Altari di Santo Spirito e l'Iconografia del Volto di Cristo e della Veronica

La complessa tematica degli altari dedicati al Santo Spirito, in particolare quelli che presentano un bassorilievo raffigurante Cristo o la Veronica, si intreccia con una ricca tradizione iconografica e storica, testimoniando la profonda devozione verso il Volto Santo. Diverse opere d'arte e architetture sacre illustrano questa connessione, dall'altare rinascimentale di Andrea Sansovino al bassorilievo ottocentesco nella Cappella del Riccio, fino alla più ampia riflessione sulle immagini acheropite e sulla reliquia della Veronica.

L'Altare nella Basilica di Santo Spirito a Firenze

Il Bassorilievo del Cristo Risorto di Andrea Sansovino

L'apparato scultoreo-architettonico di un altare nella Basilica di Santo Spirito a Firenze è opera del giovane Andrea Contucci detto Andrea Sansovino (1460 ca.). La tripartizione dell’altare, con eleganti lesene decorate da candelabre fra tre nicchie, ricorda gli archi di trionfo romani. Nella nicchia centrale, un tabernacolo a forma di edicola presenta un bassorilievo del Cristo risorto sulla portella, mentre nelle nicchie laterali si trovano le statue di San Matteo e San Giacomo, sormontate dai tondi con l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Annunciata.

Bassorilievo del Cristo Risorto di Andrea Sansovino sull'altare di Santo Spirito a Firenze

La Pietà di Nanni di Baccio Bigio e il Bassorilievo di Cristo e la Veronica

Conservata nella Basilica di Santo Spirito, nella Cappella del Riccio, la Pietà di Giovanni Lippi, detto Nanni di Baccio Bigio, rappresenta uno dei più significativi esempi di rilettura manierista del celebre modello michelangiolesco. Il gruppo marmoreo riprende consapevolmente la Pietà vaticana scolpita da Michelangelo Buonarroti nel 1499, ma non si limita a una semplice copia. Nanni di Baccio Bigio, formatosi a Firenze e attivo a lungo a Roma, aveva già avuto modo di confrontarsi direttamente con il capolavoro michelangiolesco, eseguendone nel 1532 una replica per la chiesa di Santa Maria dell’Anima, destinata alla comunità tedesca. Rispetto al modello di Michelangelo, la composizione si caratterizza per una maggiore linearità dei contorni e per una resa più fluida e distesa delle superfici, elementi che la critica ha talvolta interpretato come segni di una certa “corsività” esecutiva. Tali caratteristiche riflettono tuttavia il gusto del pieno Cinquecento, orientato a temperare la drammaticità del pathos con un senso di ordine e armonia formale.

Pietà di Nanni di Baccio Bigio nella Cappella del Riccio di Santo Spirito

La decorazione marmorea parietale della cappella, visibile ancora oggi, è invece frutto di un intervento ottocentesco: fu realizzata nel 1832 da Emilio Santarelli su progetto di Federico Fantozzi, e comprende, nella parte superiore, un bassorilievo con Cristo e la Veronica.

L'Altare Maggiore di Giovanni Caccini

In origine, al centro della Basilica di Santo Spirito, sotto la cupola, si ergeva un altare molto più semplice, ornato solo di otto candelabri e del crocifisso ligneo adesso sulla balaustra dell'altar maggiore. Nel XV secolo non era ancora codificata l'identificazione dell'altare del Sacramento con l'altar maggiore, ragion per cui a Santo Spirito esso coesisteva con la cappella del Sacramento di patronato Corbinelli nel transetto sinistro, entrambi autorizzati a conservare l'ostia consacrata. Il Concilio di Trento sancì invece il principio che le ostie dovessero custodirsi unicamente sull'altar maggiore, privilegio che si arrogò il Michelozzi, ottenendo dal granduca Ferdinando I dei Medici il patronato di quell'altare di cui si era addossato il costo non indifferente in cambio del diritto alla sepoltura entro il recinto dell'altare per sé e per la famiglia, e del proprio stemma da apporre come unico consentito in quell'area.

