La figura di San Girolamo (in latino Hieronymus dal greco Ieronymos, "che ha un nome sacro") è una delle più imponenti e influenti nella storia della Chiesa e della cultura occidentale. Vissuto tra la metà del IV e gli inizi del V secolo, fu un erudito instancabile, traduttore della Bibbia, asceta rigoroso e polemista focoso, lasciando un'eredità spirituale e intellettuale inestimabile.

La Vita di San Girolamo: Un Itinerario Tra Oriente e Occidente
Le Origini e gli Studi a Roma
Girolamo nacque a Stridone (nell'attuale Croazia), al confine tra Dalmazia e Pannonia, intorno al 347, da genitori cristiani benestanti. Dopo gli studi in loco, verso il 360 si recò a Roma, dove frequentò, con i suoi compatrioti Bonoso, Rufino ed Eliodoro, la scuola di Elio Donato, noto commentatore di Terenzio e di Virgilio. A Roma, nel 366, ricevette il battesimo.
In gioventù, sebbene attratto dalla vita mondana, prevalse in lui un profondo interesse per la religione cristiana. Questo periodo formativo a Roma fu cruciale, poiché gli permise di acquisire una vasta cultura letteraria, in particolare nelle lingue antiche e nella retorica classica, che avrebbe poi messo al servizio degli studi biblici.
Il Periodo in Oriente e la Scelta Ascetica
Dopo gli studi romani, la sua vita fu segnata da tre periodi distinti. Il primo fu la permanenza in Oriente (372-381). Dopo esser stato a Treviri e Aquileia, dove maturò la scelta di vita ascetica, verso il 372 Girolamo si recò in Oriente, carico di molti testi classici. Ad Antiochia di Siria fu ospite di Evagrio, quindi passò un decennio nel deserto di Calcide, a sud di Aleppo. Qui, dedicandosi seriamente agli studi, perfezionò il greco e iniziò lo studio dell'ebraico, trascrivendo codici e opere patristiche.
Su consiglio di Evagrio, accettò di essere ordinato presbitero da Paolino, vescovo di Antiochia, un ministero che tuttavia non volle mai esercitare pienamente. In questo periodo scrisse la Vita Pauli monachi (Vita di Paolo eremita), gettando le basi dell'eremitismo occidentale. La meditazione, la solitudine e il contatto con la Parola di Dio fecero maturare la sua sensibilità cristiana, portandolo a riflettere sul contrasto tra mentalità pagana e vita cristiana, reso celebre dalla sua drammatica "visione" in cui gli sembrò di essere flagellato per essere "ciceroniano e non cristiano".
Nel 379-381 fu a Costantinopoli, dove Gregorio di Nazianzo lo avviò allo studio dell'opera di Origene.
Il Ritorno a Roma e l'Incarico Papale
Il successivo periodo romano (382-385) vide Girolamo accompagnare a Roma il vescovo Paolino di Antiochia. Qui frequentò papa Damaso, che, conoscendo la sua fama di asceta e la sua competenza di studioso, lo assunse come segretario e consigliere. Papa Damaso lo incoraggiò in modo particolare a dedicarsi all'attività biblica, commissionandogli una nuova traduzione latina dei testi biblici per motivi pastorali e culturali. A lui Girolamo dedicò, nel 383, la traduzione delle due omelie di Origene sul Cantico dei Cantici e, nel 384, iniziò le antiche versioni latine dei Vangeli e poi del Salterio (quest'ultimo andato perduto).
In questi anni, Girolamo fondò il circolo biblico dell'Aventino, avviando allo studio della Bibbia donne della nobiltà romana (in particolare le vedove Paola e Marcella, Lea, Asella), che formeranno il primo gruppo monastico femminile della "città eterna". In tale contesto, egli scrisse la famosa lettera a Eustochio, figlia di Paola, sulla verginità e i mezzi per custodirla, e l'opera Adversus Helvidium (Contro Elvidio) in difesa della perpetua verginità di Maria.
