La Trasmissione delle Sacre Scritture Originali

Quando gli scrittori sacri entrarono nel piano di Dio, probabilmente non si resero conto dell'ampiezza dei Suoi obiettivi. Il testo redatto originariamente da Mosè fu riprodotto innumerevoli volte. In Israele è sorta tutta una schiera di scribi, che vegliavano gelosamente sulla Rivelazione. Prima che i documenti biblici invecchiassero, o che l'usura li rendesse illeggibili, furono ricopiati con cura da uomini dei quali la storia non ha ricordato i nomi. Dio ha usato l'erudizione, le competenze, così come la minuzia di innumerevoli credenti sconosciuti, interamente dedicati a questo compito; sia prima che dopo la venuta di Cristo, centinaia, migliaia di scribi consacrarono la loro vita e i loro talenti alla trasmissione della Scrittura.

L'Antico Testamento non è terminato, ma i libri di Mosè sono già stati copiati più volte. Questo lavoro è tuttavia subordinato alle circostanze sociali, politiche o religiose, che travagliano Israele. Ci sono scribi particolarmente zelanti, che reagiscono contro il materialismo del popolo e contro l'apostasia del clero; molti di essi sentono il bisogno di isolarsi sulle montagne o sui deserti, per dedicarsi completamente alla trascrizione delle Scritture; gli autori dei manoscritti del Mar Morto, rifugiati a Qumran, faranno lo stesso a partire dal III sec. a.C.

Illustrazione di antichi scribi al lavoro con rotoli di pergamena

La Rivalità Religiosa e la Copiatura delle Scritture

Tuttavia, 200 o 300 anni prima, altri uomini di un popolo a loro imparentato li hanno preceduti su questa strada; animati da sentimenti tanto fanatici quanto ostili verso gli ebrei di Gerusalemme, se ne sono allontanati, stabilendo la loro residenza sulla cima del monte Gherizim, al di sopra della Samaria; là, hanno anche innalzato un tempio dedicato all'Eterno. Sono i sacerdoti samaritani, il cui ordine "monastico" - senz'altro uno dei più antichi del mondo - sussiste ancora nel XX secolo della nostra era. Certi passaggi degli Evangeli devono essere esaminati alla luce di questa rivalità religiosa; a titolo indicativo, il colloquio del Signore con la donna samaritana assume particolare rilievo, quando lo si considera nel quadro di questa tensione fra le due razze "cugine".

«I nostri padri hanno adorato su questo monte» (Giovanni 4:20), ella risponde a Gesù, trincerandosi così dietro i suoi antenati religiosi. Ella fa allusione al tempio che i suoi antenati del VI secolo avevano eretto sul monte Gherizim (la montagna della benedizione), con la pretesa di celebrarvi un culto rivale e di nuocere così alla reputazione del tempio di Gerusalemme. Donna, credimi, l'ora viene che ne su questo monte ne a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete... Ma i sacerdoti samaritani non erano di questi adoratori che si avvicinano al Padre in spirito e verità. Per 15 secoli, essi non vogliono avere relazioni con gli altri sacerdoti, ma durante tutto questo tempo, ricopiarono la legge di Mosè sul monte Gherizim, rifiutando ostinatamente qualsiasi contatto con coloro che svolgono la stessa attività altrove in Palestina. Oggi, confrontando il Pentateuco Samaritano con il testo ebraico classico, abbiamo in mano due testimonianze attestanti la trasmissione dei primi libri della Bibbia, durante il periodo più movimentato della loro storia.

L'Esilio e la Diffusione della Parola Divina

Un solo testimone non sarà sufficiente contro ad alcuno... Ma ritorniamo all'epoca dell'esilio. Alla minaccia dell'Assiria si è sostituita quella dei Caldei. Un secolo prima, le dieci tribù del nord erano state condotte in schiavitù nella regione di Ninive; il fior fiore delle due tribù del sud è ora deportato a Babilonia. Dopo la presa di Gerusalemme da parte di Nabucadnetsar, nuova emigrazione collettiva verso l'Egitto; il profeta Geremia si erge contro questa disubbidienza all'Eterno, ma è portato a forza, senza potersi opporre ai suoi rapitori. Pare che questo avvenimento sia stato intravisto dal profeta Isaia.

