San Giuseppe, della stirpe di Davide, è una figura centrale nella storia della salvezza, scelta per volontà amorosa di Dio come parte viva ed essenziale del piano della Redenzione. Spesso viene ricordato come il santo della famiglia, della fede e della fedeltà, dell’amore sacrificato e offerto, dell’ascolto ubbidiente alla parola di Dio, della tenerezza paterna inimitabile, della dolcezza coniugale, fatta di premure e profonda comprensione. È altresì il santo della morte serena, abbandonato al volere di Dio, e della fede intrepida nella Provvidenza.
La riflessione ecclesiale ha messo in luce le virtù di san Giuseppe, tra le quali rifulgono la fede, l’adesione piena e coraggiosa al progetto salvifico di Dio, l’obbedienza solerte e silenziosa alle manifestazioni della sua volontà, l’amore e l’osservanza fedele della legge, la pietà sincera, la fortezza nelle prove, l’amore verginale verso Maria, il doveroso esercizio della paternità e il nascondimento operoso.

San Giuseppe nella Sacra Scrittura
Le Genealogie e la Discendenza Davidica
La Scrittura traccia con assoluta sobrietà la figura di Giuseppe, che è un personaggio assolutamente reale, per nulla inventato o immaginario. I Vangeli sinottici, in particolare Matteo e Luca, forniscono le principali informazioni su di lui. Questi ci dicono che Giuseppe era un discendente del re Davide e abitava nella piccola città di Nazaret. La genealogia di Matteo evidenzia la discendenza di Gesù dalla stirpe di Davide, mentre Luca, che presenta Gesù come figlio di Adamo per mostrare l’universalità della salvezza, menziona Giuseppe all’inizio del testo come figlio, “come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli”.
L'Annunciazione a Giuseppe e l'Accettazione del Mistero
La vicenda di Maria e Giuseppe ha inizio nei Vangeli con l'episodio dell'Annunciazione a Maria, dove Giuseppe è presentato come il discendente di Davide, promesso sposo della Vergine. Dopo il concepimento di Gesù per opera dello Spirito Santo, Giuseppe, “suo sposo che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di allontanarla in segreto” (Mt 1,19). L'uomo, non sapendo come comportarsi di fronte alla miracolosa maternità della moglie, cercava una via di uscita da una situazione difficile. Tuttavia, un angelo gli apparve in sogno e gli disse: “Giuseppe figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa. Questa prontezza nell'eseguire la volontà divina è un tratto distintivo di Giuseppe.
La Nascita di Gesù e la Fuga in Egitto
Dopo la nascita di Gesù a Betlemme, Giuseppe fu testimone dell'adorazione del bambino da parte dei pastori e dei magi, pur non essendo citato direttamente in quest'ultimo evento, ma certamente presente. Quaranta giorni dopo, lui e Maria portarono il neonato a Gerusalemme per la presentazione al tempio. Successivamente, avvertiti in sogno da un angelo a causa della persecuzione di Erode, Giuseppe con la sposa e il figlio fuggì in Egitto, rimanendovi fino alla morte del re. Al ritorno, ricevuto un nuovo ordine in sogno, si stabilì con la famiglia a Nazaret, evitando Betlemme a causa di Archelao.
Gesù tra i Dottori nel Tempio
I Vangeli riassumono in poche parole il lungo periodo della fanciullezza di Gesù. Un unico episodio rompe questa "normalità" ed è descritto da Luca: Gesù, a dodici anni, rimase a Gerusalemme nel tempio a discutere con i dottori, senza che i genitori se ne accorgessero. Dopo tre giorni di ricerche, Maria gli domandò: “Figlio, perché hai fatto così? Ecco tuo padre e io, angosciati ti cercavamo” (Lc 2,48). La risposta di Gesù lasciò i genitori senza parole, evidenziando la sua crescente consapevolezza della figliolanza divina.
