Il nome Michele risuona profondamente nella storia dell'architettura italiana, evocando sia la millenaria maestosità della Sacra di San Michele in Val di Susa, sia l'ingegno rinascimentale di Michele Sanmicheli e le espressioni contemporanee di Michele Mingoia. Questa panoramica esplora la ricchezza e la diversità di queste opere, tracciando un percorso attraverso secoli di fede, arte e innovazione.
La Sacra di San Michele: Un Complesso Architettonico Millenario in Val di Susa
La Sacra di San Michele, sospesa tra le nuvole a pochi passi da Torino, sul confine tra Pianura Padana e Alpi Cozie, domina il paesaggio circostante da oltre mille anni con la sua maestosità mistica e silenziosa. L’abbazia è uno scenografico complesso architettonico, frutto di una stratificazione storica che lo ha portato ad abbinare gli originali elementi romanici alle novità gotiche provenienti dalla Francia. Capace di resistere a oltre cinque secoli di declino e duecento anni di totale abbandono, la Chiesa custodisce ancora oggi misteriose leggende che la rendono uno dei luoghi di culto più affascinanti di tutta Italia.
Origini e Prime Costruzioni
Già in epoca romana fu qui presente un presidio militare, di vedetta presso la via Cozia verso le Gallie. Il castrum romano fu poi utilizzato dai Longobardi, a guardia delle invasioni dei Franchi, nel contesto delle cosiddette chiuse longobarde, delle quali rimangono alcune vestigia nel sottostante paese di Chiusa di San Michele. Il culto micaelico, praticato dai Longobardi, fu ereditato dall'Imperatore Federico I Barbarossa, che lo trasmise al nipote Federico II, il quale lo estese a sua volta nel Regno e nell'Impero. L'Alto Medioevo, infatti, vide la costruzione di numerosi edifici religiosi in Europa dedicati al Santo Arcangelo.
L’inizio della storia della Sacra è avvolto da una fitta nebbia di mistero, nella quale ci si può orientare attraverso fonti certe e miti leggendari. La data di costruzione del complesso vero e proprio viene identificata tra il 983-987, anche se altri la identificano tra il 999 e il 1002. Le fonti più certe parlano del tempo di san Giovanni Vincenzo, l'arcivescovo di Ravenna ritiratosi a vita eremitica presso queste zone, quindi tra la fine del X e l'inizio dell'XI secolo. Secondo una leggenda, l’ex arcivescovo ebbe la visione dello stesso Arcangelo Michele, che gli ordinò di erigere un santuario. Qui l’uomo avrebbe dunque dato vita a un nuovo sacello per sostituire un’architettura precedente. Le fasi iniziali della costruzione sono scarsamente descritte, ma documenti più antichi risalgono a un certo monaco Guglielmo, che visse proprio in quel cenobio e, intorno alla fine dell'XI secolo, scrisse il Chronicon Coenobii Sancti Michaelis de Clusa. Accanto al sacello più antico, Giovanni Vincenzo ne fece realizzare un altro, oggi ambiente centrale dell'attuale cripta della Chiesa, dove è ancora oggi possibile osservare richiami all’arte bizantina tra nicchie, colonnine e archi.
Sul finire del X secolo, fondamentale fu l'intervento del nobile francese conte Hugon di Montboissier, detto "Ugone", allora governatore di Aurec-sur-Loire, nell'Alvernia e responsabile dell'abbazia di Saint-Michael de Cuxa. In tal modo, il conte poté quindi riscattare i suoi peccati a fronte dell'indulgenza richiesta al nuovo papa Silvestro II. Fu lui a innalzare il cenobio per i monaci e i pellegrini, affidandone l'amministrazione all'abate Adverto di Lezat. A metà dell'XI secolo, la struttura dell'abbazia fu quindi affidata ai Benedettini, che ne seppero sviluppare progressivamente il significato spirituale, dando asilo ai pellegrini e protezione alle popolazioni della zona.
