La "Visione immediata", secondo la Chiesa Cattolica, è la visione beatifica di Dio in paradiso, un'unione diretta dell'intelletto con la Sua essenza. Questa "visione di faccia" è la percezione diretta dell'Essenza Divina da parte dei beati, inclusa l'anima di Cristo, senza intermediari. Nella teologia cristiana, "Visione immediata" si riferisce alla conoscenza diretta di Dio. È la percezione immediata dell'Essenza Divina da parte dei beati, inclusa l'anima di Cristo. Il Paradiso è la Visione beatifica di Dio nella sua Essenza, è dunque l’appagamento di ogni umana aspirazione poiché tutti sono stati creati per questo.

Cos'è la Visione Beatifica?
La beatitudine è gloria perfetta nel Paradiso. Ciò che forma la gioia essenziale dei beati del paradiso è la visione di Dio. Essa è la cognizione chiara, intuitiva (da intendersi come vedere direttamente e immediatamente senza mediazione di creature) e facile, non però comprendente, di Dio come è in sé. In base a quanto dichiarato dalla Costituzione Benedictus Deus, che contiene definizioni dogmatiche e quindi esercizio di magistero autentico del Sommo Pontefice, la Visione beatifica, a detta del pontefice Benedetto XII, consiste nella visione intuitiva ed immediata della divina Essenza, in modo esplicito, chiaro e senza veli.
Il termine «vedere Dio» non significa un semplice atto visivo degli occhi del corpo o della mente, né una conoscenza qualunque di Dio, ma immensamente di più: significa conoscere, amare, possedere Dio, godere Dio. Il Beato vede Dio come Egli è, lo sente, lo possiede, lo ama, lo gode, cioè lo raggiunge con tutte le sue facoltà. Come spiega san Tommaso d’Aquino, la Visione beatifica, nel momento stesso in cui accade, rende perfettamente felici e assolutamente impeccabili, perché causa un’unione tale con Dio che non si può non pensare come Lui, non volere come Lui, non operare come Lui. Si diventa, se ci si può esprimere così, dei piccoli “dèi” per partecipazione, uniti a Dio e fusi con Lui in maniera assolutamente totale, piena, definitiva e indissolubile.
Oggetto e Gradi della Visione Beatifica
L’oggetto primario della visione beatifica è Dio stesso. I Beati perciò vedono faccia a faccia Dio, Uno e Trino, la sua natura ed essenza, i suoi attributi, le Persone e le processioni. L’oggetto secondario sono le creature conosciute in Dio. Alcuni teologi asseriscono che i Beati in Dio vedono tutte le cose. San Tommaso dice che ciascun Beato vede tutto ciò che lo riguarda. Ragione di questa limitazione, secondo l’Aquinate, è il maggiore o minore grado di gloria, che dà un lume più o meno grande nella visione intuitiva. Infatti, i Beati vedono tutto Dio, ma non totalmente essendo infinito e non potendosi perciò avere dalla creatura una visione onnicomprensiva. Vi saranno tuttavia vari gradi di beatitudine a seconda dei vari gradi di meriti posseduti da ciascun beato.
Il "Lume di Gloria": La Capacità di Contemplare Dio
Lo splendore e la perfezione di Dio sono tali che la nostra anima non può affatto sostenerli, come il nostro occhio non è capace di sostenere una luce vivissima, perché resterebbe abbagliato e potrebbe accecare. Se noi non siamo capaci di sostenere, per esempio, la luce del sole, creatura di Dio, come potremo sopportare il bagliore di Dio stesso? Ebbene quello che è impossibile all'uomo, lo fa Dio stesso: infonderà alla nostra anima una virtù soprannaturale permanente che ci farà capaci di vedere, amare, godere Dio come Egli è. Questa virtù soprannaturale viene chiamata «lume di gloria», cioè la nostra incapacità naturale viene superata, e ci rende Dio visibile; «di gloria» perché con esso noi raggiungeremo il vertice più alto possibile della nostra somiglianza con Dio nella partecipazione della sua stessa natura divina.
Questo lume di gloria, questa capacità soprannaturale, è proporzionata al grado di grazia e ai meriti che ciascun Beato ha conseguito fino al momento della sua morte. Quindi tutti i Beati vedranno Dio, lo ameranno, lo godranno però con intensità, con penetrazione, con godimento differente, in proporzione dei meriti personali.