Il III Secolo a.C.: La Versione dei Settanta

Benché in disgrazia, Israele rimane responsabile degli oracoli di Dio. La Parola divina è tuttavia destinata a tutti gli uomini. La colonia ebrea d'Egitto aumentò in modo considerevole. Due dei cinque quartieri di Alessandria erano riservati ai discendenti d'Abramo. Il re Tolomeo Filadelfo (285-248) si interessa alla vita dei suoi sudditi israeliti. Inoltre, i suoi gusti letterari molto pronunciati lo spingono a voler conoscere i loro documenti storici e religiosi; ma egli non conosce l'ebraico. Ora, a quell'epoca, un desiderio del re ha forza di legge: egli ordina dunque la traduzione in greco di tutti i libri israeliti, testi sacri e racconti profani. Il greco, prima lingua "universale", si era progressivamente imposta su tutte le rive del Mediterraneo e ben al di là.

Molti erano gli amatori di nuovi testi; le copie della Versione dei Settanta si moltiplicarono dunque e si diffusero largamente. Già alla fine del III sec. certi poeti greci si riferirono alle citazioni bibliche. La Versione che veniva letta era, certamente, la Versione dei Settanta, ricopiata più e più volte; questa Parola divina raggiungeva anche Roma e l'Occidente, poiché penetrava in Siria e in Mesopotamia, e ancora più lontano in Oriente. Dio lo permise, perché era un'ora strategica sul quadrante dell'orologio della storia: Egli preparava così il mondo alla venuta del suo amato Figlio quaggiù sulla terra. Se l'Antico Testamento ebraico doveva avvertire gli Ebrei della Palestina, era compito della Versione dei Settanta informare gli Israeliti dispersi, così come i pagani, dell'imminente realizzazione del piano di redenzione di Dio.

Così, dei magi d'Oriente, abituati a scrutare il firmamento di Mesopotamia, appresero dall'Antico Testamento tradotta in greco, che un astro particolare doveva brillare alla venuta del Messia promesso (Numeri 24:17). Riconoscendo nel ciclo il segno annunciato, si misero in viaggio e arrivarono a Gerusalemme, dicendo: "Dov'è il re dei Giudei che è nato?". Forse proprio grazie alla Versione dei Settanta alcuni Greci vennero a Gerusalemme per celebrarvi la festa e cercare di vedere Gesù. In ogni modo, lo Spirito di Dio lavorava nei cuori e nelle coscienze.

Pier Angelo Carozzi - La traduzione dei Settanta e la Vulgata di Girolamo, 13/05/2015

Il Lavoro degli Scribi e dei Masoreti

Il lavoro degli scribi fu un processo lento e faticoso. Si ricorda, inoltre, il lavoro dei rabbini ebrei detti "masoreti" (tra il V e il X sec. d.C.). Esistono delle copie molto antiche delle Sacre Scritture, sebbene molti manoscritti del Nuovo Testamento siano andati perduti. Tra i testi antichi ritrovati vi sono frammenti di libri apocrifi (100 a.C.).

I Manoscritti Antichi: Codici e Rotoli

I manoscritti antichi sia dell'Antico che del Nuovo Testamento sono estremamente rari e preziosi, sono custoditi nelle biblioteche più famose e possono essere consultati solo da studiosi qualificati. Tuttavia, per averne un'idea, in questa mostra è possibile ammirare rotoli in pelle del libro di Ester e un rotolo della Torah (ossia le Legge, cioè i primi cinque libri della Bibbia).

Principali Manoscritti dell'Antico Testamento

  • Codice (S) Sinaitico: risale alla metà del IV secolo d.C.
  • Codice (B) Vaticano: risale alla metà del IV sec. d.C.
  • Codice (A) Alessandrino: risale alla prima metà del V sec. d.C.
  • Codice (C) di Efrem: manoscritto di 773 pagine, risale alla metà del IV secolo d.C.

Il Codice Sinaitico, in particolare, è eccezionale per dimensioni; infatti è lungo 7 metri. Fu donato all'imperatore di Russia a San Pietroburgo e oggi si trova nel British Museum di Londra. Il Codice Vaticano, conservato a Roma, presenta delle lacune, mancando i Salmi da 106 a 108 e le prime venticinque pagine di Matteo. Il Codice Alessandrino, conservato a Londra, manca di alcune pagine dei Salmi.

I Manoscritti del Nuovo Testamento

Per quanto riguarda i manoscritti del Nuovo Testamento, vogliamo dare qualche cenno su due fra i più importanti documenti scoperti in tempi recenti che hanno permesso agli studiosi di avvicinarsi sempre di più al testo originale. Sotto è riprodotta una pagina del Codice Sinaitico (fine del Vangelo di Giovanni), oggi a Londra, che contiene tutto il Nuovo Testamento (oltre all’Antico nella traduzione greca dei settanta), e che risale circa all’anno 375.

