Dino Campana e il Crollo dei Valori: Il Significato di "Si Sfiancano i Troni e gli Altari"

L'espressione "si sfiancano i troni e gli altari", pur non essendo direttamente citata nel corpo dell'opera di Dino Campana qui analizzata, evoca potentemente lo spirito rivoluzionario e di rottura che caratterizza la sua poetica, in particolare nei Canti Orfici. Essa simboleggia il logoramento e il superamento delle istituzioni, delle tradizioni e dei valori consolidati, sia in ambito politico-sociale che, più specificamente, letterario e spirituale, in un'epoca di profonda crisi culturale.

Il poeta, con la sua ricerca di un linguaggio "magico" e "ultrapoetico", si pone come un visionario che sfida le convenzioni, annientando le "gerarchie" stilistiche e tematiche preesistenti per costruire una nuova forma d'arte.

La Genesi Travagliata dei Canti Orfici

La storia della pubblicazione dell’opera di Dino Campana è notoriamente difficile e costellata di fallimenti, non solo professionali ma anche affettivi ed esistenziali. Il 6 gennaio del 1914, Dino Campana da Marradi scrisse a Giuseppe Prezzolini, allora direttore della rivista fiorentina «La Voce»: «Scrivo novelle poetiche e poesie; nessuno mi vuole stampare e io ho bisogno di essere stampato: per provarmi che esisto, per scrivere ancora ho bisogno di essere stampato.» Questa richiesta, purtroppo inutile, fu l'ennesimo insuccesso. La poesia, per Campana, era ciò che dava senso alla vita, un bisogno viscerale per "provarmi che esisto".

Nel dicembre dell’anno precedente, a Firenze, Campana aveva affidato l'unica copia del suo manoscritto, intitolato allora Il più lungo giorno, a Giovanni Papini e Ardengo Soffici, intellettuali di spicco dell'epoca, sperando in una pubblicazione su «Lacerba». I due, tuttavia, smarrirono il manoscritto, un evento che privò la letteratura italiana di una potenziale novità letteraria importante. Il poeta dedicò la prima metà del 1914 alla ricostruzione e rielaborazione, in parte a memoria, delle poesie perdute. La raccolta fu infine stampata a Marradi nell’estate del 1914, grazie ai fondi raccolti tramite una colletta, dal tipografo Ravagli. L'energia di questo libro, unico in quanto primo e ultimo della produzione del poeta, richiese anni per liberarsi e manifestare pienamente il suo impatto.

Dino Campana ritratto

Una Ricerca Poetica Innovativa e 'Ultrapoetica'

I Canti Orfici si distinguono per la loro natura intrinseca di creazione artistica che "sembrano contenere più cose di quello che dovrebbero", quasi una categoria paradossale. La novità e l'originalità di quest'opera risiedono principalmente nella particolare lingua in cui sono composti. Non si tratta semplicemente di poesia musicale, un aspetto non raro nella letteratura, ma di una vera e propria ricerca di linguaggio che si fonda su principi di composizione musicale. Questi canti, intrisi di musica, possono essere considerati "musica scritta a parole", caratterizzati da una lingua “magica”, “misteriosa”, quasi ‘ultrapoetica’.

Appena diffusi tra gli intellettuali fiorentini, i Canti Orfici suscitarono reazioni contrastanti, segno della loro forza dirompente e della loro capacità di scuotere le convenzioni estetiche dell'epoca.

Il Contesto Culturale e le Influenze

La formazione poetica di Dino Campana fu profondamente influenzata dalle tensioni culturali del primo Novecento italiano. La cultura italiana di quel periodo, tra Ottocento e Novecento, partecipava a un generale processo europeo di rinnovamento, spinto dalle idee spesso polarizzanti dell’Idealismo e del Positivismo, dalla filosofia di Croce, di Wagner e di Nietzsche, dall’Impressionismo e dal Simbolismo francese, e da tutte le correnti artistiche europee, con il Futurismo che rappresentava la parte più innovativa nelle arti figurative, nella letteratura e nella musica.

