Il Fondale "Scena Paradiso" e la Nascita di "Rita da Cascia"
Il fondale Scena Paradiso, preziosa testimonianza dell'arte scenografica, è stato donato dal nipote di Paolo Poli (1929 - 2016) all’Elfo, il teatro che è stato negli ultimi decenni la "casa teatrale milanese" dell'artista. Questo elemento scenico era parte delle scenografie di Rita da Cascia, una rilettura comica e irriverente della storia della santa.
L'opera di Poli, in realtà, prendeva spunto dalla vicenda umana della santa per ironizzare su alcuni aspetti del rapporto uomo-donna, come del clima politico degli anni sessanta. Di Rita venne enfatizzata l’indole sottomessa e la capacità di sopportazione: è eccessiva nell’esser timida, come nelle decisioni improvvise. La rappresentazione seguiva le vicende della santa lungo la sua vita, dalla giovinezza alla morte, in un susseguirsi di vicende esemplari che avevano il dichiarato scopo di esaltare la figura di Rita in tutta la sua autoesaltazione moralistica.
Quello che, secondo l'agiografia, avrebbe dovuto essere un percorso di progressiva ascesa alla santificazione, si appiattiva qui al livello di un'arrampicata sociale, in cui l'ardore del sacro veniva svilito nelle più prosaiche ambizioni profane dal suo tracimante moralismo.

Lo Stile Inconfondibile di Paolo Poli nel Teatralizzare la Santità
Il teatro di Paolo Poli era inconfondibile. Lui era veramente ‘popolare’ nel senso nobile del termine, riuscendo a divulgare la cultura e la letteratura, mischiandola, come diceva lui, con le canzonacce. Il suo lavoro arrivava a tutti!
I suoi monologhi monopolizzavano la scena e la sua logorrea non lasciava spazio di respiro, seguendo spesso un'esposizione quasi enciclopedica, da "prontuario", che esauriva tutte le casistiche possibili di ogni questione. Un esempio su tutti è il monologo in cui Rita, non ancora santa, da giovane fanciulla passeggia nei pressi di una fonte meditando sulla corporeità: con un tono di leziosa purezza intellettuale, affermava che «Non bisogna avere paura di sorella sporcizia: essa serve a far crescere il fiorellino della santità», avviando una meditazione sui fluidi corporei che si nascondono dietro la superficiale bellezza femminile. Il suo contegno minacciava sempre di vacillare a dispetto delle sue boriose prediche.
Gli attori rompevano la quarta parete con il loro pubblico nel prologo che recitava: «Silenzio, o voi che radunati siete. Voi vedrete una storia e santa. Diverse cose vedrete, esempi di fortuna varia tanta. La compagnia reciterà. Siam tutti giovinetti, perciò scusate i nostri teneri anni se son dei discorsi ben detti. Né sappiamo dei signori vestire i panni né delle donne. Siam fanciulletti. Tuttavia lo faremo con amore».
Nella messa in scena, la cultura giovanile si inseriva in modo tentacolare tra i vari esempi virtuosi: i cori dei quattro attori spesso subentravano come elemento separatorio delle varie scene, passando da intonazioni alleluiatiche proprie della liturgia cristiana all'Allelujah di Leonard Cohen e da luoghi comuni come You Can Leave Your Hat On di Joe Cocker o Somewhere Over the Rainbow.
Paolo Poli, un genio all’avanguardia, un irriverente trasformista, un attento calcolatore delle scene che anticipò il teatro contemporaneo già negli anni ‘60. Elegante, raffinato, così a suo agio con il papillon al collo da destare invidia per i modi, ammirazione per la figura e un incantato stordimento nel sentire parole di alta fattura precedere, o di poco seguire, espressioni scurrili o piacevolmente dialettali. L’età indefinibile seppur sbandierata, si dimenticava non appena iniziava a sorridere, a cantare o a muovere passi di danza riempiendo di sé il palcoscenico.
