La figura del Buon Pastore è un'immagine centrale e profondamente radicata nell'arte e nella teologia cristiana, richiamando le origini della fede. In occasione della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, un'esposizione curata dai Musei Vaticani nell'atrio dell'Aula Paolo VI ha messo in risalto tre reperti cristiani antichi che "accompagnano" il lavoro dei Padri Sinodali e degli altri partecipanti all'assise sinodale, sottolineando il tema della nuova evangelizzazione.

Il Simbolismo e le Radici Teologiche del Buon Pastore
La raffigurazione di un pastore con un agnello sulle spalle, così come di scene genericamente pastorali, era assai diffusa nell'arte antica, riferita ad una pluralità di temi positivi, fra i quali il più significativo appare quello della filantropia (humanitas, in latino). Il dio Mercurio, infatti, ma anche l'eroe Ercole, conducevano pietosamente le anime dei defunti nell'aldilà, caricandosele sulle spalle come appunto un pastore porta un agnello.
I cristiani dei primi secoli trovarono del tutto naturale utilizzare queste stesse immagini artistiche per veicolare attraverso di esse un contenuto nuovo: la rivelazione di Gesù quale Buono (e Bel) Pastore, secondo le parole di Giovanni. L'immagine evangelica del Pastore richiama, a sua volta, uno dei temi più significativi della cultura biblica ebraica. Dio stesso, infatti, nell'Antico Testamento si rivela pastore del suo popolo (cfr. Ez 34; Sal 23) ed i profeti promettono che egli farà germogliare dal suo popolo un pastore di sua scelta, dal nome simbolico di Davide che esprime la regalità del Messia: "Susciterò per loro un pastore che le pascerà, Davide-mio-servo. Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide-mio-servo sarà principe in mezzo a loro" (Ez 34, 23-24).
Come Origene in Oriente, anche Ireneo di Lione (fine del II sec.) riprende la parabola sinottica del "buon pastore", quella cioè della pecorella smarrita. Proprio Ireneo, riprendendo un'immagine della lettera agli Ebrei (“ha fatto risalire dai morti il grande pastore delle pecore”: Eb 13, 20), porta a pieno compimento la ricca simbologia del pastore, mostrando infine la sua ascesa (anabasis, in greco), la sua risalita dai morti, la Risurrezione: "dopo essere disceso per noi nelle profondità della terra per cercarvi la pecorella smarrita". Ecco per qual motivo il simbolo pagano della filantropia poté ben esprimere la filantropia di Dio, rivelata in Cristo: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv 3, 16).
Il Buon Pastore secondo il Vangelo di Giovanni (Gv 10, 1-15)
Il Nuovo Testamento offre una delle descrizioni più complete e significative di Gesù come Buon Pastore, nel Vangelo di Giovanni:
«In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori. E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Questa similitudine disse loro Gesù; ma essi non capirono che cosa significava ciò che diceva loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore.»
Opere Antiche del Buon Pastore nei Musei Vaticani
Statuetta del Buon Pastore
Periodo: fine III - inizi IV sec. d.C.
Materiale: marmo bianco, cm 100 x 36 x 27
Provenienza: Dal complesso delle catacombe di S. Callisto a Roma (ante 1764)
Ubicazione: Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Pio Cristiano, inv.

Questo splendido monumento fa parte di un gruppo di opere acquisite per liberalità del papa Clemente XIII Rezzonico (1758-1769), che le destinò alla collezione di antichità cristiane contenute nel Museo Sacro o Cristiano della Biblioteca Apostolica Vaticana, fondato nel 1756 per illuminata volontà di papa Benedetto XIV (1740-1758), predecessore di Clemente. Tutte le opere giunte al Museo furono opportunamente restaurate e integrate. Le fronti dei sarcofagi istoriati furono spesso distaccate dalle casse integre ritenute inservibili in quanto prive di rilievi, anche per permetterne l'affissione alle pareti alte del Museo.
