Monte d'Accoddi: L'Altare Neolitico Unico della Sardegna

Il sito archeologico di Monte d'Accoddi, situato in Sardegna, è un monumento enigmatico e straordinario, spesso oggetto di fascino e speculazioni. Alcuni lo chiamano il Tempio della Luna, altri lo ritengono addirittura le rovine della mitica Atlantide, che secondo alcune teorie sarebbe proprio rappresentata dalla Sardegna. Ciò che è certo è che questo complesso prenuragico, posto a pochi chilometri da Sassari, nel nord-ovest dell’Isola, non ha eguali in tutto il bacino del Mediterraneo. Per ammirare qualcosa di simile bisogna andare fino in Mesopotamia, dove sorgono le più famose ziqqurat. Monte d'Accoddi rappresenta la massima espressione sacra della civiltà prenuragica, un singolare capolavoro del passato in parte ancora avvolto dal mistero. La sua età è sorprendente, basti pensare che fu costruito circa cinquemila anni fa, molto prima dell'avvento della civiltà nuragica.

Veduta aerea del complesso archeologico di Monte d'Accoddi

Contesto e Origini del Nome

Il santuario prenuragico sorge al centro della Nurra, lungo la "vecchia" statale 131, verso Porto Torres, nel territorio di Sassari, a undici chilometri dal capoluogo del nord dell’Isola. Il monumento aveva un ruolo centrale nella società di allora e fu il culmine dell’evoluzione di un complesso sviluppatosi dalla seconda metà del IV millennio a.C.

Per quanto riguarda l'etimologia, "Monte d'Accoddi" ha diverse varianti più o meno recenti del nome, come Monti d’Aggodi, Monti d’Agoddi, Monte d’Acode o Monte La Corra. A queste corrispondono differenti interpretazioni etimologiche avvicendatesi nel tempo: un’erba, il kòdoro; il luogo di raccolta, accoddi; o il corno, corra. È stato suggerito che il nome Monte d'Accoddi derivi dall’arcaico kodi, che significa "pietra".

Una leggenda narra che la piramide fu voluta da un re mesopotamico di nome Uruk, principe-sacerdote delle sue terre, che, fuggito da esse, si stabilì in terra sarda con tutta la sua tribù. Decise di erigere come protezione un tempio, una ziqqurat che invece di dedicare al sole dedicò alla luna.

Le Campagne di Scavo e la Scoperta

La scoperta di questo straordinario edificio si deve ad Ercole Contu che, trovatosi di fronte ad un tumulo di terra a metà del XX secolo, era inizialmente convinto di trovare un nuraghe. Il sito ha subito diverse campagne di scavi, cominciando con le prime indagini condotte da Ercole Contu negli anni ‘50 (dal 1952 al 1958). A questo studioso si deve il paragone con le ziqqurat vicino-orientali. La situazione rimase invariata fino al 1979, quando Contu e Santo Tinè decisero di riprendere gli scavi al fine di acquisire dati stratigrafici più dettagliati, protraendosi in diverse campagne durate fino al 1986. La stratigrafia è, infatti, uno degli strumenti che permette agli archeologi di definire le varie fasi di un sito e di conseguenza di datarlo perlomeno all’interno di una cronologia relativa. Alla fine degli scavi, Tinè confermò l’opinione di Contu riguardo al monumento, pur ammettendo che sarebbero necessari scavi più approfonditi. Dopo queste campagne non vennero più effettuati scavi archeologici nel sito, ma la ricerca non si ferma mai. Dal 1986 altri siti sono stati scoperti e studiati con metodi più accurati, il che potrebbe condurre a modificare ciò che sappiamo del contesto nel quale il sito era inserito. Per questo, capita spesso che siti scavati diversi anni fa vengano ripresi in esame e studiati alla luce delle conoscenze attuali, come è accaduto anche per Monte d’Accoddi.

Ricostruzione delle fasi del santuario di Monte d'Accoddi

Cronologia e Fasi Architettoniche

La più antica frequentazione umana del pianoro di Monte d’Accoddi è da attribuirsi al Neolitico Recente. A questo punto, sembra che il primo insediamento umano di Monte d’Accoddi risalga al Neolitico Medio (4500 a.C.), fase alla quale appartengono alcune capanne circolari ritrovate nei pressi dell'altare. Successivamente, in un periodo riferibile alla cultura di Ozieri del Neolitico Finale (ca 3.500-2.900 a.C.), l’abitato si ingrandì e le case divennero a pianta quadrangolare, poggianti su uno zoccolo di pietrame e con i muri in legno. A questo periodo risale anche la definizione di una zona sacra.

Il "Tempio Rosso" (Neolitico Finale, 3500-2900 a.C.)

