Don Milani e la Cartina Geografica del Vangelo: Un Percorso di Fede e Sapere

La figura di Don Lorenzo Milani, a lungo discussa e spesso scomoda, continua a rappresentare un punto di riferimento fondamentale per la cultura e la società italiana, in particolare per il suo approccio rivoluzionario all'educazione e alla fede. Il suo metodo pedagogico e la sua profonda spiritualità si intrecciavano in ogni aspetto della sua missione, rendendo la conoscenza del Vangelo un'esperienza concreta e vissuta. Un esempio significativo di questa visione è l'utilizzo di una cartina geografica del Vangelo, uno strumento semplice ma potente per ancorare gli insegnamenti evangelici alla realtà storico-geografica.

La Cartina Geografica del Vangelo: Uno Strumento Pedagogico di Don Milani

Nel “Catechismo di Don Milani” della Libreria Editrice Fiorentina (LEF), che raccoglie i pensieri e le lezioni di catechismo di Don Lorenzo a Barbiana, è stata sempre allegata una bella carta della vita di Gesù. Questa mappa, stampata in Germania nel 1933, fu realizzata da Willi Harwerth. Don Milani chiese ed ottenne il permesso di farla ristampare in bianco e nero per i suoi ragazzi, in modo che potessero colorarla con pastelli e acquerelli man mano che studiavano la vita di Gesù. La carta, attraverso questa pratica, avrebbe piano piano preso vita e rilievo grazie ai colori.

Nella cartina sono disegnati 107 episodi del Vangelo che con pazienza vanno cercati, specialmente nella città di Gerusalemme, dove sono raccolti gli ultimi giorni della vita di Gesù. Questa cartina può essere tutt'oggi un valido strumento durante le lezioni sulla vita di Gesù: si parla di un episodio, lo si cerca e lo si colora. Oppure, può essere utilizzata per un gioco chiamato “Alla ricerca di Gesù”. La cartina è disponibile per l'acquisto in formato 70×100 sul sito della LEF, o si può utilizzare quella inserita nel libro, naturalmente ingrandendola un po'. Don Milani era convinto che un serio insegnamento della Religione non potesse che partire dal dato storico-geografico, e questa cartina rappresentava un valido aiuto nel collocare geograficamente gli episodi più importanti della vita di Gesù.

Cartina geografica della Palestina con episodi del Vangelo

La Formazione e la "Scomodità" di Don Lorenzo Milani

Lorenzo Milani nasceva il 27 maggio 1923, figlio di una delle famiglie più ricche e colte di Firenze. La sua famiglia d'origine era di ascendenza ebrea (la madre, Alice Weiss), e il padre, laureato in chimica, era un ricco possidente, filosofo e poeta, poliglotta. Lorenzo era nipote di Domenico Comparetti, illustre grecista e filologo, i cui testi sono ancora oggi usati in alcune università italiane. Come i figli dei ricchi del tempo, fino alle scuole medie non frequentò le scuole pubbliche, studiando a casa con professori privati. Per sfuggire alla crescente ondata di razzismo in Europa, i genitori, sebbene non credenti, si sposarono in chiesa e battezzarono i figli. Dopo un'esperienza scolastica non sempre felice, Lorenzo si dedicò alla pittura, iscrivendosi all’Accademia delle Belle Arti di Brera, ma la sua ricerca dell'Assoluto lo portò alla conversione e all'ordinazione sacerdotale nel 1947 per mano del cardinal Elia Dalla Costa.

Don Milani è sempre stato un "segno di contraddizione". Figlio di madre ebrea, divenne prete cattolico; agnostico fino a vent'anni, fu testimone dell'Assoluto per il resto della sua vita. Colto e coltissimo, scelse di trascorrere gli ultimi tredici anni della sua esistenza in un borgo di montagna quasi sconosciuto, Barbiana. La sua "scomodità" risiede nella sua capacità di misurare le nostre immaturità, i nostri ritardi, i compromessi che chiamiamo "mediazioni" e gli opportunismi definiti "necessari". Egli invitava a "porre in alto il cuore" e a "mirare altissimo", non avendo "pietà di nessuno" su questo punto. La sua era una missione profetica: “Ecco dunque l’unica cosa decente che ci resta da fare: stare in alto (cioè in grazia di Dio), mirare in alto (per noi e per gli altri) e sfottere crudelmente non chi è in basso, ma chi mira in basso. Rinceffargli ogni giorno la sua vuotezza, la sua miseria, la sua inutilità, la sua incoerenza. Star sui coglioni a tutti come sono stati i profeti innanzi e dopo Cristo. Rendersi antipatici noiosi odiosi insopportabili a tutti quelli che non vogliono aprire gli occhi sulla luce.”