La Morte di San Giuseppe
Molto probabilmente, Giuseppe era già morto quando Gesù iniziò la sua vita pubblica. La Sacra Scrittura non narra i dettagli della sua morte. Secondo l'apocrifo "Storia di Giuseppe il falegname", egli morì a centoundici anni, godendo di ottima salute e lavorando fino all'ultimo giorno. La sua anima, dopo una malattia e i tormenti placati dalla consolazione di Gesù, fu raccolta dagli arcangeli e condotta in paradiso. Ancora oggi, la sua tomba è sconosciuta, con alcune indicazioni dalle cronache dei pellegrini che la collocano a Nazaret o nella valle del Cedron a Gerusalemme, ma senza argomenti consistenti.
La Professione di Giuseppe: "Tekton"
I Vangeli ci offrono un accenno alla professione di Giuseppe. Meravigliata per la sapienza di Gesù, la gente si chiedeva: “Non è egli forse il figlio del carpentiere?” (Mt 13,54-55). Il termine greco
La frase di Matteo può essere espressa in questi termini solo se a Nazaret fosse esistito un solo

La Figura di San Giuseppe negli Scritti Apocrifi e nella Tradizione Patristica
Il Protovangelo di Giacomo e l'Immagine dell'Anziano Giuseppe
Dal II secolo, vennero composti vangeli apocrifi, spesso con l'intenzione di approfondire misticamente le visioni di Giuseppe e le parole dell'angelo durante i sogni, o di considerare la sua esistenza in rapporto a brani profetici dell'Antico Testamento. Nessuno di questi scritti è stato accettato come divinamente ispirato dalla Chiesa, principalmente a causa della loro tardività e delle vistose contraddizioni rispetto ai vangeli canonici. Tuttavia, essi rimangono una lettura importante per comprendere il comune sentire del cristianesimo primitivo, alimentando l'immaginario e la pietà popolare.
In particolare, il Protovangelo di Giacomo (II secolo) difende la verginità di Maria, ma impone per i secoli successivi l’immagine di Giuseppe come un anziano, vedovo e con altri figli. Racconta ampiamente del matrimonio con Maria, che a dodici anni viene soltanto "affidata alla custodia di Giuseppe", non per vivere future relazioni matrimoniali. In questo testo, Giuseppe è descritto come un uomo vecchio, ma ancora in grado di lavorare, che lascia Maria a casa e si allontana "per costruire costruzioni". Soffre numerosi sospetti vedendo Maria incinta, ma l'angelo gli appare per spiegargli il mistero.
Le Contraddizioni con i Vangeli Canonici e l'Importanza degli Apocrifi
La Chiesa cattolica rifiuta l'interpretazione degli apocrifi sui "fratelli di Gesù" come figli del primo matrimonio di Giuseppe, sostenendo che si trattava di cugini o altri parenti stretti. San Girolamo, ad esempio, smentirà l'idea di un Giuseppe vecchio e già con figli, pensando invece che il santo non fosse sposato prima di Maria e fosse ancora giovane (tra i 18 e i 20 anni, mentre Maria tra i 14 e i 15 anni). Questi scritti apocrifi, sebbene contengano narrazioni inverosimili o rasenti il volgare, hanno plasmato l'immaginario devozionale per secoli.
I Padri della Chiesa e il Ruolo di Giuseppe
Nella tradizione patristica, il ruolo di Giuseppe è inizialmente secondario, ma si afferma la sua verginità e la sua funzione di
La Teologia di San Giuseppe

Il Matrimonio con Maria e la Paternità di Gesù
La teologia di San Giuseppe si è sviluppata intorno al suo ruolo nel disegno di Dio e nell'economia della salvezza, come sottolineato da san Tommaso d'Aquino. Il matrimonio tra Maria e Giuseppe fu un matrimonio vero, come attestato dalla Sacra Scrittura che li chiama sposo e sposa (Mt 1,16.18-20.24; Lc 1,27; 2,5).