Un personaggio, o meglio una persona unica, portata di peso ai giorni nostri da una dimensione favolistica dove è facile trovarlo in posa con Greta Garbo, nudo al fianco di Rita Renoir o in estasi tra le vesti di Rita da Cascia. Te lo immagini sorridere appena, mentre già ha in mente un colpo di teatro per far rabbrividire alla Carolina Invernizio, o per stupire passando da una mitria vescovile a un bustino da prostituta.

La Critica e le Definizioni dell'Artista
I suoi spettacoli teatrali erano caratterizzati da una forte connotazione comica, rifacendosi alle commedie brillanti, surreali e oniriche. «Pochissime sono le cose che mi rallegrano in questo inizio dell’anno: mi rallegra però il fatto che Paolo Poli canti e reciti in un teatro della città. Sono stata a vederlo già due volte e vi potrei sempre tornare (…). Se dovessi descrivere Paolo Poli a qualcuno che non l’avesse mai visto, direi di lui che la sua figura è quella di un esile giovinetto; ignoro la sua età, ma comunque resterà sempre un esile giovinetto; che il suo linguaggio è un puro toscano; che i suoi spettacoli sono, in genere, parodie di romanzi o di commedie dell’Ottocento, o del primo Novecento, inframmezzate da canzoni; che quando canta alza nell’aria le sue lunghe braccia snodate e le mani fini e soavi, assomigliando a una bella ragazza, o a un cigno, o a un fiore dall’altissimo stelo; che suscita ilarità con la grazia, in un tempo in cui la comicità sembra poter nascere soltanto su note stridenti e odiose, da volti e gesti scomposti e ripugnanti. Lui è comico restando se stesso, conservando i suoi tratti lindi e gentili. Non c’è tuttavia nulla di lezioso o vezzoso nella sua grazia: non c’è in lui nessuna civetteria, e nessuna timidezza, nei confronti della realtà. Il segreto del fascino di Poli è proprio nella maniera nobile, civile ed intelligente con cui tocca, esamina ed esprime la volgarità rimanendone pienamente immune. Poiché non c’è ombra di volgarità in lui, le volgarità e i luoghi comuni che estrae dal passato egli li illumina con un totale distacco, non in una caricatura deformante e grottesca ma in un disegno penetrante e lucido (…).» A distanza di trent’anni, un simile ritratto, che sfiora quasi un atto di fede nei confronti di Poli, non può che essere ancora condiviso e sottoscritto, arricchito com’è anche d’amore.
«Il giovanotto è lungo e sottile come i ricchi ragazzi viziati dei romanzi di Fitzgerald; ha i capelli schiariti, gli occhi celesti dei bambini ubbidienti, il viso bello e gentile da nipotino prediletto da una schiera di zie signorine. Parla con un netto accento toscano, il che è una gentile novità, se si pensa che gli attori brillanti sono ormai da anni, per tradizione, napoletani, romani o milanesi (…).»
Tra le definizioni calzanti: «Pierrot saltimbanco. Ultimo dei capocomici all’antica. Uomo orchestra. Abate del ‘700. Show vivente. Fregoli barocco. Dissacratore. Premiata ditta di mieli e veleni. Drag-diseur. Misirizzi fiorentino (misirizzi è quel giocattolo che, comunque lo si getti in terra, mantiene l’equilibrio). Fantasista. Ballerina di fila. Dorian Gray in frac. Bambinaccia di scena. Commentator cortese. Vedette dell’intelligenza. “Omo” di garbo. Giullare filosofo. Comico damerino.»