Barbiana: Il Vangelo Vissuto e la Nascita della Scuola

Nel 1947, appena ordinato prete, Don Milani fu inviato come cappellano a San Donato di Calenzano, in provincia di Firenze, un paese a forte concentrazione operaia. Qui iniziò il suo apostolato facendo scuola, perché come parroco aveva l'incarico di predicare il Vangelo. Si rese conto che i suoi parrocchiani non lo intendevano, non essendo capaci di un discorso lungo e complesso, né di una lingua sufficiente per ricevere le spiegazioni del Vangelo. Decise allora di fare scuola per eliminare il problema della lingua. Come lui stesso affermò: “Poi alla fine è successo che mi sono innamorato di loro e mi è cominciato a stare a cuore tutto quello che sta a cuore a loro e tutto quello che per loro è bene. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e religiosa.” Per Don Milani, la parola non era solo uno strumento di comprensione, ma anche un luogo esemplare di dignità. Era convinto che la persona potesse essere "libera" solo rompendo la cappa dell'ignoranza e della propria incapacità di far valere le proprie ragioni, anche dal punto di vista religioso. “È tanto difficile che uno cerchi Dio - scriveva in Esperienze pastorali - se non ha sete di conoscenza. Quando con la scuola avremo risvegliato nei nostri giovani operai e contadini quella sete sopra ogni altra sete o passione umana, portarli poi a porsi il problema religioso sarà un giochetto.”

Nel 1954, Don Milani venne trasferito a Barbiana, un piccolo borgo isolato sotto il monte Giovi, nel Mugello. Era una vera e propria "Siberia ecclesiastica", un esilio voluto per mettere a tacere la sua voce critica e profetica. All'epoca, Barbiana era un luogo dimenticato: non c'erano Poste, luce, né una scuola. La Curia fiorentina aveva persino deciso di chiudere la chiesa e la canonica, ma le riaprì per confinarvi il giovane Lorenzo. Il giorno del suo arrivo, in una giornata di tempesta e fango, Don Milani si recò subito in chiesa, si inginocchiò e pianse. Aveva 31 anni e un passato agiato, ma il giorno dopo scese a Vicchio per acquistare la sua tomba, dicendo: “Morirò qui.” La voce del priore, anziché tacersi, si fece ancora più forte. Qui a Barbiana scrisse tre opere che hanno segnato la cultura e la società italiana del dopoguerra: Esperienze pastorali (1958, condannato dal Sant'Uffizio ma riabilitato da Papa Francesco) e L’obbedienza non è più una virtù (1965-66, condannato in Appello), culminate nella celebre Lettera a una professoressa (1967). Come disse Adele Corradi, la professoressa che lo accompagnò negli ultimi anni: “L’annuncio del Vangelo in don Milani avveniva attraverso le sue opere. È Barbiana il suo vangelo.” Barbiana, un tempo descritta dalla giornalista Emanuela Audisio come “Una stanza sperduta, un sentiero che scoraggia, quattro mura di campagna, un crocefisso piccolo piccolo. Ma l’impressione è che ancor oggi Barbiana continui a suo modo a muovere il mondo.”

Chiesa e canonica di Barbiana con la scuola

La Pedagogia di Barbiana: Dare la Parola ai Poveri

Il giorno dopo il suo arrivo a Barbiana, Don Milani aprì subito la scuola, destinata inizialmente ai primi sei ragazzi del popolo che avevano finito la scuola elementare. Una scuola poverissima: un solo libro di testo, niente voti, niente crocifisso. Don Milani visse il tentativo profondo, vissuto nella carne, di dare la parola a coloro ai quali era stata tolta o negata, arrivando a esclamare: “La scuola mi è sacra come l’ottavo sacramento.” La scuola di Barbiana era esigente, aperta 365 giorni l’anno (366 negli anni bisestili), dalle otto del mattino alle sette e mezzo di sera, con una piccola interruzione per mangiare, senza ricreazione e nessun gioco. Il percorso didattico comprendeva aule interne ed esterne, l'officina, la fucina, la chiesa e l'esterno (pergolati e piscina), abbracciando l'intero periodo dal 1956 al 1968, un anno dopo la morte del priore.

Come espresso dai ragazzi di Barbiana nella Lettera a una professoressa, il fine ultimo dello studio era “dedicarsi al prossimo”. Don Milani ripeteva spesso: “Il sapere serve solo per darlo.” Essi avevano scoperto che amare il sapere poteva anche essere egoismo, e il priore proponeva un ideale più alto: cercare il sapere solo per usarlo al servizio del prossimo. Non a caso, sulla parete della stanza della scuola era appeso un cartello con la scritta I CARE, motto intraducibile dei giovani americani che significa “Mi sta a cuore, mi interessa”. Sull’altra parete, un breve componimento di un bambino cubano recitava: “Yo escribo porque me gusta estudiar. El nino que no estudia non es buen revolucionario” (Io studio perché mi piace studiare. Il ragazzo che non studia non è un buon rivoluzionario). Questo sottolineava come la scuola dovesse provocare e farsi provocare dalla vita e dalla storia, senza rimanere indifferente o neutrale, poiché la neutralità spesso coincide con la conservazione delle logiche dominanti.

