La Chiesa di San Michele Arcangelo, situata nel centro storico del paese di Paganico (provincia di Siena), è un gioiello architettonico e artistico che custodisce un ciclo di affreschi di grande valore. Costruita tra il 1297 e il 1345 dall’ordine degli Umiliati, che possedevano un convento nel paese, la chiesa a pianta rettangolare con il coro e il campanile sul retro ospita pitture che risalgono al 1368, considerate significative nel panorama della pittura maremmana del Medioevo.

La Composizione Biblico-Teologica degli Affreschi
La composizione degli affreschi situati nell'abside della Chiesa di San Michele Arcangelo non è casuale, bensì segue un chiaro andamento biblico-teologico. Questa impostazione, elaborata dagli Umiliati e realizzata dall'artista, è tipica della quasi totalità degli affreschi antichi, pensati e collocati nell'ordine dell'intero luogo liturgico che è la chiesa. Ciò era facilitato da schemi ricorrenti che non toglievano la creatività dell'artista, il quale, in questo caso, trova soluzioni originali e talvolta uniche.
Nella cornice di base della parete sinistra si possono rileggere i nomi degli artefici: CAPPELLA FECE FARE CHO ... EO DI FEIO E FRANCHO ... [ANNO AB DNI INCARNATIO] NE MILLE CCCLXVIII QUI FU DIPI[NT] ... A.
Il Concetto di Purgatorio: Sviluppo Storico e Teologico
Nascita e Definizione del Concetto
Il concetto di Purgatorio, inteso quale "luogo intermedio dell'aldilà", costituisce il punto di arrivo di un lungo processo di sviluppo delle idee, delle credenze e delle pratiche relative alla sorte dell'anima immediatamente dopo la morte. Benché sia privo di una base scritturale esplicita, per tale concetto si fa appello ad alcuni passi biblici, come 2 Maccabei 12, 39-46, Matteo 12, 31 e 1 Corinzi 3, 11-15, oltre alla consuetudine di pregare per i morti al fine di alleviarne la condizione nell'oltretomba. Alcuni Padri della Chiesa ritengono che tra il giudizio particolare e il giudizio universale esista la possibilità per alcuni peccatori di essere salvati grazie a una purificazione attraverso il fuoco e all'ausilio dei suffragi dei viventi.
La "nascita" del Purgatorio quale luogo di espiazione nell'aldilà venne preceduta dalla comparsa di una categoria di peccatori "medi" (mediocres), non destinati all'inferno ma nemmeno degni del paradiso, come pure dall'affermarsi del concetto di peccati leggeri o minori, che condusse alla categoria dei peccati veniali (dal latino venia 'perdono') o degni di perdono.
È probabile che l'idea di Purgatorio trovasse la sua definizione negli ultimi decenni del XII secolo a Parigi, a contatto della nascente Scolastica e del pensiero cistercense (Le Goff, 1981). Uno dei primi a utilizzare il termine purgatorium per designare un luogo dell'aldilà dove gli eletti sono mondati dai peccati minori, prima di entrare in paradiso, fu verosimilmente Pietro Comestore (morto nel 1179), cancelliere della Chiesa di Parigi (Sermones, LXXXV). Le prime definizioni pontificie del Purgatorio comparvero all'epoca delle controversie con la Chiesa greca, come attestano una lettera indirizzata nel 1254 da papa Innocenzo IV al cardinale Oddone di Châteauroux e una lettera di papa Gregorio X, ripresa come professione di fede dall'imperatore d'Oriente Michele VIII Paleologo in vista dell'unione tra Latini e Greci, pubblicata come allegato alla costituzione Cum sacrosanta del secondo concilio di Lione (1274).
Le Prime Rappresentazioni Artistiche del Purgatorio
Il passaggio attraverso il fuoco, presente nei Salmi - in particolare Salmo 17 (16), 3, e Salmo 66 (65), 10-12 - e la sua esegesi, in cui il fuoco viene menzionato quale strumento di prova e/o come mezzo di purificazione, poterono costituire uno dei punti di partenza per l'elaborazione di un'immagine del Purgatorio. In particolare, la duplice purificazione attraverso il fuoco e l'acqua del Salmo 66 (65), in relazione alla liturgia funeraria, costituì un tema portante per gli inizi di questa immagine, come mostrano alcune miniature anteriori al 1050 nel Salterio di Bury St Edmunds e prima del 1123 nel Salterio di St Albans.
Le prime immagini del Purgatorio propriamente detto sembrano comparire nella seconda metà del XIII secolo nell'illustrazione di manoscritti liturgici e di connessi testi devozionali. Ad esempio, gli Angeli che liberano le anime in una iniziale di un Liber de igne purgatorii attribuito a Sant'Agostino, testo inserito di seguito a un salterio in un codice del 1250-1255 circa. L'iconografia del Purgatorio era tuttavia piuttosto incerta e per molto tempo la duplice purificazione occupò un ruolo di rilievo, come mostrano le immagini del Salterio Cuerden (1270 circa), di un graduale del 1290 circa e i bassorilievi della cappella assiale di Notre-Dame de Bethléem nella cattedrale di Narbona (1360 circa).