Per comprendere l'operazione del restauratore Angelini, è utile rileggere le sue stesse parole riportate nei conti da lui presentati per ricevere il compenso: "Essendomi capitato un pezzo di Fragmento di Bassorilievo rappresentante la figura del Buon Pastore è stato da me ristaurato [ ... ], ed essendo approvati li modelli si è eseguito il lavoro di Marmo, quale è stata ridotta ad una buona figurina di Proporzione palmi 4 ½ ed il tutto importa Scudi cento" (Archivio Segreto Vaticano, Sacri Palazzi Apostolici, Computisteria 309, Reg. 216 (anno 1764), p. 2).
Osservando con attenzione l'opera, si può apprezzare, eliminando idealmente le aggiunte stesse, la sagoma piuttosto bidimensionale della figura, coerente con la sua realtà di "bassorilievo", o più propriamente, d'altorilievo. Se la romantica figura della statuetta è allontanata, così, dal nostro immaginario, non va invece sminuita la straordinaria valenza iconografica di tale opera.
Fronte di Sarcofago con Cristo Buon Pastore e Apostoli
Periodo: ca. 375-400 d.C.
Materiale: marmo bianco, cm 60 x 221 x 11
Provenienza: Dal Cimitero di Ciriaca (o S. Lorenzo)?; quindi nella basilica di S. Lorenzo fuori le Mura; poi a Santa Maria Nuova (S. Francesca Romana); dal 1757 nel Museo Cristiano di Benedetto XIV; dal 1854 nel Museo Pio Cristiano.
Ubicazione: Città del Vaticano, Musei Vaticani, inv.

L'ampia fronte di sarcofago, oggi isolata dalla cassa originaria e priva del coperchio, è interamente ornata di rilievi. Al centro è la figura di Cristo, con il volto apollineo nimbato, raffigurato come "buon pastore" in atto di carezzare alla sua destra un agnello. Ai suoi fianchi si dispongono, su ciascun lato, due teorie di sei personaggi virili in tunica e pallio, variamente atteggiati (gli apostoli, fra cui si distinguono, a destra e a sinistra di Cristo, i tratti fisionomici di Pietro e di Paolo) e, ai loro piedi, di sei agnelli, comprendendo il primo alla destra di Cristo.
Al di là del sostrato sociale, è il pensiero teologico della comunità stessa - che si fa più approfondito e sistematico - a manifestarsi nelle opere d'arte prodotte nel suo seno. Se le scene pastorali e l'immagine già "pagana" del pastore criòforo ("che porta un agnello") avevano popolato le fronti dei sarcofagi fra la metà del III e il primo IV secolo, veicolando - in un passaggio interculturale di sorprendente naturalezza - la figura evangelica del Buon Pastore, qui invece la figura di Cristo, Buon Pastore, torna al centro della raffigurazione.
Il suo volto umano, prestatogli dal fallace dio della bellezza e dell'eloquenza, ne manifesta la natura celeste, così come il nimbo circolare, mutuato proprio in quegli anni dall'iconografia pagana. I Dodici appaiono raffigurati canonicamente in sontuose vesti, in gesto di acclamazione o di adlocutio, o semplicemente reggenti un rotolo, tutti rivelandosi "discipuli" in dialogo con il loro "magister". Ma qui la sorpresa: il Maestro che altre raffigurazioni sugli stessi sarcofagi ci hanno abituato a riconoscere in una figura ugualmente e riccamente panneggiata si presenta qui invece umilmente vestito da pastore, con la sua tunica corta e la mantellina abbottonata sulle spalle.
Anzi, egli mostra di accarezzare il primo di una serie di dodici agnelli, i quali, posti ai piedi degli apostoli, si manifestano non altro che immagine ribadita degli apostoli stessi, in quella che è forse la più comune delle "sostituzioni zoomorfe" paleocristiane, che traducono in simbolici animali i personaggi biblici (si pensi al Gesù pesce, o appunto agnello; agli apostoli agnelli o altrove colombe, eccetera). Sul nostro sarcofago si è dunque operata la fusione di due diverse tipologie iconografiche: il collegio apostolico presieduto dal Maestro "filosofo" e gli agnelli/apostoli che si volgono all'agnello/Cristo.