La Carriera e la Visione Artistica di Paolo Poli
Paolo Poli nasce a Firenze il 23 maggio del 1929, terzo figlio di un carabiniere e di una maestra. Si laureò in letteratura francese con una tesi sul teatro naturalista di Henry Becque, insegnò e lavorò per la radio, oltre che recitare in compagnie vernacolari. Ben inserito negli ambienti culturali della propria città, passò dal prestare la sua voce alle streghe e ai cavalieri di un burattinaio, alle rappresentazioni del “Teatro dell’alberello” con il quale ebbe in repertorio, tra gli altri, Pirandello, Marivaux, Goldoni, Tagore, Molière, Metastasio, Rostand e Campanile. Tra gli spettatori di questo periodo s’imbatté nel grande Aldo Palazzeschi, il quale con i suoi testi tornerà spesso nella vita di Poli.
Nel 1959 a Genova entrò a far parte con altri teatranti di una struttura autogestita che venne chiamata “La Borsa di Arlecchino”, all’interno della quale poté sperimentarsi anche come mimo e burattinaio. L’animatore di questa compagnia fu Aldo Trionfo, illuminato visitatore di quel limbo della messa in scena teatrale che si colloca a metà strada tra l’ufficialità e la sperimentazione. Poli divenne in breve tempo una delle colonne portanti della “Borsa di Arlecchino”, adattandosi perfettamente al clima di laboratorio drammaturgico che la caratterizzava, ma che al contempo non gli impediva di tradire il suo personalissimo repertorio che da lì a poco avrebbe dato vita a “Il Novellino”: brani della tradizione popolare fiorentina e francese, filastrocche per bambini e poesie.
Paolo Poli ha diretto come regista ed è stato principale attore di varie opere teatrali, fra cui: Aldino mi cali un filino, Rita da Cascia, Caterina De Medici, L’asino d’oro, I viaggi di Gulliver, La leggenda di San Gregorio, Il coturno e la ciabatta, La nemica di Dario Nicodemi. Nel 1962 fu la volta de “Il diavolo”: una sorta di zibaldone demonologico che rivisitava la storia dell’antagonista di Dio dal medioevo agli anni ’50, passando tra il secolo dei Lumi e i romantici ottocenteschi. Per “Il diavolo” si registrarono durante le repliche anche dissensi, proteste, vere e proprie contestazioni. In seguito questi episodi assunsero dimensioni ben più allarmanti, arrivando alla vera e propria censura; nulla di tutto ciò impedì comunque persino la ripresa, nel ’65 dello stesso spettacolo.
Al diavolo seguì, nel ’63, “Paolo Paoli”, un testo di Arthur Adamov che incuriosì Poli proprio per la quasi omonimia. «Dato il titolo quella era la “mia” commedia.» Con lo spettacolo successivo, “Il Candelaio” tratto da Giordano Bruno, iniziarono due sodalizi destinati a durare nel tempo: uno con l’attrice Maria Monti e l’altro, ancora più importante con Ida Omboni, futura coautrice di tutti gli spettacoli di Poli. «Per i testi, come saprai, mi avvalgo della grande professionalità di Ida Omboni, alla quale è affidato il compito dell’editing: compito importantissimo del resto.»
Poli si definiva un attore brillante, poiché «di repertori così “boulevardiè” in Italia abbiamo pochissimo: levata “La Mandragola” di Machiavelli, levato tutto Goldoni e Pirandello non c’è altro. Il resto son tutte cose che si inventano lì per lì.»
Negli anni ’60, quando iniziò, prese su di sé la produzione e tutto perché non gli avrebbero fatto fare altro che la parte del cuginetto imbecille che compare al secondo atto, dato che, anche se aveva l’aspetto di un “attor giovane”, aveva sempre avuto un animo da caratterista. «Quand’ero piccolo nei giochi mi facevano sempre fare la parte del principe, così mai mi facevano fare la strega, gli orchi, che erano i personaggi che io amavo. Appena ho potuto fare di testa mia, avevo già trent’anni, ho fatto una commedia in cui ero un vecchio di 50 anni. Mi son tinto i capelli bianchi e sono andato a Parigi a chiedere l’autorizzazione all’autore. Poi quando ho fatto una commedia di Giordano Bruno, facevo la parte di un impotente, “il candelaio”.»