Il Secondo Periodo Orientale e la Vulgata
La morte di papa Damaso (dicembre 384) e le forti tensioni con il clero di Roma costrinsero Girolamo a ritornare in Oriente. Nell’agosto del 385 lasciò definitivamente Roma, stabilendosi a Betlemme in un monastero. Qui rimase fino alla sua morte, avvenuta il 30 settembre del 419 o 420, mentre commentava il profeta Geremia. Un anonimo pellegrino di Piacenza annotava, verso il 570, che Girolamo riposava a Betlemme sotto la chiesa della Natività, accanto alle tombe di Paola e di Eustochio.

Gli anni 386-393 segnarono un'intensa attività letteraria soprattutto biblica. Produsse i commenti delle Lettere paoline a Filemone, ai Galati, agli Efesini e a Tito e, per l'Antico Testamento, il commento all'Ecclesiaste. Tradusse, come sussidi alla lettura delle Sacre Scritture: un'opera di Filone Alessandrino elaborata da Origene, il Liber hebraicorum nominum (Libro dei nomi ebraici), e il libro geografico dei luoghi biblici di Eusebio (il De locis, l'Onomasticon di Eusebio).
Nel 391 iniziò a tradurre dall'ebraico l'Antico Testamento cominciando da Isaia. Nel 405 terminò il Pentateuco e il libro di Esther. Fu un'impresa mai tentata prima: per la prima volta, la Bibbia fu tradotta direttamente in latino dall'originale ebraico per l'Antico Testamento e rivista sui manoscritti greci più antichi per i Vangeli e altri libri del Nuovo Testamento.
Questa traduzione, nota come la Vulgata (dal latino "comune, popolare"), divenne il testo "ufficiale" della Chiesa latina, riconosciuto come tale dal Concilio di Trento e ancora oggi, dopo recenti revisioni, testo "ufficiale" della Chiesa di lingua latina. Sebbene Girolamo non completò la revisione di tutto il Nuovo Testamento, fu il suo discepolo Rufino il Siro a mettere a punto la redazione divenuta poi la Vulgata, adottando e modulando i criteri del maestro.
La Vulgata di S. Girolamo
Controversie e Ultimi Anni
Nel 393 Girolamo ruppe con Origene e con i suoi difensori, come il suo amico Rufino, il nascente movimento pelagiano e i monaci delle Gallie, influenzati da Cassiano. Le sue posizioni sono espresse nell'Adversus libros Rufini apologia. Il suo carattere focoso e intemperante lo portò a numerose polemiche dottrinali, persino con sant'Agostino, che gli rispose con grande amabilità.
Nel 415 iniziò la sua polemica con i pelagiani. Nel 416 alcuni monaci - forse pelagiani - distrussero il suo monastero con l'annessa biblioteca. Gli ultimi suoi anni furono rattristati dalla morte di molti amici e dal sacco di Roma compiuto da Alarico nel 410, evento che angosciò la sua vecchiaia.
Nonostante le controversie, gli scritti di Girolamo, maestro dei cattolici, "ruzzolano per il mondo a guisa di lampade divine", come diceva Giovanni Cassiano.
L'Eredità Spirituale e Dottrinale
L'Amore per la Parola di Dio
L'eredità spirituale di Girolamo è indissolubilmente legata alle Sacre Scritture e alle scelte di vita ascetica, sia maschili che femminili. Già in vita, molti in Occidente si rivolgevano a lui per questioni bibliche e dottrinali, da Paolino di Nola ad Agostino. Papa Benedetto XV, nell'enciclica del 1920 Spiritus Paraclitus, lo indicò quale "dottore sommo nell’esegesi scritturistica", avendo egli messo ogni sforzo "per raggiungere più compiutamente il senso della parola di Dio".
Girolamo concepì lo studio della Bibbia come ascesi, consegnando ad altri tale spiritualità, legandola spesso alle scelte ascetiche o monastiche. Questo è il significato di alcuni suoi scritti come la Lettera a Eustochio, la Vita Pauli, la Vita Hilarionis, la Vita Malchi.