Beatitudine Accidentale
La beatitudine accidentale consiste nel gaudio proveniente dai beni creati. Se la gioia del possesso di Dio nel Paradiso si può contrapporre alla pena del danno nell’Inferno, la beatitudine accidentale si può contrapporre alla pena del senso. I Beati, infatti, avranno insieme al possesso di Dio ogni bene, senza alcun male. Fra i beni della beatitudine accidentale del Cielo viene indicata anche l’aureola (corona d’oro), cioè una speciale ricompensa che sarà data ad alcuni Santi: ai Martiri, ai Vergini e ai Dottori.

L'Origine e il Significato del Termine "Paradiso"
Paradiso (in ebraico “gan”, in persiano “pairidaeza”, che vuol dire “giardino”; in greco “paradeisos”, che vuol dire ugualmente “giardino”) fu detto il giardino di delizie dove furono posti i nostri progenitori. Mas. È, nell'uso comune cristiano moderno, il luogo di perfetta letizia ove andranno i giusti dopo la morte in premio della loro giustizia, e rappresenta quindi il contrapposto al luogo di pene, o inferno, destinato ai malvagi.
La scelta di questo termine per tale designazione fu determinata dalle parole di Gesù morente che disse al ladrone pentito: "In verità ti dico, oggi con me sarai nel paradiso" (Luca, XXIII, 43). Ma anche altri passi della Scrittura influirono sulla scelta di questo termine: tali le parole di S. Paolo che dice di essere stato rapito "nel paradiso" (II Cor., XII, 4), dopo avere affermato di essere stato rapito "fino al terzo cielo" (ibid., XII, 2); inoltre il racconto della primitiva coppia umana, la quale secondo il testo ebraico fu posta in un "giardino in Eden" (Genesi, II, 8 segg.), mentre i Settanta traducono questa espressione con "paradiso in Eden" (cfr. anche Apocalisse, II, 7). Perciò molti scrittori cristiani antichi identificarono il "giardino" della prima coppia umana col luogo destinato ai giusti dopo la morte.
Mentre alcuni scrittori ammettevano che il "giardino" della primitiva coppia umana fosse situato in una regione celestiale, altri non erano disposti a concedere ad esso una situazione così elevata; perciò costoro, pur seguitando a designare il luogo dei giusti col termine di "giardino" ossia "paradiso", ne precisarono il senso, e vi aggiunsero l'aggettivo "terrestre", se s'intendeva il luogo della primitiva coppia umana ("paradiso terrestre"); mentre se s'intendeva il luogo dei giusti vi si aggiunse l'aggettivo "celestiale", o più frequentemente s'impiegò da solo ("il paradiso" per antonomasia). Questa precisazione del termine è piuttosto tardiva, giacché l'incertezza della terminologia continuò per secoli, e anche più si protrasse l'incertezza delle concezioni cosmologiche, di cui si trovano chiare conseguenze nella Divina Commedia.
La Dottrina Cattolica sul Paradiso e le Condizioni di Accesso
Nella dottrina cattolica il paradiso, in quanto è lo stato dei giusti dopo la morte, è costituito essenzialmente dalla visione beatifica di Dio, cioè dalla cognizione intuitiva e immediata dell'essenza di Dio; in virtù di essa "le anime dei santi vedono la divina essenza con visione intuitiva ed anche faciale, non essendovi di mezzo alcuna creatura che funga in ragione di oggetto veduto, bensì mostrandosi la stessa divina essenza immediatamente, nudamente, chiaramente e apertamente" (Costituzione Benedictus Deus, di Benedetto XII). Questa visione di Dio, fine ultimo dell'uomo e somma meta delle sue aspirazioni, è ciò che rende essenzialmente beato l'uomo stesso (cfr. I Cor., XIII, 12; I Giovanni, III, 2). Tuttavia, siffatta visione di Dio è assolutamente soprannaturale all'uomo e ad ogni intelligenza creata, e concessa solo per effetto della grazia soprannaturale. Conseguenza di questa visione beatifica sono il suo perenne ed immutabile possesso da parte di coloro che l'hanno raggiunta (eternità della gloria dei beati), quindi anche l'impeccabilità dei medesimi. Questo è il fine per cui siamo stati creati e solo quando questo diverrà realtà saremo felici.
