La Santità e il Canto Salesiano: Percorsi di Fede e Formazione

La santità, attributo per eccellenza di Dio, si manifesta nella vita dell'uomo come un cammino privilegiato di formazione e di avvicinamento alla conoscenza divina. Questo percorso, lungi dall'essere un'astratta speculazione teologica, si configura come una profonda esperienza di amore, culminante nella conformazione a Cristo. Autorevolmente guidati dai Praenotanda del Martyrologium Romanum, la lettura della vita dei santi si rivela un luogo essenziale per comprendere non solo la “scienza teologica” in senso accademico, ma soprattutto la “scienza dell'amore”.

In quest'ottica, si può rileggere la vita di una beata, come Alessandrina Maria da Costa, grande mistica del ventesimo secolo. Ella rappresenta bene l'immagine del discepolo che, nella Passione, dopo aver poggiato il suo capo sul cuore di Gesù - vero “luogo” della scientia amoris - accompagna il Maestro fino alla croce.

Illustrazione del concetto di santità cristiana

La Santità nell'Orizzonte Biblico e Patristico

La Santità di Dio e la sua Rivelazione all'Uomo

Nell'età patristica, vere e proprie Vite di santi iniziarono a essere scritte solo nel terzo-quarto secolo, precedute dagli Atti e dalle Passioni dei martiri. Nell'orizzonte biblico e patristico, la santità è l'attributo proprio, e di per sé esclusivo, di Dio. In verità, solo Dio è santo, come proclamiamo nel Gloria della Messa: «Tu solo il Santo».

Tuttavia, la santità di Dio, anziché ripiegarsi su se stessa, si diffonde su tutti coloro che credono in lui. Come recita l'inno della Lettera agli Efesini, Egli ci ha scelti «per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Efesini 1,4). Così, la santità di Dio è l'origine, la mèta e il sostegno perennemente efficace e vittorioso di ogni cammino individuale di santità.

Umanamente parlando, nessuno di noi potrebbe sperare di attingere alla vita di Dio, data la chiara sproporzione “ontologica” tra la creatura e il Creatore. Ma l'incarnazione del Verbo, la sua morte e resurrezione, hanno creato un ponte sicuro tra il figlio dell'uomo e il Figlio di Dio, colmando, in qualche modo, tale sproporzione.

Secondo un'anonima Omelia pasquale del IV secolo, «per ogni uomo, per ciascuno di noi, il principio della vita è questo: il fatto che Cristo è stato immolato per noi. Ma Cristo», aggiunge l'omilieta, «è immolato per noi nel momento in cui noi stessi ci rendiamo coscienti della vita procurataci da quell'immolazione». Questo è il «segreto della santità» per i Padri: ri-«conoscere» l'amore di Cristo e vivere poi nella consapevolezza di «essere» figli di Dio. La santità di Dio ci ha raggiunto e continua a vivere in noi, spingendoci a liberare il progetto di santità che Dio stesso ha inscritto nel nostro cuore.

Questa è la ragione profonda per cui nelle antiche comunità cristiane l'attributo di “santo” non era riservato a pochi eletti, ma era l'appellativo comune di tutti i battezzati. L'indicativo della santità («Voi siete santi...») non esclude l'imperativo corrispondente («...dunque, camminate nella santità!»), ma lo potenzia, promettendone la vittoria.

La Conoscenza di Dio e l'Amore nella Tradizione Patristica

Complessivamente, la via che Origene prospetta per la santità dipende dal “codice di accesso” alle Scritture, passando dalla lettera allo spirito per progredire nella conoscenza di Dio: una conoscenza che porta all'unione e, anzi, è l'unione. Il più alto livello della conoscenza di Dio, secondo Origene, è l'amore. Egli si fonda su un significato ebraico del verbo conoscere, utilizzato per esprimere l'atto dell'amore umano: «Adamo conobbe Eva, sua sposa, la quale concepì». Questa è la definizione ultima del conoscere, confuso con l'amore nell'unione. Nelle sue Omelie sul Cantico dei Cantici, Origene confessa di aver sentito spesso che lo Sposo si accostava a lui, per poi allontanarsi improvvisamente.