La Paternità Putativa e Legale
Giovanni Paolo II nella sua esortazione apostolica
Nonostante gli evangelisti dichiarino espressamente che Gesù è stato concepito per opera dello Spirito Santo, non esitano a chiamare Giuseppe «padre» di Gesù (Lc 2,27.33.41.43.48). Conseguentemente, Giuseppe ha il diritto di imporre il nome al bambino e di dirigere la famiglia in qualità di capo. Giovanni Paolo II considera la paternità di Giuseppe come «una conseguenza dell’unione ipostatica». Sebbene non derivante dalla generazione, essa non è “apparente” o “sostitutiva”, ma possiede in pieno l’autenticità della paternità umana, della missione paterna nella famiglia (RC, n. 21).
Il fondamento giuridico della paternità è costituito dal contratto matrimoniale di Giuseppe e Maria congiunto alla nascita di Gesù in quel matrimonio. San Tommaso chiarisce che la
La Dignità di Giuseppe e l'Amore Sponsale
Il vero matrimonio di Giuseppe con Maria suppone e richiede l’attribuzione a Giuseppe di una «singolare dignità». Non fu dato da Dio a Maria «solo a compagno della vita, testimone della verginità e tutore dell’onestà», ma perché «insieme con Maria - ed anche in relazione a Maria - partecipasse alla fase culminante dell’autorivelazione di Dio in Cristo» (RC, n. 5). Mediante il sacrificio totale di sé, Giuseppe espresse il suo generoso amore verso la Madre di Dio, facendole «dono sponsale di sé». Pur deciso a ritirarsi per non ostacolare il piano di Dio, egli per espresso ordine angelico la trattenne con sé e ne rispettò l’esclusiva appartenenza a Dio (n. 20). Giovanni Paolo II ha messo in rilievo il legame sponsale di Maria e Giuseppe, rivendicando a Giuseppe le «chiare caratteristiche dello sposo» (n. 18).
La Relazione con lo Spirito Santo
Lo Spirito Santo, che ha operato in entrambi (Maria e Giuseppe), ha dato un figlio a tutti e due, compiacendosi nella giustizia di entrambi. Di conseguenza, lo Spirito Santo, che ha onorato San Giuseppe con il nome di padre, lo ha anche adornato in modo eminente di qualità come l'amore e il dono, indispensabili per costituire una paternità così singolare. Giovanni Paolo II sottolinea come Giuseppe, fin dall'inizio, accettò mediante l’«obbedienza della fede» la sua paternità umana nei riguardi di Gesù, seguendo la luce dello Spirito Santo, scoprendo così il dono ineffabile di questa paternità (RC, n. 21).
La Figura del "Giusto"
Secondo gli esegeti moderni, Giuseppe è dichiarato “giusto” in Matteo non per un sospetto di tradimento da parte di Maria, ma perché constata nell’evento della gravidanza di Maria la presenza di Dio, e quindi un intervento soprannaturale. Egli si ritira in umiltà, non sentendosi all’altezza di cooperare con un mistero più grande di lui. Il termine “giusto” qualifica Giuseppe che aveva deciso di separarsi da Maria, non per un sospetto, ma per il rispetto verso l’azione e la presenza di Dio, tale da spiegare la fiducia che gli venne accordata di tenere con sé la sua sposa e di fare da padre a Gesù.
Giuseppe come "Ministro della Salvezza" e "Custode del Redentore"
San Giuseppe fu chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità, cooperando così al grande mistero della Redenzione e diventando veramente «ministro della salvezza» (RC, n. 8). La sua missione di “custode del Redentore” è evidente nei riferimenti evangelici alla fuga in Egitto e al viaggio di ritorno.