Nel tradurre e revisionare la Bibbia in latino, Girolamo aveva come punto di partenza l'indirizzo origeniano della Scrittura, che la considerava segno o mistero dell'universo creativo e dell'economia salvifica, costituendo pertanto un mistero da decifrare e con cui comunicare. "Quanto a me", precisava, "non solo ammetto, ma dichiaro con tutta libertà che, nel tradurre autori greci, a eccezione delle Sacre Scritture, dove anche la successione delle parole è una regola mistica, rendo non parola per parola, ma il senso con il senso".
Il Ruolo del Commentatore e del Lettore
Girolamo sviluppò il ruolo delle Sacre Scritture nella vita del credente soffermandosi sul commentatoris officium o sul ruolo dell'esegeta, che per lui consiste sostanzialmente nello spiegare il testo. Creò una circolarità ermeneutica tra il commentatore, il lettore e le Sacre Scritture, dove studio, insegnamento, ascolto, preghiera, ascesi e vissuto si fondono. "Desideriamo tradurre le parole in opere; non dire cose sante, ma farle", scriveva Girolamo.
Studio, ascesi, lavoro e preghiera costituiscono le note della spiritualità biblica di Girolamo, tesa al servizio ecclesiale dell'intelligenza delle Scritture. Il filo unificatore di tale ascesi biblica è Cristo, la chiave ermeneutica delle Scritture. In tale ottica, egli avviò le matrone romane allo studio della Bibbia, mirando a farle divenire "una biblioteca di Cristo". "Con l'assidua lettura e quotidiana meditazione egli aveva reso il suo cuore una biblioteca di Cristo", scriveva a Eliodoro parlando di Nepoziano.
Il lettore della Bibbia, secondo Girolamo, non è del tutto assimilabile al comune lettore di qualsiasi altro testo letterario. Egli è "colui che trasmette il messaggio dalla bocca dell'autore all'udito del discepolo" e necessita di essere prudente, diligente, interessato, zelante ed erudito. Il dialogo del lettore con le pagine bibliche si concretizza poi in un dialogo con Cristo, perché tutte le Scritture parlano di lui. Nel Commento a Matteo e nel Prologo a Isaia, si trova la sua famosa sentenza: "L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo".

L'Iconografia di San Girolamo: Dallo Studiolo al Deserto
L'iconografia di San Girolamo segue sostanzialmente due grandi schemi, spesso richiamandosi a vicenda: egli è raffigurato come penitente nel deserto, in una spelonca che aveva eletto a romitorio, oppure è ritratto nel suo studio, chino sui libri, immerso nella riflessione. Talvolta i due schemi si fondono, e Girolamo penitente nel deserto è occupato dal lavoro di studio, anch'esso inteso come opera di ascesi.
San Girolamo Penitente nel Deserto
Girolamo penitente nel deserto è raffigurato come un anziano solitario, dall'aspetto vigoroso nonostante le penitenze. È spesso presentato nudo o con un drappo che gli cinge i fianchi, sovente di colore rosso, secondo la tradizione che lo riconosceva cardinale della Chiesa. Tra gli attributi iconografici più ricorrenti vi è il cappello cardinalizio, posto ai suoi piedi a dimostrare la rinuncia ad ogni gloria terrena. Quando non è intento nello studio, è rappresentato con una pietra in mano, mentre si percuote il petto in segno di penitenza. Spesso, accanto a lui compare anche un teschio, a indicare la vanità di questo mondo.
Il paesaggio in cui è ambientata la scena è solitamente arido e brullo, richiamando il deserto di Calcide dove il Santo si era rifugiato. Girolamo stesso descrisse le sue esperienze nel deserto: "Quante, quante volte, pur abitando in questo sconfinato deserto bruciato da un sole torrido... credevo davvero d’essere nel mezzo della vita gaudente di Roma!" Il deserto era per lui un luogo di battaglia spirituale contro le tentazioni e di profonda penitenza. "Non mi vergogno di confessare queste miserie; se mai, piango di non avere più il fervore d'una volta."