L'Accesso al Paradiso dopo l'Ascensione di Gesù
Con l’Ascensione di Gesù ha avuto termine e compimento definitivo la sua Opera di redenzione compiuta a favore degli uomini. Conseguentemente, da quel momento in poi, il Paradiso ha cominciato ad essere certamente “popolato” anche di anime umane, oltre che - come da quando fu creato - dalle schiere degli Angeli fedeli a Dio. Non entra però in Paradiso nessuno che non sia perfettamente purificato dai peccati e dalle sue macchie, pene e scorie. Pertanto, al momento della morte, accedono immediatamente al Paradiso solo le anime dei Martiri e dei bambini battezzati ancora privi dell’uso del libero arbitrio. Perfino vergini e confessori vi entrano subito solo a patto che non ci sia in esse nulla da purificare al momento della morte.
Cos'è il Purgatorio?
Monito contro il "Buonismo" Indifferenziato
Alla luce di ciò, si vede quanto sia assolutamente fuorviante e nocivo al bene delle anime quel clima “buonistico” che si respira in non poche pubbliche celebrazioni esequiali, dove il messaggio che passa (a volte neanche in termini sfumati o velati) è che il defunto si trovi già comodamente in Paradiso, beato tra gli Angeli, qualunque sia il suo vissuto e il suo passato. I danni che produce questo tipo di predicazione sono enormi. Anzitutto la confusione dottrinale che si ingenera nei presenti, quasi che andare in Paradiso sia facilissimo e garantito a tutti a prescindere dalle opere compiute. Inoltre la quasi totale perdita di conoscenza dell’importantissima Dottrina cattolica sui suffragi e sulle indulgenze, sul valore e sull’importanza delle Messe di suffragio, delle preghiere per i defunti, dei Sacramenti e dei sacramentali. Infine un danno spaventoso per quelle povere anime che vengono completamente abbandonate nelle pene del Purgatorio, senza che nessuno faccia una minima preghiera o offra un minimo suffragio per sollevarle, ritardando in questo modo la Visione beatifica di anni e anni (forse secoli), in barba e a dispetto della costante e autentica Dottrina della Chiesa.
La Costituzione Benedictus Deus, infine, proclama, senza mezzi termini l’esistenza e l’eternità dell’inferno ed anche l’unica condizione necessaria per andarci: «Morire in stato di peccato mortale». Si badi che per compiere un peccato non occorre essere criminali o persone del tutto indegne. Basta aver mancato per negligenza ad una sola Messa domenicale, basta aver acconsentito volontariamente anche solo a un pensiero impuro, basta aver detto anche una sola bestemmia, aver fatto una sola Confessione incompleta o senza alcun pentimento - solo per fare qualche esempio - per trovarsi in “stato di peccato mortale”. Per cui, si ricordi che il Vangelo e la sana Dottrina hanno sempre ammonito che è larga e spaziosa la strada per l’inferno e, purtroppo, da molti battuta; stretta e angusta è quella del Paradiso e, ahimè, da molto pochi percorsa.
Le Implicazioni della Visione Beatifica
La visione e il godimento (o fruizione) della divina Essenza fanno necessariamente cessare gli atti delle virtù teologali della fede e della speranza, come dice san Paolo. I primi cessano perché si vedono e si conoscono le cose che prima si credevano senza poterle vedere ed avendone una conoscenza molto oscura, imperfetta e limitata; i secondi perché ciò a cui si tendeva e anelava attraverso le ali della virtù teologale della speranza, è ora attuale e raggiunto e quindi non occorre più tendervi, sforzarsi per poterlo meritare o anche solo desiderarlo. Tale stato è eterno e immutabile.
Quella percezione della fugacità dei rari momenti di felicità godibili in questo mondo cesserà semplicemente di essere e di ciò si sarà perfettamente consapevoli. Si provi ad immaginare cosa possa significare essere pienamente felici e sapere che tale stato perdurerà eternamente senza cessare e, inoltre, senza possibilità alcuna di “stancare” o “annoiare” (come accade con le piccole cose effimere di questo mondo). Insieme alla felicità, derivante dall’amore infinito verso Colui che è sommamente amabile e che finalmente si fa conoscere senza veli dalla creatura, sgorga anche la pace sempiterna, quella pace che tutti gli uomini cercano, ma che in questa terra quasi nessuno trova. Tutto questo avviene per le anime in stato di separazione dai corpi mortali che hanno abitato sulla terra, ben prima del Giudizio universale.