Il Caccini ideò il progetto generale, eseguendo di propria mano solo alcune parti e facendosi affiancare da scolari per il resto. L'erezione del complesso altare lo impegnò dal 1599 fino alla morte nel 1613. Egli lo eseguì sull'esempio dei modelli del Dosio con cui aveva collaborato nella sua fase iniziale, traendo da questi il gusto per l'uso in architettura dei marmi policromi. Il modello del ciborio fatto dal Caccini era conservato fino all'ottocento nella Badia di Arezzo e da lì trasferito in una chiesa della campagna aretina, probabilmente la Badia Ruffena dove dovrebbe trovarsi tutt'ora. Nelle fondamenta della costruzione fu murata una cassetta contenente una medaglia commemorativa raffigurante il nuovo altare, anche se con delle varianti rispetto all'opera realizzata (cfr. Supino I. "Il Medagliere Mediceo" 1899, 202, n. 654). Alla morte del Michelozzi, nel 1604, l'altare non era ancora terminato. Esso fu consacrato nel 1608 in occasione del matrimonio di Cosimo II dei Medici con Maria Maddalena d'Austria. Nel 1744 Margherita Angiola Michelozzi cedette il patronato dell'altare al cugino Francesco Pier Maria Capponi in cambio dell'impegno di eseguire le riparazioni necessarie e di fare terminare l'opera.

Tra le decorazioni dell'altare si trovano putti reggicortina e motivi decorativi vegetali, attribuiti a manifattura toscana dei secoli XVI/XVII, così come lo stemma gentilizio della famiglia Michelozzi.

L'Iconografia del Volto di Cristo e la Veronica

Origini e Significato delle Immagini Acheropite

La tradizione cristiana attribuisce grande importanza alla ricerca della vera immagine del Salvatore. Un motivo comune in questa tradizione è il fallimento del pittore nel raffigurare Cristo, suggerendo che solo un intervento divino o un miracolo soprannaturale possa fornire il suo vero ritratto. Le veneratissime effigi frutto di questo miracolo vengono dette acheropite, ovvero "non dipinte da mano d'uomo". Tra queste, il Mandylion di Edessa e la Veronica di San Pietro a Roma sono considerate i prototipi di questa tradizione, sebbene non si sappia con certezza se gli originali esistano ancora. Altre acheropite includono il Salvatore del Laterano, il Volto Santo di Lucca e la Sindone di Torino. Il termine Volto Santo corrisponde a formule iconografiche relative a reliquie e leggende diverse che convergono sull’idea del Logos Incarnato, di cui l’impronta del volto di Cristo sarebbe la prova. Secondo la tradizione, il volto di Cristo è stato miracolosamente impresso su tessuto, come indica il nome “acheropita”: non fatto da mani d’uomo. Acheropite sono la Camulia, l’acheropita del Laterano, il Mandylion e il velo della Veronica, ma Il termine Volto Santo identifica anche opere realizzate da artisti.

La Mostra "Il Volto di Cristo" (2000-2001)

La mostra "Il volto di Cristo", inaugurata a Roma (Palazzo delle Esposizioni, 9 dicembre 2000 - 16 aprile 2001) a coronamento del Giubileo, ha esplorato questa ricerca. Il nucleo centrale della mostra era dato dalle copie che gli artisti hanno fatto nel tempo di originali che essi stessi neppure avevano potuto contemplare. La vera icona diventa così desiderio di visione beatifica, inappagabile su questa terra, ponendo il problema stesso dell'immagine e dell'arte. Nell'immagine riprodotta sotto al titolo di una sezione della mostra, era presente un trittico che interpreta questo problema in modo suggestivo. Al centro si poteva ammirare una Veronica d'autore fiammingo, il Maestro della leggenda di sant'Orsola. A lato erano presenti due pannelli aggiunti da Filippino Lippi: a sinistra con Gesù e la Samaritana al pozzo, a destra con Gesù e la Maddalena del 'Noli me tangere'. Come la Samaritana al pozzo, i credenti hanno sete dell'acqua viva, sanno del Messia senza conoscerne il volto. La Veronica ci mostra il volto di colui che dice di sé 'Sono io': promessa del faccia a faccia celeste. Ma è solo un'immagine, anzi, l'immagine di un'immagine. E quindi ci si trova nella situazione della Maddalena, che vede sì, ma col limite di una distanza invalicabile che nel giardino terreno non può essere colmata del tutto. Tra chi si è avventurato in questa ricerca di visione figurano il Beato Angelico, Mantegna, Van Eyck, Dürer, Memling, El Greco, tutti esposti alla mostra. La mostra è stata curata da Giovanni Morello, Herbert Kessler e Gerhard Wolf.