Pio IX afferma chiaramente che «Giuseppe non solo vide Gesù, ma con lui ha dimorato e con paterno affetto lo ha abbracciato e baciato e per di più lo ha nutrito». Leone XIII sottolinea «l’amore paterno» portato da Giuseppe al fanciullo Gesù, affermando che Giuseppe «esercitava l’ufficio di padre nei riguardi di Gesù».
Il Lavoro e la Vita a Nazaret
Paolo VI riflette sul rapporto tra Giuseppe e Gesù, evidenziando che san Giuseppe «diede a Gesù non i natali, ma lo stato civile, la categoria sociale, la condizione economica, l’esperienza professionale, l’ambiente familiare, l’educazione umana» (19 marzo 1964). Egli è presentato come «il lavoratore che personifica il tipo umano, che Cristo medesimo scelse per qualificare la propria posizione sociale “fabri filius” (Mt 13, 55)» (1° maggio 1965). Giovanni Paolo II mette in evidenza che «la crescita di Gesù “in sapienza, in età e in grazia” (Lc 2,52) avvenne nell’ambito della Santa Famiglia sotto gli occhi di Giuseppe, che aveva l’alto compito di “allevare”, ossia di nutrire, di vestire e di istruire Gesù nella Legge e in un mestiere, in conformità ai doveri assegnati al padre» (RC, n. 16).
L’espressione quotidiana di questo amore nella vita della Famiglia di Nazaret è il lavoro di carpentiere, che copre l’intero arco della vita di Giuseppe.
Giuseppe: Maestro di Vita Interiore e Contemplazione
San Giuseppe visse la tensione tra la vita contemplativa e la vita attiva, superandola nell’amore. Ha sperimentato sia l’amore della verità, cioè il puro amore di contemplazione della verità divina che irradiava dall’umanità di Cristo, sia l’esigenza dell’amore, cioè l’amore altrettanto puro del servizio, richiesto dalla tutela e dallo sviluppo di quella stessa umanità (RC, n. 27). Tarcisio Stramare, biblista e teologo, afferma: “San Giuseppe è prima di tutto un contemplativo. Ogni giorno aveva davanti a sé la Verità, e certamente era incantato dalla Verità, che è Gesù.”
San Josemaría Escrivá lo invoca come "Padre e Signore nostro" e lo definisce "Maestro di vita interiore", basandosi sul suo intimo e continuo rapporto con Gesù e Maria. Santa Teresa d’Avila consigliava: “Chi non trova Maestro che gli insegni a pregare, prenda per maestro questo glorioso santo, e non sbaglierà strada”.
Il Parallellismo con Giuseppe figlio di Giacobbe
La Bibbia conosce due personaggi di nome Giuseppe: il primo, figlio di Giacobbe, visse in Egitto ai tempi dei Faraoni e salvò l’Egitto e Israele dalla carestia; il secondo è San Giuseppe, sposo di Maria. Entrambi sono noti per i loro sogni e hanno avuto un ruolo provvidenziale nella storia della salvezza, ed entrambi furono ospiti in Egitto. San Bernardo riprende questo parallelismo: «Il primo ha messo in riserva il grano non per sé, ma per il popolo; il secondo ha ricevuto la custodia del pane del cielo non solo per il popolo, ma anche per sé.» Charles Péguy scrive: «Si tratta di una storia unica, ma fu rappresentata due volte: una volta nel giudaismo, la seconda volta nel cristianesimo.»
San Giuseppe | La Storia dell'Uomo che il Figlio di Dio chiamò Padre
Il Culto di San Giuseppe
Sviluppo Storico della Devozione
La devozione a san Giuseppe è piuttosto tardiva sia in Oriente che in Occidente, cominciando a svilupparsi in Oriente non prima del IX secolo e in Occidente dopo il X. Anche se accennata da Padri della Chiesa come Ilario di Poitier, Ambrogio, Crisostomo e Agostino (dal 300 al 500 d.C.), un’attenzione specifica si nota solo a partire da san Bernardo e dalla pseudo Bonaventura. La pietà popolare prende vigore dal XV secolo, con promotori come Bernardino da Siena, Vincenzo Ferrier, Pierre d’Ailly e Gerson. La polemica anti-Riforma sviluppa i primi trattati, tra cui quello di Isidoro Isolani. Con figure come santa Teresa d’Ávila, Pietro d’Alcantara, Francesco di Sales, il culto a san Giuseppe entra con forza nei libri spirituali.