Nel 1884 il biblista tedesco Tischendorf, in visita al Monastero di Santa Caterina sul Sinai, riuscì a salvare 129 fogli di pergamena che erano già stati destinati dai monaci ad essere bruciati per il riscaldamento; 43 di essi poté portarli via subito. Egli si accorse che contenevano il più antico testo greco del Nuovo Testamento. In una seconda visita, nel 1853, allorché chiese che cosa ne era stato degli altri 86 fogli, nessuno ne sapeva più niente. Ma nel suo terzo viaggio, nel 1859, l’amministratore del convento gli consegnò un pacco di fogli di pergamena, che oltre agli 86 fogli cercati ne conteneva altri ancora (più di 300!). Tischendorf, in una lettera alla moglie, descrisse la sua reazione di fronte alla scoperta: “Avevo le lacrime agli occhi e in cuore una commozione mai provata…”. Con una lunga e difficile trattativa Tischendorf riuscì a convincere i monaci ortodossi del monastero a donare il prezioso Codice allo Zar Alessandro II, considerato come il patrono della Chiesa di rito orientale. E il Codice rimase a San Pietroburgo fino al 1933, quando il governo sovietico pensò di disfarsene.

Nel 1956 il professor Victor Martini dell’Università di Ginevra presentò il testo di un codice papiraceo ancora sconosciuto, proveniente dalla biblioteca Bodmer di Cologny presso Ginevra. Secondo ulteriori ricerche (Hunger, Vienna, 1960) si accertò che il manoscritto risale a non oltre la metà del II secolo d.C. È dunque fino ad oggi il più antico manoscritto neotestamentario che contenga un “libro” completo. Le 104 pagine conservate intere presentano infatti il Vangelo di Giovanni pressoché completo.

Immagine di una pagina del Codice Sinaitico

La Copiatura a Mano e le Prime Traduzioni

Non riusciremo a capire i fatti connessi con la trasmissione del testo biblico se non ci immedesimiamo nel problema della copiatura a mano. Ma non è affatto semplice capire i problemi degli antichi. Oggi tutti sappiamo leggere e scrivere. Tutti siamo invasi dalla carta stampata. Libri e periodici ci danzano attorno in migliaia di copie. Se abbiamo bisogno di riprodurre un documento, ecco che con la fotocopiatura in pochi istanti il problema è risolto. Ma la fotocopiatrice è stata introdotta poco più di 60 anni fa, e la stampa a caratteri mobili risale soltanto al 1453 (fu Gutenberg, con un torchio e dei caratteri mobili, a stampare le prime copie della Bibbia in Latino).

Partendo dai tempi di Mosè, per oltre 2800 anni i testi biblici furono copiati a mano dagli scribi. Nell’antichità gli scribi erano quasi le sole persone che sapessero leggere e scrivere. Il popolo, se voleva conoscere un testo, doveva ascoltarne la pubblica lettura. Per i testi biblici questo avveniva nelle Sinagoghe (cfr. Luca 4:17 e seg.; Atti 13:15), e nelle riunioni delle prime chiese cristiane (cfr. Colossesi 4:16).

Un aspetto della mentalità degli antichi ci stupisce non poco: non davano nessuna importanza al manoscritto originale! Quando questo, logoro per l’uso, non poteva più servire per la lettura pubblica, veniva sostituito da una copia, eseguita con cura e controllata. E l’originale, ormai inutile, veniva bruciato o murato! Questo procedimento veniva poi ripetuto per la copia divenuta vecchia, e così via indefinitamente. Tuttavia esse venivano preparate con grande precisione, che per il popolo ebreo diventò addirittura proverbiale. Comunque, questa pignoleria non scaturiva da esigenze di scrupolosità scientifica, ma dalla profonda e sentita venerazione per la Parola di Dio.

La Vulgata Latina

Dopo la cattività, la lingua parlata dagli Ebrei diventò l'aramaico. Per fissare questa traduzione e interpretazione per iscritto, fu necessario ricorrere a nuove traduzioni. Nel IV secolo d.C., Papa Damaso I incaricò Girolamo, insigne studioso, di tradurre la Parola di Dio in latino (la lingua del tempo), in quanto nel IV secolo d.C. le precedenti versioni che erano tradotte prevalentemente dal greco, erano spesso imprecise. Girolamo si accollò l'ingente mole di lavoro e, a Betlemme, in Palestina, usò il rotolo della sinagoga di Betlemme come base per la sua traduzione, cercando di aderire al massimo all'originale ebraico. Il risultato fu la Vulgata, la prima versione scritta con semplicità e chiarezza in latino, che nel corso dei secoli ha subito alcune modifiche, includendo nel testo alcune espressioni tipicamente venete.

