La Scultura Lignea della Crocifissione nella Storia dell'Arte

L'arte della scultura lignea: tecniche e preparazione

L’arte di scavare e intagliare il legno è antichissima e si ritrova in tutte le civiltà. Nel mondo antico, i legni usati in scultura erano perlopiù di mediocre qualità, sebbene venissero importati anche legni migliori per opere di particolare pregio. La lavorazione iniziava con l'intaglio del blocco di legno, spesso eseguito con un rudimentale coltello o con diversi strumenti più specifici.

La superficie veniva successivamente levigata con lime e abrasivi naturali per raggiungere la finitura desiderata. L’opera poteva essere ricavata da un unico blocco di legno oppure essere composta da più pezzi lavorati singolarmente, riportando le misure da un modello e poi montati ad incastro. La rifinitura superficiale prevedeva spesso un rivestimento: la superficie veniva infatti preparata con uno strato di gesso, che serviva da base per il colore, oppure veniva impannata, cioè ricoperta con una tela sottile incollata che fungeva da supporto per il gesso stesso. L’uso della colorazione sovrastante è stato molto frequente in tutte le epoche e presso tutte le culture, conferendo vivacità e realismo alle sculture.

Illustrazione di strumenti per intaglio del legno o di un laboratorio di scultura lignea

La Crocifissione nell'arte: dall'iniziale reticenza alla diffusione medievale

Nelle prime comunità cristiane, l'accettazione delle rappresentazioni della Croce fu difficile. Come scrisse San Paolo, essa costituiva "scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani" (1 Corinzi 1,23). Per questo motivo, si preferiva evitare la rappresentazione diretta dello strumento di tortura e supplizio patito da Gesù, concentrando invece l’attenzione sulla gloria della croce come strumento di redenzione e vittoria sulla morte.

Tuttavia, nel Medioevo, la rappresentazione del Cristo crocifisso divenne sempre più diffusa. In particolare, si affermò la croce dipinta su tavola e di grandi dimensioni, che veniva utilizzata come pala d’altare, divenendo un punto focale per la devozione e la liturgia.

Rappresentazione di una croce medievale dipinta su tavola

Giotto e le sue Crocifissioni

Nel corso della sua lunga carriera, Giotto (1267-1336), il più importante pittore del Trecento italiano, ebbe modo di affrontare in più occasioni il soggetto del Cristo crocifisso. Lo fece sia dipingendo alcune magnifiche croci lignee, come ad esempio il celebre Crocifisso di Santa Maria Novella a Firenze, sia orchestrando scene più articolate, con Gesù in croce e altri personaggi che circondano il patibolo. Le Crocifissioni giottesche, alcune certamente di sua mano, altre solo attribuite, vennero dipinte sia ad affresco, a Padova e ad Assisi nei primi anni del Trecento, sia su tavola nella fase tarda della sua vita.

La Crocifissione degli Scrovegni (1303-1305)

La Crocifissione degli Scrovegni è un affresco che Giotto dipinse a Padova, fra il 1303 e il 1305, nella Cappella degli Scrovegni. Al centro della scena, Cristo, inchiodato alla croce, si staglia contro lo sfondo uniforme del cielo blu oltremare, conservatosi in discrete condizioni. Il suo corpo, come già nel Crocifisso di Santa Maria Novella, di alcuni anni precedente, è credibile sia nelle proporzioni, sia nell’anatomia, sia nella posizione, e appare come un nudo quasi integrale, per effetto della trasparenza del panno che gli cinge i fianchi.

In basso, Maria Maddalena dai lunghi capelli sciolti, devotamente inginocchiata, bacia i piedi del Redentore e con una ciocca bionda gli deterge il sangue. A destra, i soldati si contendono la veste di Cristo, rossa e bordata d’oro. Quest’ultima scena, secondo i Vangeli, si svolse mentre Gesù era ancora vivo, ma era consuetudine consolidata renderla contemporanea alla morte di Cristo. Il centurione, già dotato di aureola perché aveva riconosciuto Dio, indica agli altri il corpo del Crocifisso e sembra pronunciare le parole di Luca: «Veramente quest’uomo era giusto».

La croce è piantata sul monte Calvario, mostrato come una piccola cresta rocciosa, aperta da una fenditura in cui si intravedono un piccolo teschio e alcune ossa. Questo particolare iconografico, presente anche nelle sue croci dipinte, vuole sia ricordare che Calvario (Golgota in aramaico) vuol dire “luogo del cranio”, sia richiamare un’antica leggenda secondo la quale la croce di Cristo venne piantata proprio sul luogo di sepoltura di Adamo.