Concezioni Errate e la Vera Gioia del Paradiso
Lontano da noi la concezione puerile dei Beati come una moltitudine sbalordita che guarda a bocca aperta, come bimbi estasiati dietro la vetrina di un negozio, piena di tante belle cose, però da guardare senza toccare! Oppure la concezione errata di un assistere eterno, da annoiati e da inerti mummificati, alla proiezione dello stesso film, o dello stesso quadro. Invece l'essere permeati completamente dalla vita divina, che è attività dinamicissima, significa proprio l'opposto di simile concezione statica.
Noi siamo stati creati per Dio, Bene assoluto e Felicità infinita. Su questa terra le creature umane belle e amabili hanno il compito di farci intravedere la realtà estasiante dell'infinita Bellezza e dell'infinito Amore: Dio. Noi però, ingannati dai nostri sensi che ci impediscono per ora di vedere Dio, ci attacchiamo disordinatamente a queste amabili creature e dimentichiamo il Creatore. Facendo così commettiamo la vergognosa sciocchezza della principessa che, nel ricevere pressanti messaggi di amore da parte di un re che vuole sposarla, s'innamora del servo, latore dei messaggi, e disprezza il re.
Dio si darà a noi completamente. L'ebbrezza che ci darà il suo possesso sarà tale e tanta da farci passare quasi inosservate tutte le altre delizie del Cielo, ma che noi assaporeremo lo stesso perché Dio è tutto anche in esse. In Paradiso ameremo Dio con tutte le nostre forze, tanto da non potercene distaccare mai più. I beni terreni ci sorridono con l'apparente illusione di farci felici, ma in realtà ci rendono infelici. La nostra gioia nel possederli è, come dice il profeta Isaia (Is. 29,8) «come quando un affamato sogna di mangiare, ma si sveglia con lo stomaco vuoto; come quando un assetato sogna di bere, ma si sveglia stanco e con la gola riarsa». Anche se possedessimo tutti i beni di questa terra, anche se godessimo tutti i piaceri di questa vita, noi resteremmo sempre delusi e con un gran vuoto interiore, sempre inquieti e mai contenti.
Noi sappiamo che Dio, con la sua potenza di Creatore e con la sua attività di Conservatore di tutte le cose, è presente in ciascuna di esse, quindi anche in noi, facendoci sussistere e operare secondo le doti naturali che ci ha dati. Sappiamo che il Battesimo ci ha fatto diventare tabernacoli della Santissima Trinità; sappiamo che, vivendo in grazia di Dio, la sua presenza in noi ci rende partecipi della sua natura divina; crediamo fermamente che nella Santa Comunione noi ci uniamo, anche fisicamente, con l'umanità divinizzata di Gesù Cristo. Però, non avendo la minima percezione sensibile di queste sublimi realizzazioni della divina bontà in noi, difficilmente riusciamo a sentire appagamento e gioia. Ma quando andremo in Paradiso e saremo alla presenza di Dio, quando noi lo vedremo faccia a faccia, allora il nostro incontro con Lui sarà di amore estasiante. Quale delizia inconcepibile dovrà provare questa misera e indegna creatura in quell'effondersi scambievole di Lui in me e di me in Lui, in quell'abbandono definitivo dell'uno nelle braccia e sul cuore dell'altro.
Il Paradiso nella Divina Commedia di Dante
Per Dante il "paradiso" dei giusti è totalmente celestiale, occupando lo spazio dal cielo della Luna in su, mentre il "paradiso terrestre" è solo di poco inferiore al cielo della Luna, situato su una montagna altissima posta nell'emisfero meridionale, inaccessibile ad ogni mortale ancora in vita. Nel X Cielo (Empireo), Dante osserva stupito la rosa dei beati. Egli descrive la candida rosa dei beati, mentre la schiera degli angeli, che vola e vede perfettamente la gloria divina, scende fra i seggi e continuamente risale verso Dio, simile a uno sciame di api che entra nei fiori e poi torna all'alveare per produrre il miele.

Lo stupore di Dante, giunto dal mondo terreno e da Firenze alla dimensione dell'eterno, è grandissimo. Quando si volta verso Beatrice per porle domande, con sua enorme sorpresa al posto della donna vede accanto a sé un vecchio, san Bernardo, vestito di bianco come gli altri beati, il cui aspetto ispira una benevola gioia. San Bernardo rivela che Beatrice è tornata ad occupare il suo seggio nel terzo gradino della rosa, a partire dall'alto, e lo ha evocato per guidare il poeta nell'ultima parte del viaggio.