Le Traduzioni Moderne e la Stampa

La stampa a caratteri mobili, introdotta da Gutenberg nel 1453, rivoluzionò la diffusione dei testi. Antonio Brùcioli e Giovanni Diodati utilizzarono il "Textus Receptus" (pubblicato nel 1550), costituito dall'unico testo ebraico e greco utilizzato per tradurre dalle lingue originali la Sacra Scrittura, per le loro famose versioni. La "Nuova Diodati" è tradotta su questo stesso testo ricostruito però dalla notissima versione inglese King James del 1661, che a sua volta era stata tradotta dal "Textus Receptus".

La Versione Riveduta e Altre Traduzioni

Nel XX secolo è stata curata la "Versione Riveduta" (Evangelica), indicando il nome del Luzzi per il suo rilievo nel lavoro svolto, nel 1922. La "Sacra Bibbia", ossia "L'Antico e il Nuovo Testamento", fu curata da Giovanni Diodati. Questa versione non è una revisione del testo di Giovanni Diodati, ma il moderno traduttore ha lavorato usando lo stesso metodo che usò Giovanni Diodati quasi quattro secoli prima. La Società Biblica di Ginevra ha lavorato per tanti anni sulla tradizione del testo tradotto da Giovanni Diodati nel 1607.

Immagine di una Bibbia stampata antica

I Materiali di Scrittura Antichi

I popoli della Mesopotamia scrivevano fin dal 3000 a.C. su tavolette d'argilla. Centinaia di migliaia di queste tavolette sono venute alla luce durante gli scavi archeologici degli ultimi cento anni. Gli Egiziani invece usavano il papiro, un materiale pratico per la scrittura ma meno conservabile. Su questi fogli di papiro scrivevano con una specie di penna di canna, intinta nell'inchiostro. I fogli di papiro scritti venivano incollati uno all'altro in modo da formare un lungo rotolo.

Quando gli Israeliti si stanziarono nella terra di Canaan, vi trovarono la scrittura alfabetica fenicia. I caratteri che usiamo noi oggi derivano dunque dalla scrittura alfabetica fenicia. In Esodo 24:4, 7 si parla del "libro del patto" su cui Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Forse poteva trattarsi di un rotolo di papiro, portato dall'Egitto. Il capitolo 36 di Geremia ci descrive per filo e per segno come si scriveva un rotolo. Questo rotolo o libro talvolta veniva scritto "di dentro e di fuori", cioè sul "recto" e sul "verso", o "fronte e retro" (cfr. Ezechiele 2:9-10).

Oltre al papiro, i rotoli per scrivere venivano fabbricati - in epoca alquanto più tarda - anche in pelle o cuoio. Sia il papiro che la pelle marciscono con l'umidità, pertanto non si sono conservati, salvo circostanze eccezionali. Verso il 100 a.C., infine, nella città di Pergamo, in Asia Minore, fu scoperto un metodo particolare per conservare le pelli, in modo da renderle particolarmente adatte alla scrittura: da allora in poi questo materiale fu chiamato "pergamena". I fogli rimanevano però alquanto rigidi, e pertanto non potevano più essere arrotolati. Nacquero così i cosiddetti "Codici", che sono raccolte di fogli di pergamena cuciti sul dorso, simili ai nostri libri di oggi.

Ricostruzione di un rotolo antico di papiro

Il Monachesimo e la Conservazione del Sapere

In un'ignoranza pressoché generale, la superstizione dilagò e si diffusero le eresie. In questo immenso deserto di barbarie, in questa specie di necropoli, dove si erano dissolte le ultime tracce della società antica, viene in evidenza e si espande il più straordinario fenomeno religioso, sociale e culturale del Medioevo: il Monachesimo. In Italia il primo monastero fu quello di Montecassino, fondato da Benedetto da Norcia nel 529. La regola stabilita da Benedetto era "ora et labora", cioè prega e lavora.

Sono note tutte le benemerenze che i Monasteri ebbero in campo economico e sociale. Ma soprattutto essi ebbero l'enorme merito di salvare e trasmettere ai posteri quel che rimaneva della cultura antica. E dunque, nell’ambito di queste note sulla trasmissione del testo biblico, dobbiamo riconoscere ai monaci il merito di aver copiato e ricopiato anche gli Scritti Sacri, con un lungo, paziente e scrupoloso lavoro.

Illustrazione di un monastero medievale

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