I suoi primi anni sessanta lo videro protagonista di una trasmissione televisiva sulla RAI in cui leggeva favole per bambini tratte da Esopo e da famosi racconti letterari. È proprio lui, tra le altre cose, sul finire degli anni sessanta, a “scoprire” un giovanissimo Marco Messeri, che difatti può essere considerato teatralmente l’unico vero erede di Poli. Sempre per la RAI, realizzò lo sceneggiato ”I tre moschettieri”, insieme a Marco Messeri, Milena Vukotic e Lucia Poli. Poli amava molto il genere umano ed era molto affezionato alle fasce sociali più deboli, come i bambini e gli anziani. Diceva: «I benpensanti sono coloro che credono di pensare ma in realtà non fanno che mettere ordine tra i propri pregiudizi».
"SANTA RITA & THE SPIDERS FROM MARS": Un Omaggio Contemporaneo a Poli
Sabato 27 luglio, nel Giardino dell’Astra, l'attore storico della compagnia di ricerca Fanny & Alexander, Marco Cavalcoli, ha presentato “SANTA RITA & THE SPIDERS FROM MARS”. Lo spettacolo è nato da un’idea del critico e giornalista Rodolfo di Giammarco, che ne ha presentato il debutto all’interno dell’edizione 2017 della rassegna Garofano Verde.
Si tratta di un dialogo impossibile incastonato in un’ipotetica trasmissione radiofonica o televisiva. Un reading che rivela l’anima, il carattere, l’unicità e la radicalità artistica di Paolo Poli e David Bowie, che rivivono in scena attraverso l’impronta stampata in eterodirezione sull’attore Marco Cavalcoli, che riceve in cuffia le voci dei due artisti e ne restituisce la presenza vibratile. Un accostamento ardito che incrocia e sovrappone, in modo inatteso e originale, il genio di due grandi figure “multiple” restituite come in un’intervista doppia impossibile, che si riversa sullo spettatore attraverso la voce istrionica di un performer d’eccezione della nostra scena, Marco Cavalcoli.
Rodolfo Di Giammarco commenta: «Ho pensato a Poli e a Bowie, ai trentadue denti brillanti che hanno sempre sorriso sulle bocche di questi due, che, poi, sono morti precisamente uno a distanza di un anno dall’altro. Ecco, questi due se ne sono fregati: dei geni, dei pubblici. E hanno fatto tantissima cultura. Due istrionici, impenitenti, irrefrenabili "male impersonator" con versatilità (congeniale o occasionale, o anche solo metaforica) di "female impersonator", due talenti del teatro musicale o della musica teatrale come Paolo Poli e David Bowie, si prestano, anche a distanza, ad essere visitati attraverso una lettura binaria di alcuni dei loro testi. E Marco Cavalcoli è il decrittatore, la voce multi-identitaria, il potenziale doppio che unisce i Poli, i Bowie.»
La Duratura Eredità Artistica di Paolo Poli
Non finiremo mai di ringraziarlo. Per molti è stato un regalo. Paolo ha insegnato quel poco che si sa sulla disciplina e la libertà. È stato negli sguardi e nei silenzi. Paolo va raccontato, andrebbe ritrasmesso alla radio. «Perché, benché i vizi siano sette, Paolo diceva: “l’ottavo sono io!”» A questo proposito, Paolo ha scavalcato i tempi e rimane tuttora una figura attualissima.
Trovo poi assurdo che non gli sia ancora stato intitolato un teatro, specie nella sua Firenze! Il suo teatro è stato inconfondibile. Quando quest’anno a Sanremo Achille Lauro è arrivato con quei travestimenti, con dei riferimenti all’arte, alle culture, ai santi, alle regine, tutto questo Paolo l’ha fatto negli anni ‘60!