In una fase matura della Cultura di Ozieri, le genti del luogo edificarono un grande santuario: una struttura tronco piramidale, preceduta da una rampa sulla quale si ergeva un vano rettangolare. Sopra una parte di queste strutture fu poi edificata una prima terrazza con rampa d’accesso e un edificio sulla sommità. Questa struttura megalitica, costruita a secco con grandi blocchi di calcare, è la parte più antica dell’edificio, una struttura quadrangolare posta in cima e collegata da una scala. Tutte le superfici di questa grandiosa costruzione sono dipinte principalmente di rosso ocra, seppure non mancano tracce di colori come il giallo e il nero. La stanza, non visitabile dal pubblico, presenta pareti e pavimento intonacati e dipinti di colore rosso ocra. Per questo motivo, questa fase è denominata "Tempio Rosso". L’ocra rossa è stata ampiamente usata in contesti funerari e domus de janas e sembra collegata al discorso della rinascita. Secondo i dati di scavo, un incendio distrusse questa area sacra intorno al 2900 a.C.

Ricostruzione del primo impianto dell'altare-terrazza di Monte d'Accoddi

Il "Tempio a Gradoni" (Eneolitico, 2700 a.C. circa)

Dopo l'incendio, l'area non fu abbandonata. Anzi, sopra la precedente terrazza ne venne riedificata un’altra più ampia. Intorno al 2800 a.C., la struttura del "Tempio Rosso", abbandonata da due secoli, fu ricoperta da un colossale riempimento di terra, pietre e marna calcarea, a sua volta rivestito da grandi blocchi di pietra. Sorse una nuova grande piattaforma piramidale "a gradoni", con lati più lunghi della precedente e accessibile da una rampa, lunga quaranta metri e larga da tredici a sette. Il secondo santuario ricorda le ziqqurat con altare "a cielo aperto". La struttura occupa 1600 metri quadri ed è alta quasi sei metri, in origine forse otto. All’interno, una camera inesplorata forse, come in Mesopotamia, conteneva il letto sacro dove si compiva il rituale di rigenerazione della vita e fertilità della terra. Le ricerche condotte fino ad ora testimoniano che l’altare ha avuto due fasi principali: una prima databile attorno al 3000 a.C. del cosiddetto "Tempio Rosso", che fu in seguito inglobata nella struttura successiva che si data attorno al 2700 a.C.

Monte d’Accoddi: l'unico sito preistorico orientale di tutta Europa

Elementi Architettonici e Rituali

Il monumento principale è rappresentato da un altare a pianta rettangolare di 37×30 metri, con un’altezza residua di circa 10 metri e costruito con grossi conci di calcare sbozzati. L’accesso alla sommità è consentito da una rampa lunga 42 metri. Girando attorno al monumento, è possibile notare alcuni elementi significativi e ancora in buono stato di conservazione.

Elementi Sacrificali e Cultuali

  • Lastrone Sacrificale: Alla destra della gradinata si trova una grande pietra piatta, un lastrone trapezoidale calcareo disseminato di coppelle e con i bordi forati. Avvicinandosi è possibile notare lungo i suoi bordi la presenza di fori passanti che erano delle asole di ancoraggio per le funi. Questo lastrone aveva infatti una funzione sacrificale: le bestie da sacrificare venivano legate saldamente prima di essere dissanguate. La roccia, inoltre, è posizionata sopra una cavità naturale del terreno, luogo utilizzato come colatoio per i liquidi. Al di sotto si trova un inghiottitoio naturale.
  • Menhir: Alla sinistra della scalinata si trova un menhir alto 4,40 metri e dal profilo squadrato. In totale, si contano sei menhir, tra i quali uno sbozzato di forma quadrangolare, sito accanto alla rampa, e due menhir che si trovavano accanto all’omphalos (nella posizione originaria), il primo di arenaria alto 1,90 m. di colore rosso, il secondo alto 2,30 di calcare bianco. Questi sono stati interpretati come rappresentazioni rispettivamente del maschile e del femminile o di avi o antenati mitici. L’interpretazione più accreditata, vista la forma fallica di molti menhir, è la simbologia legata alla fertilità.
  • Rocce Sferiche: Molto particolari sono anche le rocce sferiche, due pietre di forma sferica trovate poco lontano dall’edificio e successivamente collocate accanto alla rampa. Si pensa che rappresentassero il sole e la luna e presentano elementi che confermano gli usi cultuali legati alla sfera femminile: superficie levigate e presenza di numerose coppelle.
  • Steli: Continuando ad aggirare l’altare, nella parte a nord, si trovano due steli. Una reca l’incisione di una sagoma femminile che rappresenta la Dea Madre. Questo tipo di simbologia era comune anche in altri siti coevi, seppur con qualche differenza. La prima stele presenta un disegno con losanga e spirali (trovata nella zona della grande rampa), interpretata anche come "Dea degli occhi".
  • Lastra Poligonale: Accanto alla rampa è stata rinvenuta anche una lastra poligonale in trachite (m. 1,96×1,90, spessore 0,22).
Il santuario con l'omphalos, il menhir e la lastra con i fori a Monte d'Accoddi