Il Crocifisso nella Montagna: Simbolo di Riconnessione
Un tema specifico dell'iconografia del Girolamo penitente è la sua interazione con il crocifisso. Secondo un racconto, in un momento di profondo scoraggiamento e tormento interiore nel deserto, Girolamo notò all'improvviso un crocifisso comparso tra i rami secchi di un albero. Si gettò a terra percuotendosi il petto, e Gesù gli si rivolse dalla croce chiedendogli cosa potesse offrirgli. Girolamo, dopo aver enumerato i suoi sacrifici e le sue veglie, si rese conto di quanto ancora potesse offrire a Cristo, anche nel suo impegno instancabile nello studio della Bibbia.
In alcune rappresentazioni, come quelle descritte, San Girolamo è rivolto al crocifisso, immerso in un paesaggio ostile. Il crocifisso su una montagna o tra i rami secchi di un albero simboleggia la sua riconnessione con la grazia divina in un momento di crisi. Elementi secondari nel paesaggio, come un boscaiolo che abbatte un tronco secco o un asino maltrattato, possono rappresentare la lotta contro il peccato (la lussuria) o la vita mondana abbandonata.
La raffigurazione di Girolamo davanti al crocifisso in montagna è un potente simbolo del pentimento del santo. Si ricollega al suo celebre sogno in cui fu fustigato per aver preferito Cicerone alla Scrittura, la sapienza pagana alla fede cristiana. Questo atto di contrizione e il dialogo con Cristo crocifisso segnano un punto di svolta nella sua spiritualità, consolidando la sua dedizione totale alla Parola di Dio come massima forma di ascesi.
La Vulgata di S. Girolamo
San Girolamo nello Studiolo
Il secondo schema iconografico presenta San Girolamo raffigurato in uno studiolo, alle prese con gli studi biblici e il lavoro di scrittura. Questa rappresentazione mette in evidenza la sua erudizione, circondato da numerosi volumi. Anche in queste opere egli è raffigurato come un anziano, ma veste un sontuoso abito, spesso rosso, ad evocare l'alta dignità conferitagli. Il suo sguardo è solenne e austero.
Sono ricorrenti, anche in questa versione iconografica, il teschio e il cappello cardinalizio, posti spesso in primo piano. Il leone, divenuto mansueto e suo amico inseparabile dopo che il santo gli estrasse una spina dalla zampa ferita (secondo la leggenda narrata nella Legenda Aurea di Iacopo da Varazze), è spesso rappresentato accucciato ai suoi piedi.
Iacopo da Varazze descrive l'intensità della sua vita di studio a Betlemme: "Lì passava la sua giornata in digiuni, sino a sera, leggendo e rileggendo tutti i suoi libri, che aveva tenuto scrupolosamente, oltre ad altri libri." L'Umanesimo e il Rinascimento amarono San Girolamo, ritraendolo in queste due immagini, apparentemente antitetiche ma profondamente connesse, che esprimono sia l'interesse umanistico per i classici sia l'inserimento di questi studi nella rivelazione cristiana.

San Girolamo e il Leone
Una delle leggende più celebri associate a San Girolamo è quella del leone. Raccontata da Iacopo da Varazze nella Legenda Aurea, narra di come un giorno, verso il tramonto, un leone zoppicante entrò nel monastero dove Girolamo viveva con i confratelli. Mentre gli altri monaci fuggirono, Girolamo gli si fece incontro come a un ospite. Il leone gli mostrò la zampa ferita da una spina, che il santo e i confratelli estrassero e medicarono. Da quel momento, il leone guarì e divenne mansueto, vivendo con loro come un animale domestico e accompagnando Girolamo fedelmente.
Questa leggenda ha contribuito enormemente alla popolarità iconografica di San Girolamo, che è quasi sempre raffigurato in compagnia del leone, simbolo della sua capacità di ammansire la ferocia e di vivere in armonia anche con la natura selvaggia, o della sua stessa indole passionale domata dalla fede.