Questa iconografia, erede di una rappresentazione arcaica delle pene, tese a contrarsi mano a mano che il fuoco divenne l'elemento dominante di un Purgatorio più chiaramente definito. Nei manoscritti reali francesi della fine del XIII e del XIV secolo, il Purgatorio è un luogo di fuoco, come nel Breviario di Filippo il Bello (precedente al 1296), oppure è incluso tra due ordini di fiamme, come nel Libro d'ore di Bianca di Borgogna (secondo quarto del XIV secolo), o è rappresentato come il cratere di un vulcano, come nel Breviario di Carlo V (1364-1370 circa).
A partire dalla fine del XIII secolo cominciarono a precisarsi i principali contesti dell'immagine del Purgatorio: quando non era connessa all'illustrazione dei Salmi, serviva da introduzione alla commemorazione generale dei defunti (come attestano il graduale del 1290, il Breviario di Filippo il Bello e il Breviario di Carlo V) o "alla memoria in favore delle anime" nei suffragi, per esempio nel Libro d'ore di Bianca di Borgogna. Essa veniva inserita tra le immagini di preghiera, come nel Salterio Cuerden, o di celebrazione della messa, per esempio nel graduale del 1290 e nel Breviario di Filippo il Bello.
Il Purgatorio compare anche puntualmente nell'illustrazione di testi visionari che narrano di viaggi nell'aldilà. Il famoso Purgatorium sancti Patricii è talvolta introdotto da una miniatura in cui è raffigurato l'ingresso del pozzo, come in un codice trecentesco della Legenda aurea di Jacopo da Varazze. A partire dalla seconda metà del XIV secolo e durante il successivo, il Purgatorio venne incluso in cicli narrativi, più o meno ampi, che illustravano la Divina Commedia di Dante: l'immagine del Purgatorio in questi manoscritti è solitamente semplice e riprende elementi iconografici tradizionali. Quando l'illustrazione accompagna il testo cantica per cantica, non descrive il luogo, ma si limita a tracciare un quadro sommario per ciascun episodio. La stessa montagna del Purgatorio, nei casi in cui sia presente nell'immagine, è rappresentata come un grande masso scosceso, talvolta con caverne fiammeggianti, solo occasionalmente sistemata a gironi. Un altro testo narrativo contenente immagini del Purgatorio è il Pèlerinage de l'âme, redatto nel 1355-1358, seconda parte della trilogia di Guillaume de Digulleville. L'illustrazione segue lo svolgersi della narrazione, ma l'immagine del Purgatorio è sommaria, nella maggior parte dei casi ridotta alla presenza delle fiamme, o, più raramente, presentata in forma di schema.

L'Infernalizzazione del Purgatorio e le Rappresentazioni Monumentali
A partire dalla metà del Trecento, l'immagine del Purgatorio assunse connotazioni infernali. Si trattò di un più ampio fenomeno di "infernalizzazione" del Purgatorio, sviluppatosi principalmente nella predicazione, che si proponeva di incutere timore ai fedeli, spingendoli alla penitenza (Le Goff, 1981). Il Purgatorio come "luogo dell'inferno" si incontra soprattutto nella letteratura didattica illustrata, in particolare nello Speculum humanae salvationis, come pure nel Breviaire d'amour. Il Purgatorio veniva inserito in rappresentazioni a più registri, tra i "quattro luoghi chiamati inferno": dei dannati, dei bambini morti senza battesimo, di coloro che subiscono le pene del Purgatorio e dei patriarchi. Rappresentato sotto forma di fiamme, gola, calderone, il Purgatorio non si differenziava molto dagli altri luoghi infernali, se non per i gesti delle anime, in particolare quello di preghiera.
L'immagine di un Purgatorio simile all'inferno appare anche in alcune delle sue prime rappresentazioni monumentali: simile a un "inferno superiore" nell'affresco del 1330 in San Lorenzo de Arari a Orvieto, il Purgatorio assunse la forma di una montagna con sette caverne raffigurante il "Purgatorio di San Patrizio" in un affresco del coro dei monaci del convento di San Marco a Todi, del 1346; è uno dei settori dell'inferno nel Giudizio universale della cattedrale della Madonna della Bruna e di Sant'Eustachio a Matera, risalente alla seconda metà del XIV secolo, ed è composto da quattro luoghi, nei quali i demoni tormentano le anime, nei bassorilievi della cattedrale di Narbona.