Se la missione degli apostoli è quella di pascere il gregge affidato loro dal Signore (cfr. 1 Pt 5, 2) ammaestrando i fedeli nella verità del suo Vangelo, è pur vero che questo munus pastorale deriva loro dall'ufficio di Gesù stesso, "il pastore supremo" (1 Pt 5, 4), il Buon Pastore appunto raffigurato al centro (cioè a capo) di questo collegio. Pietro, il corifeo degli apostoli, come il Vangelo rivela in più punti e come l'iconografia sottolinea ponendolo come primo alla destra del Signore, viene esplicitamente indicato come l'agnello/pastore degli altri agnelli/pastori suoi compagni. Si osservi, infine, alla sinistra di Cristo, la presenza di Paolo, che ha ormai sostituito nell'iconografia l'apostolo traditore, imponendosi nell'immaginario ecclesiale sul Mattia degli Atti.
I pastori che accarezzano gli agnelli alle estremità della fronte del sarcofago chiudono la raffigurazione (anche come pendant iconografico del Cristo/pastore centrale) e forniscono la chiave interpretativa ultima per le due teorie di apostoli: essi sono infatti "inviati" (come dice il loro nome) a pascere il suo popolo con amore, e ascoltano dal loro grande "pastore" l'invito che costituisce l'explicit del Vangelo di Matteo: "Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi [ ... ]. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato."
Frammento di Coperchio di Sarcofago con Nave Simbolica
Periodo: ca. 325-350 d.C.
Materiale: marmo bianco, cm 20 x 46 x 7,5
Provenienza: sconosciuta; quindi a Spoleto, località Apostoli, riutilizzato quale elemento murario; acquistato da G.B. de Rossi e donato infine al Museo Pio Cristiano da Natalia Ferraioli de Rossi, 1931.
Ubicazione: Città del Vaticano, Musei Vaticani, Museo Pio Cristiano, inv.

Questo piccolo frammento del coperchio di un sarcofago, degli inizi del IV secolo, si ricollega alle tante raffigurazioni marine frequenti nell'arte antica greco-romana, e spesso utilizzate nella decorazione dei sarcofagi. La nave si muove su un mare mosso da onde, mentre a destra si vede a malapena una superstite porzione del basamento di un faro. La generica nave che appare su tanti sarcofagi e iscrizioni antiche riceve dunque, su questo frammento, la sua più vera identità: essa rappresenta, infatti, la Chiesa, la quale, come la barca della tempesta sedata (cfr. Mc 4, 35-41), è trasportata da Cristo tra le tempeste di questo mondo. All'inizio delle sue Omelie, nella lettera indirizzata a Giacomo (14, 1), anche l'autore delle Pseudo-Clementine afferma che "il corpo intero della Chiesa somiglia ad una grande nave, che trasporta in una violenta tempesta uomini di provenienze lontane". Gli evangelisti che sospingono la barca guidata da Cristo, non possono infatti che riferirsi all'invito che Gesù rivolge ai suoi al termine del racconto evangelico: "Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura."
Il Buon Pastore nell'Arte Ravennate: Il Mausoleo di Galla Placidia
Mosaico della Lunetta d'Ingresso
Periodo: 425-426 d.C.
Materiale: Mosaico
Ubicazione: Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna, lunetta d'ingresso.

Uno tra i più famosi mosaici bizantini ravennati è la Lunetta del Buon Pastore. Questo mosaico, appartenente alla prima fase dello stile bizantino ravennate, mostra un naturalismo che deriva dall'influenza dell'arte tardo-romana a cui si associano il simbolismo paleocristiano e alcuni elementi stilistici orientali. Il mosaico si inserisce nella sezione a mezzaluna della lunetta posta sul lato interno dell'ingresso del Mausoleo di Galla Placidia.
La scena è molto equilibrata, impostata su una composizione simmetrica ma non rigida, vivacizzata da varianti e si presenta come un'immagine idilliaca, dove regna la pace e l'armonia. L'ambientazione è naturalistica, sembra un paesaggio di montagna molto ricco di piante, fiori e cespugli, immerso in un'atmosfera primaverile, a cui sembra alludere il cielo azzurro. Anche i colori sono chiari, luminosi come quelli di una giornata serena: sono tutti elementi che rinviano al Paradiso come è descritto nei testi sacri medievali. Il Pastore e gli animali appaiono sereni, rilassati e perfettamente a loro agio.
