L'architettura delle abbazie, con le sue stratificazioni storiche, offre una ricca testimonianza delle evoluzioni culturali e religiose. Il piano di calpestio, spesso elemento silenzioso ma fondamentale, rivela dettagli cruciali sulla costruzione, l'uso e le modifiche subite da questi complessi nel corso dei secoli, talvolta celando scoperte archeologiche significative.
L'Abbazia di San Felice a Giano dell'Umbria: Un Esempio del Romanico Spoletino
Collocata su una terrazza naturale alle pendici dei Monti Martani, a pochi chilometri da Giano dell’Umbria, l’imponente complesso abbaziale di San Felice nacque per ospitare le spoglie del santo sul luogo di una primitiva chiesa paleocristiana nella quale vennero reimpiegati reperti romani appartenenti alla scomparsa "Città Martana". Le sue origini sono tuttora oggetto di ricerca, ma è certo che nell’edificazione della chiesa, del XII secolo, vennero ampiamente utilizzati materiali di spoglio di un primitivo oratorio databile intorno al 950.

La chiesa, risalente a circa il 1130, è una tipica espressione del romanico spoletino. Queste chiese presentano caratteri stilistici e costruttivi comuni, qui semplificati nella copertura a botte, non perfettamente circolare ma ovoide e affiancata dalle volte a mezzabotte rampanti sulle navate laterali. Il presbiterio è isolato dal resto della chiesa tramite l’innalzamento dell’altare attraverso un’alta scalinata e tramite la cesura realizzata dall’arco trionfale posto al termine della scala stessa, sormontato da una bifora. Un altro dato comune è l’alta elevazione della navata centrale rispetto alla larghezza della stessa, fatto che ne amplifica ulteriormente la verticalizzazione.

L’altezza del presbiterio è stata invece determinata dal fatto che sotto la zona absidale si trova la cripta della fine dell'XI secolo, divisa in tre navate, alla quale si accede da due scalette laterali. Questa cripta possiede un piano di calpestio non molto ribassato rispetto a quello della chiesa. L’orientamento è con ingresso a est e altare a ovest secondo lo schema romanico.
Nel 1373 papa Gregorio IX sottopose San Felice all’abbazia di Santa Croce di Sassovivo, di cui seguì le sorti fino alla decadenza del XV secolo. Nel 1450 papa Niccolò V, deciso a riattivare le funzioni religiose da tempo sospese a causa della fatiscenza della chiesa, allontanò i monaci e soppresse l’abbazia, affidando la cura del complesso agli Eremitani di Sant’Agostino, che ne presero formale possesso nel 1496.
Il XVI secolo fu costellato da liti in seno all’ordine e da contese circa i vasti possedimenti dell’Abbazia. In questo stesso periodo la struttura conobbe notevoli cambiamenti con interventi destinati a modificare in modo sostanziale l’originale aspetto del complesso: il chiostro, la sopraelevazione delle navate laterali della chiesa - che venne anche dotata della loggetta semicircolare al disopra della navata centrale e di una nuova facciata - l’innalzamento della torre campanaria e la costruzione del refettorio. Le accuse di immoralità e di evasione fiscale di cui gli Agostiniani si macchiarono offrirono il fianco al loro allontanamento, avvenuto nel 1798 in seguito a continui contrasti, soprattutto con il comune di Giano. Il patrimonio dell’abbazia fu confiscato e il cenobio spogliato di ogni bene mobile, il tutto venne devoluto al Comune di Spoleto.
Sostanzialmente, il grande complesso abbaziale è composto da tre parti distinte: la benedettina, l’agostiniana e un’appendice agricola. La prima, più antica e a forma di "U", è affiancata alla parete meridionale della chiesa ed è stata molto rimaneggiata dagli Agostiniani, per cui non è possibile ricavarne l’originario assetto. La seconda, eretta dagli Agostiniani, corrisponde al settore addossato alla parete nord della chiesa che comprende anche la torre campanaria, l’ala nord, l’ala sud, il refettorio e il chiostro con i due loggiati sovrapposti.
La Basilica di Santa Maria a Piè di Chienti e le Modifiche al Piano di Calpestio
Le prime notizie relative alla Basilica di Santa Maria a Piè di Chienti risalgono al 936, quando l’abate di Farfa, Campone, donò ad Ildebrando un fondo e la chiesa. Da questo momento la chiesa conobbe delle sostanziali modifiche, fino ad arrivare all’aspetto che possiamo ammirare noi oggi. La struttura attuale della basilica risale agli inizi del 1100, quando il frate Agenolfo decise di effettuare alcuni lavori di ampliamento.
Durante il Quattrocento venne ulteriormente modificata: fu realizzato un nuovo piano di calpestio per rendere la chiesa accessibile. Le continue inondazioni da parte del fiume Chienti obbligarono ad un innalzamento dell’edificio e alla creazione di una chiesa superiore. In questo modo la struttura dell’edificio venne cambiata drasticamente.