Affresco della Crocifissione nella Cappella degli Scrovegni di Giotto

La Crocifissione di Assisi (1308-1310)

Un'altra significativa opera si trova nella Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi, nella volta a botte del transetto destro. Gli studiosi sono concordi nel giudicare questi affreschi prevalentemente opera di bottega, giacché Giotto, avendo raggiunto dopo gli Scrovegni l’apice della fama, tendeva a delegare ai propri collaboratori la fattiva realizzazione delle opere commissionategli. Tuttavia, è opinione diffusa che proprio nella Crocifissione, che è la scena più importante di questi nuovi cicli, l'artista sia intervenuto personalmente alla stesura dell'affresco, senza limitarsi a consegnare i disegni.

La composizione è chiaramente derivata da quella padovana, presa a modello. Sullo sfondo blu oltremare si staglia il Cristo crocifisso, con la Maddalena inginocchiata ai suoi piedi, in adorazione. Maria, vestita di bianco e assistita da alcune donne, è crollata per terra; Giovanni, in questo caso, non soccorre la Madre ma resta in piedi, con le mani strette, a contemplare piangente il corpo di Cristo. Prendono parte alla scena, in modo anacronistico da un punto di vista storico e con intento puramente simbolico, alcuni francescani, tra cui San Francesco, dotato di aureola e prossimo alla croce, con le mani levate, e San Bonaventura, che di Francesco era stato il biografo ufficiale.

Affresco della Crocifissione nella Basilica Inferiore di San Francesco ad Assisi attribuito a Giotto

Crocifissioni su tavola della fase tarda (1320-1325 ca.)

Nella fase tarda della sua produzione, Giotto e la sua bottega realizzarono diverse crocifissioni su tavola. Una Crocifissione del 1320 circa presenta un Cristo magrissimo, con la sua croce, che si innalza al centro contro uno sfondo oro uniforme. L’iconografia giottesca è ormai codificata: ritroviamo, dai più grandi e autorevoli modelli degli affreschi, il motivo degli angeli in volo, la Maddalena vestita di rosso inginocchiata ad abbracciare la croce, la Madonna vestita di blu, semisvenuta e sorretta da Giovanni, e gli ebrei sulla destra. Compaiono, sullo sfondo, i soldati romani che si accalcano. La folla è tagliata sia alla destra sia alla sinistra della tavola, uno stratagemma già utilizzato da Giotto, in modo da suggerire un’espansione laterale della scena. Delizioso è il dettaglio della bambina che guarda la Vergine con apprensione.

Tavola di Crocifissione di Giotto o della sua bottega

La Crocifissione di Strasburgo, conservata nell’omonima città e attribuita al maestro da Roberto Longhi, è più essenziale della sua omologa di Berlino e di dimensioni più contenute, presentando poche figure contro uno splendente fondo oro. Probabilmente faceva parte di un dittico. In questa rappresentazione, Maddalena abbraccia la croce, mentre Maria sviene tra le braccia di due donne. Giovanni, posto isolato sulla destra, porta la mano sulla guancia, nel tipico gesto del dolente, e alle sue spalle si trova la folla degli ebrei.

Infine, la Crocifissione di Monaco fa parte di un gruppo di Sette tavolette con storie di Gesù, attribuite a Giotto e datate fra il 1320 e il 1325. Conservate in vari musei del mondo, queste tavolette erano probabilmente parte della predella di un polittico smembrato, o forse costituivano un polittico composto da un insieme di piccoli pannelli quasi quadrati che narravano le Storie della Vita di Cristo. La presenza, sotto la croce, di San Francesco, prostrato ai piedi di Gesù al posto della Maddalena (impegnata a sorreggere la Madonna), riporta chiaramente a un contesto francescano. Difatti, Longhi ipotizzò che il polittico smembrato potesse, in origine, trovarsi nella Basilica di Santa Croce a Firenze, dove Giotto e i suoi più stretti collaboratori lavorarono a lungo. Si notano, inginocchiati sotto la croce, un uomo e una donna in abiti civili del Trecento, da identificare con i committenti dell’opera.

I Crocifissi lignei di Giovanni Teutonico

L'opera di Giovanni Teutonico e della sua bottega è rappresentata da un nutrito gruppo di crocifissi lignei realizzati per Norcia e il territorio circostante. La documentazione attesta la realizzazione da parte del maestro tedesco, nel 1494, del Crocifisso destinato all'altare della navata sinistra di Santa Maria Argentea. Sulla base di questo documento è stato possibile attribuire a Teutonico altri crocifissi affini stilisticamente a quello della chiesa nursina, tra cui quello della chiesa di San Filippo Neri. Quest'ultimo presenta una buona qualità nella conduzione del modellato e una discreta padronanza nella resa anatomica, tanto da suggerire l'intervento di uno stretto collaboratore di Giovanni.