Il mosaico intitolato Gesù Buon Pastore si trova all’interno del Mausoleo di Galla Placidia sulla lunetta dell’ingresso. Galla Placidia si recò a Ravenna nel 425 d.C. per reggere il potere in vece del figlio Valentiniano III, troppo giovane ed inesperto. L'imperatrice si affrettò così a promuovere la costruzione di edifici sacri che dimostrassero la sua ortodossia religiosa. Il Mausoleo di Galla Placidia fu edificato allo scopo di ospitare la madre dell’imperatore dopo la morte, sebbene Galla Placidia morì a Roma nel 450 d.C.
Il Simbolismo Religioso
La Lunetta del Buon Pastore si inserisce nel programma iconografico legato al tema della salvezza di cui fa parte l'intero ciclo decorativo dei mosaici del Mausoleo. Ogni dettaglio della rappresentazione segue un preciso linguaggio simbolico religioso. Al centro, asse della composizione, è rappresentato Gesù, paragonato ad un pastore che si prende cura del suo gregge. Le pecorelle rappresentano i fedeli cristiani, che seguono Cristo come loro guida. Gesù è una figura giovanile, è presentato senza barba, come un adolescente, perché è l'immagine del Figlio di Dio. In abiti imperiali, è presentato come Re del Cielo, ha la veste d'oro perché rivestito della sua natura divina e il manto porpora, simbolo della Passione. La tunica dorata di Cristo simboleggia la sacralità e la regalità della sua immagine. La croce che regge sulla destra rappresenta il suo sacrificio per l’umanità. Il corpo è tutto girato, in una posa dinamica, plastica e articolata, compie movimenti lenti e solenni, possiede un'energia contenuta. L'espressione è serena e rilassata, lo sguardo, con la testa girata verso destra, sembra assorto, rivolto lontano. Con la sinistra si regge una croce (altro rinvio alla passione) e con la destra accarezza una pecora. Questo gesto esprime affetto e accoglienza, rinvia alla comunicazione con i fedeli che per mezzo di lui potranno accedere al Paradiso. Gli animali sono simili, ma ognuno si pone con un atteggiamento diverso per indicare la libertà che Dio ha concesso agli uomini. Tutti però rivolgono la testa verso Cristo, immagine dei fedeli che seguono l'insegnamento di Gesù attraverso il Vangelo. A sinistra, dietro le pecore si osserva una collina, nella quale si trova il sepolcro di Cristo. Questa immagine è una allegoria, cioè un dipinto che rappresenta un concetto astratto attraverso personaggi o simboli.
Le Componenti dello Stile e Tecnica
Dall'arte romana deriva la rappresentazione tridimensionale dello spazio e il naturalismo d'insieme: le diverse gradazioni di azzurro nel cielo, la definizione dei piani di profondità, i volumi solidi delle rocce e dei corpi delle figure e le ombre proiettate sul terreno. Le forme sono tondeggianti e tornite, la figura centrale di Cristo propone effetti di scorcio e dinamismo come nelle gambe e nelle braccia che suggeriscono profondità e una certa scioltezza. Su questa base più classica si sovrappongono alcuni elementi astrattivi che appartengono al gusto bizantino-orientale, più vicino cioè all'arte di Costantinopoli. Tra questi: le linee di contorno scure che tendono ad appiattire le forme e a delimitarle. Altri elementi di astrazione sono i cespugli tutti alla stessa distanza e il mantello delle pecore con motivi a zig-zag.
L’opera è stata realizzata con la tecnica del mosaico. I materiali utilizzati sono il vetro, le pietre dure colorate e pezzi di intonaco colorato. Le tessere sono applicate sulla parete attraverso l’intonaco ancora umido. La tonalità più evidente del mosaico è il verde, mentre in alto il blu-azzurro è più brillante. Nell’insieme questo mosaico presenta una temperatura cromatica fredda. Le pecore sono bianche con diverse sfumature di grigio e ocra. Nel primo piano si notano alcune pecore e al centro la figura di Gesù. Dietro in secondo piano vi sono poi altre pecore e le due colline con la vegetazione. Il mosaico del Buon Pastore ricopre la parete frontale della lunetta quindi la sua forma si adatta a tale sede.