Sviluppo Architettonico e Elementi Caratteristici
Tra l’inizio del XII secolo e la fine del Trecento la Sacra di San Michele venne ampliata con un complesso conosciuto come Nuovo Monastero, oggi totalmente in rovina. Il committente dei lavori fu l'abate Ermengardo, che resse il monastero dal 1099 al 1131, e fece realizzare questa opera ardita partendo dall'impressionante basamento di 6 metri che dalla base a picco raggiunge la vetta. Il grandioso edificio a 5 piani, a cui fu aggiunta, verso nord, una nuova costruzione terminante con la Torre della Bell'Alda, cadde in rovina a causa di sismi, guerre e abbandono. Questa zona delle “Rovine”, occupata da imponenti ammassi di pietre, pilastri, muraglioni, archi e barbacani, è stata oggetto di interventi di restauro, conservazione e accessibilità negli anni 1999-2002. Tra le rovine è visibile una “Casetta” costruita alla fine del 1800, utilizzata dal Genio Militare come stazione per il telegrafo ottico.

La Chiesa Attuale: Stili e Dettagli
La chiesa attuale, detta anche "Nuova", è il risultato di più di un secolo di interventi. Partendo dai primitivi progetti di Guglielmo da Volpiano, l’effettivo inizio dei lavori è di difficile datazione, ma si suppone che il primitivo impianto, quello absidale, sia stato commissionato dall’abate Stefano all'inizio del XII secolo, con l'imponente basamento del 1110-1120. Tra il 1120 e il 1130, vi lavorarono lo scultore Niccolò e Pietro da Lione. La conformazione dell’originario edificio è oggi intuibile attraverso i tanti elementi in stile romanico che hanno resistito agli interventi successivi.
Gli interventi eseguiti per adattare lo sviluppo architettonico al particolare ambiente costituito dalla vetta del monte Pirchiriano, portarono al rovesciamento degli elementi costitutivi fondamentali. In tutte le chiese la facciata è sempre localizzata frontalmente rispetto alle absidi poste dietro l'altare maggiore e contiene il portale d'ingresso; al contrario, la facciata della Sacra si trova nel piano posto sotto il pavimento che costituisce la volta dello Scalone dei Morti.
Lo Scalone dei Morti e il Portale dello Zodiaco
Dal piano d’ingresso, si giunge allo Scalone dei Morti, la cui edificazione pare risalire alla metà del XII secolo. Superati i primi scalini, si lascia a sinistra un pilastro di oltre 18 metri che sostiene il pavimento della sovrastante chiesa. A destra emerge uno spuntone di roccia che si perde nel muro di fronte. Nella nicchia centrale fino al 1936 erano custoditi alcuni scheletri di monaci, da cui il nome dello scalone. Questo “atrio” fu un tempo assai sfruttato per la sepoltura di uomini illustri, abati e benemeriti del monastero.
Giunti alla sommità dello Scalone dei Morti si attraversa il Portale dello Zodiaco (1128-30), opera romanica scolpita dal Maestro Nicolao, famoso architetto-scultore piacentino. È così denominato perché gli stipiti nella facciata rivolta verso lo scalone sono scolpiti a destra con i dodici segni zodiacali e a sinistra con le costellazioni australi e boreali, che all'epoca erano un modo per rappresentare lo scorrere del tempo (quindi una sorta di memento mori). Di notevole pregio anche i capitelli storici e simbolici, e le basi delle colonne.

Interni della Chiesa e Absidi
Superato il Portale dello Zodiaco si affronta l’ultima rampa di salita alla chiesa: è una solenne scala in pietra verde, sotto il gioco di quattro imponenti contrafforti e archi rampanti progettati dall’architetto Alfredo D’Andrade e ultimati nel 1937. All’interno della chiesa sono presenti imponenti colonne, numerose colonnette, lesene e spigoli, coronati da suggestivi e simbolici capitelli: se ne contano 139. Di particolare interesse il primo pilastro a sinistra della navata centrale, sotto il quale affiora per 15 centimetri la cima del monte Pirchiriano, “culmine vertiginosamente santo”, come lo definì il poeta-rosminiano Clemente Rebora.