Bernardo di Chiaravalle, altro illustre commentatore del Cantico dei Cantici, invita a considerare la conclusione dell'età patristica in Occidente. Nel suo commento, l'abate non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno: «Arido è ogni cibo dell'anima, se non è condito con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù.» Bernardo è affascinato da una profonda certezza di fede: grazie al sacrificio di Cristo, si sente raggiunto dalla santità di Dio. Egli scrive in un Sermone sul Cantico dei Cantici: «Quello che io non posso ottenere da me stesso», cioè la santità, «io me lo approprio (usurpo!) con fiducia dal costato trafitto del Signore» (Sermone sul Cantico dei Cantici 61,4-5). Questo è il «colpo di mano» della santità.

In questa stessa prospettiva, si legge un celebre passo di Nicola Cabasilas, il grande mistico del XIV secolo, che offre la prospettiva orientale della Chiesa cattolica. La sua dottrina sulla santità coincide sorprendentemente con quella di Bernardo. Nel secondo libro della sua Vita in Cristo, si legge: «Dal momento in cui Gesù salì sulla croce, morì e risorse, la libertà degli uomini fu reintegrata, fu ricomposta la forma e la bellezza, furono formate le nuove membra. Ora si deve solo venire avanti e accedere ai doni... Il prezzo del riscatto è già stato pagato, ora si tratta soltanto di essere liberati; il profumo è già stato versato, e la sua fragranza ha riempito l'universo: non ci resta che respirarlo; anzi, nemmeno questo, poiché anche il potere di respirare ci è stato dato dal Salvatore, come quello di essere liberati e illuminati...»

Come osserva acutamente Raniero Cantalamessa, «non si pensa mai alla cosa più semplice»: per ogni battezzato, la santità è «a portata di mano». Perché essa ci raggiunga davvero, deve maturare una profonda persuasione di fede: la santità è la vita stessa di Dio, e in Gesù Cristo la vita di Dio, cioè la sua santità, arriva a ciascuno di noi. Pertanto, come scrive il Papa nella Novo Millennio Ineunte, il programma della santità è quello di sempre, «raccolto dal Vangelo e dalla viva Tradizione»: è «Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare» (n. 29). Gesù Cristo è morto sulla croce affinché noi diventassimo santi, esclama il Crisostomo: «Onoriamo dunque il suo trofeo, che è la croce...»

Iconografia di San Bernardo di Chiaravalle che scrive

La Teologia come "Scienza dell'Amore": Il Ruolo dei Santi

Fede, Realismo e Conoscenza Divina

Spesso, pensando alla formazione, la prima immagine che si affaccia alla mente è quella dei libri di teologia, rischiando di dimenticare il realismo caratteristico della fede cristiana. San Tommaso scriveva che «l'atto di fede non ha come punto di riferimento ciò che può essere enunciato, ma la res, la Cosa in se stessa». Il realismo della fede deve guidare ogni itinerario di formazione, ricordando che la meta è la partecipazione di grazia alla conoscenza d'amore che il Figlio incarnato, crocifisso e risorto, ha del Padre suo, nella comunione dello Spirito Santo.

Ogni autentica formazione non può che essere una progressiva conformazione a Lui, il Figlio di Dio, l'unico che conosce il Padre. Gesù stesso prorompe nel suo Magnificat: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio, e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Matteo 11,25-27).

Nella Tradizione della Chiesa, la teologia, quale fides quaerens intellectum, pur nella pluralità delle sue espressioni storiche, si configura come quell'esercizio dell'intelligenza che nasce dall'esperienza della fede, di essa si nutre e all'accrescimento di essa è destinato. Sant'Agostino afferma: «Ho desiderato di vedere con l'intelligenza ciò che ho creduto per fede», a proposito del mistero della Santissima Trinità (La Trinità 15,28,51).