Trittico con Veronica fiamminga e pannelli di Filippino Lippi esposto alla mostra

Attributi Iconografici del Volto Santo e della Veronica

L'identificazione e la catalogazione delle opere che raffigurano il Volto Santo o la Veronica spesso si basano su specifiche caratteristiche iconografiche, che possono variare in base al periodo storico e all'area geografica. A volte è incerta l’identificazione dell’acheropita a cui l’opera si riferisce. Le stesse caratteristiche iconografiche, in Paesi o periodi diversi, vengono attribuite ad acheropite diverse. Di seguito sono elencati alcuni attributi chiave utilizzati per la definizione e la classificazione:

Tag numerico Attributo Definizione
1 sudario Quando è rappresentato solo il sudario/velo/fazzoletto col volto di Cristo senza nessuno che lo sorregge.
2 angelo/i Quando il velo è mostrato da angeli.
3 SS. Pietro e Paolo Quando il velo è mostrato o affiancato dai santi Pietro e Paolo.
4 S. Veronica Quando il velo è mostrato da santa Veronica.
Tag numerico Attributo Definizione
1 barba divisa Se è evidente la divisione centrale della barba.
2 trasfigurato Se nel testo o nell’immagine è sottolineata la divinità di Cristo rispetto alla sua umanità. Se all’opera è associata la festa della Trasfigurazione.
3 occhi aperti Se gli occhi di Cristo sul velo sono aperti (non se socchiusi).
4 occhi chiusi Se gli occhi di Cristo sul velo sono chiusi (non se socchiusi).
5 senza corona Il volto di Cristo sul velo non ha nessuna corona.
6 corona verde Il volto di Cristo sul velo ha una corona di germogli verdi. Non se la corona è verde ma con spine enfaticamente lunghe e crudeli.
Tag numerico Attributo Definizione
1 testo Se è un’opera letteraria o una notizia.
2 badge Se è un distintivo (reale o dipinto) di pellegrinaggio.
Tag numerico Attributo Definizione
1 veronica romana Identificativo delle opere in cui la veronica è il soggetto principale. Non se la veronica è parte di un’altra opera (Arma Christi, Madonna dei sette dolori, …); nelle salite al calvario e nelle Via Crucis si attribuisce solo se il sudario col volto di Cristo è enfaticamente sottolineato.
2 reliquia romana Quando l’opera ha una correlazione diretta o particolare con la reliquia romana o se è una descrizione della reliquia romana.
3 Laterano Se rappresenta l’acheropita conservata nella cappella del Santa Sanctorum al Laterano.
4 Immagine edessena Copia del volto di Cristo acheropita trasfigurato e sereno che Cristo donò ad Abgar diffuso in Occidente dal 1600. Anche Salvator mundi.
5 Volto Santo Volto di Cristo impresso su panno, quando non identificabile come Veronica, Mandylion o acheropita del Laterano. Volto di Cristo.
6 apocrifo Se l’opera si riferisce agli apocrifi (vangelo di Nicodemo, Ciclo di Pilato, ecc.).
7 Mandylion Icona o miniatura ortodossa raffigurante l’Immagine di re Abgar (il panno, mandylion, con impresso il volto di Cristo che Cristo inviò ad Abgar re di Edessa).
8 Sindone Se l’opera rappresenta o è correlata alla Sindone di Torino o ai veli sepolcrali.
9 Manoppello Se l’opera è correlata al Volto Santo di Manoppello.
10 Santo Spirito Se ha un nesso con gli ospedali o la regola dell’ordine di Santo Spirito.
11 Eucarestia Se la veronica è sui paramenti liturgici, sul tabernacolo, al centro della predella d’altare sopra al tabernacolo, sul paliotto dell’altare, sulla vela o la crociera sopra il celebrante.
12 Carlo IV Se l’opera è in correlazione con Carlo IV di Boemia.
13 Strozzi Se l’autore è il canonico Pietro Strozzi.
14 Post Concilio di Trento Se l’opera corrisponde alla descrizione di Giovanni Gregorio (occhi e bocca aperta, sofferente, senza corona).
15 Gesù Cristo Raffigurazioni di Cristo, catalogati per motivi diversi, che non sono identificabili né come veroniche né come Volti Santi.
16 figura intera (Solo fino al 1300) Acheropita (Mandylion, Laterano, veronica) con Cristo a figura intera.
17 busto/spalle (Solo fino al 1300) Acheropita (Mandylion, Laterano, veronica) con busto di Cristo o sommo delle spalle.
18 capo di Cristo (Solo fino al 1300) Acheropita (Mandylion, Laterano, veronica) dove la testa di Cristo è rappresentata con il collo.
19 solovolto (Solo fino al 1300) Acheropita (Mandylion, Laterano, veronica) con il volto di Cristo senza collo.
20 altro Altre realtà.