Crocifisso ligneo di Giovanni Teutonico o della sua bottega

Un Crocifisso ligneo del XV secolo da Civitanova Alta

Un interessante esemplare proviene dalla chiesa di S. Agostino di Civitanova Alta, per il quale si ignora al momento, per mancanza di riscontri documentali, l’originaria collocazione. A seguito di un restauro effettuato nel 2014, che lo ha ripulito dalle numerose ridipinture cui era stato ripetutamente sottoposto negli anni, il crocifisso ligneo si mostra oggi quale opera di alta qualità artistica dalla non facile collocazione cronologica.

Dal restauro è emerso come le braccia furono tagliate e ricongiunte con l’ausilio di fasce di cuoio per facilitare le operazioni di movimentazione, cui l’opera, per via della grande devozione popolare, veniva frequentemente sottoposta probabilmente per uscire in processione. Il Cristo scolpito appartiene alla tipologia del Christo Patiens, che evidenzia nella sofferenza e nel dolore rappresentati la doppia natura umana e divina di Gesù. L’abilità dell’anonimo esecutore si denota dalla vivida resa del modellato anatomico e dall’analisi di una serie di elementi da cui emerge una spiccata tendenza naturalistica.

La corona scolpita posta sul capo di Gesù è di colore verde, come i rami di spine che si narra furono raccolti ancora freschi per poter essere ripiegati, e sembrerebbe la base di una calotta che forse in origine ricopriva il capo del Cristo in corrispondenza della visibile porzione di capelli lisci, non intagliati. La lavorazione ad intaglio, frutto di un abile ed attento lavoro, interessa infatti l'area del volto al di sotto della corona con i lunghi capelli e la barba. La figura è cinta ai fianchi da un perizoma bianco decorato da righe verticali blu, che copre le gambe ricadendo morbido fino a poco sopra le ginocchia.

In mancanza di ricerche archivistiche dalle quali emergano riscontri sull’opera, si potrebbe ad oggi ipotizzare di circoscriverne cronologicamente l’esecuzione esclusivamente sulla base di un’analisi stilistica. La datazione proposta nella presente scheda, la prima metà del XV secolo, prende in considerazione le misure del Crocifisso, alto circa 170 cm, una misura da considerarsi convenzionale in quel periodo per opere dal medesimo soggetto, a partire dal capolavoro di Filippo Brunelleschi in S. Maria Novella a Firenze.

Crocifisso ligneo restaurato del XV secolo con dettagli anatomici

Un Crocifisso ligneo barocco della Val Parma (1654)

Un notevole esempio di scultura lignea è un Crocifisso per pulpito in legno policromo, risalente al 1654 e quindi alla piena epoca barocca, come risulta dai registri parrocchiali citati nella schedatura del 1976 di C. Allodi. Il Cristo è raffigurato ad occhi chiusi ed espressione dolente con il volto reclinato. L'analisi delle caratteristiche stilistiche dell'opera, e in particolare il perizoma dipinto in rosso - vero pezzo di bravura di intaglio ligneo - conferma la sua collocazione al pieno Seicento.

Il Cristo è realizzato in atteggiamento dolente e già morto dopo la tortura della croce. Dall'analisi stilistica si nota un'ottima conoscenza dell'artista nella cura anatomica e nell'attenzione con cui sono riprodotti muscoli e nervi tesi del corpo. La contenutezza espressiva del corpo, unita alla ricerca espressiva presente nel volto, ne fanno un oggetto plastico che ha ben pochi eguali nella Val Parma. Per questo motivo, è al momento impossibile legare l'identità dell'esecutore, purtroppo ancora sconosciuta, alla sola area parmense; al momento si preferisce una più vasta "area emiliana".

Curiosamente, la guida al parmense di Cirillo e Godi, pur citando spesso opere di minore importanza, dimentica di menzionare questa statua, come invece si incarica di fare Augusta Ghidiglia Quintavalle nella sua mostra dedicata all'arte di Corniglio del 1956 (p. 21). Nella piccola scheda, la studiosa asserisce che la statua è del 1654, dopo ricerche nell'archivio parrocchiale, e rivela "nel volto e nel corpo una ricerca espressiva peculiare al tempo e una particolare contenutezza stilistica". Da notare che nell'inventario ottocentesco di G. Albertelli, trascritto nel 1934 (n.56), si parla di una "croce di legno": potrebbe trattarsi di questo oggetto, anche se purtroppo non vengono menzionate altre indicazioni specifiche.

Crocifisso ligneo barocco in Val Parma

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