La "Scientificità" della Teologia e la Testimonianza dei Santi

Da questa intima natura della teologia deriva la sua peculiare forma di scientificità. La teologia, infatti, è scientia nel senso che è misurata rigorosamente, nella sua intenzionalità e nel suo esercizio, dall'Oggetto che le è offerto dalla Rivelazione: Dio in Cristo. Con geniale intuizione, san Tommaso d'Aquino afferma che la teologia è scientia «in quanto procede da principi noti con il lume di una scienza superiore, che è la scienza di Dio e dei beati» (Summa Th. 1,1,2).

Come commenta il cardinal Joseph Ratzinger, «la teologia non vede né prova la sua ragione ultima. È come sospesa alla “scienza dei santi”, alla loro visione, che è il punto di riferimento del pensiero teologico e ne garantisce la legittimità (...). Senza il realismo dei santi, senza il loro contatto con la realtà in questione, la teologia diventa un gioco intellettuale vuoto e perde pure il suo carattere scientifico».

Questa connessione è confermata fin dai primi secoli cristiani dalla definizione stessa di “Padre della Chiesa”: non è solo colui che si distingue per eccellenza e ortodossia della dottrina, ma deve anche brillare per la santità della vita. Lo conferma, ancora oggi, il capitolo settimo della Lumen Gentium, intitolato De indole eschatologica Ecclesiae peregrinantis eiusque unione cum Ecclesia cæleste. La vita dei santi vi è presentata come quella di coloro che sono più perfettamente trasformati a immagine di Cristo, come scrive san Paolo in 2 Corinti 3,18: «E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore».

Grazie a tale intima conformazione a Cristo, nella vita dei santi Dio manifesta in modo vivo e luminoso la sua presenza e il suo volto agli uomini; in loro, anzi, «è egli stesso che ci parla, e che ci mostra il contrassegno del suo Regno» (Lumen Gentium, n. 50). Così il testo conciliare invita la teologia a scrutare la santità come quel “luogo” in cui splende nel mondo il carattere realistico e profetico della fede cristiana. L'esistenza in Cristo condotta dai santi è testimonianza della verità e dell'efficacia della Rivelazione come redenzione e compimento dell'umano, e come continuata presenza di Dio in Cristo risorto che effonde il suo Spirito tra gli uomini.

Al tempo stesso, la teologia è invitata ad approfondire l'intrinseco nesso cristologico tra la verità della Rivelazione e la testimonianza di essa nella vita dei fedeli. «Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo - attesta Gesù -: per rendere testimonianza alla verità» (Giovanni 18,37). Gesù è «via, verità e vita» (cf. Giovanni 14,6), in quanto testimonia nella sua vita la verità del Padre, aprendo così agli uomini la via verso di Lui. Nella vita dei santi è riproposta, dunque, la testimonianza alla verità di Cristo stesso quale verità fatta vita e che alla vita conduce. Ogni santo, in unione con Cristo Verbo incarnato, si offre alla Chiesa come l'incarnazione nello soffio dello Spirito di una parola che Gesù ha ricevuto dal Padre e che ha comunicato ai discepoli: «Avevo fame…; ero malato…; beati i poveri…; amatevi gli uni gli altri…».

Così la teologia può contemplare nei santi - veluti stella a stella differens in claritate (cf. 1Corinti 15,40-41) - quella parola o quell'espressione della vita e della missione di Cristo che, come un seme fecondo, è germinata per impulso dello Spirito Santo, lungo i secoli, nel giardino della Chiesa, e ha portato molto frutto (cf. Giovanni 15,5.8).

J. Ratzinger ribadisce: «Quello della connessione tra teologia e santità non è un discorso sentimentale o pietistico, ma ha il suo fondamento nella logica delle cose, e ha dalla sua parte la testimonianza di tutta la storia.» Una “svolta” conclusiva è guidata da un pensiero di Balthasar, che sviluppa la citazione di Ratzinger: «Grandi carismi come quelli di Agostino, Francesco, Ignazio», osserva il teologo svizzero, «possono ricevere, donati dallo Spirito, sguardi nel centro della Rivelazione, sguardi che arricchiscono la Chiesa in modo quanto mai inaspettato, e tuttavia perenne. Sono ogni volta carismi in cui intelligenza, amore e imitazione sono inseparabili. Si riconosce di qui che lo Spirito spiegatore è a un tempo divina sapienza e divino amore, e in nessun caso pura teoria, ma sempre anche prassi vivente (…). Egli diffonde la divina pienezza nell'infinito, ma solo sempre in modo da unificarla di nuovo e di più.»