Interpretazioni Moderne e Contemporanee del Buon Pastore
Installazione "Il buon pastore" di Ale Senso
Artista: Ale Senso
Materiali: alluminio, acciaio inox, acciaio zincato, aggrappante a base acquosa, pitture a base acquosa, vernice trasparente di protezione a base acquosa.
Ubicazione: all’interno del Parco Gioia, non lontano dall’ingresso in via Fulda, Roma.
Data installazione: tra il 10 e 12 novembre 2025.

L’opera Il buon pastore di Ale Senso è stata realizzata nell’ambito del progetto “Sulle orme degli Arvali. Voci e immagini dalle origini di Roma alla contemporaneità”, a cura dell’Associazione Muri Lab APS. Questo progetto intende tessere un percorso tra archeologia, arte contemporanea e narrazione urbana nel cuore del Municipio XI, promosso da Roma Capitale - Assessorato alla Cultura e vincitore dell’Avviso Pubblico Artes et Iubilaeum - 2025, finanziato dall’Unione Europea Next Generation EU per grandi eventi turistici nell’ambito del PNRR sulla misura M1C3 - Investimento 4.3 - Caput Mundi.
L’artista è stata ispirata da un affresco che si trova all’interno della catacomba di Generosa, unica evidenza archeologica realmente visibile e fruibile nella zona della Magliana Vecchia. Ad Ale Senso piace immaginare la figura del Buon Pastore nata sotto il segno dei gemelli, una figura con una natura binaria, come il giorno e la notte. Entrambe le figure e la loro natura, infatti, provengono dal mondo antico, hanno due iconografie simili ma con origini e significati assai diversi, opposti. La natura del giorno - solare - ci porta a un'immagine cristiana che rappresenta Gesù come un pastore che guida e protegge il gregge, mentre la natura della notte rimanda a Orfeo, una figura mitologica, spesso raffigurato come un pastore, ma anche poeta e musico che incanta tutte le creature e tenta di riportare in vita dagli inferi Euridice.
Entrambi sono discesi nei regni della morte, anche se per scopi e situazioni ben diverse, e ognuno è tornato in vita. Proprio con questo significato si ritrovano dipinti all’ingresso di molte catacombe, come nel caso di quella di Generosa. Entrambi sono guide delle anime, sciamani e psicopompi, nelle metafore complesse dell’aldilà. L’artista ha scelto di rappresentare il “buon pastore” in piedi con in mano un flauto di Pan e un bastone, è in mezzo a quattro pecore, in girotondo, perché la scultura è un insieme ad incastro a sottolineare che una cosa regge l’altra e si trova esattamente nel posto dove deve stare per sostenere la funzione degli altri.
La catacomba prende il nome da Generosa, matrona romana proprietaria della cava di tufo, in cui si è insediato il complesso funerario. La catacomba è composta da diversi ambienti, tra cui uno denominato “tomba di Generosa” dove si trova una sepoltura ad arcosolio, ovvero incassata nella parete e sormontata da una nicchia ad arco. Gli arcosoli erano generalmente riservati a sepolture di persone particolarmente importanti. La nicchia è affrescata e presenta a sinistra la figura del buon pastore e a destra una scena pastorale. Il Cristo è rappresentato in posizione frontale, a metà figura su fondo scuro. Ha il volto giovanile con lunghi capelli e barba.
Dipinto del Buon Pastore di Zampa
Artista: Zampa
Periodo: fine XVIII secolo
Ubicazione: Sagrestia (precedentemente nella cappella di Sant'Anna)

Il piccolo dipinto di Zampa, che fungeva da sottoquadro d'altare, si trovava un tempo nella cappella di Sant'Anna ed ora è custodito nella sagrestia. In quest'opera il pittore è inconsciamente strumentalizzato da una tematica così profondamente pietistica e non riesce quasi ad esprimersi con plausibile naturalezza. La combinazione culturale mostra, ancora una volta, un fondamentale influsso dei Gandolfi. Per la tipologia facciale, il riferimento più prossimo è il Cristo della Trasfigurazione di Gaetano Gandolfi nel Duomo di Forlì, complicata pala della tarda attività del bolognese (morto nel 1802). Una datazione plausibile per questo quadretto è quindi da suggerirsi verso la fine del XVIII secolo.