Il Rinascimento, con il suo spirito critico, introdusse un cambiamento, mettendo in discussione l’età di Giuseppe al momento del matrimonio e le rappresentazioni consolidate.
L'Istituzione delle Feste Liturgiche
Gerson aveva chiesto l’istituzione di una festa liturgica per san Giuseppe, e questa fu istituita da Sisto IV nel 1481, fissandola al 19 di marzo. Innocenzo VIII la elevò di ruolo e con Gregorio XV divenne festa di precetto. Nel 1714 Clemente XI compose un nuovo ufficio. Da allora, san Giuseppe è festeggiato nella Chiesa universale.
Il Magistero Pontificio
Prospero Lambertini (Benedetto XIV) collocò teologicamente Giuseppe, escludendo la santificazione nel grembo materno ma riconoscendo il suo ruolo nel disegno di Dio e la sua dignità, che lo colloca prima dei confessori, dei martiri e degli apostoli. Nel 1870, Pio IX, con il Decreto
Papa Francesco, in occasione del 150° anniversario della dichiarazione di San Giuseppe quale Patrono della Chiesa Cattolica (8 dicembre 1870), ha dedicato il 2021 a San Giuseppe, offrendo spunti nella sua Lettera Apostolica
Invocazioni e Inni Liturgici
Nelle litanie di san Giuseppe sono state introdotte nuove invocazioni: custode del Redentore, servo di Cristo, ministro della salvezza, sostegno nelle difficoltà, patrono degli esuli, degli afflitti, dei poveri. Nell’Inno «Caelitum, Ioseph, decus», introdotto nella Liturgia delle Ore, è asserito chiaramente che «il Creatore… ha voluto che tu (Giuseppe) fossi chiamato “padre del Verbo”». È parimenti noto l’Inno «Salve, pater Salvatoris» e l’Inno «O lux beata caelitum», che apre i primi Vespri della festa della Santa Famiglia, dove Giuseppe è presentato come «colui che la divina Prole invoca con il dolce nome di padre».
La Visione di San Josemaría Escrivá
La devozione a san Giuseppe era profondamente radicata nell’anima di san Josemaría Escrivá. Egli amava invocarlo con il titolo di "Padre e Signore nostro", spiegando che la paternità di Giuseppe su Gesù non è carnale, ma reale e unica, germogliando dal suo vero matrimonio con Maria e dalla sua specialissima missione. Per san Josemaría, questa paternità rende Giuseppe un padre e signore che protegge e accompagna nel cammino terreno coloro che lo venerano, come protesse e accompagnò Gesù. Egli lo considera anche "Maestro di vita interiore" grazie al suo intimo e continuo rapporto con Gesù e Maria.
San Josemaría immagina Giuseppe giovane, forte, vigoroso, con qualche anno in più della Madonna, ma nella pienezza dell’età e delle forze fisiche, in contrasto con la tradizionale raffigurazione di un vecchio. Per lui, la castità non è questione di età ma sgorga dall’amore e dalla fede, un amore coniugale autentico tra Giuseppe e Maria, pur se verginale.
La Tradizione Comboniana
Nella tradizione comboniana, San Giuseppe è considerato il patrono e l’esempio dei fratelli in virtù della sua professione di "falegname". Questa visione, sebbene a volte superficiale a livello devozionale, è stata approfondita dal Magistero pontificio, specialmente da Papa Francesco, che ha offerto spunti interessanti nella sua Lettera Apostolica