Per la maggior parte degli uomini del Medioevo, soprattutto prima del Duecento, il santo è in primo luogo un morto illustre, di cui non si conosce con precisione la storia ma di cui si sa che in vita ha sopportato persecuzioni e patimenti per l’amore di Dio. Di qui l’importanza fondamentale del corpo - unico punto di contatto fra i servi di Dio e i fedeli che li venerano - nello sviluppo dei culti e delle leggende.
Nella mentalità comune del tempo, i corpi incorrotti dei santi emanavano un buon odore e possedevano la meravigliosa capacità, che condividevano con l’ostia consacrata, di poter essere divisi senza perdere nulla della loro efficacia, cioè dei poteri ricevuti da Dio al momento della morte benefica.

L'Evoluzione dell'Immagine di Santità
A partire dal XII secolo - e in Italia anche dall’XI - l’immagine della santità cominciò gradualmente a mutare in rapporto con le trasformazioni culturali e religiose dell’epoca. Accanto al culto delle reliquie, la cui voga non si smentirà sino alla Riforma, si assistette allo sviluppo di forme di devozione rivolte verso uomini e donne a cui l’opinione pubblica accordava spontaneamente il titolo di santi in base alla loro esistenza. Non ci si contentava più di venerare degl’intercessori più o meno illustri: il popolo manifestava ormai, soprattutto nei paesi mediterranei, un crescente interesse per figure familiari e recenti.
La figura di san Francesco, ad esempio, a partire dal XIII secolo divenne oggetto di una delle produzioni letterarie più floride. Ad un’impostazione in cui il santo veniva presentato in chiave edulcorata e miracolistica, che trova la sua espressione nella Legenda prima e nella Legenda secunda di Jacopo da Varagine e nel XIV secolo nei Fioretti di san Francesco, se ne contrapponeva un’altra più realistica, riconosciuta come più veritiera e attendibile dall’ordine francescano delle origini, di cui è esempio più famoso la Legenda maior di san Bonaventura da Bagnoregio.
Nel Medioevo, i santi erano percepiti dalla sensibilità popolare e dalla cultura dominante come figure ideali, a cui improntare la propria vita. Chiunque era chiamato alla santità e al compimento; la santità era vista come la strada per ogni uomo, non solo di personaggi strani e leggendari.
Caratteristiche e Poteri dei Santi Medievali
Il santo, in vita, si riconosceva in primo luogo dal fatto che aveva domato in sé la natura; da questo gli veniva in cambio un potere soprannaturale sugli elementi e sugli animali. Così, ad esempio, gli eremiti facevano sprizzare delle sorgenti accanto alla loro cella e fiorire un pezzo di legno secco piantato in terra. Attraversavano il fuoco senza bruciarsi e facevano tacere con un semplice gesto gli uccelli che disturbavano con il loro canto una funzione religiosa.
Se un tale modello conobbe tanto successo, è in primo luogo in ragione della sua efficacia: mettendo la sua potenza soprannaturale al servizio degli uomini, e in primo luogo dei meno favoriti dalla sorte, malati e prigionieri, il santo si presentava innanzitutto come l’uomo delle mediazioni riuscite. Con l’esorcismo poteva espellere i demoni e reintegrare gli esclusi nei loro gruppi originali.

Il Ruolo Sociale dei Santi
L’autorità del santo dipendeva a un tempo dal suo genere di vita e dalla sua estraneità rispetto a quelli che sollecitavano il suo intervento. Provenienti spesso dall’élite sociale e culturale, gli uomini di Dio erano in ogni caso estranei all’umanità comune. La loro ascesi, rendendoli “inumani”, li dissociava da essa ancora di più. Rotti i legami familiari ed economici che li legavano al mondo, alieni alla compagnia delle donne che avrebbero potuto contribuire ad assegnare loro un posto bene definito, apparivano, in ultima analisi, come le sole persone totalmente libere e indipendenti in una società spesso paralizzata dalle sue tensioni interne e dalle sue contraddizioni.
Non stupisce quindi che abbiano spesso costituito l'estrema risorsa in caso di difficoltà grave o di crisi. Uomini di fede che hanno basato su una scommessa la loro esistenza, offrivano con la loro sola presenza un rimedio all’ansia e una risposta al bisogno di certezza che animava chi si rivolgeva a loro.