Il Santuario romanico-gotico che accoglie oggi il visitatore presenta tre generi di architettura: romanico nella parte absidale, orientata verso il punto esatto in cui sorge il sole il giorno della festività di San Michele (29 settembre), nella prima arcata e relative finestre e colonne; romanico di transizione nelle due successive arcate con pilastri a fascio e archi acuti, e uno gotico di scuola piacentina nella decorazione del finestrone dell’abside centrale e nelle due finestre delle navate minori. Le tre absidi si distinguono per il rosso dei mattoni che le rivestono. In quella centrale si aprono ai lati due spaziose nicchie con una propria finestra romanica e sopra queste è presente una croce greca profondamente scavata nel muro. Nella cornice strombata del finestrone absidale si suppone siano raffigurati i profeti maggiori, mentre la base è occupata dalla scena dell’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Maria. Ai lati del finestrone quattro semicolonne sovrastate dalle figure dei quattro evangelisti con i loro simboli.
Originariamente la chiesa doveva essere sormontata da volte a crociera analoghe alle attuali. Tali volte crollarono nel XVI secolo e, nel Seicento, furono sostituite nella navata centrale da una pesante volta a botte, che esercitava una notevole spinta sui muri laterali, minacciandone la stabilità e creando pericolo di ribaltamento. Per far fronte a questa minaccia, durante i restauri di fine Ottocento, fu demolita la volta a botte e sostituita con una triplice volta a crociera completata nel 1937.

Il Primitivo Santuario e le Opere d'Arte
Al fondo della navata centrale della chiesa si apre un ambiente a pianta irregolare denominato “Coro Vecchio”, quanto rimane della chiesa di Ugone, luogo in cui abbonda il materiale pittorico di fine ‘400 e inizio ‘500. Qui si trovano diversi tesori artistici:
- Il Trittico di Defendente Ferrari (1520 circa): il capolavoro più prezioso della Sacra, restaurato e posto nel Coro Vecchio. Al centro, una delicata Madonna che allatta il Bambino Gesù, circondata da cherubini. I pannelli laterali rappresentano San Michele Arcangelo che sconfigge il demonio e San Giovanni Vincenzo che presenta alla Vergine il committente Urbano di Miolans. Alla base, una squisita predella raffigura la Visitazione di Maria, la Natività e l'Adorazione dei Magi.
- Il Grande Affresco dell’Assunzione (1505): il più grande affresco conservato alla Sacra (6,50 x 4 metri), dipinto sulla parete sinistra di chi entra in chiesa. Eseguito in gran parte da Secondo del Bosco di Poirino, raffigura la Sepoltura di Gesù, la dormizione di Maria e la Madonna Assunta.
- L'Affresco della Leggenda (fine 1600?): si trova sulla parete destra del Coro Vecchio, dipinto a linee rosse e bianche su sfondo giallastro, riassume la storia, mista a leggenda, della fondazione del Santuario.
Il Primitivo Santuario di San Michele è composto da 3 sacelli absidali, ai quali si accede dalla navata centrale scendendo 12 antichissimi scalini assai logori. Gli studiosi concordano nell’individuare qui la prima Sacra ed il momento storico originario del suo culto a Michele. La cappella più vasta e con parete di fondo in viva roccia è un ampliamento delle altre due, ed è ora dedicata a San Giovanni Vincenzo, considerato il luogo più sacro dell’Abbazia.
Declino, Rinascita e Futuro
Dal XII al XV secolo la Sacra visse il periodo del suo massimo splendore storico, divenendo uno dei principali centri della spiritualità benedettina in Italia. Il declino fu causato da antefatti politici risalenti al 1362, quando il principe Giacomo di Savoia-Acaia fu esautorato da poteri e possedimenti, e suo figlio, Filippo II, saccheggiò il borgo di Sant'Ambrogio di Susa e distrusse il palazzo abbaziale. Nel 1381, Amedeo VI di Savoia (il Conte Verde) chiese a papa Urbano VI la soppressione dell'autorità dell'abate presso la Sacra. Da quel momento, il complesso perse definitivamente la propria grande autonomia e venne amministrato soltanto da un commendatario. In "commendam", il monastero perse di interesse già nel XV secolo. Nel 1622, il cardinale Maurizio di Savoia convinse papa Gregorio XV a sopprimere di fatto tutto il complesso, abitato ormai soltanto da tre monaci, facendo terminare così la secolare gestione benedettina del sito. Le ultime rendite economiche furono destinate alla costruzione della collegiata dei canonici della chiesa di San Lorenzo, presso Giaveno.