La descrizione di Beatrice nella magnificenza della sua beatitudine è l'ultimo omaggio a colei che, grazie al suo amore, lo ha tratto in salvo dalla selva oscura e dal peccato. Il suo posto come guida è stato rilevato da Bernardo, che rappresenta il lumen gloriae, in grado di condurre Dante alla visione beatifica di Dio. Bernardo esorta Dante a spingere il suo sguardo sull'intera rosa dei beati, soffermandosi in particolare sulla figura della Vergine Maria, dato il culto mariano per cui il santo era famoso.
La scelta di San Bernardo come terza guida è stata oggetto di studio. Lo studioso Ch. S. Singleton, citando un passo di san Tommaso d'Aquino, parla di tre differenti tipi di visione di Dio, ciascuno dei quali necessita di una particolare «luce» e che si possono mettere in relazione con lo schema allegorico del poema:
- Una visione alla quale è sufficiente la luce naturale dell'intelletto (corrisponde a Virgilio).
- Una visione alla quale l'uomo viene elevato grazie alla luce della fede (corrisponde a Beatrice).
- Una visione propria dei beati in Paradiso, alla quale l'intelletto viene elevato grazie alla luce della gloria, vedendo Dio nella sua essenza (corrisponde a San Bernardo).
Dante è simile al pellegrino che giunge dalla lontana Croazia per vedere il velo della Veronica, e non smette di guardarlo per la gioia di contemplare il volto di Cristo, poiché anche il poeta ammira la carità di Bernardo che in questa vita assaporò la pace divina. La gloria di Maria è descritta come pura luce che si diffonde sulla rosa celeste e la vince in fulgore, mentre più di mille angeli festanti la fanno un tripudio tutt'intorno.
Confronto con Altre Concezioni Religiose del Paradiso
Il concetto di paradiso, inteso come un luogo in cui i defunti godono eterna beatitudine, si trova, sotto nomi e forme diverse, nella maggiore parte dei sistemi religiosi. Fanno tuttavia eccezione alcune religioni, quali quelle del mondo classico e la religione egiziana, nella loro forma primitiva e popolare, per cui la morte è seguita solo da una mesta forma di sopravvivenza; e il buddhismo, per cui ogni esistenza è un male e che vede nel nirvana la fine ultima e desiderabile del ciclo delle vite mortali.
Il paradiso è generalmente localizzato in una regione lontana e indefinita, rigorosamente separata dal mondo dei mortali e raggiungibile solo correndo rischi terribili. Assai sovente esso si trova ai confini della terra, in genere a occidente (così nel buddhismo cinese e giapponese); spesso è al di là dei mari, nelle Isole dei beati, l'accesso alle quali secondo la religione assiro-babilonese è riservato ad alcuni privilegiati, e che si trovano anche nella religione greca e nella romana. Sede del paradiso è anche spesso il mondo sotterraneo, ore è pure la dimora dei malvagi: così i Campi elisî della mitologia classica. Infine, il paradiso è talvolta localizzato nel cielo, come nel mazdeismo e nella maggior parte delle sette filosofico-religiose, spiritualistiche, dell'antichità classica.
Come dimostra l'etimologia, infatti, paradiso designa un luogo concreto, con caratteri materiali e sensibili: per lo più è un giardino o un prato, dove, in un'eterna primavera, la natura prodiga i suoi doni: fonti, fiori e frutti, dolci zefiri e canti di uccelli. Le delizie del paradiso hanno infatti, in queste religioni, un carattere tutto sensibile, se non proprio sensuale: sono, ingranditi ed eterni, i piaceri cercati sulla terra. Pertanto, in ciascuna nozione del paradiso si riflettono i caratteri della civiltà da cui è sorta; e per i primitivi dell'Australia la gioia paradisiaca consiste nel possedere capanne più vaste e comode, terreni più ricchi di caccia, al sicuro da malattie e da pericoli.
L'accesso al paradiso è concepito dapprima come un privilegio dei personaggi di stirpe divina o di una classe dirigente, come presso i Germani, per i quali tuttavia dev'essere meritato con una morte eroica; ed essendo il coraggio fisico la virtù principale, appare qui il concetto di una retribuzione. Così il paradiso è presto concepito come una ricompensa, accessibile a tutti i giusti, attraverso determinate prove e, in particolare, un giudizio.