È a questo livello che si manifestava la dimensione religiosa della santità: si aspettava infatti dai servi di Dio che consacrassero l’energia soprannaturale accumulata in loro a ristabilire relazioni normali fra gli uomini e fra questi e la natura, là dove il demonio le aveva distrutte. Attraverso il miracolo, l’ordine del mondo perturbato dal peccato veniva ristabilito, poiché alla radice del male, quasi sempre, si situava una colpa che la lucidità spirituale dei santi permetteva loro di discernere e di mettere in evidenza.
I santi costituivano per i fedeli il sacro in quanto accessibile, indipendente da ogni mediazione clericale, poiché bastava, per beneficiare delle loro virtù, andare a trovarli quand’erano ancora di questo mondo o andare alla loro tomba dopo la loro morte. Ben presto - comunque a partire dal secolo XIII - non fu più nemmeno necessario recarsi a un santuario per essere esauditi: una semplice invocazione, seguita da un voto che implicasse la promessa di un’offerta, bastava a stabilire tra il fedele e il suo protettore celeste una relazione tale da far beneficiare il primo dell’intercessione del secondo.
Nel Medioevo, anche tanti sovrani, uomini potenti e capi di nazioni, sono stati proclamati santi, come nel caso di santo Stefano, a cui viene fatta risalire la stessa nascita dell’Ungheria cristiana. Un esempio di cavaliere-santo è san Galgano, che dopo una vita violenta decise di conficcare la spada nella roccia, dove rimase come una croce su cui pregare da eremita.
Il Culto delle Reliquie: Potere, Guarigione e Controversie
Origini e Credenze
Possedere una reliquia significava possedere un oggetto di potere, a maggior ragione se l’oggetto sacro apparteneva ai primi martiri o, ancor più, se attribuito a Gesù Cristo, alla Vergine, o a qualche apostolo. Un tempo si credeva che molte malattie si potessero curare attraverso il semplice contatto con le reliquie, per esempio grazie a vertebre, crani, dita o corpi incorrotti.
La devozione alle reliquie
Traffico, Falsificazione e Intervento della Chiesa
Com’è logico, gli affaristi imbroglioni ne approfittarono, le reliquie si moltiplicarono all’infinito e il loro traffico divenne molto redditizio. Almeno fino al 1215, quando il IV Concilio Lateranense pose un freno al fenomeno proibendo la venerazione di reliquie prive di «certificato di autenticità».
Tuttavia, il traffico e la falsificazione non solo non cessarono, ma giunsero a un punto tale da indurre Calvino a pubblicare nel 1543 il Trattato delle reliquie, nel quale criticava e ridicolizzava il fervore per le ossa e i tessuti del corpo umano. Il riformatore francese dimostrò che c’erano alcuni santi che avevano tre o quattro corpi diversi e segnalò molte reliquie fraudolente: un osso di cervo era fatto passare per il braccio di sant’Antonio; una spugna veniva adorata come se fosse il cervello di san Pietro e, come poté vedere lo stesso Calvino a Reims, su una pietra dietro a un altare c’era persino l’impronta delle natiche di Gesù.
L’umanista spagnolo Alfonso de Valdés, contemporaneo di Calvino, era ugualmente scandalizzato, riportando come il prepuzio di Nostro Signore fosse visibile in più luoghi, così come la testa di san Giovanni Battista si trovasse sia a Roma che ad Amiens. Valdés osservò che, contando gli apostoli (dodici in origine, meno uno non presente e uno in India), se ne sarebbero trovati più di ventiquattro in diversi posti del mondo. Riguardo ai chiodi della croce, pur scrivendo Eusebio che erano tre, ne esistevano uno a Roma, uno a Milano, uno a Colonia, un altro a Parigi, uno a León e infiniti altri. E per quanto concerne i legni della croce, Valdés affermò che, se riuniti, tutti quelli che si dicevano esistere nella cristianità basterebbero per riempire un carro. Questa affermazione, tuttavia, fu smentita dall’architetto Charles Rohault de Fleury, che nel 1870 effettuò uno studio sui frammenti di lignum crucis esistenti nella sua epoca e concluse che, messi tutti insieme, non sarebbero arrivati a formare neanche una terza parte della croce di Cristo.
