche pericolosa, e perciò si chiede a Dio di venire in aiuto. La vita stessa è tutta una prova (Giobbe 7,1), con prove eccezionali e quotidiane. La prova può degenerare in tentazione a causa della nostra fragilità o dell'azione del demonio.
Gesù stesso è stato sottoposto alla prova nella passione, come nell'episodio del Getsemani, dove ha supplicato il Padre di allontanare da lui il calice della sofferenza. Se Dio non può evitarci questa prova, il Padre può aiutarci a non soccombere. La questione del "non indurci in tentazione" ha generato un lungo dibattito. La traduzione italiana tradizionale di `et ne nos inducas in tentationem` con "non ci indurre in tentazione" è un calco del latino `inducas` (da `inducere`, "condurre, introdurre"), che a sua volta traduce il greco `eis-fero` ("lasciar entrare"). In italiano, però, "indurre" ha una forte connotazione negativa ("spingere qualcuno al male"), creando la difficoltà di attribuire a Dio la volontà di spingerci al male.
La Revisione CEI e Le Nuove Interpretazioni
A novembre la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha valutato e recepito nel Messale una traduzione aggiornata del Vangelo di Matteo, che nel 2008 ha modificato il vecchio «non ci indurre in tentazione» con la nuova formula «non abbandonarci alla tentazione». Questa traduzione, approvata anche da Papa Francesco, cerca di superare la difficoltà teologica. Padre Eugenio Costa, gesuita e liturgista, ha collaborato alla revisione della Bibbia CEI 2008, che ha portato a questa modifica.
Il vero Padre Nostro
Tuttavia, anche la formula "non abbandonarci alla tentazione" solleva interrogativi: se Dio non induce al male, può abbandonare l'uomo alla tentazione? Una proposta alternativa, che rispetterebbe il lessico originale e sarebbe teologicamente più "giusta", è «non metterci alla prova». Questo si basa sull'analisi del termine greco `peirasmòs`, che indica sia "prova" (verifica, controllo) sia "tentazione" (insinuare il male, sedurre).
Gli studiosi, tra cui Jean Carmignac, hanno notato che il retroterra ebraico e aramaico del Padre Nostro suggerisce un "causativo negativo", interpretabile come "non permettere che entriamo nella tentazione" o "preservaci dal consentire alla tentazione". Il diavolo cerca di sfruttare lo stato di prova, essendo il Tentatore, per indurci al fallimento della nostra vocazione, come accaduto ai discepoli di Gesù di fronte alla Passione. Paolo ci assicura che non saremo tentati oltre le nostre forze (1 Corinzi 10,13).
Le Interpretazioni di Steiner e Sibaldi
Secondo Rudolf Steiner, la terza formula della seconda parte del Padre Nostro, "non indurci in tentazione", fa riferimento al corpo astrale. Per Steiner, la tentazione è «ciò per cui il singolo prende su di sé una colpa personale».
Igor Sibaldi ha criticato la traduzione «non abbandonarci alla tentazione» come un inutile compromesso lessicale e teologico. Egli propone di tradurre il verso come «e non la volontà di quel Nulla che Tu, a volte, hai lasciato agire» o «facciamo in modo, noi e Tu, che il Nulla non prenda forma nei nostri bisogni». Sibaldi invita l'uomo a considerare solo i bisogni autentici e attuali, ignorando i bisogni presunti, dove il Nulla spesso si insinua. Si impegna anche a non dare peso al passato (rancori, rimpianti) che sono "terreno prediletto dal Nulla". Gesù stesso, nel deserto, ha affrontato il "Nulla" (il Diavolo) che gli propose tre modi ragionevoli per promuovere le sue idee nel mondo: ricchezza, potere personale e miracolo. Gesù rifiutò queste tentazioni, che il Nulla considerava la via per il successo nel "suo mondo".

Liberaci dal Male: La Lotta Contro il Maligno
L'ultima invocazione del Padre Nostro, "liberaci dal male", può significare sia "liberaci dal male" in senso generale, sia "liberaci dal maligno". Entrambi i significati sono veri. La cattiveria umana non spiega da sola il male nel mondo; qualcosa spinge al male. Il cristiano deve assumere alcuni atteggiamenti di fronte al male: l'umiltà di riconoscersi peccatore, la ricerca del perdono di Dio, la verità e la lealtà.
Contrariamente all'idea che il male sia una parte inevitabile della natura umana, il Vangelo insegna che "il male è nostro", non proviene dall'esterno, ma da noi stessi (impudicizia, occhio cattivo, bestemmia, superbia, stoltezza). Il male è forte e conserva sempre il suo fascino. Per questo si chiede a Dio: "liberaci dal male", perché nessuno vince il male da solo, e l'aiuto di Dio è essenziale. Il verbo "liberaci" può sembrare debole, ma esprime la consapevolezza di essere "incollati" al male, che si accumula e ci trascina sempre più giù. Le due domande finali del Padre Nostro sono in realtà una sola: evitare la caduta nel peccato, liberati dal maligno, che si presenta come tentatore e seduttore, sfruttando la nostra concupiscenza per portarci alla ribellione contro Dio.
Secondo Rudolf Steiner, "Liberaci dal male" fa riferimento all'ego. Il Vangelo illustra come il "Nulla" (il Diavolo) abbia tentato anche Gesù, non suggerendogli direttamente di disobbedire a Dio, ma piuttosto di svolgere il suo compito messianico servendosi del prestigio e della potenza, mettendo in discussione la sua dedizione al Padre. Satana cita persino le Scritture nel deserto, mostrando la sottile e pericolosa furbizia del maligno, che cerca la gloria di Dio per sé.
Dio non tenta al male, ma permette la prova per il bene, affinché con la sua grazia si impari l'amore e si risponda con amore all'Amore che è Dio Padre, il quale ce lo dona nello Spirito Santo grazie a Gesù, suo Figlio e nostro fratello.