L'Insediamento Abitativo e le Necropoli Circostanti

Per Monte d’Accoddi sembra opportuno parlare di abitato e non semplicemente di un santuario, perché le strutture e gli oggetti dell’antichità non sono mai isolati dal proprio contesto. La ziqqurat di Monte d’Accoddi rappresenta il luogo di culto di un grande villaggio composto da case quadrangolari. Tali agglomerati abitativi sono tipici del periodo. Intorno al sito si estendeva un villaggio con capanne a pianta quadrangolare e numerose necropoli ipogeiche, le cosiddette domus de janas, disposte intorno al santuario "quasi a ventaglio".

Tra le capanne del villaggio, la più interessante è quella denominata "Capanna dello Stregone" (anche Capanna p-s), semidistrutta da un incendio. Sita ad est dell’altare, ha restituito un centinaio di vasi, una statuetta femminile in terracotta ed un peso trapezoidale da telaio decorato con dischi pendenti. All’interno delle strutture ipogeiche, si riscontra la presenza sia del motivo della "falsa porta" che delle protomi bovine "a falce di luna".

Visto l’alto numero di necropoli, Contu ha ipotizzato che le popolazioni che frequentarono il sito nel corso dei millenni praticassero il culto dei morti; le domus de janas vennero addirittura utilizzate dal 4000 a.C. sino all’epoca romana e medievale. La lista dei siti archeologici circostanti include:

  1. Nuragheddu di Li Pedriazzi
  2. Necropoli ipogeica Su Crucifissu Mannu
  3. Necropoli ipogeica Li Lioni
  4. Nuraghe La Camusina
  5. Nuraghe La Luzzana di Chercu
  6. Nuraghe Figga
  7. Nuraghe Cherchi
  8. Villa romana Ponte Giogante
  9. Nuraghe Ferro
  10. Necropoli ipogeica Monte d’Accoddi
  11. Insediamento preistorico Monte d’Accoddi
  12. Menhir Monte d’Accoddi
  13. Ipogei di Marinaru
  14. Necropoli ipogeica di Ponte Secco
  15. Menhir Frades Muros
  16. Dolmen Frades Muros
  17. Necropoli ipogeica Su Jaiu
  18. Necropoli ipogeica Sant’Ambrogio
  19. Necropoli ipogeica di Spina Santa
Mappa delle necropoli e insediamenti preistorici intorno a Monte d'Accoddi

Reperti e Interpretazioni Simboliche

In tutta l’area intorno al santuario sono stati trovati avanzi di pasto, specie molluschi marini e conchiglie, di cui il sito è ancora disseminato. Sono stati ritrovati circa 5300 reperti frammentati, tra i quali spiccano un frammento di ciotola emisferica decorata con due figurine a clessidra stilizzate in atteggiamento di danza ed alcune statuette frammentate, di tipo cicladico, trovate vicino all’altare. Sulla frantumazione delle statuette è stata avanzata l’ipotesi di riti collegati alla fertilità, ovvero una sorta di semina dei frammenti per fecondare il terreno.

In tutti i testi consultati si conferma la destinazione d’uso sacra dell’edificio, e molti ipotizzano un tempio dedicato alla "Dea Madre" o comunque a culti legati alla fertilità. La "Dea Madre" in questo caso si è trasformata in una "Signora del Cielo", vista la specifica caratteristica di "luogo alto". Il santuario era inoltre dotato di tavole per le offerte situate in prossimità della rampa d’accesso, una delle quali - di forma trapezoidale, sorretta da tre appoggi con sette fori e inghiottitoio naturale - sembra richiamare azioni rituali in onore della Dea Madre o di altre divinità ctonie.

Capita spesso che gli studi archeoastronomici vengano rifiutati dagli archeologi. Nel caso di Monte d’Accoddi, è stato proposto che la ziqqurat fosse allineata con la Croce del Sud, oppure con Orione. In realtà, bisogna tener presente che con quei nomi ci si riferisce a costellazioni fissate in epoca classica. Il sito risale al passaggio tra il Neolitico e l’Età del Rame, e in assenza di fonti scritte, non sappiamo se queste popolazioni riconoscessero nel cielo le stesse costellazioni. Il guardare al vicino oriente per trovare modelli non deve trarre in inganno; piuttosto, con uguali propositi, mezzi e necessità, in tempi e luoghi diversi, gli uomini possono aver creato cose somiglianti e allo stesso tempo straordinarie e meravigliose senza che esse avessero nessun vero rapporto fra loro. Il sito archeologico sardo di Monte d’Accoddi è posto in un contesto che ha bisogno di essere rivisto e reinterpretato alla luce delle nuove conoscenze sulla preistoria della regione.

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