Le Radici Musicali

Il punto di contatto di Campana con l’ambiente musicale fu Giannotto Bastianelli (1883-1927), musicista e musicologo fiorentino, tra le personalità più attente e aggiornate sulla produzione musicale italiana ed europea. È molto probabile che la frequentazione di Bastianelli abbia fornito a Campana riferimenti estetici fondamentali nel dibattito sulla “poesia musicale”. Le tappe della formazione musicale del poeta sono difficili da ricostruire con certezza, mancando notizie su studi formali o testi specifici. Tuttavia, le testimonianze autobiografiche raccolte dallo psichiatra Pariani tra il 1927 e il 1930 rivelano che, prima del suo viaggio in Argentina (tra il 1903 e il 1908), Dino aveva studiato il pianoforte. Campana stesso dichiarò: «Volevo studiare chimica, ma poi non studiai più nulla perché non mi andava; mi misi a studiare il piano. Quando avevo denaro spendevo tutto quello che avevo. Un po’ scrivevo, un po’ sonavo il piano. Così finii per squilibrarmi completamente.»

Il poeta ammirava musicisti come Beethoven, Mozart, Schumann, Verdi, Spontini e Rossini. Beethoven, Mozart e Schumann, ai primi del Novecento, erano parte integrante della letteratura didattica del pianoforte, suggerendo che Campana avesse approcciato lo strumento con le sonate facili di Beethoven, come quelle dell’op. 49. Il suo ambiente acustico a Marradi, nell’Appennino tosco-romagnolo, era ricco di tradizioni canore, di poeti-cantori e improvvisatori. Crescendo in una famiglia borghese, Campana era abituato anche alla musica “colta” più diffusa, l’opera, apprezzando in particolare Bizet e il canto della Carmen, "La libertà!", che risuonava con la sua scelta di vita. Anche Firenze, con la sua vivace vita musicale e gli incontri privati ("smusicate") organizzati da Bastianelli, fu un luogo cruciale per la sua formazione.

Vita del "poeta maledetto" Dino Campana

Poesia e Musica: Un Dibattito Cruciale

Il dibattito sul rapporto musica-poesia era vivace, influenzato dall'idea wagneriana di *Oper und Drama* (1851), secondo cui la musica non doveva essere il fine dell'opera, ma il mezzo, con il dramma e il testo letterario come obiettivo principale. Ildebrando Pizzetti, figura di spicco nel rinnovamento del teatro musicale italiano, abbracciò questa polemica, idealizzando la poesia nella sua «musica di parole» e sostenendo che la massima espressione poetica potesse essere raggiunta musicandola, pur riconoscendo la sua contraddizione. Il rinnovamento da lui propugnato guardava al passato, riscoprendo l'origine comune di musica e poesia nella Grecia antica e nella tragedia, nonché nel recitar cantando dell'opera protobarocca.

Tuttavia, come notato da studi critici, la fortuna dell’opera italiana fino a Puccini fu spesso dovuta proprio alla ‘imperfezione’ della poesia del libretto e alla predisposizione pragmatica dei compositori, come evidenziò Verdi nella sua celebre lettera a Ghislanzoni del 1871, dove sosteneva la necessità per poeti e compositori di avere "il talento di non fare né poesia né musica" quando l'azione lo richiedeva. Dino Campana, pur immerso in questo dibattito, trovò la sua via originale, quella di una poesia che, pur attingendo alla musicalità, si faceva essa stessa musica, un suono primordiale e ineffabile.

Il Poeta Visionario e la Crisi dei Valori

Il concetto di "si sfiancano i troni e gli altari" trova un'eco profonda nella figura di Campana come "veggente", che "guarda al mondo che lo circonda con occhi diversi, coglie segrete corrispondenze, recepisce messaggi rivolti al suo io e li fissa sulla pagina". In un periodo di "crisi diffusa dei valori e delle forme con cui la letteratura ha fino ad allora saputo esprimersi", Campana "tenta di percorrere nuove strade e lo fa con l’impeto del visionario". La sua arte, definita da Sanguineti come "tutta alienata dinanzi alle istituzioni letterarie", riflette un profondo rifiuto delle convenzioni e delle strutture di potere, siano esse politiche, religiose o artistiche. I "troni" possono rappresentare il potere politico e le gerarchie sociali, mentre gli "altari" simboleggiano le fedi, i dogmi e le tradizioni spirituali e morali. Entrambi, nella visione campaniana, sono soggetti a un logoramento, a uno "sfiancamento" che ne rivela la fragilità e l'inattualità.