Oggi la basilica ha una struttura a navata unica terminante in un’abside rettangolare. Il presbiterio è sopraelevato rispetto al piano di calpestio dell’aula e sotto di esso si trova la cripta in pietra e tufo, divisa da colonne in tre navate.
L'Abbazia di S. Maria dell'Accola: Indagini Archeologiche e Stratificazioni del Piano di Calpestio
Le notizie certe relative alla chiesa e abbazia di S. Maria dell'Accola risultano decisamente esigue prima dell’Età Moderna, nonostante le varie ipotesi in merito alla fondazione del complesso religioso. È noto che al momento della formazione della nuova diocesi nel 1133, la curtis dell'Accola venne compresa tra i beni della Mensa Vescovile di Brugnato. La posizione nodale rispetto al territorio e la prossimità al corso del fiume Vara e a un’importante viabilità di fondovalle sono stati favorevoli affinché il complesso ecclesiastico si configurasse fin dal primo Medioevo come un centro di coordinamento e gestione delle risorse, nonché un punto di riferimento religioso per le comunità circostanti.
L’attuale edificio di culto, circondato su tre lati dal camposanto, appare edificato nel basso medioevo ed evidenzia ulteriori interventi condotti tra la prima Età Moderna e i primi decenni del XX secolo, come si evince dai reimpieghi, dalle epigrafi e dagli affreschi presenti, oltre che dalle strutture murarie visibili. In relazione a un progetto di recupero e valorizzazione dell’edificio e delle opere artistiche conservate al suo interno, la chiesa è stata oggetto di indagini archeologiche, condotte tra il 2016 e il 2017, al fine di valutare il potenziale informativo dei depositi sepolti. A tale scopo sono stati realizzati due sondaggi esplorativi: uno all'esterno, a ridosso dell’angolo nord-occidentale della facciata, e l’altro all'interno, collocato tra la navata nord e la zona presbiteriale.

Scoperte nel Sondaggio Esterno
Il sondaggio esterno ha rivelato una successione stratigrafica compresa tra la fase di edificazione della chiesa e i più recenti interventi di sistemazione del sagrato. Alla fase più antica riconosciuta, inquadrabile cronologicamente attorno alla metà del XIV secolo, corrispondono le tracce del cantiere per la costruzione dell’edificio di culto, rappresentate in particolare da buche per palo rasate e colmate con materiale di risulta, nel quale sono stati individuati piccoli chiodi in ferro. Sul piano di cantiere è stata documentata la formazione del primo piano di calpestio esterno alla chiesa e la presenza di evidenze stratigrafiche - costituite da depositi con elementi litici, sabbia e grumi di malta - riferibili a interventi di manutenzione delle strutture murarie della facciata, attuati nella seconda metà del XIV secolo.

Alla fase successiva si riferisce l’uso funerario del sagrato, evidenziato da inumazioni in fossa terragna con orientamento canonico ovest-est, tagliate sull'interfaccia di un potente deposito sabbio-argilloso. Il materiale ceramico rinvenuto in quest’ultimo, tra cui maiolica arcaica monocroma di produzione pisana, consente di riferire le inumazioni, prive di corredo, a un periodo compreso tra la seconda metà del XIV e la prima metà del XV secolo. In un momento successivo, tale fase cimiteriale viene sigillata da un deposito argillo-limoso che conduce al rialzamento delle quote d’uso del sagrato e sul quale viene allestito un piano di cantiere, segnalato dalla presenza di buche per l’impasto della malta, da riferire a interventi di ristrutturazione della facciata della chiesa. I reperti ceramici associati a queste evidenze, rappresentati da graffita monocroma savonese tarda, graffita a punta policroma e marmorizzata di produzione toscana, riconducono l’attività edilizia a un orizzonte cronologico compreso tra la fine del XVI e la prima metà del XVII secolo. Le evidenze più recenti documentate corrispondono, infine, al piano di calpestio in ciottoli del sagrato in uso anteriormente a quello attuale e riferibile alla prima metà del XX secolo, come indicano i materiali presenti nel sottostante strato di allettamento.
Scoperte nel Sondaggio Interno
Lo scavo del sondaggio interno, oltre a documentare una prolungata sequenza di interventi di restauro della chiesa, compresi tra la fine del XV e il XIX secolo, ha permesso di individuare, alla base della sequenza dei depositi indagata, tre sepolture in fossa terragna, stratigraficamente non coeve, due delle quali parzialmente asportate da un taglio curvilineo, forse interpretabile come fossa di spoliazione di una struttura muraria. Durante lo scavo delle sepolture non sono stati rinvenuti materiali datanti, suggerendo di ricondurre la fase cimiteriale a un generico orizzonte bassomedievale, sebbene una più attenta valutazione del contesto di rinvenimento renda percorribili altre ipotesi interpretative.
L'Abbazia di San Clemente al Vomano: Le Camere Sepolcrali Sotto il Piano di Calpestio
L’Abbazia di San Clemente al Vomano si trova poco lontano da Notaresco, nel territorio di Guardia Vomano, ed è uno dei monumenti più affascinanti d’Abruzzo. La sua costruzione risale al IX secolo e si racconta che la fondazione fu voluta da Ermengarda, figlia di Ludovico II.
Sotto il piano di calpestio della chiesa, sono presenti camere che venivano utilizzate come sepolture. Una facciata semplice, in stile romanico, e un bel portale scolpito con figure zoomorfe e di vegetali accolgono il visitatore. Le tre navate, racchiuse da archi a tutto sesto, e i capitelli decorati scandiscono il passo e accompagnano verso il presbiterio. Il ciborio dell’abbazia di San Clemente risale alla metà del XII secolo e presenta complessi decori con intrecci vegetali e figure simboliche antropomorfe e zoomorfe.

In origine l’abbazia era ricoperta di affreschi, oggi purtroppo perduti, nonostante siano stati ritrovati piccoli lacerti un po’ ovunque nella chiesa, tranne che nella parete a destra.