Nel 1836, Carlo Alberto di Savoia, desideroso di far risorgere il prestigio della Chiesa piemontese e del suo casato, pensò di collocare stabilmente una congregazione religiosa. Papa Gregorio XVI, con un breve dell'agosto 1836, nominò i padri Rosminiani amministratori della Sacra e delle superstiti rendite abbaziali. Contemporaneamente, il re affidò loro in custodia le salme di ventiquattro reali di casa Savoia, traslate dal duomo di Torino e ora tumulate in Chiesa entro pesanti sarcofagi di pietra. Per la traslazione delle salme venne realizzato il Sentiero dei Principi. La Sacra di San Michele godeva del privilegio di abbatìa nullius, ovvero dell'esenzione dalla giurisdizione di un vescovo, da molti secoli, quando fu soppressa nel 1803 durante il periodo napoleonico.
Fondamentali furono gli interventi architettonici di recupero e i supplementi di elementi neoromanici voluti da Alfredo d'Andrade, eseguiti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, come la scalinata e gli archi rampanti sulla parte meridionale. Altri restauri del complesso furono eseguiti nel corso degli anni ottanta e novanta; una particolare importanza rivestì la visita di papa Giovanni Paolo II il 14 luglio 1991. Nella notte del 24 gennaio 2018, il Monastero Vecchio della Sacra ha subito danni a seguito di un incendio divampato sul tetto, senza danneggiare la parte architettonicamente più rilevante, che ha necessitato di importanti restauri. Nel 2016 è stato varato un progetto di ulteriore ristrutturazione e ampliamento di tutto il sito, con miglioramento dei relativi servizi turistici. Il 15 marzo 2017, è stata presentata al pubblico la candidatura dell'abbazia a patrimonio dell'umanità dell'UNESCO, nel quadro del sito seriale "Il paesaggio culturale degli insediamenti benedettini dell’Italia medievale".
Nel 1980, lo scrittore Umberto Eco si ispirò parzialmente a questa suggestiva abbazia benedettina, per ambientare il suo più celebre romanzo, Il nome della rosa. Da ricordare, anche il romanzo di Marcello Simoni del 2011, Il mercante di libri maledetti, qui parzialmente ambientato. In anni recenti, l'incipiente afflusso di turisti ha reso obbligatorio il senso unico sulla provinciale 188. Dalla Sacra di San Michele incomincia il cosiddetto sentiero dei Franchi, percorso escursionistico che la collega con l'Alta Valle di Susa. Esiste, poi, una terza alternativa, sempre escursionistica, ma con dislivello inferiore: il Sentiero dei Principi con partenza dalla borgata Mortera di Avigliana.
Michele Sanmicheli: Maestro dell'Architettura Rinascimentale
Michele Sanmicheli (nato a Verona attorno al 1484) è tra i più importanti e influenti architetti rinascimentali. La sua vasta opera spazia dall'urbanistica alle fortificazioni militari, dall'architettura civile con palazzi e ville a quella religiosa. Riceve il primo apprendistato in famiglia, poiché il padre e il fratello sono infatti lapicidi. Si trasferisce a Roma dove studia l'arte antica ed entra in contatto coi grandi maestri di un'epoca d'oro per l'architettura: Bramante, Raffaello, Sansovino. La sua fama cresce tanto che viene ingaggiato dalla Serenissima per disegnare le fortificazioni del vasto impero veneziano. Grande esperto di dottrine matematiche, fisiche, lungimirante nella sua concezione urbanistica, le sue opere non sono solo funzionali, ma sempre possenti, armoniose ed eleganti.

Le Opere a Verona
Nonostante i suoi lavori si trovino in tutti gli antichi possedimenti della Repubblica Veneziana sparsi per il Mediterraneo, è nella sua città, Verona, che il progetto del Sanmicheli raggiunge il massimo compimento. La sua opera militare e urbanistica può essere ripercorsa in una serie di interessantissimi itinerari turistici guidati lungo le mura di Verona, il suo fiume, l'Adige, i suoi viali e le sue colline. Percorsi che spesso permettono di scoprire degli scorci estremamente suggestivi della città, angoli nascosti, panorami insospettati.