Il Martyrologium Romanum e la "Scientia Divini Amoris"

Siamo giunti così “al cuore” del tema: la vita dei santi è veramente “scuola” insostituibile di formazione teologico-spirituale, in quanto la “lettura” di queste vite consente di approdare non solo (e non sempre) alla scientia theologica accademicamente intesa, quanto piuttosto (e questo in ogni caso) alla scientia divini amoris, di cui i santi sono per definizione gli specialisti. Da questo punto di vista è importante il riferimento ai Praenotanda dell'editio typica altera del Martyrologium Romanum, in particolare al n. 18. Vi si trova riassunto il Magistero del Concilio Vaticano II, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II circa il patrimonio ecclesiale costituito dalla vita dei santi e dalla verità salvifica che in essi è incarnata e che da essi si irradia, quale via privilegiata per la conformazione dei fedeli al mistero di Cristo e per la sua illustrazione alla Chiesa e al mondo. Tale concetto è opportunamente inserito entro il contesto del significato ecclesiologico della communio Sanctorum.

Ritratto di San Tommaso d'Aquino

Vite Sante Che Hanno Cambiato il Mondo | Documentario Sui Santi Cattolici

Il Canto Salesiano: Espressione di Santità e Strumento Educativo

Don Bosco e l'Animazione Musicale

Gennaio è il mese per eccellenza dedicato a Don Bosco. È un mese concitato, in cui la Famiglia Salesiana in ogni latitudine del mondo si prepara a celebrare con profondità spirituale e riconoscenza il suo Santo, "Padre e Maestro della gioventù". Questo periodo laborioso è un'opportunità di coinvolgimento della comunità locale attraverso ogni espressione creativa.

Per Don Bosco, «un oratorio senza musica è un corpo senza anima». Già a Valdocco, egli sperimentava l'animazione musicale come un canale comunicativo ed educativo privilegiato. Questa risorsa è ancora attuale oggi, dove la pervasività mediatica spinge a esperienze piene e vitali.

Foto storica dell'Oratorio di Valdocco con giovani che fanno musica

La Famiglia Salesiana e la Memoria dei Santi

La Famiglia Salesiana non solo celebra il suo fondatore, ma fa anche memoria di altri esempi di santità, come il Beato Luigi Variara (15 gennaio), che decise di farsi salesiano dopo l'incontro con Don Bosco.

L'Oratorio Salesiano continua a essere un punto di riferimento educativo. Come afferma un responsabile dell'Oratorio Salesiano di Schio (VI), «L’oratorio deve rispondere a un bisogno di educazione, quindi deve avere una proposta chiara, cristiana. Chi sceglie noi, è perché percepisce nelle nostre attività uno spirito educativo, accogliente.» L'avventura di Don Giovanni Bosco può ancora oggi tornare d'ispirazione: i cuori nascono caldi, e sarà l'indifferenza e la mancanza di fiducia in se stessi a raffreddarli.

In questo contesto, la Famiglia Salesiana mette a disposizione un ricco bagaglio d’animazione musicale prodotto a livello Ispettoriale. Si tratta di brani come quelli contenuti nel disco “Siamo noi don Bosco” e il canto “Stoffa di Santità”, che rappresentano un'esperienza di reinterpretazione in chiave moderna di alcuni canti della tradizione salesiana, oltre a composizioni inedite dedicate a Don Bosco e a Domenico Savio. Sono disponibili anche gli spartiti di alcuni di questi canti, come “Siamo noi don Bosco” e “Stoffa di Santità”, mentre per altri brani sono forniti gli accordi con testo.

Immagine di spartito musicale o coro salesiano

Vite Sante Che Hanno Cambiato il Mondo | Documentario Sui Santi Cattolici

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