Nella sua esperienza unica e irripetibile, Campana condensa la ricerca di un esclusivo rapporto con le arti figurative, il lavoro sul ritmo e sulla musicalità del verso, e la produzione di immagini e simboli disturbanti che alludono al mistero e all'inafferrabile. Questo approccio non significava distruggere la tradizione *tout court*, ma piuttosto selezionare e rielaborare gli autori, i pensatori e gli artisti che costituivano la "sua" tradizione, per proseguire una ricerca personale e profondamente innovativa. Nonostante l'apertura allo sperimentalismo dell'ambiente culturale coevo, la sua opera fu spesso condannata all'isolamento e all'incomprensione da parte di chi non riusciva a cogliere appieno la sua portata, come dimostrano i giudizi contrastanti, dal disprezzo di Papini e Saba che lo definivano "matto", all'apprezzamento di Montale che ne riconobbe la novità "misteriosa e straniante".

Mappa dell'Appennino tosco-romagnolo, luogo di nascita di Campana

Il "Libro-Limite" e il Testamento Spirituale

I Canti Orfici, pur ambendo a essere un "libro-tutto" in cui confluire una cultura in blocco abbracciandone le più svariate manifestazioni, si rivelano in un certo senso un "libro-limite". Essi mostrano i confini di un progetto poetico già intrapreso da altri (come Mallarmé e Lucini), ma che nella sua radicalità era votato al fallimento nell'ambiente culturale italiano dell'epoca. Lo sforzo di Dino Campana fu eroico, la sua "chimera pallida-esangue" inafferrabile, e l'opera cui si dedicò richiese dedizione e sacrificio, condannandolo al contempo all'isolamento e all'incomprensione.

Eppure, i Canti Orfici, affascinanti, misteriosi e sfuggenti nella loro eterogeneità, rimangono l’esperienza poetica sublimata e il testamento spirituale di un autore troppo a lungo, e ingiustamente, ridotto al silenzio. Essi rappresentano una delle più potenti e originali espressioni della crisi e del rinnovamento della cultura italiana all'inizio del XX secolo, dove i "troni e gli altari" delle certezze passate si sfiancano per lasciare spazio a nuove visioni e nuove forme espressive.

Frammenti di una Poetica Inafferrabile

Ecco alcuni dei testi che dimostrano la sua unicità:

Crepuscolo mediterraneo perpetuato di voci che nella sera si esaltano, di lampade che si accendono, chi t’inscenò nel cielo più vasta più ardente del sole notturna estate mediterranea? Chi può dirsi felice che non vide le tue piazze felici, i vichi dove ancora in alto battaglia glorioso il lungo giorno in fantasmi d’oro?

Ricordo una vecchia città, rossa di mura e turrita, arsa su la pianura sterminata nell’Agosto torrido, con il lontano refrigerio di colline verdi e molli sullo sfondo. Archi enormemente vuoti di ponti sul fiume impaludato in magre stagnazioni plumbee: sagome nere di zingari mobili e silenziose sulla riva: tra il barbaglio lontano di un canneto lontane forme ignude di adolescenti e il profilo e la barba giudaica di un vecchio: e a un tratto dal mezzo dell’acqua morta le zingare e un canto, da la palude afona una nenia primordiale monotona e irritante: e del tempo fu sospeso il corso.

Non so se tra rocce il tuo pallido Viso m’apparve, o sorriso Di lontananze ignote Fosti, la china eburnea Fronte fulgente o giovine Suora de la Gioconda: O delle primavere Spente, per i tuoi mitici pallori O Regina o Regina adolescente: Ma per il tuo ignoto poema Di voluttà e di dolore Musica fanciulla esangue, Segnato di linea di sangue Nel cerchio delle labbra sinuose, Regina de la melodia: Ma per il vergine capo Reclino, io poeta notturno Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo, Io per il tuo dolce mistero Io per il tuo divenir taciturno.

Non so se la fiamma pallida Fu dei capelli il vivente Segno del suo pallore, Non so se fu un dolce vapore, Dolce sul mio dolore, Sorriso di un volto notturno: Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti E l’immobilità dei firmamenti E i gonfi rivi che vanno piangenti E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera.

tags: #si #sfiancano #i #troni #e #gli