Il Purgatorio nell'Arte Italiana e l'Affresco di Paganico
L'Intercessione dei Santi e la "Immagine Pubblica"
L'"immagine pubblica" del Purgatorio - affresco o pala che fosse - gravitava intorno al principio della mediazione a favore delle anime attraverso l'intercessione dei santi. Molto rara nel XIII secolo, come mostra un pannello dedicato a San Michele Arcangelo, eseguito dal Maestro di Soriguerola e risalente al 1275 circa, divenne più frequente nel Trecento, soprattutto in Italia, dove a volte appare in regioni nelle quali particolarmente attiva era la predicazione degli Ordini mendicanti. Negli affreschi italiani, l'immagine del Purgatorio sembra utilizzata al fine di promuovere il culto di nuovi santi, ai quali erano attribuiti miracoli relativi alla liberazione delle anime, come il beato Filippo Benizi, nella chiesa dei Servi a Todi (1346), e San Nicola da Tolentino, negli affreschi del 1340 circa del Cappellone della omonima chiesa.
L'immagine del Purgatorio serviva anche a riaffermare il culto dei santi intercessori tradizionali: la Vergine Maria e San Michele Arcangelo, per esempio, nelle pitture del 1368 della parrocchiale di San Michele Arcangelo a Paganico, o nella chiesa di Santa Maria dei Servi a Siena, alla metà del XIV secolo. San Gregorio Magno, uno dei "padri" del Purgatorio, ne divenne naturalmente uno dei santi protettori, al pari di San Lorenzo martire, arso su una graticola, come mostrano l'affresco di San Lorenzo de Arari e la predella di un dossale del 1343; talvolta i due santi sono uniti nella stessa rappresentazione, come nell'affresco del 1410 circa di San Lorenzo in Ponte a San Gimignano.
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Il Ciclo del Purgatorio nella Chiesa di San Michele Arcangelo
Il pittore, con una chiara impostazione biblico-teologica, ha dipinto i possibili destini dell’anima dopo il giudizio individuale. In tre settori di pari superficie sono così descritti il Purgatorio, la Pesatura delle Anime e l'Inferno. In una chiesa a lui dedicata, è ovviamente l'Arcangelo Michele a mostrarsi nel suo ruolo di ponderator. Egli provvede a pesare le anime su una bilancia a doppio piatto, sensibile comunque alle suppliche e alle offerte votive degli intercessori. Le preghiere e le offerte fanno affidamento sulla protezione mariana e servono anche ad accelerare l’uscita delle anime purganti dal fuoco del Purgatorio: il pittore ha voluto così rappresentare Maria che scende dal Paradiso, con la corona di regina sul capo e scortata dagli angeli, per sollevare dal fuoco un’anima redenta. L’Inferno non è descritto ma solo immaginato dietro l’apertura di una grande caverna. Le figure presenti includono Sante, anime e angeli.
Sulla parete centrale è raffigurata l'Annunciazione; su quelle laterali sono rappresentate, in due registri, le scene della Natività e dell'Adorazione dei Magi (registro superiore). Un'altra opera d'arte di rilievo nella chiesa è una tavola rinascimentale, raffigurante la Madonna in trono e santi, realizzata nel 1476 da Guidoccio Cozzarelli.

Attribuzione e Caratteristiche Artistiche degli Affreschi
La scoperta accidentale del ciclo di affreschi fu fatta nel 1905 dal Berenson, che li attribuì a Bartolo di Fredi. Il complesso pittorico di Paganico, infatti, venne reso noto per la prima volta da Berenson, il quale lo ritenne opera di Bartolo di Fredi o di un suo stretto seguace. Tuttavia, Gaudenz Freuler ha successivamente scoperto che questo ciclo è datato 1368 e firmato da un pittore poco conosciuto di nome Biagio di Goro Ghezzi, artista attivo a Siena a partire almeno dal 1350.
La realizzazione pittorica di questi affreschi appare interrotta molte volte, e forse, come dimostra un cartiglio sotto il Purgatorio nel quale non vi è traccia d'iscrizione, essi non furono condotti a termine. Può darsi, però, che le parti più rozze e incompiute siano opera di qualche collaboratore (come le pecore sulla destra della Natività) oppure siano state eseguite frettolosamente o volontariamente trascurate. Il Carli propende per la seconda ipotesi, considerando l'ispirazione popolare o meglio la destinazione popolare del ciclo; del resto le analogie con le opere sicure di Bartolo sono molte e tali da rendere poco probabile l'ipotesi di un altro maestro. Ad esempio, la Santa Orsola dipinta nel sott'arco assomiglia in modo impressionante alla regina inginocchiata in primo piano ai piedi della Madonna della Misericordia nel Museo Diocesano di Pienza, prima opera firmata da Bartolo di Fredi del 1364. Anche il volto di San Michele Arcangelo è quasi copiato da quello dello stesso Santo affrescato in una Madonna con il Bambino di Lippo Memmi nella stessa Chiesa di Sant'Agostino. Alcune figure, specie quelle femminili, sono delle schiette e fedeli interpretazioni dell'ideale di bellezza creato dai Lorenzetti.