Sanmicheli traccia a Verona i due più importanti assi viari cittadini che partono dalla centrale piazza Erbe e terminano con due sue porte monumentali: Porta Nuova e Porta Palio. All'interno di questo rinnovato tessuto urbano racchiuso dalle sue mura, Sanmicheli colloca i palazzi che gli vengono commissionati da nobili famiglie veronesi:
- Palazzo Bevilacqua
- Palazzo Canossa
- Palazzo Pompei
- Palazzo Guastaverza (situato al centro del Liston, l'ampio marciapiede che costeggia un lato della Bra, la piazza dove si trova l'Arena di Verona)

Interventi nelle Chiese Veronesi
Interventi del Sanmicheli si possono trovare in molte chiese di Verona:
- Il Duomo: tornacoro del presbiterio (che si integra perfettamente con gli affreschi dell'abside del Torbido su cartoni di Giulio Romano, creando uno spazio virtuale dipinto che pare far proseguire tridimensionalmente l'architettura del Sanmicheli) e la torre campanaria (mai compiuta).
- San Giorgio in Braida: con le caratteristiche cupola e torre campanaria (disegnata dallo stesso Sanmicheli per integrarsi con quella del Duomo).
- La facciata di Santa Maria in Organo.
- Il presbiterio di San Tommaso, dove il Sanmicheli è sepolto.
- La chiesa di Madonna di Campagna.
- La Cappella Pellegrini a San Bernardino: commissionata a Sanmicheli da Margherita Pellegrini. Sanmicheli, ispirandosi al Pantheon e facendo ricorso alla sua maestria e al sapiente uso di elementi dell'arte classica, molti presi proprio dagli abbondanti reperti veronesi di cui fu un attento studioso, crea un capolavoro più unico che raro.
Pare che l'architetto veronese sia raffigurato nel dipinto di Tiziano, l'Ascensione della Vergine, conservato nella Cattedrale veronese.
Architettura Contemporanea: La Chiesa di Michele Mingoia
Un esempio più recente di architettura legata al nome Michele si trova in una chiesa moderna, tipico esempio d’architettura sacra anni ’70. L’edificio, realizzato con elementi prefabbricati a vista e tamponamenti, sia esterni che interni, in mattoni, presenta spazi pieni che prevalgono sui vuoti. La fantasiosa struttura interna per metà poligonale e metà triangolare compone angolazioni multiple, in particolare il tetto a due ripidità diverse che sopra la zona presbiteriale fa un elevatissimo quanto simbolico slancio verticale che si conclude diversi metri dietro l’altare.

La visione prospettica non convenzionale ma di coerente armonia visiva è nobilitata dalla grande Via Crucis disposta lungo i due lati della navata. Questa versione contemporanea così ben riuscita di una serie tanto cara ai cristiani è l’opera più celebre del pittore Michele Mingoia (Torino, 1938), creata appositamente per la chiesa nel 1976. Realizzata con colori accesi miscelati con cera a caldo su una base di cementite successivamente incisa e uniformata con grafite nera, propone immagini originali e riflessive dove lo spettatore è spiritualmente coinvolto dai soggetti sacri che in vivaci elementi geometrici emergono dallo sfondo scurissimo senza spazio e tempo. Grazie alle riflessioni che l’artista ha lasciato scritte sui progetti si comprende la simbologia nascosta dietro ad ogni angolo: la grata bianca dipinta davanti alle scene rappresenta la finestra da cui l’uomo guarda gli avvenimenti in corso; i raggi rossi spioventi sui protagonisti sono l’«occhio di Dio»; l’azzurro della croce rappresenta il Paradiso e quest’ultima è inoltre congiunzione tra Terra e Cielo. Dello stesso autore è anche la vetrata in controfacciata con i simboli degli Apostoli e il dipinto fondale del presbiterio, punto focale alto 25 metri, ove la Madonna del buon cammino, compatrona della chiesa insieme all’Arcangelo a protezione dei viaggiatori che imboccano la vicina autostrada, si libra benedicente sulle nuvole in uno spazio bidimensionale questa volta bianchissimo.
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