La scuola di Barbiana era tesa alla formazione di una coscienza critica (due ore al giorno erano spese nella lettura dei giornali), capace di mettere in discussione idee secolari e di ricostruire una memoria storica diversa da quella ufficiale. Era una scuola che non occultava il conflitto, ma lo mostrava, dando le condizioni per una possibile gestione e un suo superamento, sempre in modo nonviolento, con l'arma nobile e rivoluzionaria della parola. Molti hanno discusso il presunto autoritarismo della scuola di Barbiana, ma come i ragazzi stessi raccontavano: “Però chi era senza basi, lento o svogliato, si sentiva il preferito. Sembrava che la scuola fosse tutta solo per lui.” E ancora: “Abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola.”

Don Milani e la Scuola di Barbiana

Don Milani Prete: Fedeltà alla Parola e alla Giustizia

L'esperienza di Don Milani non può essere compresa a fondo se la si estrania dal contesto della sua scelta sacerdotale. “Severamente ortodosso e disciplinato, nessuno può accusarmi di eresia o di indisciplina. Nessuno di aver fatto carriera.” Egli ha sempre collegato le sue decisioni più coraggiose alla sua qualità di sacerdote cattolico. Prete fino in fondo, Don Milani si è sempre mosso con la coscienza che è dalla Parola che nasce il giudizio sul mondo e sulle cose. Con essa, guardava il povero "concreto", quello dei "trecento metri", perché, come diceva, “se offrissi anche un amore disinteressato e universale, di quelli di cui si sente parlare sui libri d’ascetica, smetterei d’essere parte vivente di un popolo di montanari: e questo privilegio non lo cederei per tutto l’oro del mondo...”.

Rendendosi conto dello scarto tra la realtà e il sogno di Dio raccontato dalla Parola, da buon profeta non poteva non alzare la voce. La sua sete di giustizia era inesauribile, e in un passaggio significativo affermava: “Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò con te. Io tornerò nella tua casupola piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al Signore crocefisso... Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: beati i... fame e sete.”

Maresco Ballini, un "ragazzo" di San Donato e in seguito sindacalista, ha spesso ripetuto che molti ancora non comprendono come l'obiettivo primario di Don Milani fosse l'evangelizzazione. Diceva spesso: “Dio non mi chiederà conto del numero dei salvati del mio popolo ma del numero degli evangelizzati.” L'opera educatrice che Don Lorenzo compiva pazientemente su ciascuno era quella di predisporre i non credenti a non rifiutare la fede che Dio offre ad ogni uomo e di impegnare i credenti a essere più coerenti e a stare in grazia di Dio. Non a caso, i lunghi colloqui personali che si svolgevano frequentemente, quasi sempre per sua iniziativa, si concludevano con la confessione. Un credente, dunque, che è stato anzitutto uomo e sacerdote, maestro e profeta, pronto con la Parola ricevuta a giudicare il mondo, convinto che nella passione di Dio vivesse quella per l'uomo.

L'Eredità di Don Milani: Un Segno Vivo

A distanza di decenni dalla sua morte, la parola di Don Lorenzo Milani è più viva che mai. In occasione del centenario della sua nascita (1923-2023), l'enorme quantità di articoli, libri, dibattiti e convegni ne ha ulteriormente ricordato la figura. La sua eredità continua a interrogare, a chiedere se sia rimasto qualcosa di un uomo che, da vivo come da morto, è stato un segno di contraddizione. Barbiana è diventata meta di pellegrinaggio, visitata da centinaia di persone, spesso a piedi e con lo zaino, per ripercorrere i "luoghi del vangelo di Lorenzo".

Negli anni successivi, figure istituzionali di altissimo livello hanno reso omaggio al priore di Barbiana: Papa Francesco ha deciso di salire a pregare sulla sua tomba nel 2017, e nel 2023 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha visitato il luogo. Ancora oggi, alla chiesa e alla canonica si può arrivare anche percorrendo un sentiero restaurato dal 2011. Questo sentiero, lungo oltre un chilometro e mezzo, ospita 44 cartelli con gli articoli della prima parte della Costituzione italiana, ciascuno illustrato da alcune scuole sparse per la penisola. Questo progetto, ideato dalla Fondazione Don Milani, è stato inaugurato nel 2011. Là dove un tempo c'era fango e si saliva a fatica, Barbiana celebra oggi la Resistenza e la Costituzione, un'ulteriore prova della perenne attualità del messaggio di Don Lorenzo Milani.

Il suo testamento spirituale, rivolto ai suoi ragazzi, racchiude l'essenza della sua dedizione: “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto sul suo conto.”

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