Tipi di Reliquie e la Loro Venerazione
Classificazione e Parti Più Ambite
I corpi dei santi potevano essere smembrati in modo che ogni chiesa possedesse una mano di san Giovanni Battista, un molare di santa Apollonia o qualche osso di sant’Epifanio. Le cattedrali, le basiliche e gli eremi venivano edificati sulle tombe o sulle reliquie sacre, alcune delle quali consistevano di frammenti d’ossa o di carne, comprese le viscere essiccate (il cuore di santa Teresa, la lingua di sant’Antonio da Padova o il cervello di santa Margherita Maria Alacoque) o le secrezioni corporee (barattoli con latte della Vergine, lacrime o sangue).
Una classificazione suddivide le reliquie in insigni, notevoli, e minime, a seconda dell’importanza del santo e della parte del corpo. La testa è sempre stata la parte più quotata, poiché si credeva che vi risiedessero l’intelletto, l’anima e la forza.
Reliquiari e Devozione Personale
I fedeli potevano anche tenersi addosso degli ossicini, custoditi dentro appositi medaglioni benedetti, chiamati encolpi. Le reliquie più grandi venivano invece conservate in reliquiari d’oro, argento e pietre preziose, che costituivano un tesoro spirituale ed economico. Proprio per questo erano oggetto di furti e motivo di conflitti tra le città.
Furti Sacri
Apprezzate per il carattere sacro e per le proprietà terapeutiche, le reliquie venivano comprate, e talvolta anche rubate. Nel novembre del 1981 due banditi armati di pistola fecero irruzione nella chiesa di San Geremia a Venezia e si portarono via il corpo mummificato di santa Lucia. La questione si risolse con il ritrovamento del corpo per la festa della santa, il 13 dicembre. Santa Lucia è divenuta il personaggio più soggetto a furti nella storia della Chiesa, essendo stata trafugata dai bizantini a Siracusa nel 1039, dai veneziani a Costantinopoli nel 1204, da alcune monache agostiniane nel 1400 a Venezia, e infine da questi banditi. Alla mummia della santa manca persino un mignolo, strappato durante un baciamano dal morso di un fedele troppo fervente.

Miracoli, Reliquie e Mediazione Clericale
Le reliquie sono la traccia concreta, l’ultima traccia, per così dire, vivente dell’esistenza santa e prodigiosa degli uomini di Dio. Sono reperti anatomici di defunti, ma le anima una vita diversa e superiore. Chi si avvicina a esse con devozione sarà beneficiato: «Ci si rammarica se non si ha una malattia per la quale implorare la guarigione», scrive Rodolfo il Glabro.
Re, papi, principi e nobili avevano un accesso più immediato a queste insolite reliquie, e le utilizzavano per curare sé stessi o i propri familiari. Si narra che la regina Isabella la Cattolica fosse guarita da una malattia raccomandandosi a sant’Isidoro l’Agricoltore, il cui corpo incorrotto era apparso nel 1212. Enrico II di Castiglia, visitando il corpo del santo, vide la regina Giovanna staccare il braccio destro del santo, che da allora dovette essere tenuto legato con una corda.
Lotario, futuro re d’Italia, verso il 930 fu posto ancora in fasce sull’arca che conteneva ciò che restava di san Colombano e fu risanato dalle febbri che lo divoravano e che avevano fatto disperare per la sua vita. Toccare le reliquie, o qualsiasi cosa sia stata a contatto con esse, era considerato una grazia e una garanzia. Per questo i romani straziavano i veli che avevano rivestito i santi martiri e nei quali erano avvolti i cadaveri dei pontefici. Al cospetto delle reliquie, i mentecatti venivano risanati, gli indemoniati e gli ossessi liberati, i ciechi ritrovavano la vista, gli zoppi ricominciavano a camminare.
Tuttavia, neppure i santi autentici sfuggivano alla mediazione degli uomini deputati al sacro. È vero che le reliquie facevano miracoli, come le ossa di san Colombano che strapparono alla morte il futuro re d’Italia, ma a un patto: «Dunque mentre i fratelli celebravano per lui le litanie e le messe, egli giaceva nel sonno. Finite le preghiere che erano state fatte per lui fu svegliato dal sonno: gli diedero da bere con la coppa del predetto santo e ottenne la perfetta salute fisica». C’era una concomitanza di tempi fra i riti e il miracolo. Certo è il santo che opera il miracolo, ma sono gli uomini che compiono i riti che ne trasmettono l’efficacia e ne scandiscono i tempi. Sono gli uomini sacri che interpretano la potenza del santo. Senza di loro non c’era né santità né efficacia. Non c’è il sacro, se gli uomini del sacro non lo riconoscono come tale, non lo garantiscono e non lo fanno entrare nel circuito dei loro riti perfetti.