La Reliquia della Veronica e i Giubilei

La Veronica, venerata come “vera icona” di Cristo, fu una delle reliquie giunte a Roma e particolarmente cara a Papa Innocenzo III. La sua venerazione fu uno dei motivi per cui Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo nel 1300. Inizialmente, i pellegrini giungevano a Roma per visitare le tombe di Pietro e Paolo e la Veronica, piuttosto che per la Porta Santa o per vedere il Papa. Un recente pellegrinaggio che ha avuto luogo il 16 gennaio, dalla Basilica di San Pietro a Santo Spirito in Sassia, ha ripercorso il tragitto dell’antica processione della Veronica. Una copia del Volto Santo ha accompagnato i pellegrini provenienti da Manoppello, sede del Santuario del Volto Santo, ricollegandosi al significato originario del Giubileo. Innocenzo III non solo fece ampliare il complesso di Santo Spirito in Sassia, ma dettò le prime regole dell’organizzazione ospedaliera, sottoposta direttamente al Papato. Egli scrisse anche un'apposita preghiera per la Vera Immagine, che scomparve durante il Sacco di Roma (1527), il quale non risparmiò la Chiesa del Santo Spirito. Il pellegrinaggio del 16 e 17 gennaio ha rappresentato una chiusura del cerchio, ottocento anni dopo la morte di Innocenzo III. La Chiesa di Santo Spirito in Sassia è stata designata da San Giovanni Paolo II come Santuario e centro di spiritualità della Divina Misericordia, legato a suor Faustina Kowalska, proclamata santa proprio durante il Giubileo del 2000, anno in cui si rinnovò l’interesse per il Sacro Volto. Il cardinale diacono di Santo Spirito in Sassia è stato per quasi 25 anni il Cardinale Fiorenzo Angelini. Innocenzo III, inoltre, fu colui che confermò la Regola Francescana, legando tutto all'Anno Santo della Misericordia.

L'Altare del Volto Santo di Ugo da Carpi

Tanti sono gli elementi di interesse e di fascino nella tavola che l’intagliatore Ugo da Carpi realizzò per l’altare del Volto Santo, nella Basilica di San Pietro, in occasione del Giubileo del 1525. Grazie a una collaborazione tra la Fondazione Torino Musei e la Fabbrica di San Pietro in Vaticano, l’opera è stata esposta a Palazzo Madama, a Torino. Concepita per l’antica Basilica di San Pietro, l’opera di Ugo da Carpi era collocata presso il ciborio dove si custodiva il Volto Santo della Veronica, una tra le più note reliquie della cristianità, che richiamava a Roma un flusso enorme di pellegrini. La tavola fa riferimento proprio a quella reliquia, mostrando la Veronica mentre dispiega il velo con impressa l’immagine del volto di Cristo, tra gli apostoli Pietro e Paolo. Come dichiarato dall’autore stesso, con l'orgogliosa iscrizione “fata senza penello”, la particolarità dell’opera risiede nella sua realizzazione non con le ordinarie tecniche pittoriche, ma con un procedimento chiamato xilografia in chiaroscuro, che consiste nell’impressione sulla tavola lignea di una serie di matrici inchiostrate. Pietro Zander, curatore della mostra e responsabile della Conservazione e Restauro dei Beni Artistici della Fabbrica di San Pietro, sottolinea che si trattava di una «tecnica particolarissima, altamente sperimentale, per l’epoca quasi una follia».

Xilografia in chiaroscuro di Ugo da Carpi per l'altare del Volto Santo

Si ipotizza che Papa Clemente VII, pontefice regnante all’epoca del Giubileo del 1525, abbia acconsentito all’uso di questa tecnica sperimentale perché essa si richiamava alla devozione per il Volto Santo: così come l’immagine di Cristo si era miracolosamente impressa sul velo della Veronica, la pala d’altare sarebbe stata realizzata non con la pittura, ma “per impressione”, divenendo quasi un’immagine acheropita. L’opera porta con sé cinquecento anni di devozione, vicende travagliate, un complesso procedimento di restauro e un accurato studio. Il percorso espositivo di Palazzo Madama, curato da Giorgio Pulitani, ha guidato il visitatore nella ricostruzione dell’antica Basilica di San Pietro e nella scoperta dei dettagli su Ugo da Carpi e la sua tecnica. Accanto all’originale, di cui i colori si sono affievoliti nel tempo, è stata esposta una riproduzione che restituisce l’idea della brillantezza perduta. L’opera rende evidenti i legami tra Torino e Roma, e la mostra ha intessuto un ideale dialogo fra le due immagini, esponendola al di sotto di un affresco secentesco che raffigura l’ostensione della Sindone. Il cardinale Mauro Gambetti e il presidente della Fondazione Torino Musei, Maurizio Cibrario, hanno evidenziato come queste due immagini riassumano un secolare dialogo di storia, fede e devozione, richiamando alla Passione di Cristo e al suo immenso atto d’amore.

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